Giacomo Cerrai

PoEstate Silva #44: Giuseppe Samperi, da “L’ora mora del giorno”

 

Siamo come questi nostri scritti,
illimitati e finibili
dentro alla rete e fuori sito
appena il file si oscura, entra
il soffio che ci cancella
e smagnetizza il nome una folata.

Alcuni la chiamano morte ma
in sorte non l’ho avuta. Scrivo
e sorrido
in punta di fune

(noi infiniti solo nell’altro
che crediamo vivo).

 

Godiamo del balletto arcano,
attraversiamo
da punta a punta la riconca
di questo braciere ardente d’acqua. (altro…)

Cinque poesie di Lorenzo Mari da “Nel debito di affiliazione” (L’arcolaio, 2013)

Lorenzo Mari, Nel debito di affiliazione (L'arcolaio, 2013)

Nel debito di affiliazione

A cosa potrà servire –
non alla mano del padre,
non all’etimo del nonno:
casomai potrà addurre motivo
soltanto al taglio

e all’abrasione. E con il vuoto
dell’incavo nudo, dei nudi semi,
contribuire, infine, a
piovere il niente – oppure
.                                           a colmare la terra.

.

.

Punto gotico

Non restano che le spoglie
di chi salì alla linea gotica cantando,
birre moretti nella sacca, fingendo
nuove resistenze. Il punto è mancato
alla linea, alla storia, giocando

di singolare luce, come una delle poche lucciole
che qui ancora si contano, come sulle Langhe,
e ormai cosa dare in luogo della carne
della memoria – neanche il merito
dell’osceno può restare oggi

alla carne dei mezzi padri,
già nera perché già scura:
non è più esposta
non è ancora ritirata –

sono ladri di ricotta e di quaglie:
è carne ormai sicura.

.

.

Un asso nella manica

Guardando più a fondo, gli occhi del padre
sono dolci, in qualche modo,
quando smettono gli occhiali,
quando li inforcano. Il debito

non è soltanto nel capitale,
né unicamente nella mano
che si protende, da sola,
sul gioco di carte, sul tavolo.

Se al gioco delle lenti presiedono
i secoli, cosa vorrò mai dire di mio
a quel punto, anche avendo
un asso nella manica.

.

.

La fatica di smettere i panni di guerra

La fatica di smettere i panni di guerra
si misura al tramonto, con una luce
sempre di taglio, implacabile
sul corpo. Orecchio proteso, in fondo,
che cerca musiche, come sempre:
una consolazione, per le beatitudini sole.

.

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Tutto al tutto, niente al niente

Spingi per la schiena spezzata
le vittime al ritorno – chiedono
piccole guerre private, ed eccole
su un vassoio di argento. Chiedono
un moschetto, una baionetta,
un arco, un coltello, uno stilo:
le armi bianche che ti restano.
Concedi tutto: è la lunga distanza,
il giro della lingua, a determinare
il fatto che ormai la tua parola
ha chiamato tutto al tutto
e ha poi risposto
la voce mancante
come d’eco: niente
al niente.

.

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Si sta in attesa di un chissà sin dalle prime battute della nuova raccolta di Lorenzo Mari, uscita da non molto per L’arcolaio (editore che già pubblicò Minuta di silenzio, nel 2009). Si sta in attesa di un segno e queste poesie non si sottraggono a questa attesa («poesia d’apnea» è una delle possibili definizioni date da Giacomo Cerrai nella prefazione), consapevoli che una «voce mancante / come d’eco» può pure rispondere «niente al niente». E così questi versi si fanno testimoni di questa e di altre mancanze, di ogni debito contratto dal ‘figlio’ se vogliamo in quell’affiliazione proposta nel titolo riconoscere un tanto di paternità cui volgere lo sguardo.
È una raccolta matura questa di Mari, perché matura è la lingua (anche dura, dove spesso si incontra il lessico militare a sottolineare un costante assetto di guerra, se non fosse che questa guerra è stata persa prima ancora dello scoppio della prima mina da una generazione alla quale è stato sottratto e quindi negato il presente prima ancora del futuro); maturo è il segno; matura la direzione della riflessione (come notato dalla puntuale lettura di Viola Amarelli).
Eppure la parola resiste e lotta, e la poesia si fa testimonianza civile – malgrado Cerrai preferisca non considerare ‘civile’ questo nuovo capitolo di Lorenzo Mari – di tutto questo, (pro)seguendo il discorso di Giuliano Mesa, sempre più, giustamente, autore-faro della poesia contemporanea che cerca di (ri)fondare una propria idea di tradizione. [f.m.]

Lorenzo MariLorenzo Mari (Mantova, 1984) è dottorando in Letterature Moderne, Comparate e Postcoloniali presso l’Università di Bologna. Ha pubblicato le raccolte di poesia Libere sequele (Gazebo, 2004), Pellegrinaggio senza Endimione (Inventario Senese, 2007) e Minuta di silenzio (L’Arcolaio, 2009). Traduce dall’inglese (Bless Me Father, Compagnia delle Lettere, 2011, in collaborazione con Raphael d’Abdon) e dallo spagnolo (Canto e demolizione. Otto poeti spagnoli contemporanei, Thauma, 2013, con Alessandro Drenaggi e Luca Salvi). Insieme a Luigi Bosco, Davide Castiglione e Michele Ortore coordina il sito letterario “In Realtà, La Poesia” (www.inrealtalapoesia.com).

Intorno a uno sguardo. Su “Per ogni frazione” di Davide Castiglione

castiglione

Già Giacomo Cerrai in una recensione risalente al 2011 evidenziava come in Per ogni frazione (Campanotto, 2010) l’opera di Davide Castiglione scegliesse di farsi illuminare dalla lunga luce del Novecento. Ha senso riprendere da questo punto, per tornare a parlare, a distanza di tempo, di questa raccolta.
Il tema dello sguardo, nel riconoscimento dei suoi limiti e nell’accorata richiesta di corresponsione di un altro sguardo, si conferma l’aspetto più interessante. Lo spiazzamento dello sguardo dell’artista, in particolare, che Stefanelli nella postfazione riprende giustamente da un Marc Augé impegnato a indagare il primo dei Quadri parigini di Baudelaire, con quel paesaggio che finisce “svuotato di senso”, tanto l’occhio del poeta da motore di osservazione si rende oggetto di paesaggio esso stesso. Lo sguardo quindi giunge a non essere più spazialmente contenuto in sé, va altrove, diventa altro.
Paradossalmente – se pensiamo all’idea di surmodernité di Augé – quanto esposto ci restituisce invece, grande e intatta, proprio la forza del moderno. Ed è da questa che Castiglione vuole farsi aiutare per vivere frazioni, ossia divisioni di tempo e di spazio, luoghi fisici e mentali, scampoli situazionali d’incontro o di smarrimento.
La notiamo bene, la natura di questo suo sguardo dunque nuovamente moderno, anche solo ritagliando locuzioni e termini dai titoli delle sezioni del libro: “Di qua”, “Nel due”, “Sensi”, “Umore”, “Attraverso”. Si suggerisce difatti un posizionamento dell’osservatore mai in linea esatta con il bersaglio: si ferma prima, dubitante e malfermo com’è, o si appoggia a un doppio, all’altro da sé (gli altri, che tanto il poeta vorrebbe ricomprendere in sé, fino a scrivere: “siete questo acceso, tenace, quasi ingiusto / vostro essere in me”). Ma non può che fermarsi, lo sguardo, limitandosi alla soglia del sensoriale, dell’umorale, attraversandolo quindi e non cogliendolo, infine, il bersaglio.
È dunque chiarissima, in questa direzione, la scelta del Fortini di Paesaggio con serpente, che appare in esergo alla seconda poesia del libro: “Lo sguardo è là ma non vede una storia / di sé o di altri. Non sa più chi sia / l’ostinato che a notte annera carte / coi segni di una lingua non più sua / e replica il suo errore”. Tutto sta nel trovarsi “intimo straniero – familiare distante”, prosegue Castiglione nel verso finale di questa stessa poesia, dal titolo Assedio senza finestre. Come chiarissimi, d’altronde, sono questi altri versi, favoriti da un uso sapiente dell’enjambement: “Un io-altri / – ancora. Se penso a scisma penso / a una vena fondata nell’occhio / dall’occidente, da secoli.” Ripetuti passaggi, lungo il libro, tornano del resto a testimoniare la frammentarietà e l’indeterminatezza (necessariamente, un bene a favore del lettore) insite nel nostro vedere e nella ricerca dell’altro da noi: “mi sporgo da me / a quel qualcuno”, ad esempio, oppure: “Queste e altre perdite. L’occhio non è nuovo / a chiamarsi fuori”. E non c’è corresponsione che si cerchi senza il tentativo di un dialogo: in molte pagine della raccolta, l’autore ne mette in scena i contorni, ne disegna le forme e, una volta di più, i limiti: si tratta, in sostanza, del dialogo dell’io con materie vive che si vorrebbero sempre ricondurre a sé.
In tema di sguardo è impossibile poi non considerare lo stile, se ammettiamo, parafrasando Proust, che lo stile per lo scrittore non è questione di tecnica, ma di visione. È in fondo una prova di esistenza dello sguardo stesso, lo stile: ecco, Castiglione dimostra di conoscerne la posta in gioco e soprattutto dimostra di sapere, a questo proposito, da dove vuole venire. I suoi sono amori poetici dichiarati: Fortini, certo – anche perché Castiglione, da studioso, muove passi importanti nell’ambito della critica – ma si pensi allo Stevens per esempio di Metaphors of a Magnifico; poi c’è senz’altro il dialogare di Sereni e senz’altro il “cumulo d’immagini infrante” di Eliot.
Tornando a verificare alcuni aspetti stilistici, già si è accennato all’enjambement. Da notare poi l’uso dell’allitterazione, come si evidenzia in questo passaggio: “piene gutturali, ululi, urli a guglia, / grado a grado defluiscono / in mugugni…” o la capacità di improntare un ritmo ben definito, come in quest’altro momento: “passato e futuro, lontano. Son tre anni, / in fila all’incirca: iniziati su una fila / di sedie, e in mano a ciascuno un responso”. E ancora l’uso, spesso, di un lessico “povero”, ma teso sempre a scolpirsi in poesia, a farsi respiro che sia ogni volta personale, originale. Perché ogni occasione di poesia dev’essere istruita dall’esperienza e ogni esperienza è prima un’interrogazione dell’esserci e poi, forse, scrittura.
Evidente, da tutto quanto si è detto, come misura e riserbo siano cari all’autore: da Sereni, in particolare, Castiglione trae anche e soprattutto questo.
Lo manifesta, in chiusura, la meraviglia di questi versi: “Ti si vorrebbe radice, terra musicata, / verbo coniugato alla terra / e invece / ti svesti in un dissidio inerte, / poesia; e io troppo presto / sono dalla parte loro, da una parte comunque”.

Cristiano Poletti