Gabriele Galloni

Cinque racconti da “Sonno giapponese” (Italic Pequod 2019) di Gabriele Galloni

 

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Non c’è molto da raccontare. Si dice che morì contemplando un piccolo Guttuso; poco più di uno schizzo appuntato a mano libera dall’amico lontano.
Aveva esaurito ogni possibile combinazione di parole all’interno di quel sistema crudele che è l’endecasillabo. Le parole da noi amate hanno un limite: sono poche. Il resto è brusio, massa fonica o grafica. E dall’inizio alla fine del sogno troppe volte rischiamo di comporre la stessa frase. Anzi lo stesso verso.
Prima di addormentarsi per sempre chiamò un suo caro amico. “Pronto?”
“Sono S. come stai?” “Ciao! Non c’è male. Tu?”
“Bene. Senti, stavo pensando una cosa…” “Dimmi tutto.” “Le parole di cosa sono fatte, secondo te?” “Di aria, se parlate. Di inchiostro se scritte.”
“Meno aereo. Te lo dico io, di cosa sono fatte. Le parole sono fatte di lettere.” “Ok. E le lettere?”
“Di segni, chiaro. “Va bene; hai vinto.”
“No, che vinto. Insomma: le parole sono fatte di lettere.
Partendo da questo assunto, cos’è quindi la morte?
La morte che è silenzio? Cioè: da cosa è composta?”
L’amico aveva finto una interferenza telefonica. “Non ti sento. Pronto? Ci sei? Non ti sento più.” E aveva riattaccato.

 

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Iniziamo con il dire che l’Andalusia è piena di portici. All’ombra di quei portici può accadere di tutto. Può accadere, per esempio, che innanzi a te si materializzi la Vergine delle Stelle. Figura celeste che i meno attenti confondono con la Madonna e che invece non è la Madonna, bensì la custode dell’Empireo, la portinaia del posto. Può accadere che, dicevo, innanzi a te si materializzi Lei per raccontarti una storia. Tipo il sole quando la Spagna era saracena: le dimensioni del sole, il colore del sole, in che modo il sole batteva sulle teste dei popoli iberici. Può accadere che la Vergine delle Stelle ti intrattenga per ore, con il sole. Ma guai ad annoiarti; Ella se ne accorgerebbe subito e la via dei lumi superiori ti sarebbe negata per sempre.
In Andalusia può capitare che i santi siano vendicativi. Senza il livore degli umani, per carità, ché l’odio è sentimento del finito; l’infinità ha in spregio l’odio.
Però, insomma, i santi andalusi non la mandano certo a dire. L’Andalusia è anche fontane.
E strade di polvere che all’improvviso hanno termine in giardini; giardini senza case, senza proprietari. Giardini che, percorsi, finiscono così come sono iniziati sotto i tuoi piedi – all’improvviso. E la strada ritorna polvere e l’erba sassi.
Le città andaluse sono celebri per la musica che si suona nei loro locali. È una musica che parla di viaggi, nello specifico del viaggio più impegnativo e cioè la Morte. I musicisti abitano in periferia, in quartieri grandi come una bara; quartieri in cui gli uomini sono sempre in lacrime e le donne scheletri festosi.
Trombe, fisarmoniche, violini.
Non parlate di fantasmi con i bambini andalusi. Potrebbero chiamare i genitori.

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“Creatura breve” di Gabriele Galloni. Nota di Mary Barbara Tolusso

Creatura breve di Gabriele Galloni, classe 1995, presente nella terna dei finalisti del Premio Maconi sezione Giovane, si avvale di un montaggio accurato. Emerge una precisa sensibilità linguistica, capace di coniugare a una dimensione classica una più minimalista, a tratti provocatoria, che è anche il tratto più peculiare del poeta. C’è, in Creatura breve, l’alternarsi di quadri contrastanti: tra concretezza e visionarietà, profondità e leggerezza, descrizione e intuizione sensibile e sensoriale – sonorità, tatto, voyeurismo – che di volta in volta suggeriscono un dettaglio di osservazione. Galloni nei suoi versi applica un’intersezione, un innesto tra il grande movimento della morte e la piccola porzione di vita che procede anche per sospensioni e mancanze. I morti, in fondo, come insegna Giovanni Giudici, divengono un pretesto per parlare dei vivi e del mondo che si fa cosa sensibile. Una scrittura che ha anche la capacità di raffreddarsi procedendo per sottrazioni e spiazzamenti rivelando un senso dell’esistere, quasi sempre in difetto, ma proprio dall’assenza, dalla privazione a cui l’esistenza sarà soggetta, Galloni riesce a evocare quella realtà pregressa che ci indicava la fine già nell’inizio: l’acqua per esempio, secolarmente simbolo di vita, diviene anche “la cosa che ti anticipa e ti chiude”. Versi misurati e in equilibrio. In questo modo l’autore elabora una trama collettiva di vivi e di morti che si sovrappongono, rispettivamente mai esauriti nel loro stato, così i morti continuano a vivere quanto i vivi non lo sono mai del tutto. Una poesia che fa della decostruzione – talvolta non senza una sobria ironia – la sua forza, cogliendo i punti di crisi, il disagio e i cedimenti di senso dell’esistenza.

© Mary Barbara Tolusso

 

Gabriele Galloni, Creatura breve, Edizioni Ensemble 2018

Omaggio a Jolanda Insana

 

Jolanda Insana (fotografata da Dino Ignani)

Jolanda Insana (foto di Dino Ignani)

Perturbato infiammamento

Versi, pensieri, costruzioni per Jolanda Insana a due anni dalla scomparsa

Jolanda Insana l’ho scoperta grazie a un libricino di poesie e prose intitolato Satura di Cartuscelle. Là faceva il contrappunto al De amore di Andrea Cappellano, e con lingua affilata e infaticabile riesumava i propri morti dalle macerie del terremoto di Messina. Da lì è iniziato il lungo viaggio nei suoi versi, tra quei titoli evocativi e impareggiabili (Turbativa d’incanto, La stortura, La tagliola del disamore…) che, mentre venivano letti e molto amati, informavano l’occhio mai sazio che li percorreva come in preda a una febbre felice. Ma ignoravo che le ore passate in compagnia di quei libri dovevano preparare un incontro dalla doppia natura, segnando un inizio e un addio.
2016, è appena passata l’estate. Vengo chiamato a presentare una bella antologia di poesie sul tempo, alla Mondadori di via Piave, a Roma. Non c’è molto pubblico, l’evento è stato sponsorizzato in maniera pessima. In prima fila, Jolanda Insana siede vicino a Elio Pecora – entrambi partecipanti all’antologia. Si parla per quasi un’ora di fronte a molte sedie vuote, si termina l’incontro. Saluto Elio perché già lo conosco; lei no, Jolanda non l’ho mai vista fuori dal rettangolo dei video su Youtube. Ci presentiamo, tiene il viso così vicino al mio, ha un’intelligenza straordinaria negli occhi, un guizzo rarissimo e un sorriso furbo, d’intesa, di un’intesa istintiva. È felicissima, dice, perché “il prossimo anno io compio ottant’anni, e Sciarra amara ne fa quaranta”. Vuole festeggiare, ma non sa ancora come. Però si festeggerà, di questo è certa. È talmente contenta mentre inizia a progettare, ad architettare, e sembra di riuscire a vederle, idee allegre e luminose come bengala, salire dalla bianchissima nuvola elettrica dei capelli esibendosi in saettanti acrobazie. Pure, dice rivolta a me e a Elio, ha dei problemi di salute, “è il veleno delle sigarette”, una tosse che dura da un po’. Usciamo dalla libreria e ci salutiamo, ripromettendoci di sentirci presto. “Io sto in via dei Greci, conosci?” Certo che la conosco; c’è il Conservatorio in quella via tra il Corso e il Babbuino, e camminandovi si è sempre in compagnia di qualche musica di violino, o di pianoforte. In quella via ci sono passato in seguito moltissime volte, ogni volta pensandola. Ma la festa che tanto avrebbe voluta non c’è mai stata, perché il 27 ottobre 2016 s’è stutata la sua candela e via dei Greci ha perso la sua poetessa. Eccoci ora qui, due anni dopo, giovani nomi rispondenti a un invito (proprio come a una festa), per allumarne ancora la fiammella e fare “tappo” alla dimenticanza.

(Giorgio Ghiotti)

 

***

la verità non fluttua sulla terra

ha perso la scatola nera

e però m’afferro all’aquilone

passò di qui qualcuno?[1]

 

(Francesca Santucci)

[1] Quattro versi di Turbativa d’incanto (Garzanti 2012), tratti rispettivamente da: la verità non fluttua sulla terra (p. 13), sbreccata (p. 58), s’infossa il passo e traballa l’orizzonte (p. 7), intorcigliato porta al collo (p. 11).

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Inediti di Gabriele Galloni da “Bestiario dei giorni di festa”

Sinossi:

Bestiario dei giorni di festa è, sul modello dei bestiari medievali e del “Bestiaire” di Apollinaire, una raccolta di quaranta poesie su altrettanti animali. Le poesie sono brevi; quasi tutte di tre versi endecasillabi. Ho provato a trasporre in una lingua moderna e precisa certi toni di Esopo come della poesia didascalica settecentesca. Senza mai, naturalmente, rinunciare all’ironia o al gioco. (N.d.A.)

 

Il cane

Un cane con due zampe è sempre un cane.
Purché sempre ricerchi con la coda
la fissità delle cose lontane.

 

Il gatto

“Non avrai altro Dio all’infuori di me,”
miagola il gatto. È rosso a chiazze bianche.
Trema fortissimo; chissà perché.

 

La lince

La lince non è sveglia come vuole
far credere agli umani. Molto spesso
confonde un lampadario con il sole.

 

La pecora

Beve la pecora allo stesso fiume
di Eraclito; ma non è sazia mai,
ché l’acqua è troppo capriccioso nume.

 

Il passero

Non ha memoria, il passero, né voglia
di ricordare; solo vola e muta
di secondo in secondo, foglia in foglia.

 

La medusa

La medusa è un neurone dell’Oceano.

 

Il cammello

Potrai sedere in mezzo alle due gobbe –
il cammello ti narrerà la storia
dell’angelo che combatté con Giobbe.

 

Il bradipo

Ha come l’impressione, tanto è lento,
di vivere più a lungo. Un solo gesto
del bradipo è il più vivo tra i memento

mori.

 

Il pellicano

Sarà l’Apocalisse un pellicano
grandioso; bruceremo tutti nella
sua bocca spaventosa, piano piano.

 

Il pappagallo

Ripete sempre l’ultima parola
non detta, il pappagallo: non è mai
profeta in patria. E per dispetto vola.

 

La Balena

Inghiottirà tutta l’acqua di Dio?
La balena travolge le foreste
marine – è buio abbandonato l’Io.

..

E un altro corpo dice: “Creatura breve” di Gabriele Galloni

 

Creatura breve (Edizioni Ensemble 2018) è il terzo libro di Gabriele Galloni, dopo Slittamenti (Augh edizioni 2017) e In che luce cadranno (RPlibri 2018), una trilogia unitaria che trova qui il suo momentaneo esaurimento. Il merito di Galloni è innanzitutto quello di avere avuto un’intuizione stilistica, e cioè la scelta di adottare il discorso sui morti come strategia retorica, come il punto di vista di qualcuno che contempla freddamente, con precisione autoptica, la realtà distesa sul tavolo. Esperienza scarnificata, ridotta alla cartilagine e all’osso: scrittura scarnificata, con accento emotivo spostato su qualcosa che non viene detto (un esperimento simile, altrettanto riuscito, è stato quello di Carmen Gallo, con i suoi appartamenti o stanze frequentati da figure intraviste, diafane, spettrali, come in un teatro d’ombre cittadino, un incubo svuotato dalla paura). Nessuna rilettura a posteriori della vita alla Edgar Lee Masters, nessuna costruzione etica sul mondo. C’è in questi testi come una sensualità raggelata, un Sandro Penna lunare, perfino nei componimenti più apertamente erotici, che abbondavano in Slittamenti e ritornano in Creatura breve: dettagli scabrosi colti con voyeurismo indifferente, “dietro il portone socchiuso” (Creatura…, p. 38). Che il nuovo libro prosegua nel solco del precedente lo mostra il primo testo, un outtake che descrive per un nuovo segmento le peripezie silenziose dei morti. La folla unanime degli estinti è infatti la stessa che riempiva In che luce cadranno, i morti continuano a popolare “l’inquieta vastità della casa” (In che luce…, p. 35), attraversano i corridoi, sostano nel bagno, in cucina, e su di loro convergono perfino gli apparecchi (il frigorifero “aperto nell’Erebo” – Creatura, p. 17 – o “in dialogo amoroso con le stelle” – In che luce…, p. 13). Ma soprattutto è come se Galloni nel suo terzo libro riprendesse un’intuizione già proposta nell’altro, che ogni discorso sui morti non può che diventare simmetricamente un discorso sui vivi, su quanto di morto i vivi si portano addosso, “i lapsus, gli inciampi, l’indicibile/ della conversazione” (In che luce…, p. 9), i “gelati/ caduti di mano ai ragazzini” (In che luce…, p. 45), “l’insieme di tutti gli oggetti […] che dimentichiamo puntualmente/ lungo la strada” (Creatura…, p. 18), le cose “le tante perdute” (Creatura…, p. 19), e al limite “due chiamate perse” (Creatura…, p. 44). La nota di commento surreale e ironica che chiude la sezione Ritratti di comunità in sei giorni (“Qui finisce la galleria di ritratti per il poco tempo concesso all’Autore”, Creatura…, p. 31) può quindi essere anche considerata come una dichiarazione di poetica, laddove poesia è tutto ciò che il poco tempo – e la poca luce caduta- ci ha mostrato prima che andasse perduto.

@ Andrea Accardi

Outtake

I morti naufragano negli specchi.
Ma quanta ne raccolgono, di luna,
prima di visitarti come vecchi
amici. Luna a porgerti la scusa
del cielo. (altro…)

Intervista ibrida a Gabriele Galloni (di I. Grasso)

IN CHE LUCE CADRANNO
Intervista ibrida a Gabriele Galloni

di Ilaria Grasso

 

Per la raccolta di Gabriele Galloni, In che luce cadranno, ho realizzato qualcosa di diverso dal solito perché ero incuriosita dal fatto che un poeta così giovane si interessasse alla morte tanto da scriverne un’intera raccolta per cui ho contattato Gabriele Galloni per incontrarlo e scrivere questo pezzo che sarà un po’ una recensione, un po’ un’intervista.

I.: Bene Gabriele, da dove nasce l’idea di scrivere una raccolta sui morti?

G.: Chissà. Non so spiegartelo. Forse per scrivere l’ultimo-libro-di-poesie-possibile-sulla-Morte. La parola definitiva sull’oltretomba. Ride. Che poi ci sia riuscito o no è un altro paio di maniche. Non sta a me dirlo – anche se non ho dubbi sull’originalità e il valore della mia opera, sia chiaro. Ho pensato tantissimo alla pittura di Paul Delvaux, scrivendo le poesie di In che luce cadranno. Forse è lui il riferimento più prossimo al mio libro.

In che luce cadranno è senz’altro un titolo enigmatico e straniante per una raccolta che parla di morti. In genere sull’argomento viene in mente solo il nero buio e mesto come colore, invece Galloni ha scritto una raccolta che non perde mai di vista la luce. Durante la lettura delle prime poesie mi sono interrogata a lungo sulla natura della parola “luce” del titolo.
Solitamente si utilizza come sinonimo della parola “nascere”, l’espressione “venire alla luce” e questa è una raccolta che parla della vita oltre la vita terrena. Gli uomini dunque se dalla luce vengono in una luce prima o poi “cadranno”. Ecco svelato l’arcano! La mia tesi sembra ampiamente confermata dai versi della poesia che incontro quasi a metà libro:

I morti continuano a porsi
le stesse domande dei vivi:
rimangono i corsi e i ricorsi
del vivere identici sulle
due rive. In che luce cadranno
tornati alle cellule.

Le parole di Galloni sono misurate, limate, scarnificate fino al sangue essenziale di quel vero che inseguiamo per tutta la vita e che probabilmente troveremo solo quando abbandoneremo i nostri corpi e andremo chissà dove e come a proseguire la nostra esistenza, probabilmente in altra forma, a seconda del credo religioso d’appartenenza (per chi lo ha). Il vero della raccolta è dunque un concetto che rassomiglia molto all’osceno, a qualcosa da nascondere, come in questa: (altro…)

A margine delle raccolte di Canaletti e Galloni. Considerazioni

Nel marasma della poesia di questi anni duemila, anni in cui chiunque si sente in diritto di scrivere ma non in dovere di leggere, è inevitabile che rischino di passare in taciuto quelle voci che invece hanno qualcosa da dire, oltre che qualcosa da aggiungere alla poesia. Non è certo questo il caso di Riccardo Canaletti e Gabriele Galloni, fattisi notare subito al loro primo apparire. Se Canaletti è poeta esordiente con la sua prima raccolta La perizia della goccia, pubblicata a dicembre del 2017 (alcune poesie furono anticipate qui su «Poetarum Silva» nel mese di maggio 2017), Galloni si presenta in questo primo quarto di 2018 con la sua seconda prova, In che luce cadranno, silloge uscita lo scorso gennaio, a meno di un anno da Slittamenti.
Non sono il primo a scrivere di loro nella stessa nota, ma penso che questo sia uno dei modi per portare immediatamente all’attenzione del lettore due proposte differenti eppure mosse da un simile afflato poetico: sondare la realtà con un’identità poetica sorprendentemente matura, senza imitare esperienze precedenti, bensì dialogando con esse.

La perizia della goccia di Riccardo Canaletti, classe 1998, è un atto di fede nella poesia, che si condensa nell’immagine-metafora che racchiude il titolo della raccolta: «è una cura continua// la perizia della goccia/ che scivola sul prato.» Fedele anche a una certa vocazione paesaggist(ic)a della poesia umbro-marchigiana che discendendo da Umberto Piersanti attraversa anche l’esperienza di Nicola Bultrini. Tutt’attorno un bagaglio di letture voraci come solo un giovane poeta sa compiere, tanto da mettere insieme in esergo Pascoli e Luzi. Ma non sono certo le poesie più liriche, sentimentali, innamorate di sé se vogliamo, a lasciare una traccia che si fa ferita nel lettore; lo sono le poesie raccolte nella Suite del sisma, poesie nelle quali deflagra una voce drammatica, matura, che affida alla poesia tutta la paura per una tragedia vissuta sulla propria pelle. Ed è un territorio dove più facile è il rischio di cadere nel registro retorico, e di conseguenza scadere nel patetismo più bieco. Riccardo Canaletti dà in queste otto poesie una prova di una padronanza della lingua come solo chi ha maturato e sedimentato il dramma vissuto sa:

camera con vista
la chiamano, i più ironici
di noi. è un’ultilitaria gialla
con i vetri opachi di condensa
e ci dormono in tre almeno.

tutti siamo scivolati tra le pareti
come gocce che perdono dai tubi
e ora siamo raccolti nei bacini
delle auto. Immobili
tremiamo.

Non ci sono orpelli; se possibile, si abbassa pure il registro linguistico verso il colloquiale, all’ironia che si fa sarcasmo («camera con vista/ la chiamano»); eppure siamo sempre in presenza della poesia, assistiti dalla poesia, protetti da essa, perché la poesia è un’ancora che traduce in speranza ciò che l’immobilismo renderebbe solo paura.
Fa da contorno a queste poesie, e in esse si incunea, il corollario di affetti familiari e sociali di un ragazzo che sta scoprendo la sua vita, e attraverso di essa le vite altrui, e sulla vita riflette (emerge qui pure l’anima speculativa del Canaletti studente di filosofia in quel di Bologna). La scoperta degli affetti e dei sentimenti è qui raccontata con sincerità, come pure con la stessa sincerità sono raccontati l’eros e il desiderio così come vengono vissuti da un ragazzo ventenne.

Quasi fosse una litania (caproniana?), le poesie che compongono In che luce cadranno, seconda raccolta di Gabriele Galloni, nato nel 1995, scorrono sul filo teso e fragile delle domande fondamentali della vita senza mai porre una sola domanda diretta, perché i morti «faticano/ a rispondere a tutte le domande// che gli vengono fatte.» Non v’è bisogno, in effetti, di dare risposte vuote. C’è però bisogno di giovani voci che diano nuove immagini attraverso le quali guardare alla realtà. Vita e morte, morte e vita.
E così “i morti” che compaiono in ogni poesia sono i vivi: siamo noi vivi; siamo noi osservati e auscultati senza filtri, a volte in modo brusco, irridente e irriverente. I morti è quel mondo parallelo dal quale giungono continue ambasciate al mondo nostro, porte con “la mano sinistra” come indicato da Anna Maria Curci nella nota pubblicata non molti giorni sono.

Il giardino dei morti è come l’Eden.
Come l’Eden ma non c’è alcun serpente.
Senza serpenti o voci tentatrici
tra le fronde degli alberi –
poiché un albero, lì, è solo radici.

Il giardino dei morti è come l’Eden.
Come l’Eden ma non c’è alcuna regola.
Nessun frutto inviolabile o cancello
di uscita; ogni mattina
vi razzolano il cane con l’agnello.

Ogni epoca ha le sue voci e le sue lingue. Galloni attinge alla tradizione per tradurre poi nella sua lingua ogni frammento della realtà osservata. E poi, non è compito della parola entrare nel reale, e dal reale passare al mistero di quanto non è più tangibile. Ecco quindi evocati “i morti”, ed evocati in molte possibili sfaccettature, quasi Galloni volesse rendere parzialmente definito ciò che è indefinito, ossia l’infinito.
Quella che pare un’inversione di ruoli tra i morti e i vivi è, in verità, una risposta della poesia al bisogno umano di consolazione («i morti continuano a porsi/ le stesse domande dei vivi:/ rimangono i corsi e i ricorsi/ del vivere identici sulle/ due rive. In che luce cadranno/ tornati alle cellule»). E i morti sanno consolare e consigliare da sempre, sin da quando i poeti hanno cominciato a varcare la soglia dell’aldilà. Ma per avvicinarci di più ai nostri giorni, sarà sufficiente nominare nuovamente Caproni, o Sereni, o Amelia Rosselli (come pare autorizzare la coppia di sostantivi “lapsus/inciampi” presente nella poesia che apre la raccolta). Perché il Novecento è stato anche un secolo di poesia che ha cercato di mantenere vivo, nonché ridefinire, quella dimensione altra che è l’aldilà, come indicato da Sereni: «I morti non è quel che di giorno/ in giorno va sprecato, ma quelle/ toppe d’inesistenza, calce e cenere/ pronte a farsi movimento e luce./ → Non/ dubitare, […]/ parleranno» (La spiaggia, vv. 9-14).

© Fabio Michieli

Gabriele Galloni, In che luce cadranno

 

Gabriele Galloni, In che luce cadranno, RPlibri 2018

Le coordinate di questo universo dei trapassati si distinguono sia per la grazia sobria, essenziale del passo – il tempo del levare, la sapienza del sottrarre non sono ignote a Gabriele Galloni, giovanissimo autore di In che luce cadranno – sia per le ambasciate discrete, sul soffio dell’alba (per riprendere un verso), che esse fanno pervenire ai viandanti, naviganti, e pur sempre vaganti, agli umani qui ogni giorno sulla terra. E viene da chiedersi se l‘hic et nunc che viviamo sia attesa, sia figura o sia semplicemente l’immagine al di qua dello specchio, mentre al di là, nell’Eden dei trapassati (la musica dei quali è «il contrappunto/ dei passi sulla terra») regna, per dirla alla maniera di Gustav Meyrink nel racconto Spiegelbilder (“Immagini allo specchio”),  «un dio della mano sinistra». (Anna Maria Curci)

***

Ho conosciuto un uomo che leggeva
la mano ai morti. Preferiva quelli
sotto i vent’anni; tutte le domeniche
nell’obitorio prediceva loro

le coordinate per un’altra vita.

 

*
Lecito chiedersi come resuscitino
i morti e quale voce verrà data loro
in dono. E quale lingua e che corpo.

I morti hanno la febbre. Non è tempo.

 

*
Ecco perché le maschere mortuarie.
I morti recitano spesso i classici
nei pozzi pieni d’acqua o nelle vasche
da bagno. Li stravolgono con varie
amenità: li narrano al contrario
o li chiudono dopo tre battute.

 

*
I morti continuano a porsi
le stesse domande dei vivi:
rimangono i corsi e i ricorsi
del vivere identici sulle
due rive. In che luce cadranno
tornati alle cellule.

 

*
Se la madre dei morti è sempre polvere,
i morti cercano la loro madre

ogni sabato sera sulle spiagge
libere; sotto le sedie o nei gelati

caduti di mano ai ragazzini
in chissà quante estati, in chissà quanti

alberghi, marciapiedi, lungomari.

 

*
La musica dei morti è il contrappunto
dei passi sulla terra.

 

Gabriele Galloni è nato a Roma nel 1995. Studia Lettere moderne all’Università La Sapienza. Ha pubblicato Slittamenti (Augh Edizioni, Viterbo 2017) con una nota di Antonio Veneziani.

I poeti della domenica #212: Gottfried Benn, Requiem

Due su ogni tavolo. Di traverso tra loro uomini
e donne. Vicini, nudi, eppur senza strazio.
Il cranio aperto. Il petto squarciato. Ora
figliano i corpi un’ultima volta.

Tre catini ricolmi ciascuno: dal cervello ai testicoli.
E il tempio d’Iddio e la stalla del demonio
ora petto a petto in fondo a un secchio
ghignano al Golgota e al peccato originale.

Il resto giù nelle bare. Tutte nuove nascite:
gambe di uomini, petto di fanciulli e capelli di donna.
Vidi, di due che fornicavano un tempo,
là se ne stava l’avanzo, come sortito da un utero.

* (altro…)

I poeti della domenica #211: Nicola Moscardelli, La luna

La luna

La luna è di cristallo questa sera;
passeggia a piedi nudi sulla rena.

Pare un tuo sguardo rimasto nell’aria,
impallidito per la lontananza,
il tuo sguardo che colora dove tocca
ed appanna gli specchi
come un soffio d’argento che ravviva
le parole sulla mia bocca spenta.

La luna si vela, s’allontana:
ci sono tante nuvole
che l’acqua d’ogni lago trabocca:
le campane dormono in cielo,
forse domani prenderanno terra:
o amore, chiudi gli occhi, non le destare.

moscardelli209© Nicola Moscardelli, in La mendica muta (Firenze, Vallecchi editore, 1919), ora in Tutte le poesie, Ianieri Editore, 2007.

Questo testo poetico è stato scelto dal poeta Gabriele Galloni.

Gabriele Galloni, Slittamenti

Gabriele Galloni, Slittamenti, Augh edizioni, 2017

 

Ritorna il padre
a casa, morto. Il muro
è così bianco che
illumina da sé.

 

*
Sappiamo per esempio
senza dirlo che adesso Villa Sciarra
è di nuovo uno scatto
sovraesposto, un abbassare lo sguardo
per troppa luce, il conto
di questa estate e di quelle trascorse.

 

*
Scendendo da via Longomerio
possiamo vedere lo scheletro
in certe giornate di sole
dei vecchi edifici al di sotto
di stucchi vernici facciate –
non è qualcosa per cui essere
allarmati; i Misteri è inutile
citarli a caso. Il passo
ritorna indietro, incredulo.

 

*
In principio è una sala ristorante
affacciata sul mare. Undici tavoli
vuoti, un formicolare di ombre appena

visibile vicino la toilette.
Ci siamo entrambi, fuori fuoco, e tante
altre cose a riempire questi spazi:

ne traccio spesso un inventario inutile.

(altro…)