Galileo Galilei

Annamaria Ferramosca, Andare per salti

 

Annamaria Ferramosca, Andare per salti. Introduzione di Caterina Davinio, Arcipelago Itaca edizioni 2017

Non è frequente incontrare una poesia che proprio nel suo procedere si fa universale, senza trala­sciare, tuttavia, di andare a fondo nell’esplorazione del particulare. Scrivo della storia di questo riu­scito incontro, scrivo di Andare per salti di Annamaria Ferramosca.
I testi che compongono la raccolta argomentano, manifestano, dispiegano, innanzitutto, il titolo che – lo scopriamo percorrendola con il batticuore per il ritmo che trascina e per il coinvolgimento che afferra insieme coscienza e affetti – è sia scelta, intenzione, programma di chi scrive, sia invito a chi legge.
Come non pensare, infatti, che il titolo suoni come una risposta, in contraddittorio, alla nota affer­mazione “Natura non fecit saltus”, come non pensare a un’opera che con quella affermazione intrecci un canto come poetico ‘contrasto’, tanto più che, si badi bene, ci troviamo dinanzi a  un’autrice che trae linfa poetica anche dalla sua formazione scientifica, e che, per essere più precisi, come sot­tolinea Caterina Davinio nell’ampia introduzione, Libertà e scienza nella poesia di Annamaria Ferramosca, ha uno sguardo sulla natura che si avvicina molto più al metodo sperimen­tale di Galilei che non, piuttosto, al punto di vista di Leopardi?
Si procede invece – e attraverso le tre sezioni Ferramosca addita varie possibilità di andature alter­native – Per salti, Per tumulti, Per spazi inaccessibili.
Ineludibile, dunque, la presenza di un pungolo incalzante, che scatena una danza di ribellione. Alla danza della poesia Ferramosca ci ha splendidamente abituati nelle raccolte precedenti. Ma se lì – in Ciclica, ad esempio, o, ancor prima, nel volume Other Signs, other Circles – la coreografia disegna­ta era preferibilmente una ronde armoniosa, ora il ballo è una «danzaturbine»; dismesso l’incanto, sopraggiungono «ancora altri corpi danzanti/ altra inquietudine» (taràn).
Ci siamo, è rivolta. Ma rivolta contro chi, contro che cosa? Le prime poesie della raccolta ne disse­minano gli indizi, i segnali, l’occhio estraneo (ostile?). Ecco che il particulare del sentore, del presagire l’accadimento inevitabile agli umani, si fa dire universale e spiega le scaturigini di Andare per salti: «sai la fine mi tiene d’occhio e voglio/ andare senza direzioni» (esterno con pioggia   in­terno con acquario); «tanto so che l’altrove/ mi tiene d’occhio e» (ora che mostro viso e braccia aperte). (altro…)

La misura dello zero. Bruno Galluccio

la misura dello zero

La poesia di Bruno Galluccio è una ricerca linguistica e concettuale che coniuga l’episteme scientifica con il dettato poetico. Anche nel suo secondo libro, Misura dello zero − Einaudi, 2015, € 12,50, pp. 138 − di cui riportiamo alcuni estratti, come nel libro d’esordio Verticali, vi è l’intuizione che il vedere scientifico e il vedere poetico hanno un’origine comune. Entrambi nascono da un confronto essenziale con l’enigma dell’universo e se nella storia dell’uomo questi due saperi si sono divaricati, nell’epoca attuale, in cui i paradigmi scientifici si sono fatti estremamente problematici e la parola poetica è alla continua ricerca della sua origine, della fonte che l’alimenta e che la distingue dal dettato ordinario, essi sembrano tornare a confrontarsi in maniera inaspettata e inquietante. Assecondando quest’intuizione di fondo, Galluccio mostra, attraverso un dettato che tende all’essenzialità, come le due forme di produzione umana delle scienze, in particolare quella della fisica matematica, e della poesia possano rincontrarsi e dialogare tra loro in un serrato corpo a corpo che li alimenta vicendevolmente. Il discorso di Galluccio si sviluppa in maniera articolata, diramandosi in un intricato e suggestivo reticolo di rimandi, citazioni scientifiche, poetiche e biografiche (si veda, ad esempio, la sezione Matematici). Cerca di restituire una mappa dell’esistenza che si inscriva in un ordine, che sembra sottrarsi, nascondersi alla comprensione umana, ma di cui si avverte l’esistenza attraverso segni, simboli, numeri, teoremi che l’autore cerca di decifrare nominandoli, facendoli accedere all’essenzialità della parola. Parola che è sempre in bilico tra dettato lirico e vertiginoso e discorsività del dettato scientifico, tra brevità del verso e il suo dilatarsi piano e argomentativo, quasi che tra i versi si nascondano frammenti di prosa scientifica, tradizione nobile della letteratura italiana, basti pensare a Galilei su tutti. Quindi la raccolta Misura dello zero si presenta come un atto di ricerca sulle possibilità del dire, esplorandole nell’intersezione tra diversi registri linguistici, cercando, come il titolo del libro stesso suggerisce, una misura che dia un senso e un equilibrio al dire ma anche allo stare dell’uomo. Il paradosso è che questo equilibrio, che è al tempo stesso un limite anche matematico, può essere dato solo dallo zero, che proprio per essere niente o nullo, può dare il criterio della misura e del valore di ogni verso, di ogni parola, di ogni cosa. La poesia deve tendere quindi al grado zero che possa mostrare la misura dell’essere, del cosmo, il suo ordine, misurabile forse, ma comunque indicibile e segreto.

 

© Francesco Filia

 

(Da Misura dello zero)

*

fu scoccata al big bang la freccia del tempo
e segna ancora oggi la nostra direzione
e pure fu lanciata la freccia dell’entropia
per cui la tazza che si infrange non si ricompone
la polvere non ritorna spontaneamente al muro
perfino quando con la teoria tentiamo
di mettere ordine nell’idea dell’universo
ne accresciamo il disordine totale

e quelle due frecce allora scagliate
misteriosamente hanno la stessa direzione

ma noi ci sentiamo a volte perduti
in questo vincolo primario
e proviamo una strana nostalgia
di un ambiente pienamente euclideo

l’insofferenza di non potere muoverci
avanti e indietro come per gli spazi
quella baia di possibilità perdute

*

contro gli eccessi dei luoghi aperti
che portano strade di troppe cifre
si leva l’invenzione dello zero
sul vuoto finestra quasi ellittica
occasione del niente
quantità e pura meraviglia
si pone fermo ad impedire
ogni tentativo di moltiplicazione
varco di sbarramento ai naturali
simbolo da eresia
pone un numero al vuoto
una misura

*

Pitagora

Il respiro della notte è onorato
ora va ad attenuarsi lo splendore degli astri.
Pitagora dorme.

Il paesaggio lo assiste
lo accompagna nello scendere cauto su rocce
in vista del mare.
Il sonno ci viene dagli alberi
il respiro dalla luce
che attraversa una lieve fenditura
e alta si espande.
Tutto è numero egli dice
anche qui nella incomprensibile notte.

È vero: ieri c’è stato uno scatto
di superbia che ha offuscato le fronti.
Ma noi di certo veneriamo gli dei immortali
serbiamo i giuramenti onoriamo gli eroi
come egli ci insegna.
E di solito ci siamo ritirati con modestia
abbiamo cercato di non agire senza ragione
e ben sappiamo come il nostro destino sia la morte.
Il mondo ci confonde
ma noi confidiamo.
Ci asteniamo da cibo animale da fave
rinunciamo a voluttà di cibo e lussuria
e per quanto possibile in pace soffriamo.
Pitagora dorme.
I sogni gli giungono dagli avi.
Ora il cielo è senza disastri
chi è arrivato sa di poter scegliere.

C’è il quadrato costruito sull’ipotenusa
e ci sono i quadrati costruiti sui cateti.
Generare collegamenti è la natura umana piú alta.
Dimostrare è possedere
una parte di mondo dopo averla osservata
condividere una regione del linguaggio.
Frase genera frase e il buio si dirada.

Non portiamo fuori la notte
perché di cose pitagoriche sappiamo
non si debba senza lume conversare.
Tutto è serbato nelle nostre menti
e nei lineamenti tranquilli dei volti.

Tutto è numero – dice.
E ci dispone le proporzioni armoniche
dei suoni e degli astri.
Si pone dietro un telo
perché tutto sia nell’appartenenza
come un viaggio di abbandono
o come i nostri inverni ci cercano
il nostro muoverci negli spazi stellari.
E noi gli crediamo.
Che torneremo a dormire e a guardarci dormire
a far scorrere tra le nostre dita
questa stessa sabbia in un ciclo futuro

*

quando sei lontano segni tutte le ore
qui i soffitti si inarcano
per timore della luce
qui hai portato la tua lingua sdentata
abiti la casa che hai dimenticato
un passo piú in là e trovi il vuoto
i frantumi che si radunano
passi di meno all’indietro
e quando ti volti
aria
c’è un racconto che appariva veloce
i giorni lasciati liberi dalle nebulose
dopo la notte intenta
lo portava la madre
il richiamo scivolava nel verde
cosí forte che il sentiero poteva distrarsi
nella sua concretezza di argine
lo faceva fiorire
di dettagli credibili
più tardi gli sconfinamenti dei libri
la ragione che vede la sua casa
e nella stanza piú piccola
il vuoto

L’«altra metà» di Primo Levi: la chimica dei versi – di Emanuele Zinato

levi

I. Primo Levi è celebre soprattutto come testimone di una delle maggiori tragedie del Novecento: i campi di annientamento nazisti. Levi, tuttavia, è anche e soprattutto un grande scrittore: Se questo è un uomo e I sommersi e i salvati sono opere che, riflettendo sulla “condizione umana”, si situano sulla scia dei Saggi di Montaigne e dei Pensieri di Pascal, La tregua è una grande narrazione epica e picaresca, le quattro raccolte di racconti (Storie naturali, Vizio di forma, Il sistema periodico, Lilìt e altri racconti) sperimentano le varie maniere dell’ apologo “scientifico”, «facendole reagire le une sulle altre».[1] È inoltre un poeta, e nella forma breve delle sue poesie si può apprezzare compiutamente l’impasto di invenzione letteraria e argomentazione etica tipico della sua scrittura.
Levi ha iniziato a scrivere poesie molto presto: il primo testo, dal titolo Crescenzago, è del febbraio 1943. La scrittura in versi dunque precede, e poi affianca, quella in prosa e arriva sino agli ultimi mesi di vita dell’autore. Le poesie uscirono in una prima raccolta di 27 testi presso l’editore Scheiwiller nel 1975: L’osteria di Brema, il cui titolo è tratto da una poesia di Heinrich Heine. Dieci anni dopo, nell’ottobre del 1984, uscì la seconda raccolta, pubblicata da Garzanti: Ad ora incerta, di 53 poesie (anche stavolta il titolo rimanda a un testo poetico: un verso di The Rime of the Ancient Mariner di S. T. Coleridge). Altri 18 testi, composti tra il settembre 1982 e il gennaio 1987, furono raccolti con il titolo redazionale di Altre poesie e pubblicati postumi nel volume einaudiano delle Opere.[2]
Considerare Primo Levi “un poeta” può risultare sorprendente: la poesia nella modernità dell’Occidente è stata il più egocentrico dei generi letterari, un’arte che, nella sua forma tipica, rievoca frammenti autobiografici in uno stile del tutto soggettivo. Levi, invece, è giustamente noto come scrittore del “noi” e del “voi”, come evocatore di un monito e di una responsabilità collettiva. Infatti egli, fedele al criterio di trasparenza nella comunicazione, dichiara perentoriamente “dicendo poesia, non intendo niente di lirico”;[3] e “provo diffidenza per chi è poeta per pochi”.[4]
Nel risvolto di copertina di Ad ora incerta, tuttavia, Levi confessa al lettore un’altra origine, “non razionale”, della propria scrittura poetica:

Uomo sono. Anch’io, ad intervalli regolari, «ad ora incerta», ho ceduto alla spinta: a quanto pare, è inscritta nel nostro patrimonio genetico. In alcuni momenti, la poesia mi è sembrata più idonea della prosa per trasmettere un’idea o un’immagine. Non so dire perché, e non me ne sono mai preoccupato: conosco male le teorie della poetica, leggo poca poesia altrui, non credo alla sacertà dell’arte, e neppure credo che questi miei versi siano eccellenti. Posso solo assicurare l’eventuale lettore che in rari istanti (in media, non più di una volta all’anno) singoli stimoli hanno assunto naturaliter una certa forma, che la mia metà razionale continua a considerare innaturale.[5]

Quale fra queste dichiarazioni autoriali dobbiamo prendere per buona? I versi di Primo Levi sono davvero la voce della metà inconscia, non razionale dell’autore?
Gli esiti formali sembrerebbero smentire questa confessione leviana. Al lettore delle poesie, infatti, balza agli occhi soprattutto il loro impianto didattico e epigrammatico: anche la poesia sembra nascere in lui dalla ragione, dalla lettura morale della realtà. A partire dal testo poetico più noto, l’ epigrafe di Se questo è un uomo dal titolo Shemà, nei versi di Levi non vi è mai la più piccola traccia di orfismo o «l’attesa che – suono a suono, figura a figura – il senso scaturisca in forza di quella razionalità ‘altra’ che è l’inconscio».[6] Si tratta viceversa di un caso esemplare di figuralità severamente controllata,[7] che permette di accostare, dal punto di vista stilistico e retorico, Ad ora incerta «a quella poesia neorealistica che in Italia è riuscita ad avere così di rado degne espressioni.»[8] Shemà in ebraico significa ‘ascolta’ ed è l’invocazione a Jahwè con cui si apre la preghiera fondamentale dell’ebraismo. Questo titolo allude a una poesia intesa come parola religiosa laicizzata: un monito culturale a largo raggio di senso. Si tratta di tre strofe di 4, 10 e 9 versi liberi, in cui la figura più presente è l’anafora, la ripetizione. I destinatari sono i milioni di anonimi condensati in quel “Voi”: si tratta di una maledizione e insieme di un ammonimento disperato e solenne. Il comando imperioso, martellato dalle anafore, serve a scolpire nel cuore di ognuno la memoria, contro la smemoratezza, l’indifferenza e la complicità. Allo stesso modo funzionano altre poesie composte tra il 1945 e il 1946, come a esempio Buna, Alzarsi, Lunedì, Ostjuden. Non si tratta dunque, di certo, di poesie liriche, il genere letterario dedicato all’espressione dei sentimenti individuali: lo schema è piuttosto quello classico della poesia di pensiero (l’epigramma, l’epistola in versi, l’apostrofe).

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