gaia ginevra giorgi

Langue, il Festival romano che studia la poesia nel quartiere degli studenti

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Langue, il Festival romano che studia la poesia nel quartiere degli studenti

di Daniele Campanari

Nel quartiere di San Lorenzo, a Roma, lo studente non aveva l’odore della sigaretta accesa o le gambe corte; tratteneva un libro con la mano destra. Sulla spalla sinistra portava una borsa – conteneva forse altri libri? -, schivava una bottiglia di birra vuota, seguiva voci possedute tra gli scaffali. Entrava alla libreria Assaggi: è qui la festa. Usciva, tratteneva ancora quel libro con la mano destra che era pagina pure lei, su quella mano si poteva andare a capo tracciando le righe di una prossima poesia. Procedeva dritto, affiancava il Verano, osservava la cinta del monumento, la stringeva arrivando in piazza dell’Immacolata. È anche qui la festa.
A San Lorenzo è nato un Festival di poesia che ha saputo camminare, farà i primi passi sabato 26 maggio. Non si tratta di un movimento divenuto consuetudine in molte parti d’Italia, collezione (“Il termine sinteticamente riassume alcuni degli aspetti di Langue, lascia di proposito alcuni contorni sfumati. È un invito a chiedersi cosa sia la poesia”) di poeti vivi, ma parola respirata: respirare parola camminando.
Si chiama Langue il primo Festival di poesia a San Lorenzo, Festival curioso per tanti motivi. (altro…)

Inediti di Gaia Ginevra Giorgi

Photo by Jilbert Ebrahimi on Unsplash

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il mio mestiere ha a che fare con il silenzio
– con il dolore elementare raccolto nelle stanze
: ascoltare l’acqua che gonfia la terra, la luce
che la filtra, misurare a lunghi sonni le radure
saper battere in ritirata. scavarmi un buco nello sterno
ritrovare i fili che mi portano
le radici che mi tengono

 

*
le sere d’estate mia madre
stava seduta di là come il cielo sta sul mare
e nelle cose del sole, rilegava l’orrore
a uno spazio diverso
alle stanze degli ospedali
dove non mi era permesso entrare

 

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#PoEstateSilva #11: Gaia Ginevra Giorgi, Manovre segrete

PoEstate Silva #11: Gaia Ginevra Giorgi, Manovre segrete, InternoPoesia, 2017, € 10,00

*

lettera a mio padre

mentre riunisco i pezzi
di questi pochi anni
penso a cosa resterà
degli orizzonti bruciati
del sentore di salmastro
dei vigneti invecchiati
come te

che hai l’odore
di queste bestie di collina
che hai il calore
delle persiane rigate di sole
la mattina

mi chiedo che ne sa
la tua generazione
di una terra che non ha sudato
che ne sa la tua generazione
dell’abbandono

io so il fiato bollente dell’asfalto
io so il sole che c’è nella terra screpolata
io so a memoria le cicatrici della luna

non mi rimane che da fare i conti
con la penombra imprestata dalla sera
con l’intima e dolente posa di ogni notte

con i sonniferi e la solitudine – più che mai
:::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::luccicante –

dei tuoi sguardi

e mi chiedo che ne sa
la mia generazione
del buio

*
pensiero meridiano

qualche volta ripenso al tuo corpo
separo un suo dettaglio
la linea alta dell’anca – per esempio
le natiche aperte – le spalle larghe

così faccio per la tua pelle
cotta dal vento del Dodecaneso
dal sole di una terra senz’ombra

lo stesso per gli spigoli della tua bocca
quando s’increspa
nell’espressione docile
di certe onde basse
ripenso al sale che si deposita ai margini

quando poi penso alla tua bocca che fa
elenchi interminabili di gesta
di pirati misconosciuti del Novecento
mi viene in mente solo la tua bocca

picco di rosa nel blu selvaggio di Donousa

*

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“Sisifo” di Gaia Ginevra Giorgi. Nota di lettura

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Gaia Ginevra Giorgi, Sisifo, Viterbo, Alter Ego Edizioni, 2016, pp. 44, € 9.90

Un titolo “mitico” per una raccolta che pare strizzare l’occhio ad Albert Camus che, negli anni ’40 a Sisifo dedicò un saggio sull’«assurdo» e sulla «sopportazione del vivere». C’è traccia di tutto questo nei versi di Gaia Ginevra Giorgi; oggi qui ne proponiamo alcuni con una nota di lettura nel tentativo di attraversare la sua poesia-prosa e quel residuo di «assoluto» che lì si esprime. Quel «resto» è probabilmente due cose in questa poesia: un altrove, declinato nello spazio (nei luoghi) e nel tempo ma è anche una ‘tensione’, quella di un’autrice alla sua prima prova poetica, alla ricerca di una lingua e soprattutto di una misura che dica lo stare nel mondo, come in io mi sono consumata: «io mi son consumata/ per una vita intera/ le suole/ pestando/ selciati secchi/ e polverosi/ ed ora tutt’un tratto/ tutto questo cemento/ mi pare tragicamente/ ironico». Il contrapporsi di paesaggi urbani e non è tracciato in gran parte della raccolta: sono forse le due dimensioni spaziali in cui l’io vive e rivive, in cui cerca gli altri prima del sé e il sé con gli altri; la lingua dell’io poetico, tuttavia, fa proprie visioni di luoghi e tempi anche obsoleti, citazioni, prese su una realtà che non è più. È il caso di multipiano palazzo: «obitorio di lamiera/ relitto metropolitano/ luce artificiale di frontiera/ vela tesa d’afgano// piazza della repubblica è un porto/ e cristo non è mai risorto/ era un voyeur aristocratico/ di slancio prometeico// come il multipiano palazzo// che mi guarda un po’ stranito/ se faccio avantindietro/ senza il vestito/ mi trovi bella/ attraverso il vetro/ offuscato». Passato e presente, antico, moderno e postmoderno si confondono in questi versi senza annullarsi, quasi in un tempo-non tempo che si spezza in un gesto: l’«avantindietro». Anche in un altro dei testi (questa volta senza titolo) siamo di fronte alla stessa modalità ed è lo specchio a ritagliare le forme, a marcare il confine dell’io: «mi sono tagliata con una scheggia/ dello specchio// ci sono pezzi di rivoluzionari caduti/ sparsi intorno a me e/ queste pianure hanno il sapore dolce dei fossi/ che son culle/ oppure tombe – gli alberi/ stilizzati profili deformati/ i miei compagni disperati// mi sono tagliata con una scheggia/ dello specchio». Non si sa se lo specchio fotografi un presente o un presente-passato (più probabile) ma di nuovo si percepisce la frattura del tempo con un gesto.
C’è un dato ulteriore a completare questo percorso nei versi: il contatto con il naturale che, in qualche misura, richiama il possibile accostamento con la poesia di Mariagiorgia Ulbar (che abbiamo recensito qui); si prenda ad esempio la poesia rettili: «fuori tira freddo/ si respira l’aria del tenero filo di brughiera/ zuppo strambo e delizioso – i pensieri/ raschiano alla sua porta/ i ricordi miagolano/ si strusciano contro/ come umide gatte di strada// lui non apre/ si proietta sul soffitto – altalene/ colline corridoi e/ fuma tabacco di razione/ pensa al ghiaccio/ stravolto d’erba e cemento/ al corvo che brilla// ed io carezzo i tronchi/ ruvidi rettili». Questa è una scena in cui l’accumulazione di sostantivi e aggettivi ferma il tempo, ancora in un non-tempo quasi sognante; è tuttavia un’operazione diversa rispetto a quella di Ulbar, poiché l’onirismo non doppia se stesso ma si autodefinisce soltanto.
Siamo infine in un campo altro rispetto a quello cui ci ha abituato certa ironia poetica del secondo Novecento − e si può tirare in ballo, come altre volte è accaduto, Patrizia Cavalli. L’ironia, se c’è, è qui un’eco, è qualcosa che ha a che fare più con “la ricerca di” che con ciò che si è già trovato. Si potrebbe affermare allora che il “dolceamaro” di Giorgi (così definito qui) paia talvolta sopraffatto da una ‘amarodolcezza’; poeticamente, infatti, cambiando l’ordine degli addendi il risultato sempre cambia e questa raccolta lo dimostra.

© Alessandra Trevisan