Giacomo Leopardi

Paolo Ottaviani, Gli infiniti (inedito)

di Nicolas Roerich

 

GLI INFINITI

“A che tante facelle?”
(Nel primo anniversario della morte di Stephen
Hawking e nel duecentesimo della nascita
de L’Infinito di Giacomo Leopardi)

Sempre care mi furono le valli
Che scendono e risalgono ondulate
Le inquiete schiene dei monti, cristalli
Svettanti all’orizzonte tra velate,

Pulviscolari raggiere, coralli
Nei tramonti di fuoco, irradiate
Nuvole assorte nei vari intervalli
Del cielo dove sono appena nate

Remotissime stelle. Qui, tra case
E ulivi, quelle ignote eppur emerse
Lampe non brilleranno, persuase,

Come le ambigue valli ora immerse
In una nebbia di luci inevase,
D’andar per gli infiniti vaghe e terse.

 

© Paolo Ottaviani

Di cosa parla Massimo Cacciari quando parla da Massimo Cacciari – di Stefano Brugnolo

Renzo e Azzecca-garbugli

Di cosa parla Massimo Cacciari quando parla da Massimo Cacciari: un esempio di malcostume intellettuale

di Stefano Brugnolo

 

Quanto dirò nasce dalla lettura di un articolo uscito su Repubblica del 7.8.2015. In realtà poi quel pezzo era l’anticipazione di un saggio uscito con il titolo Re Lear. Padri, figli, eredi (Edizione Saletta dell’uva, 2015). Non conosco quel libro e mi baserò solo sull’articolo. Leggendolo infatti non ho resistito alla tentazione di esprimere la mia irritazione. Intanto premetto che per me Massimo Cacciari vale qui solo come un esempio circa un modo poco responsabile di fare uso delle parole e dei pensieri. In secondo luogo aggiungo che quello che dirò, ammesso che interessi a qualcuno, non è certo ispirato da una attitudine anti-intellettualistica o anti-filosofica. No, a me piacciono tantissimo i discorsi complicati e difficili, ma pretendo poi che questi discorsi, per quanto difficili e complicati, mirino sempre ad essere intellettualmente onesti, mirino cioè a dire qualcosa di specifico, rendendosi comprensibili e criticabili. Parola per parola. Virgola dopo virgola. Massimo Cacciari costituisce invece l’esempio di qualcuno che quando scrive si sottrae a questi obblighi che per me sono di tipo etico soprattutto allorché qualcuno si pone nei confronti degli altri come un maestro di pensiero.
Dico poi subito che Massimo Cacciari (non sto parlando tanto del politico ma del filosofo) non mi ha mai convinto. Non mi convinceva né quando faceva il marxista-nietzschiano né adesso che dialoga con i teologi, parla d’angeli e discute come se niente fosse di trinità e transustanziazione. In definitiva mi sembra un pensatore nervoso, generico e confuso. Certo, ha letto un mucchio di libri, ma non li ha meditati a lungo e digeriti bene, e così alla fine non fa altro che echeggiare le idee degli altri, senza elaborarle originalmente e coerentemente. Non riconosco in lui una linea di pensiero ben definita e articolata ma tante suggestioni e echi poco amalgamati. Può parlare e letteralmente parla di tutto in totale spregio della specializzazione del lavoro intellettuale che imporrebbe di parlare solo di questioni di cui ci si è presi a lungo cura. Lui no, crede di poter dire la sua su non importa che e chi. E badate non è una esagerazione, ve ne rendete conto subito se date un occhio ai suoi titoli: ci trovate di tutto, e altro ancora. La convinzione credo è quella secondo cui se si è filosofi, e magari filosofi di genio, si possa speculare su qualunque fenomeno o aspetto del mondo, della vita, dell’essere. Ma non è vero, i filosofi moderni sempre più si consacrano a questioni specifiche di cui divengono esperti. Se ci si dedica a filosofare sulla politica, per esempio, non è detto che poi si pretende di speculare con identica cognizione di causa intorno alla morale, alla religione, alla storia, alla scienza, all’arte, alla letteratura, all’economia, all’architettura, alla mente, alla moda, al linguaggio, alla natura, eccetera. Conosco per esempio un filosofo americano, Arthur Danto, che nel corso del tempo ha dato notevoli contributi filosofici sull’arte moderna, per esempio sulla Pop Art come momento di svolta nel modo di concepire l’arte in Occidente. Danto è ritornato tante e tante volte su queste questioni, approfondendole e variandole, e in effetti a leggerlo si impara molto. Insomma quel filosofo come molti di noi cerca il generale concentrandosi però sul particolare. Ma va da sé che filosofi dalla vocazione generalista come Cacciari sentirebbero come troppo stretta una simile gabbia e che a loro piace pronunciarsi sul grande, sulle questioni prime e ultime. Il prezzo però che si paga allorché si fa questo è la genericità e la vacuità. E infatti quasi mai una proposizione di Cacciari o una sua serie di proposizioni mi sono sembrate affermare qualcosa di specifico e pregnante, degno cioè di essere discusso seriamente e a lungo. Le sue mi paiono quasi sempre words words words. Parole che ti cadono addosso e che ti travolgono come una slavina. Che magari ti imbambolano ma che non diventano mai una vera e propria argomentazione compiuta. Non è neanche che uno non sia d’accordo è che le sue affermazioni non sono del tipo di quelle che è possibile valutare per poi dichiararsi in accordo o in disaccordo. Più che proporre delle tesi mi pare che miri a suggestionare chi legge. Per darvi una idea di quel che intendo cito quasi a caso un passo:

Ma il Mare – che cosa ri-vela [sic] questo suo nome, questo nome, Mare, che il Greco ignorava? Lo ignorava forse proprio perché proveniente dalla radice “mar”, che indica il morire, dal sanscrito “maru”, che significa l’infecondo deserto? O non ci verrà esso, piuttosto, proprio dal ‘fondo’ mediterraneo, pelsagico? Mare è l’ebraico “mar”, è l’accadico “marru”: è il sapore salmastro di “Thàlassa”. E’ l’amaro della sua onda. È l’antico, mediterraneo nome di “hàls”.

Ora, vi chiedo è una parodia di Massimo Cacciari o è proprio Massimo Cacciari? …Vorrei potervi dire che è una parodia ma invece no: è proprio Massimo Cacciari, dal suo libro Arcipelago. È Massimo Cacciari al suo meglio, cioè al suo peggio. Chi legge Massimo Cacciari si sente un po’ come si sente Renzo con Azzecca-garbugli: mentre quello «mandava fuori tutte quelle parole» Renzo lo «guardava con un’attenzione estatica, come un materialone che sta sulla piazza e guarda al giocator di bussolotti, che, dopo essersi cacciata in bocca stoppa e stoppa e stoppa, ne cava nastro e nastro e nastro, che non finisce mai.» Insomma, ci si sente spaesati ma anche incantati, stupefatti. Uno non sa bene di cosa esattamente si stia parlando, ma certo se ne sta parlando “alla grande”. Molti escono come storditi, piacevolmente ubriachi da queste immersioni nei discorsi di Massimo Cacciari, ma quasi mai saprebbero riassumervi il contenuto di quei discorsi. E in effetti se poi si va a vedere un poco più da vicino le cose che ha “veramente” detto allora l’incanto viene meno e subentra l’incredulità, il sospetto. Uno per esempio si aspetta che lui ci “riveli” finalmente cosa mai significhi questo magico termine: mare… Anche perché ha posto la domanda in quel modo enfatico, salmodiante: «Mare – che cosa rivela questo suo nome, questo nome, Mare?» E invece si trova a confrontarsi con una valanga di etimologie più o meno fasulle. Certo non sono pochi i filosofi che hanno giocato con le etimologie, e tra tutti vorrei ricordare il grande guru Martin Heidegger, che già se ne infischiava un bel po’ della loro attendibilità ma ecco qui Cacciari si rivela davvero una specie di imitatore acrobatico dell’oracolare ma austero Martin. E’ una specie di carnevale etimologico il suo. Si parte da etimologie magari fors’anche probabili per arrivare ad altre puramente immaginarie, basate quasi solo su assonanze, suggestioni vertiginose. E si tenga presente che molte di queste sue immaginarie etimologie gli provengono, come rivendica lui stesso proprio in Arcipelago, da Giovanni Semerano, un indoeuropeista largamente screditato dalla comunità scientifica (ma pregiatissimo da filosofi come Severino e Galimberti…). Prima di continuare con Cacciari fermiamoci un momento su questo Giovanni Semerano. Ecco un esempio del suo modo di procedere preso in prestito da Wikipedia.
Allora, in un suo libro Semerano considera il termine Ápeiron (ἂπειρον), parola centrale nella filosofia di Anassimandro. Questo filosofo definisce l’elemento da cui hanno origine tutte le cose, il loro principio (in greco antico arkhé) con il termine àpeiron, che abitualmente viene ritenuto costituito da a- privativo (“senza”) e da péras (“determinazione”, “termine”) e tradotto pertanto come “indeterminato” o “infinito”. Ora, Semerano riconduce invece il termine al semitico ‘apar, corrispondente al biblico ‘afar e all’accadico eperu, tutti vocaboli che significano “terra”. Non sono in grado naturalmente di intervenire sul merito della questione, anche se mi confonde un po’ questa catena di somiglianze per cui da un termine greco si passa a uno semitico (e biblico) e poi a uno accadico. Mi sembra da profano qual sono una strana accozzaglia. Massimo Cacciari che a quanto pare se ne intende molto più di me di tali questioni nella prefazione a un libro intitolato alla Dicotomia indoeuropeisti-semitisti (La Finestra Editrice, 2018) così descrive il metodo di Semerano: «si tratta di rilevare il meticciamento continuo tra distinti e opposti come il fattore fondamentale di ogni storia o destino. Forte di questo metodo, Semerano compie innumeri e decisive scoperte». Ancora una volta risulta per me del tutto sibillino il corsivo finale, ma lasciamo perdere questi vezzi. Quel che mi allarma è questa idea del «meticciamento continuo tra distinti e opposti». Io non so come vada «in ogni storia e destino» ma credo che quando si tratta di fare delle osservazioni scientifiche sarebbe meglio non meticciare (e cioè confondere) gli opposti e i distinti. O no? Però appunto siccome non sono un esperto né di indoeuropeo, né di accadico, né di etimologia, magari qualcosa mi sfugge e perciò passo la parola al glottologo competente, al mio amico Francesco Rovai che lui sì se ne intende, ed ecco cosa mi dice a questo proposito:

In tutte le sue ricerche etimologiche e dedicate alla ricostruzione dei rapporti di parentela linguistica, Semerano si basa unicamente, come qui, sul criterio dilettantistico della somiglianza formale: il greco ‘ápeiron’ somiglia all’accadico ‘eperu’, dunque possono essere messi in relazione. La mera somiglianza formale non è però un criterio valido per la ricerca etimologica. Non solo non è un criterio sufficiente (il latino ‘habere’ e il tedesco ‘haben’, nonostante le evidenti similarità di forma e significato, NON SONO etimologicamente connessi), ma non è neppure necessario (il latino ‘decem’ e il gotico ‘taíhun’ “10”, a dispetto dell’evidente difformità, SONO etimologicamente connessi).

Il che mi conferma in quella mia idea che quel meticciamento continuo di parole corrisponda a una metodologia confusa che produce risultati sensazionali ma destituiti di fondamento. Comunque, lasciamo perdere per un momento questo aspetto su cui poi ritornerò, ecco adesso le conclusioni a cui arriva Semerano sulla base delle sue scoperte: il noto frammento di Anassimandro, in cui si dice che tutte le cose provengono e ritornano all’àpeiron (e cioè all’infinito), non si riferirebbe ad una concezione filosofica dell’infinito, ma ad una concezione di “appartenenza alla terra”, che si ritrova nel testo biblico: “polvere sei e polvere ritornerai”. E non è finita, sempre sulla base di questa scoperta, Semerano rilegge tutto lo sviluppo della filosofia greca riconducendo la filosofia presocratica essenzialmente ad una fisica corpuscolare, che accomunerebbe tra gli altri Anassimandro, Talete e Democrito. L’intera vicenda della nascita della filosofia greca non viene vista come una miracolosa isola di razionalità, ma come parte integrante di una più estesa e antica comunità umana che comprende anche la Mesopotamia, l’Anatolia e l’Egitto. Ripeto le basi su cui Semerano arriva a questa conclusioni sono a quanto pare fasulle ma non è questo quello su cui vorrei soffermarmi ora; vorrei invece riflettere proprio sulla mania di spiegare certe grandi svolte storiche sulla base di una o due etimologie. Anche se quelle etimologie non fossero così fantasiose come sono, non è comunque che tu puoi riscrivere la storia del mondo sulla base di queste tue presunte scoperte. Se davvero c’è, mettiamo, una consonanza tra cultura greca, mesopotamica, ebraica ecc. ciò dovrebbe risultare da una serie di altri indicatori. Non da una improbabile etimologia. Ripeto qui non mi importa tanto stigmatizzare che Cacciari Severino Galimberti non tengano alcun conto del giudizio che gli specialisti hanno portato su Semerano (evidentemente credono di saperla più lunga di quelli), quel che mi importa è l’idea che si possa pretendere di decidere questioni di così grande portata con qualche sciabolata etimologica. E mi importa segnalare anche un’altra cosa a cui qui accenno soltanto: Semerano è il tipico rappresentante di un pensiero “ribaltante”, e cioè di un pensiero che ribalta quanto tutti gli altri studiosi hanno finora sostenuto, dimostrando (si fa per dire) che si tratta di una sequela di errori, di fraintendimenti che nessun altro prima avrebbe notato. Chiamiamola anche la sindrome del velo di Maia, o meglio dello squarciamento di un velo che fino ad ora impediva di vedere le cose come stanno. Questo dispositivo di pensiero assomiglia molto a quello dei cosiddetti complottisti, quelli cioè che dicono che una certa verità (enorme, scandalosa, ecc.) è stata colpevolmente occultata, e che essa va finalmente svelata e raccontata alle genti. E infatti il libro dove Semerano ha proposto questa interpretazione si intitola L’infinito: un equivoco millenario (pubblicato, ahimé, da Einaudi). Cioè, in altre parole, per secoli e secoli siamo vissuti dentro un equivoco e abbiamo continuato a credere che ápeiron significava indeterminato o infinito ed ecco che a un certo punto è arrivato Semerano che, da solo, ha finalmente dissipato quell’equivoco, rivelando così l’altra verità, quella “veramente vera”. Lo so che posso sembrare pesantemente ironico ma quel che qui sto dicendo è che al di là di altre considerazioni occorre diffidare di rivelazioni così strabilianti che non si connettono al lavoro paziente degli altri studiosi, che con un colpo solo risolvono nodi intricati, questioni difficilissime.
Ma ritorniamo al passo sopra citato di Cacciari. Come si vede già al primo sguardo Cacciari qui sta usando alla sua maniera Semerano e le competenze “accadiche” di quello, e anzi si direbbe che lui rincara la dose, abbandonandosi a una vera orgia di meticciamenti semantici. Come reagire davanti a passi come questo? Sta forse Massimo Cacciari propugnando una tesi basata su argomenti razionali e magari “condita” di suggestive analogie? No, io direi che tutto il suo discorso è un flusso continuo di immagini, e che dunque esso si dà come un discorso puramente analogico, poetico, ipnotico. Non è la correttezza dell’argomentazione e dell’informazione che conta, ma appunto la presunta brillantezza delle immagini proposte. Si veda quando scrive che la parola mare ci verrebbe da un ‘fondo’ mediterraneo, pelasgico? Cosa cavolo intende dire Massimo Cacciari quando parla di “fondi pelasgici” da cui, come Venere dalle acque, sarebbe emersa quella parola? Mah, lasciamo perdere per ora. E anche in questo caso ricostruiamo il metodo: l’idea di fondo è quella secondo cui se tu risali alle presunte origini di una parola risali anche alle origini, all’essenza del concetto, e anzi risali dal nome alla cosa stessa (è come se nella parola mare Cacciari sentisse il gusto amaro, salmastro del sale…). In questo Cacciari è ancora un tardo epigono di Heidegger che più di altri ha preteso che le etimologie potessero condurre alla verità. In realtà questo è un atteggiamento magico, iniziatico, infantile in senso letterale, perché sono i bambini che pensano che nomina sunt consequentia rerum. I bambini e i poeti, certo, i quali ultimi però se lo possono permettere perché programmaticamente giocano con le parole. Ma i filosofi dovrebbero invece avere un atteggiamento più responsabile verso le parole, e per esempio dovrebbero sapere che il significato di una parola non sta certo nella sua presunta origine, ma nella sua storia, nella sua evoluzione, nell’uso che le comunità ne hanno fatto nel tempo, negli accordi che gli uomini prendono circa il loro significato.
Il grande poeta Gioacchino Belli ci ha lasciato uno straordinario ritratto di questi apprendisti stregoni dell’arte etimologica e non resisto alla tentazione di proporvela:

Agli etimologisti

Se il senso vuoi scavar di pellegrina
voce scabretta che ti guardi bieca,
tolto un pezzuolo di radice greca
pestal con mezza sillaba latina.

Ivi all’uopo con giusta disciplina
altri strani caratteri interseca;
e l’ebraico e ‘l siriaco in mezzo reca,
né ti scordar de la caldaica mina.

E allor che il tuo vocabolo disposto
ti cominci a pigliar buona figura,
se ti sturba alcunché mutagli posto.

Per tal modo ogni onesta creatura
può spiegare un oracolo nascosto
e nel cerchio trovar la quadratura.

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David Cappella: Sonetti da “Giacomo, a Solitaire’s Opera”

 

DAVID CAPPELLA

Sonetti 35, 36, 37, 38, 39 da

Giacomo: a Solitaire’s Opera

Traduzione di Angela D’Ambra

 

 

Note to the Reader

Giacomo: A Solitaire’s Opera is a “natural opera.” That is, it is the emotional arc of a poet’s life rendered in poetry. The sequence is divided into three acts much like a formal opera. Giacomo is loosely based on the life of the Italian poet, Giacomo Leopardi. His life, fraught with emotional and physical pain, did not stop him from writing some of the most exquisite lyrical poetry of his age, of all time. His view of human nature, of mankind in general was dark, but this was not necessarily because he was physically misshapen, though some think that is the case. Whatever his view of humanity or whatever his emotional and physical pain, Leopardi demonstrated great courage in the face of adversity while his poetry transcended his life.
Though the emotional life of Giacomo follows the life of Leopardi, his voice is, most assuredly, not Leopardi’s. The voice of Giacomo is the consciousness of a poet living his life. He is the artist navigating the world. Giacomo: A Solitaire’s Opera is not an historical or a biographical document.

 

Nota per il lettore

 Giacomo: A Solitaire’s Opera è una “opera naturale”. In altri termini, è l’arco emotivo della vita di un poeta reso in poesia. La sequenza è divisa in tre atti molto simili, formalmente, a un’opera. Giacomo è liberamente ispirato alla vita del poeta italiano Giacomo Leopardi. La sua vita, carica di dolore emotivo e fisico, non gli impedì di scrivere alcune fra le più squisite liriche del suo tempo, di tutti i tempi. La sua visione della natura umana, dell’umanità in generale, era cupa, ma ciò non è necessariamente un portato della sua deformità fisica, sebbene alcuni lo credano. Quale che fosse la sua visione dell’umanità, o il suo tormento emotivo e fisico, Leopardi dimostrò grande coraggio di fronte alle avversità e intanto la sua poesia ne trascendeva la vita.
Sebbene la vita emotiva di Giacomo segua la vita di Leopardi, la sua voce, non è certamente quella di Leopardi. La voce di Giacomo è la coscienza di un poeta che vive la sua vita. Egli è l’artista che naviga nel mondo. Giacomo: A Solitaire’s Opera non è un documento storico o biografico

 

XXXV.
Giacomo at odds with the world 

Shame is standing in an empty hallway.
Shame is standing in the hallway, aghast
as words scorify your heart, acid words
of a husband who does not want you
paying a call on the lady, his wife.
I did enter, and I was most polite,
though I vowed never to enter again.
I stand outside; I observe the movements
of people inside, their busy gestures
dancing a two-step with the foreign smiles
of listeners in the warmth of food and wine.
A baleful lingering coils around me,
a thick vine that strangles thin hope.
I am nothing – without love, without love.

XXXV.
Giacomo in rotta con il mondo

Lo scorno sta in piedi in un atrio vuoto.
Lo scorno se ne sta nell’atrio, basito
mentre parole ti scorificano il cuore, parole acri
di un marito che non vuole che tu
renda visita alla dama, sua moglie.
Entrai però, e fui oltremodo garbato,
malgrado il voto di non entrare più.
Resto fuori; osservo i movimenti
della gente dentro, i loro gesti animati
nel danzare una polca con sorrisi estranei
di ascoltatori nella vampa di cibo e vino.
Un bieco indugio mi serpeggia attorno,
un fitto rampicante che strozza esile speme.
Sono niente – senza amore, senza amore.

 

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Fabrizio Buratto, Parliamone (di C. Tosetti)

Fabrizio Buratto
Parliamone
LietoColle 2017

Recensione di Carlo Tosetti

 

 

Il titolo del libro di Fabrizio Buratto, Parliamone (LietoColle, 2017) potrebbe ingannare il lettore, bonariamente.
Certo è assente ogni intento di raggiro; lungi da me farvi pensare di trovarci di fronte ad un libro “truffa”, che – per essere esplicito – deluda le aspettative: no. Niente di tutto ciò.
Si è affacciata in me la sensazione che questo “parliamone” non sia un invito al confronto, alla tenzone dialettica, ma sia più vicino alla nota espressione infarinata di sarcasmo, diffusa nel comune linguaggio, con la quale – implicitamente – si esprime il disaccordo nei confronti delle idee dell’interlocutore, il tutto espresso in un linguaggio diretto, tagliente e soprattutto ironico.
Il mio incerto pensiero trova una stampella nel titolo della sua tesi di laurea in Storia (Università di Genova): Fantozzi, maschera dell’Italia contemporanea, tesi poi pubblicata da Lindau nel 2003.
Per onestà: io non ho letto la tesi, benché, ora, l’avere notizia della sua pubblicazione mi incuriosisce non poco; domando: cosa ha realizzato il compianto Paolo Villaggio attraverso il suo correlato cinematografico?
La tesi di Buratto, naturalmente, credo voli alta rispetto alla mia striminzita riflessione, tuttavia ritengo si sia tutti consapevoli del fatto che Fantozzi ci abbia efficacemente mostrato, in modo eccessivo, caricaturale, l’ignobiltà del nostro paese, le nostre bassezze, la nostra volgarità, inscenate nell’ambiente del terziario, ambiente il quale – allora – rappresentava un punto d’arrivo per i lavoratori, un’occupazione privilegiata rispetto alla dura esistenza della catena di montaggio o dell’aratura delle campagne.
Quindi, per tornare alla raccolta poetica, Buratto, con un’impostazione logica, potrei dire sillogistica, delle poesie e dalla presenza “verticistica” di una filosofia, impasto di ragione e scienza, ci consegna un esplicito invito a ragionare sulle contraddizioni minori e maggiori della nostra società, con un taglio molto ironico, sarcastico e molto personale. Non nasconde le sue idee.
Ne deriva una lettura divertente: non posso negare che questo libro mi abbia strappato dei sani e sinceri sorrisi, anche in alcuni componimenti che mi trovano distante dal pensiero dell’autore, nelle sue graziose dissacrazioni.
La poesia d’introduzione, senza titolo ed extra-raccolta, ci introduce senza tentennamenti nel Buratto-pensiero.
Vi faccio notare che la poesia, nel suo taglio ironico, incapsula diverse citazioni filosofiche, letterarie, storiche e cinematografiche; ciò non è secondario nello stile dell’autore, in quanto una lettura responsabile del libro obbligherebbe (sanamente, aggiungo) a sfogliare dizionari ed enciclopedie e sarebbe un grave errore immaginare che l’ironia, la giocosità di questo libro non abbiano quale substrato un’ampia cultura da cui attingere.

                    Finalmente la risposta:
                                            Google
                            motore immobile
                         che pensa se stesso
                                        pensante.
                            Dimmi, o Google
         l’indiriss di dove devo andare
          cosa danno al cinema Gloria
          quando è morto il tal dei tali
      a chi ha dato i natali Pastrengo
            da dove vado e dove vengo.
                                      Ah, saperlo
         l’algoritmo che può prevedere
                           i miei spostamenti
                             i miei sentimenti
                                le mie ricerche
                          del tempo perduto.
                 Parola chiave: “ti prego”
                                         o Google
                  dimmi che farò domani
                                 così che possa
                         lavarmene le mani. (altro…)

L’infinito, Leopardi e le versioni poetiche di Tusiani e Rilke

Il panorama visto dal colle dell’Infinito

 

A 220 anni dalla nascita di Giacomo Leopardi, proponiamo il testo originale del XII dei suoi Canti, L’infinito, e due versioni, rispettivamente in inglese e in tedesco, nate dalla penna di due poeti, Joseph Tusiani e Rainer Maria Rilke, che alla loro traduzione donano note molto originali.

Sempre caro mi fu quest’ermo colle,
e questa siepe, che da tanta parte
dell’ultimo orizzonte il guardo esclude.
Ma sedendo e mirando, interminati
spazi di là da quella, e sovrumani
silenzi, e profondissima quïete
io nel pensier mi fingo, ove per poco
il cor non si spaura. E come il vento
odo stormir tra queste piante, io quello
infinito silenzio a questa voce
vo comparando: e mi sovvien l’eterno,
e le morte stagioni, e la presente
e viva, e il suon di lei. Così tra questa
immensità s’annega il pensier mio:
e il naufragar m’è dolce in questo mare.

Giacomo Leopardi

 

Infinity

Fond I was ever of this lonely hill,
And of this edge, that from my view conceals
The farthest limit of the firmament.
But, sitting here and gazing, I can feign,
Far and beyond it, still unbounded space,
And an unearthly silence, and the deepest
Quietude where my very heart is nearly
Frightened. And as this moment I perceive
The wind around me rustling through these trees,
To that unending silence soon I liken
The passing of its voice: eternity
I so recall, and all the seasons dead,
And with this lively stir the present one.
Founders in such immensity my mind,
And drowning in this sea is sweet to me.

versione poetica di Joseph Tusiani
(edizione di riferimento: Joseph Tusiani, L’arte della traduzione poetica. Antologia e due saggi. A cura di Cosma Siani, Edizioni Cofine, Roma 2014, p. 89)

 

L’infinito von Leopardi
Übertragen von Rainer Maria Rilke

Immer lieb war mir dieser einsame
Hügel und das Gehölz, das fast ringsum
Ausschließt vom fernen Aufruhn der Himmel
Den Blick. Sitzend und schauend bild ich unendliche
Räume jenseits mir ein und mehr als
Menschliches Schweigen und Ruhe vom Grunde der Ruh.
Und über ein Kleines geht mein Herz ganz ohne
Furcht damit um. Und wenn in dem Buschwerk
Aufrauscht der Wind, so überkommt es mich, daß ich
Dieses Lautsein vergleiche mit jener endlosen Stillheit.
Und mir fällt das Ewige ein
Und daneben die alten Jahreszeiten und diese
Daseiende Zeit, die lebendige, tönende. Also
Sinkt der Gedanke mir weg ins Übermaß. Unter-
Gehen in diesem Meer ist inniger Schiffbruch.

versione poetica di Rainer Maria Rilke
(edizione di riferimento: Gabriella Rovagnati, “L’infinito e gli infiniti. Alcune versioni tedesche del XII canto di Leopardi fra il tardo Ottocento e il primo Novecento”, in M. Ponzi (a cura di), Spazi di transizione, Mimesis, Milano 2008, p. 243)

ProSabato: Michele Mari, Io venía pien d’angoscia a rimirarti

9 febbraio 1813

Se il mio signor Padre sapesse che sono ormai alcune settimane ch’io vo disertando la Santissima Scrittura del Diodati per attendere a coteste carte, oh allora sì che sarei servito! Quanto alla signora Madre, nemmen oso pensare al tremendo castigo cui mi serberebbe, chè certo saprebbe scovarne uno buono de’ suoi! Ma in cotesta casa è sempre andato e sempre andrà che si debba vivere come sorvegliati da’ birri, e che non s’abbia pace neanche nel chiuso della propria stanza.
Tardergardo sta studiando in Biblioteca. Dover tener celati cotesti fogli anche a’suoi occhi è un affanno che si aggiunge al precedente, a tacer che osservarlo cosìun po’ da lungi, e secretamente (io che gli ho sempre aperto le porte del mio cuore, fidandomi seco non come a un fratello, ma come a un altro me stesso), m’equivale a carpirne la fede, e a far di me un terzo birro che s’aggiri per casa. Ma come svelargli il mio animo, senza distruggere lo scopo della mia osservazione? Se l’oggetto di questa non è altri che lui, e il suo comportamento sempre più strano da qualche tempo in qua? o infingere, simulando, e tradirlo, e rinunciare a giovargli, non se ne esce. Sento de’ passi. Addio.

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«Tutte le poesie 1971-2017» di Biancamaria Frabotta (rec. di G. Ghiotti)

frabotta«Tutte le poesie 1971-2017» di Biancamaria Frabotta

di Giorgio Ghiotti

 

Le raccolte complete di poesie di un autore hanno, di male, il rischio di far perdere una certa scansione temporale, una distanza “naturale” all’interno del percorso poetico tra una fase (una raccolta) e l’altra; hanno di bene, invece, molto di più, riuscendo a restituire in maniera unitaria il senso di una “storia lirica”.
Tutte le poesie 1971-2017 di Biancamaria Frabotta (Mondadori, 2018) raccoglie quasi cinquant’anni di attività di una poetessa che, fin dagli esordi, si è distinta per la sua lucidissima capacità di osservazione dei fenomeni tutti del mondo – umani, animali, celesti, terrestri, persino “ultraterrestri”. Lo sguardo è stato per Frabotta il primo senso attivo, prima ancora dell’ascolto o del tatto. Nella poesia dell’85, Miopia, leggiamo «Mi presti i tuoi occhi per guardarti?» e a distanza di più di quarant’anni, nella Materia prima, nell’occhio ancora – più che mai – «vi entrava la vita, vi s’addentrava.» Quando non è un occhio a vegliare, è un senso più antico, risalente, e quasi connaturato al poeta, che vigila anche nel sonno per sé e per l’altro, come nel caso delle poesie coniugali della Pianta del pane. Non credo sia un caso che il lavoro d’apertura all’esperienza di scrittura di questa poetessa sia stato un libro intitolato Donne in poesia, vero e proprio osservatorio della poesia femminile italiana che si spingeva già allora, grazie alle sensibili antenne di una studiosa-poeta, a considerare (e “storicizzare” in un’antologia) poetesse al loro esordio quali Cavalli e Lamarque. Se questo è stato possibile – così come è stato possibile per Frabotta assegnare tesi di laurea su poeti viventi in piena attività – è perché, come ha osservato Alessandro Giammei in un luminoso articolo, ci troviamo di fronte a una poetessa che tratta il contemporaneo come qualcosa di molto serio e riesce ad essere a sua volta contemporanea «senza banalmente rispondere alle contingenze» (“il Manifesto”, 6 aprile 2018). È quel che fa Frabotta, poeta che intrattiene una singolare relazione col proprio tempo, che, come scrive Giorgio Agamben, «aderisce a esso e, insieme, ne prende le distanze.» In questa leggera discronia fra il tempo e il soggetto (quello che Barthes ha chiamato l’«intempestivo», mutuandolo dall’«inattuale» nietzschiano) si pone l’occhio del poeta, Per questa sua natura, la poesia di Biancamaria Frabotta non è estranea a un carattere che definirei civile, e che, dialogando col suo tempo, ne scorge insieme alle luci le ombre. In questo senso, il volume di recente uscita per “Lo Specchio” Mondadori è testimonianza di una voce che, dagli esordi poetici, ha fissato negli occhi il suo secolo come nella poesia di Mandel’štam, vek, il cui doppio significato (secolo, appunto, ed epoca) rivela la presenza attiva, ma quasi mai risolutiva, del poeta dentro la storia, pagando la sua contemporaneità con la vita – e il Novecento è il secolo che lo testimonia, tragicamente, meglio. (altro…)

‘Dialogo di un venditore d’almanacchi e di un passeggere’ di Giacomo Leopardi. Con una nota critica di Chiara Pini

Vend.  Almanacchi, almanacchi nuovi; lunari nuovi. Bisognano, signore, almanacchi?
Pass.   Almanacchi per l’anno nuovo?
Vend.  Sì signore.
Pass.   Credete che sarà felice quest’anno nuovo?
Vend.  Oh illustrissimo sì, certo.
Pass.   Come quest’anno passato?
Vend.  Più più assai.
Pass.   Come quello di là?
Vend.  Più più, illustrissimo.
Pass.   Ma come qual altro? Non vi piacerebb’egli che l’anno nuovo fosse come qualcuno di questi anni ultimi?
Vend.  Signor no, non mi piacerebbe.
Pass.   Quanti anni nuovi sono passati da che voi vendete almanacchi?
Vend.  Saranno vent’anni, illustrissimo.
Pass.   A quale di cotesti vent’anni vorreste che somigliasse l’anno venturo?
Vend.  Io? non saprei.
Pass.   Non vi ricordate di nessun anno in particolare, che vi paresse felice?
Vend.  Non in verità, illustrissimo.
Pass.   E pure la vita è una cosa bella. Non è vero?
Vend.  Cotesto si sa.
Pass.   Non tornereste voi a vivere cotesti vent’anni, e anche tutto il tempo passato, cominciando da che nasceste?
Vend.  Eh, caro signore, piacesse a Dio che si potesse.
Pass.   Ma se aveste a rifare la vita che avete fatta né più né meno, con tutti i piaceri e i dispiaceri che avete passati?
Vend.  Cotesto non vorrei.
Pass.   Oh che altra vita vorreste rifare? La vita ch’ho fatta io, o quella del principe, o di chi altro? O non credete che io, e che il principe, e che chiunque altro, risponderebbe come voi per l’appunto; e che avendo a rifare la stessa vita che avesse fatta, nessuno vorrebbe tornare indietro?
Vend.  Lo credo cotesto.
Pass.   Né anche voi tornereste indietro con questo patto, non potendo in altro modo?
Vend.  Signor no davvero, non tornerei.
Pass.   Oh che vita vorreste voi dunque?
Vend.  Vorrei una vita così, come Dio me la mandasse, senz’altri patti.
Pass.   Una vita a caso, e non saperne altro avanti, come non si sa dell’anno nuovo?
Vend.  Appunto.
Pass.   Così vorrei ancor io se avessi a rivivere, e così tutti. Ma questo è segno che il caso, fino a tutto quest’anno, ha trattato tutti male. E si vede chiaro che ciascuno è d’opinione che sia stato più o di più peso il male che gli è toccato, che il bene; se a patto di riavere la vita di prima, con tutto il suo bene e il suo male, nessuno vorrebbe rinascere. Quella vita ch’è una cosa bella, non è la vita che si conosce, ma quella che non si conosce; non la vita passata, ma la futura. Coll’anno nuovo, il caso incomincerà a trattar bene voi e me e tutti gli altri, e si principierà la vita felice. Non è vero?
Vend.  Speriamo.
Pass.   Dunque mostratemi l’almanacco più bello che avete.
Vend.  Ecco, illustrissimo. Cotesto vale trenta soldi.
Pass.   Ecco trenta soldi.
Vend.  Grazie, illustrissimo: a rivederla. Almanacchi, almanacchi nuovi; lunari nuovi.

Testo di riferimento: G. Leopardi, Operette Morali, a cura di C. Galimberti, Guida Editori, Napoli, 1988

Di questo dialogo colpiscono la modernità e la distaccata ironia con cui Leopardi affronta il tema della felicità e del futuro. L’autore smaschera l’ingenuità di ogni essere umano, così fragile e indifeso dinanzi alle incognite dell’esistenza: scardina quel patto di non belligeranza tra noi e l’ignoto e lo fa con garbo e delicata superiorità.
Non vi sono altre interpretazioni se non quella lasciataci dall’autore stesso nello Zibaldone in data 1 luglio 1827:

   «Io ho dimandato a parecchi se sarebbero stati contenti di tornare a rifare la vita passata, con patto di rifarla né più né meno quale la prima volta. L’ho dimandato anco sovente a me stesso. Quanto al tornare indietro a vivere, ed io e tutti gli altri sarebbero stati contentissimi; ma con questo patto, nessuno (…) Che vuol dire questo? Vuol dire che nella vita che abbiamo sperimentata e che conosciamo con certezza, tutti abbiam provato più male che bene; e che noi ci contentiamo ed anche desideriamo di vivere ancora, ciò non è che per l’ignoranza del futuro e per un’illusione della speranza, senza la quale illusione e ignoranza non vorremmo più vivere, come noi non vorremmo rivivere nel modo che siamo vissuti.»

Tuttavia, il tema viene proposto con leggerezza, attraverso una prosa agile e ben modulata e una circolarità ritmica che dona respiro: il passeggere, alter ego di Leopardi, smaschera la vacuità di colui che più dovrebbe conoscere l’essenza della propria merce, il venditore. Il passeggere, con metodo ermeneutico, accende una luce di consapevolezza nel proprio misero interlocutore, che si lascia ingenuamente guidare nella riflessione, fino a rimanere schiacciato dalle incalzanti domande del passeggere filosofo e a trasformare una certezza del futuro in dubbiosa speranza. Ma se il venditore rimane confuso e disorientato, il passeggere sa bene di non poter procedere oltre nella riflessione non solo per il limite del senso comune, così ben interpretato dal venditore di almanacchi, ma anche per l’arrendevolezza dinanzi ad una visione della felicità che non esiste se non nell’attesa vana di un possibile futuro, a cui si chiede di essere migliore del passato e del presente. Ed è a questo punto che ogni dubbio e ogni domanda vengono insabbiati e si rinsalda il patto iniziale attraverso la richiesta dell’almanacco più bello, per cui vengono versati trenta soldi: si ritorna in superficie, si nascondono dubbi e dolori, si paga per avere un’illusione. Così si dà sollievo al cuore e si va incontro alla vita.

Questa operetta morale è stata anche oggetto d’interpretazione cinematografica da parte di Ermanno Olmi che, nel 1954, girò l’omonimo cortometraggio, una delle sue prime sperimentazioni nella settima arte, ancor oggi facilmente recuperabile in rete (qui). Il regista scelse di ambientare il dialogo nel suo presente, in Galleria a Milano, e di introdurlo attraverso una scena curiosa che forse ci offre una propria visione dello scorrere del tempo: la sua videocamera ci mostra due zampognari che lasciano lo spazio a un suonatore di organetto, quasi un passaggio di consegne tra il passato e il presente, una semplice osservazione de l’ineluttabilità del tempo che passa, senza giudizio..

© Chiara Pini

Il prato bianco, di Francesco Scarabicchi

Francesco Scarabicchi, Il prato bianco, Einaudi, € 12,00


La trasparenza dell’ombra

di Angelo Vannini

Si potrebbe pensare – per quanto io sia restio a un pensiero che voglia avanzare definizioni, e in ogni caso a puro titolo di ipotesi – si potrebbe pensare che il senso della vera poesia sia quello di metterci di fronte all’assoluta impossibilità di esperire il mondo attraverso la lingua, e di riuscire a farlo tuttavia – di riuscire cioè a far sì che le cose, che in vario modo sono, si aprano comunque a noi, malgrado tutto. La poesia – la vera poesia – sorgerebbe secondo questa ipotesi in una zona liminale, in quel territorio di confine tra la voce e il mondo, tra il tacere e il dire. Ci inviterebbe – permettendoci di essere con lei, come lei, ora di qua ora di là.
Oggi prendo in mano la penna per rispondere a un invito muto, da parte di un libro che mille volte mi ha parlato. Un libro con cui l’autore ha portato, venti anni fa, la lingua poetica italiana fino al suo limite interno, vale a dire alle soglie della dicibilità. L’occasione è quella, mai banale, di una ristampa: Einaudi ha deciso di offrire ai lettori della sua «Collezione di poesia» la possibilità di un nuovo incontro – o forse, dovrei dire, di un incontro nuovo. Il prato bianco di Francesco Scarabicchi è, in tutto e per tutto, un libro nuovo. Non nel senso che è stato rimaneggiato e aggiornato, perché l’autore non lo ha cambiato di una virgola. È nuovo perché non è stato ancora letto, perché ha ancora tutto da dire. E perché quello che ha da dire, oggi, nel 2017, è più necessario che mai.
Che cosa ha da dire, dunque, Il prato bianco? Non sarò certo io a dirlo, ma tu – tu che vorrai rispondere, e che ora insegui, passo a passo, il segreto. Solo un vuoto, segnali non ci sono, né suoni a definire una guida, a tracciare il passo. Mentre incedi verso ciò che non potrai mai accogliere, e che ti accoglie, ogni giorno cedi quel tanto che ti apparteneva, come se fosse altro. Il cammino indicato è semplice, così semplice da diventare straordinariamente difficile. Offre barlumi, e poi il buio. Non lasciandosi mai scalfire, non facendosi toccare, questa raccolta di poesie richiede una lunga, ostinata approssimazione, la delicatezza di un movimento amoroso. Esige solerzia dal lettore, domanda tempo. Quanto? Quando? E qual è il suo tempo?
È un libro che va letto la mattina presto. Personalmente partirei da una pagina qualunque, quando il sole non si è ancora levato. Nella penombra le parole guadagnano il loro spazio, l’una si slega dall’altra per finire, da sola, in un abisso, e quella frazione, il meno di un secondo che separa ogni parola dalla sua vicina, prende tempo, si dilata fino ad accogliere tutto, fino a portare il tutto a compimento, farlo andare per intero fino a dove più non è – una pausa, il silenzio che rimane, che regge tutto il libro come suo componimento. Oppure, si potrebbe anche fare un’ispezione singolare, partire dalla fine, vedere se a senso inverso tutto si dispiega e tiene, il tempo riguadagna il tempo che riviene – e se così facendo parla, anche, quello che non è stato detto, e se il detto misura nuovamente il perso.
Il detto e il perso. «Ogni volt / il silenzio/ attende i resti». Nato dal silenzio, è però il pensiero della storia che lo occupa, lo riguarda, come se l’uno e l’altra avessero occhi per ciò che non è stato, come se memoria non avesse ancora voce, fosforescenza, luce. Non c’è presenza che non sia decidua, senza l’arrivo della luce, senza il corpo fatto voce di quello che non sarà mai detto, che non appartiene a questa terra, perché una terra non ha tetto. In esso, tutto ciò che significa viene su dal niente: quello che lì è scritto si toglie, lascia spazio al non detto, a ciò che dietro e dentro è stato indetto, perché questo affiori in una forma pura o nel silenzio – è la possibilità dell’impossibile che a un tratto, inavvertitamente, si compie e tutto il dolore piano, calmo, della Storia arriva per bisbigli, si fa intendere dai figli come qualcosa che c’è ma che non può essere afferrato, qualcosa che è stato solo bisbigliato. (altro…)

Iole Chessa Olivares e la poesia del “confine”, di Fausta Genziana Le Piane

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Iole Chessa Olivares e la poesia del “confine”

di Fausta Genziana Le Piane

Il lettore dell’ultima raccolta poetica di Iole Chessa Olivares, Nel finito… mai finito (Edizioni Ne­mapress, 2015), già dal titolo, intuisce che la Poetessa è costantemente sospesa tra il finito, cioè la realtà e l’infinito, cioè l’universo, lo spirituale, l’altrove (Nel finito… mai finito è un vero e proprio ossimoro). Questo continuo dibattimento, questa continua lotta si chiama “vita” – soffio della vita – che coinvolge tutti. Plinio Perilli parla, in effetti, «di limbo che preme ma al contempo, ci salva ci ospita.»
Procedendo nella lettura delle varie sezioni del libro, ci si accorge che ognuna riprende, ampia e as­sume varie sfaccettature di questo concetto espresso anche con altri sostantivi quali orlo, cancello, margine, muro, contorno oppure siepe di leopardiana memoria: tutta la raccolta è pervasa dal sen­timento di “confine” (tracce di confine) e di “sconfinamento”. Si legga, a pagina 32, la lirica intito­lata appunto Sconfinare: «Ora…sconfinare/ tra parole dormienti/ fuggevoli accordi negati/ alleanze randagie/ inquietare di sfide/ il “quasi” inutile/ da parte a parte/ con cuore disobbediente/ fino all’orlo preciso/ invulnerabile al pentimento». Qui tutto l’umano è rappresentato, riassunto. «Scon­finare, poi, o meglio Svanire, è dunque – avrebbe detto Montale – la ventura delle venture», dice Plinio Perilli nel commento al testo.
Confine tra passato, oggi, futuro ed eternità, «nel remoto e nell’oggi» (Donna… Con le donne, p. 56): si veda la bellissima metafora del cancello che implica l’atto di sostare della Poetessa – penso­sa – tra passato e futuro. Cosa cerca Iole? Cerca la vita, con le sue gioie e i suoi dolori, nella sua in­terezza, «nei trapassi di luce/ nel ballo delle ombre» (Sul cancello del tempo, p. 13). Anche qui c’è un “alle spalle” e c’è un “ora”, un “futuro”, c’è un passato fatto di entusiasmi, di giovinezza, anche di «pene, soprusi, lutti», e c’è un ora fatto di crepuscoli e di tramonti. (altro…)

«Anterem» n. 91: “L’altrove dell’erranza”. Una nota di Paolo Steffan

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«Anterem» n. 91 – “L’altrove dell’erranza”

«Anterem», punto di riferimento editoriale per gli amanti di letteratura e filosofia, è nel suo genere una delle riviste più longeve a Nordest: fondata nel 1976, ha appena compiuto i suoi primi 40 anni. Dopo lo speciale numero 90, per continuare a festeggiare questo quarantesimo è bastato confermare anche stavolta l’alto profilo dell’uscita semestrale, giunta oggi al numero 91.

Straordinario è già il tema di questo elegante fascicolo: «L’altrove dell’erranza». Come di consueto, l’annuncio di un tema è in realtà il tratteggio di un fil rouge che, più o meno in evidenza, scopriamo legare gli eterogenei contributi ospitati su «Anterem», a partire dai contenuti dell’elegante prosa dell’editoriale a firma di Flavio Ermini (disponibile anche in pdf: qui).

La citazione di copertina di questo numero è tratta dalle rime petrose di Dante: Così nel mio parlar voglio esser aspro. Quello “petroso” è un momento di passaggio per Dante, che dalla giovane esperienza stilnovistica della Vita nuova si proietta verso il monumentale cammino della Divina commedia. Nei testi “aspri” delle Rime ci si trova in un «altrove» rispetto alla giovinezza di Dante: in questi versi duri e oscuri, se guardiamo nell’insieme la sua opera poetica, ce lo figuriamo nel buio dell’«erranza» o ‒ come diremmo oggi ‒ in uno stato confusionale.

L’erranza si prefigura da subito come una condizione familiare ‒ in negativo ‒ al nostro vivere odierno, ma ci apre per contro alla riflessione sugli stimoli che ‒ in positivo ‒ dall’erranza stessa possono risorgere. L’incertezza che ci turba può partire dalla mera mutevolezza tipica del sogno, in un continuo «variare, trascorrere, crescere», come leggiamo in una delle belle Variazioni di Michael Donhauser antologizzate nel n. 91; l’atmosfera è confermata nell’ambientazione notturna dei frammenti poetici di Alejandra Pizarnik, tra i quali leggiamo un passo rivelatore: «Al nero sole del silenzio le parole si doravano». Un percorso ambiguo e apparentemente ossimorico, dove i contrasti però coesistono, spiegandoci di continuo l’altrove in cui siamo in ogni momento, alla ricerca di un «riscatto», di un «giardino di lillà» che è sempre «dall’altro lato del fiume, non questo ma quello» e, a suo modo, in ossessiva erranza di luogo, di pensiero, di voce. E la voce ci avvicina, per vibrazioni, all’inside language delle raffinate e forti poesie di Nicole Brossard, che dall’enigma ci portano ai gesti fantasmatici «d’ombre incavate e docili». Variazioni, parole, ombre: l’errare muta di significato e si colora nuovamente di ambiguo. Su questa via, giungere a Giacomo Leopardi è quasi un obbligo (con un saggio di Alberto Folin), in un’altalena di sensi nella quale «errare / è vagare e sbagliare» (Enrica Salvaneschi).

Nel mezzo del nostro errare, l’importante è però istradarsi lungo un percorso, per quanto irto di dolore e di errore: un percorso che passa fatalmente per la perdita dell’innocenza ‒ come ci racconta dal suo “altrove” Carlo Sini ‒ e che può anche avvicinarci a una «estetica ascesi (…) ascesi nei sensi e dei sensi» che scopriamo ‒ coi versi di Ida Travi e di Paul Celan ‒ essere «dialoghi con cortecce d’albero». E gli alberi ritornano in più pagine, silenziosi, attraverso le «radici vene» di Albiach, i fogliosi «pensieri d’alberi» di Camillo Pennati, il ventoso «scarto delle foglie» di Mara Cini, il «volo rallentato delle foglie» di Ranieri Teti, gli «echi / di scosso fogliame» di Marco Furia, «gli alberi / e la loro lezione invernale» di Bernard Simeone. Gli alberi come testimoni dell’errare, fervidi rami di ciliegio che danno colore, dentro la predominante ambientazione notturna di questo numero stupefacente di «Anterem».

[Annoto che, oltre a quelli degli autori citati, su «Anterem» n. 91 sono ospitati importanti testi di Emily Dickinson, Sandro Ciurlia, Federico Vercellone, Carlo Penco, Remy de Gourmont e Rosella Prezzo: non sono riuscito a citarli solo per motivi di spazio e non di valore.]

© Paolo Steffan

Regina Pradetto Tonon, Poesie. Nota di Fernando Della Posta

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Regina Pradetto Tonon, Poesie. Nota di lettura di Fernando Della Posta

Una famosa canzone di Mogol e Battisti invita fraternamente a riposare chi, tra le altre cose, viene vinto dalla stanchezza e dalla fatica, esortando a cantare. Ed è bello indugiare, a volte, nei momenti in cui la stanchezza, la riflessione e il silenzio giocoforza si fanno strada nella nostra vita. Così mi piace vedere la poesia di Regina Pradetto Tonon. Una sua lirica sembra suggerirlo chiaramente a pag. 40: “quando solo, nell’aia/ il cane desto/ vigila il silenzio/ quando/ anche l’ultima rondine/ ritorna al nido/ perdendo le grida nel vento/ allora, solo allora/ io canto.”
Leggendo, di primo acchito, viene in mente il Pascoli, soprattutto per l’uso continuo di riferimenti a luoghi letterari come la bellezza delle piccole cose e le dolcezze del nido casalingo e familiare, proprio come succede a pag. 72, “le castagne cuociono nel camino/ ed un bicchiere di vino/ aspetta di essere bevuto./ Giocano i bimbi/ e una chitarra/intona un fa minore.” o a pag. 82, “Dal camino un tenero fumo invade/ esalta primitivi aromi di grano e farina. / Profumo di pane.”. Ma se nel Pascoli è bello indugiare per perdersi, nella Tonon il nido è funzionale ad un risveglio necessario e quanto mai agognato: a pag. 15 infatti, “non devi morire/ rondine sola/ hai ancora un nido da inventarti”; ma anche a pag. 22, “parte sola una rondine/ scordando un nido”; o a pag. 26, indicando qualcosa che incessantemente invita a distogliersi: “La stessa voce/ ritorna a parlare/ dell’acqua/ che cade silente/ sul tetto d’un tacito nido”.
Oltre al Pascoli, è evidente il legame con Ungaretti. Il libro della Tonon è finemente tessuto anche da poesie brevissime composte da versi brevissimi che, però, hanno poco a che fare con il carattere tempestivo ed immediato del lampo in mezzo alla battaglia, come è per L’Allegria del poeta di Alessandria d’Egitto. La pacatezza del linguaggio e delle immagini usate dall’autrice ci consegnano un lavoro armonico e delicato che placa lo spirito in tempesta, in cui gli stessi temi di Ungaretti, il rapportarsi con la fragilità dell’esistenza, il ricordo dei luoghi dell’infanzia, la necessità di sopravvivere e di sentirsi vivi in mezzo alle macerie di un mondo impazzito e tutt’altro che benevolo, si manifestano nei luoghi del vivere quotidiano e degli scenari naturali della contemplazione. Tra i tanti esempi da poter citare nel libro, ci sono i versi a pag. 36, “La nave scompare/ fra le onde/ mentre fiori/ cadono sulle rive” che sembra essere quasi un omaggio a Soldati, e la lirica a pag. 64, Nel tuo torpore, che sembra strizzare fraternamente l’occhio a I fiumi.
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