Garzanti poesia

I poeti della domenica #401: Mario Luzi, “Al giogo della metafora…”

 

Al giogo della metafora –
così ci sovvengono
esse. Scioglile dal quel giogo,
lasciale al loro nome
le cose che nomini,
.                              è sciocco
confermarle
in quella servitù.
.                          Superflua
è quella grammatica.
La metafora è già.
Sei tu la metafora.
.                             Lo è l’uomo
e la sua maschera.
.                             Lo è
il mondo
.              tutto
.                       da quando è.
Coagula e disperde
l’alba questi pensieri –
e la vita si cerca dentro di sé…

 

da Per il battesimo dei nostri frammenti

I poeti della domenica #390: David Maria Turoldo, Vedrai

 

Vedrai

Anima mia, non pensare
male di Lui: gli è impossibile
fare altro.

.               E – vedrai! –
il Male non vincerà.

 

da © David Maria Turoldo, Canti ultimi, Garzanti 1991

I poeti della domenica #389: David Maria Turoldo, Epilogo provvisorio

 

Epilogo provvisorio

Gloria alla tua fatica di essere,
di essere sempre, di continuare ad essere!

Ma è per il Nulla che sei te stesso,
senza il Nulla Tu saresti ogni cosa
e tutto sarebbe indistinto e immobile.

.                    * * *

Vera tua onnipotenza
è che il Nulla non vinca
e l’universo non abbia mai fine.

 

da © David Maria Turoldo, Canti ultimi, Garzanti 1991

I poeti della domenica #376: Biagio Marin, Quando piú moro

[L’immagine potrebbe essere soggetta a copyright]

Quanto piú moro

Quanto piú moro
– presensa al mondo intermitente
e luse che se spenze, de ponente –
tanto piú de la vita m’inamoro.

E del so rîe che fa fiurî l’avril
e del miel che l’ha in boca,
la prima neve che za fioca
sia pur lenta e zentil.

Melodioso l’anda per strà
de l’anca mola nel menèo
che ondesa comò fa ‘l canèo
nel maïstral disteso de l’istà.

Musica in ela
e in duta la persona
che duta quanta sona
de quela zogia che m’insiela.

Quela musica duta la me intona
la fa de me corente d’aqua viva
che in mar se perde sensa riva
e solo el perdimento la ragiona.

Quanto più muoio
– nel mondo presenza intermittente
e luce che si spegne, da ponente –
tanto più della vita m’innamoro.

E del suo ridere che fa fiorire l’aprile
e del miele che ha in bocca,
la prima neve che già fiocca
sia pure lenta e gentile.

Melodioso l’andare per istrada
nell’ondulare dell’anca molle
che ondeggia come il canneto
nel maestrale disteso dell’estate.

Musica in lei
e in tutta la persona
che tutta quanta suona
di quella gioia che mi inciela.

Quella musica tutta mi intona
fa di me corrente d’acqua viva
che si perde in mare senza rive
e solo il perditempo suo ragiona.

 

da Quanto piú moro [1969], ora in Poesie, a cura di Claudio Magris e Edda Serra, Garzanti, “i grandi libri”, 2017, p. 151.

I poeti della domenica #375: Biagio Marin, Me t’amo morte vagabonda

[L’immagine potrebbe essere soggetta a copyright]

 

Me t’amo morte vagabonda

Me t’amo morte vagabonda
tu fior de nostra vita
perché tu porti drita
ne la note de Dio che xe piú fonda.

Senpre tu tasi e senpre tu faveli
e tu persuadi l’omo nel so passo
e tu lo porti, sita, al so trapasso
fasendolo cantâ i to ritorneli.

De là del sol xe senpre note
piena de stele site,
nàvega Dio su quele rote
creando sensa pase, nove vite.

Ma xe una vita sola,
la Sova, che no’ sa tramonto
drío d’ogni vita Dio xe sconto
e le parole e l’ánema le svola.

Ti amo, morte vagabonda,
tu fiore della nostra vita,
perché tu porti dritta
nella notte di Dio che è più fonda.

Tu sempre taci e sempre parli
e persuadi l’uomo nel suo passo
e lo porti zitta, al suo trapasso
facendolo cantare i tuo ritornelli.

Di là dal sole è sempre notte
piena di stelle silenziose,
naviga Dio su quelle rotte
creando senza pace nuove vite.

Ma è una vita sola
la Sua, che non sa tramonto;
dietro ogni vita Dio è nascosto,
e le parole e le anime volano.

 

da El vento de l’eterno se fa teso [1973], ora in Poesie, a cura di Claudio Magris e Edda Serra, Garzanti, “i grandi libri”, 2017,

I poeti della domenica #207: Giancarlo Majorino, Stanno qui, per molte anse…

 

Stanno qui, per molte anse, in isole
minime, note o ignote, frammezzo a nuvole,
le opere, i velieri
carbonizzati, da vegetazione
coperti, entro la quale
puoi scorgere la punta del maestro
alberto, antenne quasi
quasi d’una remota televisione;
o nel moto lunare puoi udire
oltre la marea stridere il legno
non più da corde e chiodi connesso ma
spaccantesi, nel centro, per più lati
lo forano, scrostandolo, le bestie blu del mare
presente, già passato, nel suo continuo andare;
tuttavìa una scritta, leggibile a fatica,
può capitare, lungo l’arso fianco,
stinta di nome o altro, quale nell’aria
tra la faccia e il banco nelle carte
richiesta, inaspettata, sìano pergamene
sìano d’oggi, fresche, intere, scoosciute
o prive, quelle lettere, pure con lacune,
di

così stanno per molte anse o scaffali,
quasi attendono mani e teste-lampade,
i velieri semicancellati
dal vento o dal silenzio, sulla rena o in acqua,
fermati da una screpolata àncora,
immoti o quasi, sole pioggia luna notte aurora

 

© da Testi sparsi (1981-1987), in Giancarlo Majorino, Autoantologia, Milano, Garzanti, 1999

I poeti della domenica #61: Fernando Bandini, Nostos

poetarum-bandini

Nostos

 

Ma dove ritornare se non sono
mai partito?

Vivo dietro i cancelli di una piccola
città che a poco a poco si trasforma,

cambia i riti e la norma (e siamo ormai
in pochi a ricordare).

Incontro visi che ho visto invecchiare.
Li incalza un branco di ragazzi usciti

da mondi alieni che prende possesso
di piazze e vie parlando nuove lingue.

Così verso un Altrove ignoto spesso
si dirigono inquieti i miei pensieri,

a un paese che sembra emerso ieri
dal diluvio, grondante ancora e intatto.

Oltre la costa si solleva un tratto
cupo di mare come in una stampa,

c’è un brulichio di punti bianchi: ali
in fuga verso qualche lontananza.

Forse quell’aria limpida ha nutrito
i giorni d’una mia sepolta infanzia?

È là che sogno a volte di tornare
come un’antica patria che ho perduto?

Mi punge d’improvviso quest’acuto
rimpianto del paese che non so,

anche se non potrò
staccarmi (è tardi) dalle mie radici.

E discende in città dalle pendici
della collina un’altra primavera,

sento sui tetti rotolare il tuono,
fuori mura il prugnolo è già fiorito.

Io come una farfalla contro un vetro
chiuso le ali sbatto

della mia nostalgia scorgendo dietro
la chiara lastra i cieli del mio mito.

Finché il cuore che sempre insoddisfatto
si lamenta la morte avrà zittito.

© Fernando Bandini, Nostos, in Oltre i cancelli e altrove, Milano, Garzanti, 2007.