Genesi

Un inedito, di Agostino Cornali

 

La poesia è dedicata al nonno Nunzio, amatissimo dal poeta. «A Milano, da piccolo – mi racconta Agostino – prima di dormire facevamo un gioco infantile: la lotta. Avevo 4-5 anni».
Abbiamo di fronte a noi uno spartito, che viene cantato. Un canto antico e presente, originario e in tensione: l’arena degli spettacoli, dei leoni, dei gladiatori. Vita o morte, come una stessa cosa.
Cornali però, «incubo dopo incubo», a un certo punto ci sorprende. Sceglie un’immagine religiosa a tutela del corpo della poesia scagliandola nel cuore del testo: la lotta di Giacobbe con Dio, dal Libro della Genesi, ovvero la lotta con l’angelo di Dio, come nel dipinto di Delacroix. Braccia, vene, polsi incarnano un’implorazione pronta a sprigionarsi: non cedere, non cadere, non crollare.
Rappresenta l’interlocuzione profonda che il cristiano autentico, così come l’ebreo, ha con il proprio Dio. Di fronte al Padre non ci si presenta come servi, ma come figli, quindi con Lui in aperta discussione, anche in lotta giustamente, perché il figlio prima di tutto è interprete di sé e per questo (naturalmente) ribelle. Si tratta di una ribellione amorosa, è chiaro. Il padre, in questo caso il nonno, implora il figlio di non smettere mai una contesa che – lo si sente bene – è qui più una forma (con apparente paradosso) di “protezione”, di cura. Protezione, quindi proiezione, che di uomo in uomo possa propagarsi. Proiezione e dunque: prolungamento. Così si spiegano le ombre tentacolari dell’inizio, sul soffitto.
Ora, stiamo parlando di stile, cioè di visione. Poi certo, c’è la tecnica che permette tutto questo. Sentiamo assonanze e consonanze rincorrersi, fluire: proietta che si lega a soffitto; letti – affiancati; forti – polsi. Una rima, una sola in tutta la poesia, importantissima, è incastrata a cavallo delle tue terzine iniziali: arena-scena. Avvertiamo come tutto il ritmo e il senso provengano da lì e poco oltre nel testo dalla centralità di significato dell’aggettivo «interminabile», attribuito alla lotta.
Tecnica è misura, sì, e conoscenza. Una successione di coppie di versi in ciascuna delle tre “stanze” rivela la specialissima cura del componimento, ne mostra la grammatica, lo spartito come si diceva: due splendidi endecasillabi, uno a maiore e il successivo a minore, dattilico, nella prima terzina; un settenario seguito da un novenario, entrambi significativamente sdruccioli nella seconda; e i due novenari che preparano il meraviglioso enjambement finale, imperativo e forte.
Questo è il canto. E al suo cantore va la nostra, profonda, gratitudine. (Cristiano Poletti)

Il lampadario di cristallo che proietta
ombre tentacolari sul soffitto
sopra l’arena dei letti affiancati…

in questa camera va in scena
incubo dopo incubo
la nostra lotta interminabile

come l’angelo di Giacobbe
hai le braccia ancora forti
con le vene azzurre in rilievo
e mi afferri i polsi, mi implori
di non cedere.

 

Fabio Michieli: “Genesi” (inedito), con traduzione in tedesco dei frammenti II e V di Anna Maria Curci

Genesi

 

I

ritrovo il tempo tra la cenere
se si consuma il fuoco –

costringe a camminare su roventi
in equilibrio lamine –

la luna non vedo alta se le nuvole
me ne celano il corpo –
ma l’argento si spande
a chiarire il pensiero
mentre il volto s’accende
d’ardente rossa fiamma –

(ritrovo il tempo andato tra la cenere
se mi consuma il fuoco…)

.

II

seppi volare un giorno questo cielo:

distesi le ali in sogno –

(d’altri cieli volevo
                                   percorrere l’azzurro)

.

III

ab origine mundi
fui tratto anch’io dal nulla –

d’appartenervi era quanto sentivo:
se m’intridevo del vostro respiro:
se mi stingevo nel vostro colore

(se mi estinguevo nel vostro dolore)

.

IV

io so il tempo che ho speso per scovarmi –

e non so quante altre scoperte furono
quelle che mi passarono col ferro
il fianco che a fiotti sputava sangue:

fu quando svelsi al ramo una sua rosa:
mi punsi e tinsi del mio stesso sangue
la mia mano: tinsi nuovo anche il volto –

fu quando persi la rosa di mano:
un colpo sparpagliò la sua corona –

al suolo avidi i petali raccolsero
nel mio sangue l’orgoglio violato

.

V

che mi devi ora in premio?
.                                                    il segno chiaro
che brutalmente forzi quest’inerzia
di sentimenti e modi, di pentimenti e…

tutto
il non detto ascoltato e rivissuto
negli abiti già smessi, e sempre nuovi,
che furono di quanti allora mi parlavano
senza che comprendessi un solo suono,
ma solo ritentando un furto antico

.

VI

svelami ora il mistero
di questi suoni, di queste parole
– “je dirai quelque jour vos naissances latentes…”
la magia d’una musicalità
che fu mai mia se non in neri abbagli

(eppure vorrei che il sole sciogliesse
in un sorriso un risveglio già tardo)

nella luce –
tra le mani –
un volto che il fragile addio spegne

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aus: Genesis

II

diesen Himmel konnte ich einmal fliegend zurücklegen:

im Traum spannte ich weit die Flügel aus –

(von anderen Himmeln wollte ich
                                                        das Blaue durchfliegen)

[…]

.

V

was schuldest du mir nun als Preis?
.                                                                     das klare Zeichen,
das schonungslos die Trägheit aus Gefühlen
und Handlungsweisen, aus Reue aufbricht und…

all
das Nicht-Gesagte, Erhörte und Wieder-Erlebte
in den schon abgelegten und immer neuen Kleidern,
welche denen gehörten, die damals zu mir sprachen,
ohne dass ich einen einzigen Ton verstünde,
dabei versuchte ich aber nur einen antiken Diebstahl wieder

(traduzione in tedesco di Anna Maria Curci)