gaffi editore

Franz Krauspenhaar – Le monetine del Raphael (recensione di Martino Baldi)

raphael

Franz Krauspenhaar – Le monetine del Raphael (recensione di Martino Baldi) – Gaffi Editore – 2012 – € 17,00

***

Siamo ormai quasi a un quarto di secolo da quel fatidico 29 aprile 1993 in cui Bettino Craxi, ex leader del Partito Socialista Italiano ed ex Presidente del Consiglio, travolto dagli scandali di Tangentopoli e destinatario di decine di avvisi di garanzia, presentò la propria autodifesa al Parlamento, che negò col proprio voto ai magistrati l’autorizzazione a procedere nei suoi confronti. Il giorno dopo, mentre in tutta Italia si moltiplicavano le manifestazioni di dissenso, all’uscita dall’Hotel Raphael, la sua residenza romana, Craxi veniva accolto da una folla inferocita che lo bersagliò con ogni genere di insulti e di oggetti, e soprattutto con una pioggia di monetine divenuta proverbiale.

È passata molta acqua sotto i ponti da quella stagione che ha rivoluzionato la vita (non solo politica) italiana e se è vero che qualcuno ne ha pagato le colpe, che qualcun altro ne ha raccolto i frutti e che è stato scritto molto sulle vicende giudiziarie di quegli anni, è altrettanto vero che è mancata forse una profonda riflessione su cosa sia stata, dal punto di vista collettivo, la stagione del “socialismo rampante” e quella, successiva e repentina, della sua caduta. Perché – questo afferma con decisione Krauspenhaar, sulla filigrana della sua narrazione – il fenomeno del craxismo, del socialismo rampante, della “Milano da bere” è stato proprio una delle numerose manifestazioni di un carattere nazionale, di un popolo che rimuove i propri errori collettivi e i propri traumi sempre attraverso la figura del capro espiatorio, predisponendosi così da un giorno all’altro a indossare, anche in buona fede, la casacca più confacente al momento, più comoda per la propria falsa coscienza; come il padre del protagonista di questo romanzo, militante fascista durante il fascismo e convinto e appassionato comunista sin dal giorno dopo la caduta del regime.

Le monetine del Raphael narra la vicenda di Fabio Bucchi, un pittore di talento che negli anni Ottanta, per veder riconosciuta la propria arte, si piega a compromessi e collusioni (legali ma moralmente discutibili) con la nuova classe dirigente socialista capitanata da Bettino Craxi. Il tutto è raccontato in prima persona dal protagonista, ormai vecchio e malato, accudito da una giovane badante, in un flashback continuo che non si ferma agli anni Ottanta ma ricostruisce tutta la propria vicenda a partire dall’infanzia di povertà del dopoguerra fino ai giorni nostri. Si disegna così una autobiografia estremamente privata, quasi proibita, che però è, allo stesso tempo, anche la storia di un uomo nella Storia: la nascita e la coltivazione della propria arte nei pochi momenti liberi dalle ore di fabbrica a Sesto San Giovanni, le amicizie, le relazioni quasi d’amore, le solitudini, le intuizioni e gli errori; e poi la nascita delle proprie opere più sofferte, le mostre internazionali, i rapporti col Capo e la sua corte; e ancora, il caso Moro, il terrorismo rosso e quello nero, gli efferati delitti del Circeo e gli altri casi di cronaca, ma anche i grandi maestri del cinema, della letteratura, della musica. E il sesso, sesso, sesso, tantissimo sesso: vorace, estremo, perverso, di gruppo, sadico, di ogni tipo, come a voler porre su tutta la vicenda umana il sigillo del dio Eros, come a far trasparire che a muovere l’uomo come un burattino nei suoi gesti quotidiani, a farlo trionfare o a rovinarlo per sempre, sia sempre una soggiacente e profondissima forza irragionevole (“quel che non ha ragione ne mai ce l’avrà / quel che non ha rimedio né mai ce l’avrà / quel che non ha misura”, in una nota canzone di Chico Buarque), a volte luminosa a volte oscura, a volte delicata a volte violenta, sempre inspiegabile e spesso inconfessabile. Sono queste le tessere di questa “tranche de vie” che non compone però mai il cosiddetto mosaico che ci aspetteremmo, bensì sembra quasi, al contrario, la parete, segnata, spaccata, quasi ferita, da cui un mosaico è stato smontato. E al centro di tutto, emblema principale di tutta questa storia e forse di tutta al nostra Storia, la strage di Bologna: raccontata in un capitolo tanto meraviglioso e tanto terribile da togliere il sonno, un vero capolavoro incastonato nel cuore del libro, un racconto che tutto vuol essere tranne che un gioiello e che forse proprio per questo rifulge ancora di più di dolorosissima bellezza, lanciando i suoi echi su tutto il resto del romanzo.

Le monetine del Raphael è un libro che fa male, inadatto a chi dalla lettura cerca rassicurazioni, distrazioni o il conforto delle proprie idee. È un libro perturbante e disturbante, forse anche pieno di difetti ma scritto davvero magistralmente da uno scrittore che, giunto qui al culmine della sua maturità, gioca una partita difficile contro ogni falsa coscienza, a partire dalla propria. Viene in mente quel bellissimo verso della poesia Traducendo Brecht di Franco Fortini: “Fra quelli dei nemici scrivi anche il tuo nome”. E viene in mente che più si procede in questo libro e più sembra di sentir risuonare una colonna sonora beffarda, che non esiste, una versione di La storia di Francesco De Gregori crudelmente scrostata dalla patina del populismo, quasi rovesciata, passata attraverso un trattamento simile a quello riservato dai Sex Pistols all’inno britannico God save the Queen. La storia siamo noi, sì, è non è niente di buono, sembra dirci Krauspenahaar. Prenderne atto è un gesto di coraggio e onestà intellettuale che certuni, molti, non riescono mai a compiere.

©Martino Baldi

 

Fernando Coratelli – La resa

laresa

Esce domani (18/06)  il nuovo romanzo di Fernando Coratelli, La resa (Gaffi editore).
Proponiamo in anteprima un estratto dal terzo capitolo. Buona lettura (gm)

*****

Teresa ha appena prelevato il denaro. Ora deve darsi una mossa: il signor Veretti sarà di sicuro in sala d’attesa, e in questura lei perderà altro tempo, deve accelerare il passo se non vuole che l’associato anziano, l’avvocato Mauri, che la ha presa sotto la sua ala protettrice, non le faccia una ramanzina. Nel frattempo Ayman (si chiama così l’uomo che è nascosto nel Ducato) socchiude gli occhi e incrementa la litania, si mette in piedi, anzi curvo dentro il furgone, quando sente battere due volte sulla fiancata. L’uomo che è fuori bussa con le nocche sulla carrozzeria, sembra il gesto di un uomo irrequieto. Sono le nove e quarantasei.

Una folla crescente riempie quel pezzo di Brera, da corso di Porta Nuova per via Montebello fino all’angolo con via Turati. Teresa fa due passi verso il Ducato, ma qualcuno accidentalmente incoccia nella sua spalla con forza. Lei ha un contraccolpo che la ruota di quarantacinque gradi – il movimento, con la borsetta aperta, le fa cadere portafogli e cellulare.

Chi la ha colpita tira avanti come se niente fosse. Un ragazzo, invece, la aiuta a raccogliere le sue cose. Lei si piega sulla gamba destra, la gonna del tailleur sale. Si scopre parte della coscia, Teresa ha gambe lunghe e tornite, e il ragazzo non può fare a meno di notarle.

Intanto Ayman scende dalle portiere posteriori del furgone e prega Allah.

Sono attimi: si dice così. Attimi in cui accade una serie di eventi slegati fra loro ma che a posteriori sembrano disegnati, pensati o concatenati da un’unica mano. L’avvocato Mauri, inspiegabilmente in ritardo stamattina passa davanti alla questura. Non ha fretta. Dietro, a pochi metri di distanza, c’è il signor Veretti. Non si accorge né di Mauri davanti a lui né ha una vista così fine da vedere Teresa più in là di fronte, poi è troppo preso dalle sue disgrazie e vicende processuali, da giorni medita addirittura il suicidio.

Il ragazzo che ha aiutato Teresa la trattiene, le dice mi chiamo Ettore, tu? Lei risponde imbarazzata, balbetta il suo nome. Scusa, ho fretta – aggiunge girandosi.

Ayman arriva davanti alla questura, alcuni agenti gli intimano di fermarsi. Lui pensa per un attimo a sua madre, all’Egitto, al giorno in cui arrivò in Italia. Era carico di speranze, voleva una vita diversa. Credeva che da ateo sarebbe stato più semplice. Ripensa alla fatwa che gli hanno emesso, che non avrebbe ricevuto se non fosse stato così imbecille quel giorno. Ma lui a Maometto non ci ha mai davvero creduto. Sì, lo prega, a volte guarda verso Est: ma chi non guarda a Est? Il Corano lo ha studiato, doveva. Ripensa all’imam il giorno in cui lo ha prelevato da casa. E adesso?

Adesso è qui. Forse è giusto, forse no. Per un attimo nelle ultime settimane ha creduto di essere un rivoluzionario. Aveva letto un libro qualche tempo fa. La biografia di “Che” Guevara. Gli tornano in mente tante cose, soprattutto gli ultimi due giorni in cui si è preparato a morire, in cui non è andato a lavorare.

La signora che ha usato il bancomat prima di Teresa è sorpresa da una telefonata e si ferma vicino al Ducato. L’uomo che guidava il furgone spegne la sigaretta e va via a passo svelto girandosi di continuo. Tommaso sta pensando a Agata, a Teresa, a perché non è ancora sposato, mentre Lucia sta facendo il controllo di routine per l’apertura della cassa. Agata sbuffa, pensa a molte cose, ma soprattutto ha da finire un lavoro prima dell’assemblea dei soci e preferisce lavorare senza distrazioni.

Teresa si divincola da Ettore, il quale però la trattiene per un braccio e le chiede sfrontato il numero di telefono. Sono fidanzata, mente Teresa. Ah, capisco, dice lui, abbassa la testa e molla la presa.

Intanto due colpi secchi di pistola: uno colpisce Ayman a una gamba, l’altro lo prende alla spalla sinistra.

È allora che succede.

La deflagrazione è potente. Un boato che scaraventa a terra Teresa, addosso a Ettore. Le orecchie ronzano, la polvere investe occhi, vestiti, naso. L’avvocato Mauri non si accorgerà neanche dell’accaduto. Il caso toglie il signor Veretti dall’impaccio del suicidio, lui cattolico fervente. La signora al telefono si schianta sul Ducato che nascondeva il kamikaze. Siddique (questo il nome di chi guidava il furgone) corre alla disperata per via San Marco: deve raggiungere corso Buenos Aires al più presto – questo l’ordine tassativo che ha ricevuto. Sono le nove e quarantotto.

Teresa è sdraiata a terra su Ettore. Si guardano negli occhi, sguardi fissi e intensi. Le loro labbra e i loro fiati sono vicinissimi. Teresa fa leva sulle mani e si gira. Si mette seduta a guardare verso il luogo da cui ha sentito l’esplosione. Occhi e orecchie non sono in sintonia. Intorno a lei c’è un ambiente lunare: bianco, polveroso, immobile, stantio. A ricordarle che non è sulla luna sono gli antifurti che suonano impazziti, le prime grida di disperazione, i crepitii di auto e oggetti che bruciano. Ettore si mette a sedere vicino a lei.

Si ispezionano a vicenda – non sono feriti, almeno così pare.

Sono frastornati. Teresa si osserva le mani, cerca una verità. Lui si ruota più volte la testa, vuole cacciare l’incipiente senso di svenimento che lo domina. Lei si spolvera la gonna del tailleur, cerca una dimensione di normalità. Le arriva persino un essemmesse, ma non è di Tommaso.

Sono viva. Sono salva per miracolo. Potevo essere morta.

No, non sono questi i pensieri che dominano Teresa, tutto questo lo penserà più tardi quando focalizzerà l’accaduto. Ora sono dettagli insignificanti e privi di valore ad accalappiare la sua mente. Sono tutta sporca, ho rotto un sandalo, miseria ladra non posso andare in ufficio così, ho il pranzo con Tommaso, forse è meglio se passo da casa a cambiarmi, oh Dio che casino che c’è, sono in ritardo.

È stonata, le gira la testa ma non se n’è ancora accorta. Appena si alza si rende conto di sentirsi come se qualcuno la avesse picchiata, è indolenzita e le bruciano gli occhi.

Sono ormai le nove e quarantanove e tutto è già successo.

Mary Barbara Tolusso – L’imbalsamatrice

Ho sorriso chiudendo il libro. Ho sorriso quando l’ho riposto in libreria, ignorando ordini più o meno alfabetici, accanto ai libri di Welsh. Il sorriso è quello di un lettore soddisfatto ma anche qualcosa in più. A me pare di aver trovato qualcosa di nuovo nel panorama letterario italiano (non solo femminile). L’imbalsamatrice, di Mary B. Tolusso, è romanzo veloce, tagliente, ironico, mai banale. Lo stile di Mary B. è riconducibile ai ritmi dinamici di molti scrittori americani o anglosassoni. Mi vengono in mente Welsh per la velocità dei dialoghi, Palahniuk per l’ironia acuta e tagliente, per i graffi. La Paley e P. Roth per l’intensità che dietro una battuta cela uno sguardo che scandaglia molto a fondo. La Tolusso, però, ha un suo stile assolutamente riconoscibile che spero di incrociare a lungo in giro per librerie.

(altro…)