Giacomo Sandron

Giacomo Sandron, Il culo e la pupilla

berlusconi

foto dal sito tarantoonline

IL CULO E LA PUPILLA

(una storia italiota)

 

 

lui le sue ragazze le bacia
in bocca le tocca
le belle ragazze poco vestite

svolazza di tavolo in tavolo
che sembra una sposa
lui è un seduttore
e questa la sua casa

passa buona parte della serata
a guardare i giovani corpi
accompagna le preferite
a visitare il parco

lui le sue ragazze le bacia
in bocca le tocca
celebri o meno note
le tocca le tette
star in ascesa starlette
in declino
qualche velina due ministre
più di una escort
ragazze single e ragazze
in apparenza fidanzatissime
conduttrici televisive
famosissime

lui le sue ragazze le bacia
in bocca le tocca
le tette la fica le promette
a una nuova vita
di spettacolo e politica

una
doveva essere candidata
al parlamento
non l’hanno messa
all’ultimo momento

doveva essere candidata
alle europee
è stata dirottata sulle
regionali partenopee
ma è arrivata ultima
ha lasciato intendere
di essere la vittima
di un piano calcolato
per screditarla

un anno dopo ecco
il lieto fine della storia
assessore ai servizi sociali
del comune di Casoria
per un posto sicuro pagato
ne è valsa la pena darla

una
ti volevo un attimo briffare
giusto che non ti prendi male
ne vedrai di ogni
è la desperation più totale
c’è la zoccola che viene dalle favelas
la sudamerica che non parla l’italiano
ci sono io che faccio quello che faccio
tu fregatene, sbattitene il cazzo
non essere timida, lui sabato c’è
dobbiamo assolutamente andare
hai qualche amica carina
che possiamo portare?

una
dopo cena si veste da suora
croce rossa sul velo e tunica nera
io non riuscirei a mostrare la mia carne
a vendermi per fare carriera

una
vestita solo di scarpe luccicanti
non indossava le mutandine
quando si chinava in avanti
lasciava vedere il sedere

una
la cosa più eccentrica che faccio
è la danza del ventre
che ho imparato da mia madre

una
poverina ha una bambina
un’altra è malata
non ha più il padre

una
accetta un disco di Apicella
e duemila euro per l’imbarazzo

una
con quella bocca che ti ritrovi
fai bene a parlare di cazzo

una
glielo misi in quel posto
e mi disse fai piano
non siamo arrivati al dunque
però l’ho baciato sulle labbra
sulle guance sulla testa
ovunque

(altro…)

3 testi di Giacomo Sandron

di Giacomo Sandron

cataclisma_climatico

.

[prologo]
sono quasi le undici e quarantotto
e continuiamo a parlare di clima
e di piante alimentari, dio è
un astronauta e tutto è violento
e brilla in un contesto dominato
comunque da ampi spazi sereni

[un getto in direzione del nostro pianeta]
l’impatto ha colto il mondo di sorpresa
uno dei più potenti della storia ad aver
toccato terra (non è ancora disponibile
un bilancio completo delle vittime)
per ricostruirne il percorso non è servita
una tecnologia particolarmente sofisticata
dopo la prima esplosione sono rimasti
due pezzi di roccia che hanno continuato
a precipitare nell’atmosfera
gran parte del materiale sarebbe evaporato
nella palla di fuoco iniziale
quasi tutte le persone che si sono rivolte
alle strutture sanitarie presentavano
tagli ed ecchimosi erano piene di fessure
riempite di metallo fuso

un gruppo di ricercatori ha percorso
novanta chilometri in auto per mappare
vetri rotti e intervistare gli abitanti
se avevano visto o sentito l’esplosione
o ne avevano avvertito l’odore

la fuliggine nera ti entra in bocca
quando sembra di masticare sabbia fina
è probabile che gli uomini avvertano
segnali classici come fiato corto e dolore
al petto che si irradia al collo e alle braccia
le donne invece forte senso di spossatezza
sintomi di un’indigestione e sudori freddi
la reazione deve essere chiamare subito
l’ambulanza e masticare un’aspirina

il numero di virus presenti nell’atmosfera
ha raggiunto il suo culmine in gennaio
scendendo all’avvicinarsi della primavera
un altro focolaio ha causato tre decessi
altre scosse sono state registrate
sessanta pescatori risultano dispersi
migliaia di case sono state danneggiate
(edifici anonimi praticamente deserti
pieni di colonne di server e router
alimentati da grossi fasci di cavi
le ventole di raffreddamento formano
un coro roboante nella gelida oscurità)

[un’immagine della città alle tre di notte dopo l’impatto]
il ciclo polare del giorno e della notte influisce
sulle condizioni fisiche e psichiche degli abitanti
immigrati discendenti dei gulag
provenienti dalle zone povere
gli edifici sono posizionati
in modo da creare cortili interni
protetti dal vento
molte case sono pericolanti
per il deterioramento
delle strutture portanti in calcestruzzo
causato dal disgelo del permafrost
molti appartamenti sono dotati
di lampade a raggi ultravioletti
per riprodurre la luce solare
i bambini sono costretti a giocare
per molti mesi all’anno
in fondo ai letti

il sonno aiuta il cervello dei bambini
la nanna rinforza la rete dei collegamenti
neurali tra i due emisferi un sonno regolare
è fondamentale per far maturare la mente
è una terapia che crea un mondo protetto
proprio come quando si legge un quotidiano

il numero di persone detenute in queste strutture
ha raggiunto livelli eccezionali
il governo si rifiuta di dare le cifre esatte
rimangono solo alcune centinaia di esemplari
cominciano a percepirsi come dei ribelli
la cui unica identità si misura
nella capacità di sfuggire ai controlli

dopo qualche mese senza contatti sociali regolari
cominciò a uscire di senno
senza rapporti umani il cervello subisce
gli stessi danni prodotti
da un trauma cranico
tutto questo detto da un uomo
torturato regolarmente
due braccia rotte una gamba fratturata
e la dissenteria cronica
restava per ore immobile guardando il muro
in uno stato semicatatonico

ne attribuisce la causa
all’estrema costrizione
al controllo totale
alla prolungata mancanza
di momenti di felicità o di gioia
(un trattamento completo efficace
deve durare almeno tre settimane da
ripetersi con un intervallo di due mesi)

 

 

 

Pas de deux # 4

berlino 2011 - foto gm

Due poeti contemporanei scelgono un testo di un autore straniero e lo traducono per Poetarum Silva. Un confronto sulla traduzione tra diverse sensibilità. Un’occasione per scoprire poeti che non si conoscono o riscoprirne altri con un vestito nuovo. I post non avranno cadenza regolare, perché soggetti alle tempistiche dei traduttori invitati, ma ci auguriamo che diventino un appuntamento abbastanza regolare. Per il quarto numero Paola D’Agostino e Giacomo Sandron hanno tradotto un testo di Susana Araújo.

:::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::: La redazione

::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::

DÍVIDA SOBERANA

A Topix agrega títulos de todo o mercado, nós
somos o produto humano desperdiçado. Esta
mesa tem abas que se fecham (assim como
eu desarmo): sentamo-nos sobre a toalha
inteira, falando nessa língua vossa
(estrangeira).

Até à noite em que não valerá a pena.
Desvalorizada a morte é uma pedra (ou
será moeda) lançada pela janela. O Estado
inclina-se para a frente e na calçada jazem
corpos desempregados.

A gargalhada de amigos, ignorante e alienígena,
não tem tradução. Apesar disso, procuras cego a
tua audiência fiel e bêbada. Eu olho para o prato:
um caroço de azeitona no centro dos nossos
valores.

Enquanto o meu país se desmorona, guio-vos em
roteiros de lazer, fantasia que me reverte para
outro copo, outra
nação.

Aqui (no rectângulo da nossa agregação),
somos a esfera indirecta do Fado
côdea de pão em mesa molhada,
peso morto sem obrigações nem
garantias.

(poesia tratta da Dívida Soberana, Lisboa, Mariposa Azual, 2012)

************

Traduzione di Paola D’Agostino

Debito sovrano

Il Topix aggrega titoli di tutto il mercato, noi
siamo il prodotto umano sperperato. Questo
tavolo ha ribalte che si chiudono (come
io abbasso le armi): ci sediamo sulla tovaglia
intera, parlando in quella lingua vostra
(straniera).

Fino alla notte in cui non ne varrà la pena.
Svalutata la morte è una pietra (o
forse moneta) lanciata dalla finestra. Lo Stato
si china in avanti e sul selciato giacciono
corpi disoccupati.

L o sghignazzare di amici, ignorante ed alieno,
non ha traduzione. Ciò nonostante ricerchi, cieco, la
tua audience fedele ed ebbra. Io guardo nel piatto:
un nocciolo d’oliva al centro dei nostri
valori.

Mentre il mio paese crolla, vi guido in
itinerari di piacere, fantasia che mi converte in
altro bicchiere, altra
nazione.

Qui (nel rettangolo della nostra aggregazione),
siamo la sfera indiretta del Fado
crosta di pane su tavola bagnata,
peso morto senza obbligazioni né
garanzie.

********************

::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::

Traduzione di Giacomo Sandron

DEBITO SOVRANO

Il Topix raccoglie i titoli di tutto il mercato, noi
siamo il prodotto umano sprecato. Questa
tavola ha ripiani che si chiudono (così come
io butto le armi): ci sediamo sulla tovaglia
intera, parlando questa lingua vostra
(straniera).

Fino alla notte in cui non varrà la pena.
Senza valore la morte è una pietra (o
sarà moneta) lanciata dalla finestra. Lo Stato
si prostra e sulla strada stanno buttati
corpi disoccupati.

La risata di amici, ignorante e aliena,
non ha traduzione. Ciò nonostante, cerchi cieco il
tuo pubblico fedele e ubriaco. Io guardo nel piatto:
un osso d’oliva al centro dei nostri
valori.

Mentre il mio paese si sgretola, vi guido in
percorsi di piacere, fantasia che mi riporta a
un altro bicchiere, altra
nazione.

Qui (nel rettangolo della nostra riunione),
siamo l’orbita tortuosa del Destino
crosta di pane su tavola bagnata,
peso morto senza obblighi né
garanzie.

************************
:::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::

Susana Araújo è autrice del libro di poesia Divida Soberana (Mariposa Azul, 2012); la prima versione (inedita) del libro è stata finalista al Prémio Revelação della APE (Associação Portuguesa de Escritores) nel 2010. Ha scritto il testo teatrale “O Ringue”, messo in scena dalla compagnia Última Cena. Ha pubblicato poesie, racconti e saggi su riviste letterarie portoghesi e inglesi. Ha studiato teatro e lavorato come attrice fino al 1997, anno in cui si è trasferita in Inghilterra. Ha studiato letteratura all’Università di Lisbona, specializzandosi in seguito a Warwick e conseguendo il dottorato nel Sussex. Dal 2008 lavora come ricercatrice al Centro de Estudos Comparatistas dell’Università di Lisbona dove insegna e coordina il progetto CILM – Cidade e (In)segurança na Literatura e nos Media.

 

Giacomo Sandron – Poesie

co’ verse boca te vedi ‘l buso da dove ‘l ne varda e indove tuti se finirà

‘Scolta i stornei, e passerutte, intriga ‘l canto
tra de lori, l’un con l’altro, liga nodi, tira ponti
informigando e recie da quei rami là de sora
i sta più in alto del nostro destin, più visin al siel
e ancora no xe ‘l sol ma te lo senti che ‘l sburta
da drio e no te pol dir n

Toni se impizza par ninte da sempre, ghe basta
do ombre e ‘l va fora, ghe fuma anca de sora
e ‘l se deforma, i biascichi che ‘l tira te dise
de la porta de un inferno che xe meio de no

Giorgio te lo vardi tal muso cossa vustu che ‘l fassa

El King ga ‘na bruta storia intorno se vede ancora adesso
che ghe se s-gionfa sul collo, se impeta su tuta la barba
davanti la bocca ghe vien fora groppi grandi come nosi
se te dise che saltava i fossi par longo no ghe crede pì nissun

Bepi co’ e man che gaveva ‘l podeva svangar ‘na cuiera intiera
da sol ribaltarlo sto mondo, de sora e de soto invese de andar
a tor par i bar e rebaltarse lu, ta un fosso, e lì restarghe
col muso reverso par so, int-a l’acqua, e ‘l sigarillo ancora in boca

Pelio splendido peto in fora e cavei al vento se bulla
de no se sa che cosa e intanto parlaparla parla parlaparlaparla

Teo te lo trovi che ‘l beve bianchetti prima de pranzo
ga sempre con lu la cravatta e ‘na valigetta
no se sa mai che i lo ciami par darghe un lavor

Il Fru xe sai contento, ghe xe rivà l’assegno
par do giorni almanco se pol bever a spese de lo Stato.
Mario xe spario da un giorno a che altro

Silvano con i sandali sligai e ‘na bira sempre in man
no bate ciglio, beve pian con costanza e con silenzio
i segni sui brassi che ‘l se porta ga già abastanza da dir

Sandrino gaveva un dio de levarin, se lo gestiva lu e tuto ben
po’ trentasinque ani de marchete all’Inps, robe sue, i dise
che ga copà un omo intiero ma tanto lu e ‘l se disfa e chi se ciava

Freddi parla sempre de manco a seconda del posto ‘l se incioda da sol
co’ verse boca te vedi ‘l buso da dove ‘l ne varda e indove tuti se finirà
e chi che semo e cos che femo e

Picia mia, i oceti tui, cussì bei, almanco quei
no sta tignirli sconti co’ torno casa tardi
ficameli drento tal profondo prima che me indormensi
ravanime l’anema, fame star in pase almanco un fià

Picia mia, i lavri tui, cussì bei, almanco quei
no sta tignirli sconti co’ torno casa tardi
pusimeli in fronte prima che me indormensi
dame un baso, fame star in pase almanco un fià

*******

quando apre la bocca lo vedi il buco da dove ci guarda e dove finiremo

Ascolta gli stornelli e i passerotti, s’ingarbugliano il canto
tra di loro, l’un con l’altro, legano nodi, tirano ponti
formicolano le orecchie da quei rami da lassù
stanno più in alto del nostro destino, più vicini al cielo
e ancora non c’è il sole ma lo senti che spinge
da dietro e non puoi dire n

Toni impazzisce per niente da sempre, gli bastano
due bicchieri e va fuori, ci fuma anche sopra
si deforma, i versi che fa uscire ti raccontano
della porta di un inferno che è meglio di no

Giorgio lo guardi in faccia cosa vuoi che faccia

Il King si vede ancora adesso ha una brutta storia addosso
che gli si gonfia attorno al collo, gli si incolla alla barba
davanti alla bocca gli vengono fuori grossi nodi come noci
se ti dice che saltava in lungo i fossi nessuno gli crede più

Bepi avrebbe potuto vangare un orto intero con le mani
metterlo sottosopra da solo questo mondo invece di andare
in giro per bar e rovesciarsi lui, in un fosso, e lì rimanere
col viso affondato nell’acqua e la sigaretta ancora in bocca

Pelio è splendido col petto in fuori e i capelli al vento si bulla
di non si sa bene cosa e intanto parlaparla parla parlaparlaparla

Teo lo incontri bevendo bianchetti prima di pranzo
porta sempre con lui una cravatta e una valigetta
non si sa mai che lo chiamino per dargli un lavoro

Il Fru è contento, gli è appena arrivato l’assegno
almeno per due giorni si può bere a spese dello Stato.
Mario è sparito da un giorno all’altro

Silvano con i sandali slegati e una birra sempre in mano
non batte ciglio, beve piano con costanza e con silenzio
i segni che si porta sulle braccia parlano già abbastanza

Sandrino con un piede di porco da dio, lui se lo gestiva e tutto bene
poi trentacinque anni di marchette all’Inps, robe sue, si dice
che ha ammazzato un uomo intero ma tanto chi se ne frega

Freddi parla sempre meno a seconda del posto si inchioda da solo
quando apre la bocca lo vedi il buco da dove ci guarda e dove finiremo
e chi siamo e che facciamo e

Piccolina, gli occhi tuoi, così belli, almeno quelli
non tenermeli nascosti quando torno a casa tardi
ficcameli dentro nel profondo prima che mi addormenti
rovistami l’anima, fammi stare in pace per un po’

Piccolina, le tue labbra, così belle, almeno quelle
non tenermele nascoste quando torno a casa tardi
posamele in fronte prima che mi addormenti
dammi un bacio, fammi stare in pace per un po’

*******

se stava con ste lastre de siel bianco inciodade int’el ciaf

I sotoporteghi xe grandi bocche che te inghiotte
i scuri venesiani ciglia che le sbatte
le piassette nove tute compagne che no se capisse
chi che semo e cos che femo e
fami nasà un puc di erba fres-cia, va là
rincurite i vansumi de visioni che te vansa
rincurili fin casa e fraccateli in pansa

Lo Zio Mauro vecia guardia che tien bota e’l se infratta
de note tal parco se suga de spade fra un fià ‘l sparirà

I fioi se sbruma via anca i dei sconti tai cantoni scuri
distirai su le panchine siga che someia simie scampae
da ‘na cheba che invese la ghe sta tuta intorno ancora

Te ga visto Rizzio in piassa che ciodo che ‘l xe
i oci come sfese par i schei dee machinete
e no vien fora luse e gnanca ghe ne entra

Beppe continua canoni a manetta come sconti tai campi
andando avanti sburtai dal niente respirando plastegon
se stava con ste lastre de siel bianco inciodade int’el ciaf

Lo Zanni ga pupille verte come scuri co’ che vien la primavera
dai che se femo un insieme, no te sa che me fa mal al servel

Cossa vustu dirghe a un che scominsia a farse a trenta ani fati da un toco

Ciappate sta ceppa dritto da drio de la codoppa
se stechemo ‘na stecca un tocco de stricca ‘na raschia
che sgriffa in gola un tiro una botta che schiaffa
vampa di calore rosso rosso che pervade nella polpa
che te s-ciopa ne la testa che ricordi poco o nulla
e chi che semo e cos che femo e

Picia mia, i oceti tui, cussì bei, almanco quei
no sta tignirli sconti co’ torno casa tardi
ficameli drento tal profondo prima che me indormensi
ravanime l’anema, fame star in pase almanco un fià

Picia mia, i lavri tui, cussì bei, almanco quei
no sta tignirli sconti co’ torno casa tardi
pusimeli in fronte prima che me indormensi
dame un baso, fame star in pase almanco un fià

*****

si stava con lastre di cielo bianco inchiodate nel cervello

I portici sono bocche grandi che ti inghiottono
i balconi veneziani ciglia che sbattono
le piazzette nuove tutte uguali che non si capisce
chi siamo e cosa facciamo e
fammi annusare un po’ di erba fresca, va là
raccattati il resto di visioni che ti avanza
raccattali fino a casa e stipateli in pancia

Lo Zio Mauro vecchia guardia che tiene duro s’infila
di notte nel parco si asciuga di spade fra poco svanirà

I ragazzi si scremano anche le dita nascosti in angolini scuri
stesi sulle panchine urlano che assomigliano a scimmie sfuggite
da una gabbia che invece gli sta tutta attorno ancora

Hai visto Rizzio in piazza come sta magromagro
gli occhi come fessure per i gettoni delle macchinette
e non ne esce luce e neanche ne entra

Beppe continua a fumare a manetta come nascosti nei campi
andando avanti spinti dal niente respirando plasticaccia
si stava con lastre di cielo bianco inchiodate nel cervello

Lo Zanni ha pupille aperte come balconi quando arriva primavera
dai che ci facciamo uno insieme, no lo sai che mi fa male alla testa

Cosa gli vuoi dire a uno che comincia a farsi a trent’anni compiuti da un pezzo

Prenditi la sberla dritta dietro al cervelletto
ci spacchiamo una stecca un pezzo di striscia che raschia
grattando la gola un tiro una botta che schiaffa
vampa di calore rossorosso che pervade nella polpa
che ti scoppia nella testa che ricordi poco o nulla
e chi siamo e che facciamo e

Piccolina, gli occhi tuoi, così belli, almeno quelli
non tenermeli nascosti quando torno a casa tardi
ficcameli dentro nel profondo prima che mi addormenti
rovistami l’anima, fammi stare in pace per un po’

Piccolina, le tue labbra, così belle, almeno quelle
non tenermele nascoste quando torno a casa tardi
posamele in fronte prima che mi addormenti
dammi un bacio, fammi stare in pace per un po’

********

Radicee

Sarà che go magnà massa poenta e fasioi,
patate, radicee, verse, aa matina ‘na tecia de verse,
se stava meio che no adess,
finchè iera a stagion dee verse te magnavi verse,
prima se le lessava e dopo se le meteva in tecia, sal e pevere,
prima che a poenta, co’ te buti a farina che fa quei ciufi,
se meteva un mestoo de ciufi, veniva cussì bone, e dopo campi.

Taiar ‘l fien che te dovevi andar a farlo su, far i muci
e dopo se iera bel ‘l giorno drio te gavevi da slargarli,
vigniva su ‘l temporal,
se te ieri drio a magnar cori par tornarli far su,
ciapar a biava, prima piantarla tuta a man, a biava,
un gran aa volta e dopo sapar e dopo interarla,
prima saparla e dopo darghe a tera.
Taiar ‘l formento, te ‘vevi ‘ndar a taiar ‘ndò che pasava a machina,
far un toco cussì e taiarlo a man parchè se no a machina pestava,
te gavevi a far, tiravi via un poche de spighe,
se no te rivavi te gavevi de ingroparle e ligar i fasinoti e butarli in parte,
dopo iera i cavalieri, te ieri drio magnar e vigniva su nuvoo,
via via ciapar a foia, ben se a se bagna no te pol più darghea,
se a meteva in pie soto ‘l portego,
dapartuto in pie se a ciapava quatro giosse.

Iera i campi larghi no so gnanca quanto,
parte par parte iera ‘na scoìna, pensa,
da lì del ponte de fero tute e do e polveriere piene de tera,
xe do polveriere là su i nostri campi
e ‘l bosco iera là da drio, finii i nostri campi iera ‘l bosco,
noialtri se gaveva tuto l’arsene da quea polveriera lì fin quealtra in fondo,
tute e legne drio l’arsene, cassie, frassene,
tute robe che ciapava, che te taiavi, se brusava fresche,
parchè par esempio l’orner no ciapava se no iera seco
invesse a cassia, ‘l frassene, quel ciapava.

Radicee te ‘ndavi via co’ me nona
che dopo a ‘na certa età i te meteva a far a giornata
insieme co’ a nona in cusina, pensa, poenta,
ea vardava la pignata del magnar, te gavevi da far a poenta,
te gavevi da preparar a toa, dopo pranso te gavevi da andar via,
curar e radicee, radicee e pavariel, ghe ne iera sui campi là,
sinquantin, biava quea che vien bassa,
poi te rivavi in casa te gavevi da lavarla, curarla,
te cercavi de curarla man man che te a cioevi su
ma iera sempre qualcossa, qualche foia dentro,
che se te curi e robe, anca a netarle benon,
ghe xe sempre qualcossa,
cragna, ta e robe, ghe ne resta sempre.

******

Tarassaco

Sarà che ho mangiato troppa polenta e fagioli,
patate, tarassaco, verze, alla mattina una pentola di verze,
si stava meglio di adesso,
finchè c’era la stagione delle verze mangiavi verze,
prima le si lessava e dopo le si metteve in pentola, sale e pepe,
prima che la polenta, quando butti la farina che fa quei ciuffi,
si metteva un mestolo di ciuffi, erano così buone, e dopo campi.

Tagliare il fieno che dovevi andare a raccoglierlo, fare i mucchi
e se il giorno dopo faceva bello dovevi allargarli,
veniva il temporale,
se stavi mangiando corri per ammucchiarli di nuovo,
prendere il mais, prima piantarlo tutto a mano, il mais,
un chicco alla volta e dopo zappare e dopo interrarlo,
prima zapparlo e dopo dargli la terra.
Tagliare il frumento, dovevi andare a tagliarlo dove passava la macchina,
fare un pezzo così e tagliarlo a mano, altrimenti la macchina pestava,
dovevi fare, toglievi un po’ di spighe,
se non ci riuscivi dovevi annodarle e legare le fascine e buttarle in parte,
dopo c’erano i bachi da seta, stavi mangiando e si annuvolava,
via via a prendere la foglia, se si bagna non puoi più dargliela,
la si metteva in piedi sotto il portico,
dappertutto in piedi se prendeva quattro gocce.

C’erano i campi larghi non so neanche quanto,
da una parte e dall’altra c’era un fosso, pensa,
da lì del ponte di ferro tutte e due le polveriere piene di terra,
ci sono due polveriere là sui nostri campi
e il bosco si trovava là dietro, finiti i nostri campi c’era il bosco,
noi avevamo tutto l’argine da quella polveriera lì fino a quell’altra in fondo,
tutta la legna dietro l’argine, cassie, frassini,
tutta roba che prendeva, che tagliavi, si bruciava fresca,
perché per esempio l’ontano non prendeva se non era secco
invece la cassia, il frassino, quello prendeva.

Tarassaco andavi via con mia nonna
che dopo una certa età ti mettevano a fare la giornata
assieme alla nonna in cucina, pensa, polenta,
lei badava alla pentola del mangiare, dovevi fare la polenta,
dovevi preparare la tavola, dopo pranzo dovevi andare via,
pulire il tarassaco, tarassaco e rosole, ce n’erano nei campi,
cinquantino, mais che cresce basso,
poi arrivavi a casa dovevi lavarlo, pulirlo,
cercavi di pulirlo mano a mano che lo raccoglievi
ma c’era sempre qualcosa, qualche foglia dentro,
che se pulisci le cose, anche lavandole bene,
c’è sempre qualcosa,
sporco, nelle cose, ce ne resta sempre.

*****

De quel che xe no manca ninte
:
Go ciolto un fià de late parché i Grego xe ‘ndai in ferie
no so dove, no me interessa,
go ciolto ‘l late go ciolto a marmeata go ciolto ‘l suchero, ‘l riso, pasta,
pan ghe ne xe là in basso, i me lo ga portà
l’altro giorno, dureto oramai,
pan e grisinati, quei col sesamo
me i tocio ta ‘l vin, un tocùt de formaio,
vustu un toco de grana? Varda in frigo, in alto,
ah no, no go gnanca formaio, ninte da darte
stamatina go dito vao fora invesse no gavevo voia
podevo verghe dito a Toni prima,
o se no meso pomo, su a credensa, meti so quel cortel,
te dago mi, usa ‘sto qua, a tovaia te sa,
primo caseto, te a tiri fora e te sposti e robe daa toa,
buta via e fregoe, parecia ben, bon apetito,
grassie che me o ga dito, se ga creansa che ‘l fii drito.
 :
Adesso me xe rivà a luce e ‘l teefono, otanta
e oto e qualcossa, quanti che ne gavemo ogi?
‘l metano ghe go da a to zia che me paghi,
dovaria rivar l’acqua e cossa dopo, l’afito, un bicer de vin?
Mi ciogo un bicer de vin, che vedemo che bicer che te ga lì
perché varda a butilia verta l’altra ieri
de boto no ghe ne xe più drento, meso bicer,
no te fa ben ‘l bianco cussì, gastu sa magnà?
‘Na fortaia, do carote, un fià de poro,
co’ ‘ndavo casa a far ‘na fatura cioevo sinque
formaggini par i fioi, mi e to nono magnavimo
radicio e radisee de do giorni, ieri gavevo taià ‘l radicio
fin fin ma iera massa, alora ogi ghe go messo un sucheto
e go passà tuto par far ‘na minestrina, varda,
minestra, verdura cota e do fetine de strachin, magnà ‘na naransa,
mi se me casca ‘sto dente qua no posso gnanca più
far meter a dentiera, qua soto ne go sol che un,
spendo pì schei pa’ i denti che no pa’ ‘l magnar.
 :
Andar via ghe vol schei, adess no te da gnanca più schei
cos che i te da adesso co’ che te va in posta? No te da più i schei
manco mal che son ‘ndaa tre ani in montagna.
 :
Mi no ‘ndaria né in aereo né in nave, gnanca no vao più caminar,
in ciesa sì, pian pian, vao via ae sinque e mesa, rosario,
ae sie e mesa xe messa, almanco ‘na volta
andavo in treno, montavo qua dismontavo a Torino
a Torino ciapavo ‘l treno andavo a Asti.
‘Na volta che gavevimo a combinasiòn de ‘ndar a Roma in squadra
lu ‘l va a lavorar in stasion, ‘ndava sui treni a lavorar,
mancava ‘l lavoro ghe mancava tuto, lu,
dopo ‘ndava portar i fioi in montagna su a, che dopo xe ‘l confin, xe ‘ndà lu sol.
Semo ‘ndai con don Giacomo, coriera piena,
iera anca a zia Gigia, ‘l zio Romoo,
indove che iera e cose dei soldai che xe morti,
insoma, smontemo da a coriera, lu ‘l parte coi omini,
va beverse a graspa, anca con don Giacomo
e e femene là, dopo co’ ‘l vien ghe digo Iera bona a graspa?
Ah sì scusa i me ga strassinàSì, ve gavè strassinà tuti quanti
go dito, ‘na volta che ‘ndemo via insieme.
Poi a pranso semo vignui so, iera prenotà ‘l pranso a Bassano
ierimo in tanti, lu ‘l xe là via e mi son qua via,
noi altre femene ierimo lì che ciacoavimo, spetavimo lori
mentre lori iera lì al banco a bever graspa, vemo spetà un toco
poi semo ‘ndai a veder che xe tute e tombe dei caduti, là,
e poi semo vignui so a pranso a magnar.
Bassano, fato un giro, fato e fotografie sul ponte,
mi, lu e Gildo Baestrieri e su muier e su fia,
e a Roma i me ga messo in camera co’ a fia de Baestrieri
parché iera…chi iereo? Che conosseva ‘l custode de a catedrale de Roma
ne ga portà in tanti posti, gavemo girà par tuto ‘l parco,
semo andai dentro anca su quel salon che xe tuti quei santi parte par parte
mi son restà incantada de l’erbeta, no te vedevi un frosto de erba diferente,
tuta compagna, tuta l’erbeta taiada tuta compagna,
che su i campi xe sempre ‘na margherita, xe altra erba che a vien su.
.
Ah Dio, e adesso no butavo ‘l riso su la tovaia
invesse che su ‘l piato, ah Signor,
‘na volta noi altri magnar i risi col late
portavimo a la muier del nonsolo
e poi se ‘ndava là a magnar de sera
sarà parché iera fame e nissun o faseva a casa.
Ninte, varda, no go ninte, me dispiase.
Vustu un do fideini? Li go anca spacai e varda che longhi
Ancora un fià de porcheta?
Dame ‘na fetina de pan, che ghe meto chi,
come iera a fortaia, bona? No pareva gnanca fortaia
taia ‘naltra fetina, no tanto, taia par de à, cussì, no, par longo, no,
par cussì, no tanto grossa
eh, massa, bon, finisso chi e poi basta.
:
Di quello che c’è non manca niente
:
Ho preso un po’ di latte perché i Grego sono andati in ferie
non so dove, non mi interessa,
ho preso il latte ho preso la marmellata ho preso lo zucchero, il riso, pasta,
pane ce n’è là in basso, me lo hanno portato
l’altro giorno, un po’ duro ormai,
pane e grissini, quelli col sesamo
li inzuppo nel vino, un pezzetto di formaggio,
vuoi un pezzo di grana? Guarda in frigo, in alto,
ah no, non ho neanche formaggio, non ho niente da darti
stamattina ho detto vado fuori invece non avevo voglia
avrei potuto chiedere a Antonio prima,
o se no mezza mela, sulla credenza, metti giù quel coltello,
te lo do io, usa questo, la tovaglia sai,
primo cassetto, la tiri fuori e spostati le cose dalla tavola,
butta via le briciole, apparecchia bene, buon appetito,
grazie per avermelo detto, se è ben educato che fili dritto.
 :
Adesso mi sono arrivate la luce e il telefono, ottanta
e otto e qualcosa, che giorno è oggi?
Il metano l’ho dato a tua zia che me lo paghi,
dovrebbe arrivare l’acqua e dopo cosa, l’affitto, un bicchiere di vino?
Io prendo un bicchiere di vino, vediamo che bicchiere hai lì
perché guarda la bottiglia aperta l’altro ieri
ancora un po’ e non ce n’è più dentro, mezzo bicchiere,
non ti fa bene il bianco così, hai già mangiato?
Una frittata, due carote, un porro,
quando andavo a fare i lavori di casa prendevo cinque
formaggini per i bambini, io e tuo nonno mangiavamo
radicchio e radici di due giorni, ieri avevo tagliato il radicchio
fino fino ma era troppo, allora oggi ho aggiunto una zucchina
e ho passato tutto per fare una minestrina, guarda,
minestra, verdura cotta e due fette di stracchino, mangiato un’arancia,
se mi cade questo dente non posso neanche più
far mettere la dentiera, qua sotto ne ho solo uno,
spendo più soldi per i denti che per mangiare.
 :
Per andare in giro ci vogliono soldi, adesso neanche te li danno più
cosa ti danno adesso se vai in posta? Non ti danno più soldi
meno male che sono andata tre anni in montagna.
 :
Io non andrei né in aereo né in nave, non vado neanche più a camminare,
in chiesa sì, piano piano, vado via alle cinque e mezza, rosario,
alle sei e mezza c’è la messa, almeno una volta
andavo in treno, montavo qua smontavo a Torino
a Torino prendevo il treno andavo a Asti.
Una volta che avevamo l’occasione di andare a Roma tutti insieme
lui va a lavorare in stazione, andava a lavorare sui treni,
mancava il lavoro gli mancava tutto, lui,
dopo portava i bambini in montagna su a, che dopo c’è il confine, è andato da solo.
Siamo andati con don Giacomo, corriera piena,
c’era anche la zia Luigia, lo zio Romolo,
dove c’erano le cose dei soldati che sono morti,
insomma, smontiamo dalla corriera, lui parte con gli uomini,
va a bersi la grappa, anche con don Giacomo
e le donne là, poi quand’è tornato gli dico Era buona la grappa?
Ah sì scusa mi hanno trascinatoSì, vi siete trascinati tutti quanti
ho detto, per una volta che andiamo via insieme.
Poi a pranzo siamo scesi, il pranzo era prenotato a Bassano
eravamo in tanti, lui laggiù e io quaggiù,
noi donne chiacchieravamo, aspettavamo loro
mentre loro erano al banco a bere grappa, abbiamo aspettato un pezzo
poi siamo andati a vedere le tombe dei caduti, là,
e poi siamo scesi a pranzo a mangiare.
Bassano, fatto un giro, fatte le fotografie sul ponte,
io, lui, Ermenegildo Balestrieri e sua moglie e sua figlia,
e a Roma mi hanno messo in camera con la figlia di Balestrieri
perché c’era…chi era? Che conosceva il custode della cattedrale di Roma
ci ha portato in tanti posti, abbiamo girato per tutto il parco,
siamo andati anche in quel salone dove ci sono tutti i santi da una parte e dall’altra
io sono restata incantata dall’erbetta, non vedevi un filo d’erba diverso,
tutta uguale, tutta l’erbetta tagliata tutta uguale,
che nei campi c’è sempre una margherita, altra erba che cresce di più.
 :

Ah Dio, e adesso non buttavo il riso sulla tovaglia
invece che nel piatto, ah Signore,
una volta per mangiare i risi con il latte
li portavamo alla moglie del sacrestano
e poi si andava là a mangiare alla sera
sarà perché c’era fame e nessuno li faceva in casa.
Niente, guarda, non ho niente, mi dispiace.
Vuoi un due spaghettini? Li ho anche rotti e guarda che lunghi,
ancora un po’ di porchetta?
Dammi una fettina di pane, che la metto qui,
com’era la frittata, buona? Non sembrava neanche frittata
taglia un’altra fettina, non tanto, taglia per di là, così, no,
per lungo, no, per così, non tanto grossa
eh, troppo, va bene, finisco qui e poi basta.

:

*********************

Giacomo Sandron è nato verso la fine dell’estate del 1979. Ha studiato Filosofia a Trieste. È membro dell’Associazione Culturale Porto dei Benandanti di Portogruaro (Ve) con la quale ha organizzato varie edizioni di Notturni Di_Versi – piccolo festival di poesia e delle arti notturne. Amante della poesia “dal vivo”, negli ultimi anni ha partecipato a numerose letture pubbliche, performance, poetry slam, iniziative culturali, festival, specialmente in Nord Italia, Austria, Slovenia e Portogallo. 

Suoi racconti sono apparsi sulla rivista Indobia – Mutazioni, pubblicata dall’associazione Gruppo Area di Ricerca con sede a Dobbia (Go) e nella raccolta 31 Piccoli Scatti & Scritti (Linea BN edizioni, 2011). Sue poesie sono presenti nella raccolta Prove. Scritti inediti (2006), all’interno delle quattro antologie poetiche Notturni Di_Versi (Nuovadimensione), sul numero XVI della rivista Argo. Id – la materia che amava chiamarsi umana (Cattedrale, 2010) e su diversi siti web tra cui Absoluteville e Nazione Indiana. 

Ha all’attivo un paio di plaquette: Triestitudine, autoprodotta nel 2007, e Cossa vustu che te diga, pubblicata nell’estate 2010 dall’Associazione Culturale Culturaglobale e ristampata nel 2012. È autore, assieme all’architetto Mauro Gentile, della trilogia di libri oggetto Germinal.

Nel 2012 si è aggiudicato il premio TeglioPoesia per la poesia in dialetto.