gabriele d’annunzio

proSabato: Gabriele d’Annunzio, dal “Solus ad solam”

solus

Una lettera dal Solus ad Solam

31 agosto 1908.
Tutta la giornata di ieri passò in silenzio. Stamani la posta non mi ha portato nulla. Sono le tre del pomeriggio, e tu non dài nessun segno. La tua ultima lettera del 28 diceva imminente la partenza. E soggiungeva: «Vorrei stabilirmi in qualche posticino tranquillo, dove ti potessi vedere…» E mi poneva nel cuore il sogno e la speranza della felicità. Attendevo da un attimo all’altro la parola di gioia; perché in tutte queste vicende io non ho guardato se non a una sola possibilità: a quella di averti finalmente tutta per me; e non ho avuto se non una sola pena: quella di sentirti sempre esitante.
Ah, povera piccola, dove ritroverai, dove ritroveremo una magìa d’amore così continua e così alta?
La sola presenza –
sempre – bastava a darci l’oblio d’ogni altra cosa e a rinnovare perpetuamente la nostra ebrezza. L’ultima volta che ci siamo baciati – te ne ricordi? – la nostra commozione era più profonda di qualunque altra; e tu avevi il sentimento d’una passione che fosse nel suo culmine.
Che l’imagine notturna del tuo amico – giunto fino a te di là dall’ombra e dal pericolo – rimanga nell’anima tua e ti conforti e ti mostri la sola via da prendere!
Quanto ho pensato in questi giorni d’attesa terribile!
Nel centro del mio cuore è la certezza assoluta che non dobbiamo e non possiamo se non congiungere per sempre le nostre due vite. Qualunque altro pensiero è un sacrilegio contro l’amore e contro il passato.
Io ho bisogno di te, ho bisogno di riposarmi nella tua presenza continua, nel possesso perfetto. Il destino ti ha condotta sul mio cammino, e ora affretta gli eventi.
L’amore t’illumini. Il giuramento, rinnovato e suggellato
nei giorni mistici, ti tenga lontano da ogni atto vile!
Comprendo il rammarico che ti punge. Ma non pensi alla divina armonia di quei giorni? Non pensi alla tua ripugnanza nel tornare verso il martirio? Non pensi al tuo pentimento di avermi lasciato andare dopo ore di così perfetta gioia, di così pura malinconia?
Ho dentro di me una cupa angoscia; e stamani ho guardato più volte il mio revolver con un senso di liberazione. Ignoro tutto, e questo silenzio ostinato è inesplicabile. Non comprendo come almeno la donna fida non riesca a mandarmi una qualunque parola di speranza o di disperazione.

Che accade? Dove sei? Che fanno di te? Sei tornata di nuovo sotto l’oppressione e l’imposizione?
Folle! Folle! Una sola cosa tu devi fare; ed è veramente, questa volta, il tuo «dovere» sacro: venire a me, correre a me, confidarti in me. Ti parlo con tutta l’anima mia. Ti offro di nuovo la mia vita in cambio della tua.
Vieni. Non temere di pesarmi. Tu sai il mio cuore. Saremo felici. Io saprò comporti un’esistenza di calda e profonda bellezza. Tu mi renderai tutto quello che ti ho dato, essendo la testimone e la protettrice del mio lavoro futuro.
Ho bisogno di lontananza e di silenzio; ho bisogno di ritrovare la voce della mia poesia, tenendo la tua mano nella mia mano come quel giorno in cui la musica di Beethoven ci trascinava sul fiume di tutte le cose belle.
Oggi si compie l’agosto: mese, per noi, di sofferenza e di gaudio.
Or è un anno, era per compiersi il sogno ardente di Brescia. Il soffio di Tristano passava su noi, nella notte… Te ne ricordi?

Ardentissimamente prego il fato, che ti renda a me, che ti suggelli con me, nell’anniversario. Non mi perdonerò mai d’esser fuggito, l’altro giorno, nell’intolleranza dell’ansia. Ero come folle, e la tua crudeltà mi pareva mostruosa. Volevo ripartire nella notte, non avendo pace; e un guasto alla macchina me l’impedì. Il presentimento mi mordeva il cuore.
Se avessi potuto vederti a Laterina, certo ora sarei felice, perché – te lo giuro – a nessun costo ti avrei più lasciata. Ora sarei felice in un luogo tranquillo, e placherei ogni tua inquietudine con la mia tenerezza invincibile. Tu la conosci, tu la conosci.
Ricòrdatene!
Questa lettera ti giungerà? Le altre mie lettere, gli altri miei telegrammi ti son giunti?
Eccomi – te lo ripeto davanti all’anima mia, all’anima tua – eccomi tutto per te. Non ascoltare nessun’altra voce fuorché quella dell’amore, che sola è santa e giusta. Ti pentirai di tutto fuorché d’esser venuta a me, liberamente, fieramente.
Pènsaci.
Ti amo. Non ho nessun pensiero che non sia tuo; non ho in cuore nessun desiderio che non sia per te; non vedo nella mia vita altra compagna, non vedo altra gioia.
Ti parlo con la sincerità più certa.
Prego la sorte che questa lettera giunga nelle tue mani perché tu raccolga la parola più vera e più possente ch’io ti abbia mai detta.
Bada a quel che fai! La tua
trasgressione non sarà senza castigo.
Resta nella verità. O prima o poi sentirai che una sola cosa vale: il legame che ci lega; e che tutto il resto è vano e ingiusto e falso.
Te l’ho già detto una volta:
l’aiuto non ti verrà se non dal tuo amico.
Voglio contenere il mio spasimo, e attendere ancóra un giorno.
Fossi domani sera con te, e guardassi con te la piccola luna di settembre, e dicessi con la bocca su la tua bocca: «Mia, mia, mia, tutta mia, per sempre tutta tutta tutta mia!»
Ricòrdati che dinanzi all’altare del Crocifisso, in San Francesco,
noi ci siamo sposati.
Gabri tuo.

© Gabriele d’Annunzio, in Solus ad solam, Firenze, Sansoni, 1939 (poi in Milano, Mondadori, 1947).

I poeti della domenica #76: Gabriele D’Annunzio, Qui giacciono i miei cani

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Foto di Andrea Accardi

QUI GIACCIONO I MIEI CANI

Qui giacciono i miei cani
gli inutili miei cani,
stupidi ed impudichi,
novi sempre et antichi,
fedeli et infedeli
all’Ozio lor signore,
non a me uom da nulla.
Rosicchiano sotterra
nel buio senza fine
rodon gli ossi i lor ossi,
non cessano di rodere i lor ossi
vuotati di medulla
et io potrei farne
la fistola di Pan
come di sette canne
i’ potrei senza cera e senza lino
farne il flauto di Pan
se Pan è il tutto e
se la morte è il tutto.
Ogni uomo nella culla
succia e sbava il suo dito,
ogni uomo seppellito
è il cane del suo nulla.

31 ottobre 1935

© Gabriele D’Annunzio, Qui giacciono i miei cani

Tra i cuscini dell’amante. “Ketty” di Guido Gozzano. Di Massimiliano Cappello

GUIDO GOZZANO a tavola 716463-2 ©Archivio Publifoto/Olycom

GUIDO GOZZANO a tavola
716463-2
© Archivio Publifoto/Olycom

Tra i cuscini dell’amante. Ketty di Guido Gozzano

.

I.

Supini al rezzo ritmico del panka.

Sull’altana di cedro, il giorno muore,
giunge dal Tempio un canto or mesto or gaio,
giungono aromi dalla jungla in fiore.

Bel fiore del carbone e dell’acciaio

Miss Ketty fuma e zufola giuliva
altoriversa nella sedia a sdraio.

Sputa. Nell’arco della sua saliva
m’irroro di freschezza: ha puri i denti,
pura la bocca, pura la genciva.

.
Cerulo-bionda, le mammelle assenti,
ma forte come un giovinetto forte,
vergine folle da gli error prudenti,

ma signora di sé della sua sorte
sola giunse a Ceylon da Baltimora

dove un cugino le sarà consorte.

Ma prima delle nozze, in tempo ancora
esplora il mondo ignoto che le avanza
e qualche amico esplora che l’esplora.

Error prudenti e senza rimembranza:

Ketty zufola e fuma. La virile
franchezza, l’inurbana tracotanza
attira il mio latin sangue gentile.

.
II.

Non tocca il sole le pagode snelle
che la notte precipita. Le chiome
delle palme s’ingemmano di stelle.

Ora di sogno! E Ketty sogna: “…or come
vivete, se non ricco, al tempo nostro?

È quotato in Italia il vostro nome?

Da noi procaccia dollari l’inchiostro…”
“Oro ed alloro!…” – “Dite e traducete
il più bel verso d’un poeta vostro…”

Dico e la bocca stridula ripete

in italo-britanno il grido immenso:
“Due cose belle ha il mon… Perché ridete?”.

“Non rido. Oimè! Non rido. A tutto penso
che ci dissero ieri i mendicanti
sul grande amore e sul nessun compenso.

.
(Voi non udiste, Voi tra i marmi santi
irridevate i budda millenari,
molestavate i chela e gli elefanti.)

Vive in Italia, ignota ai vostri pari,
una casta felice d’infelici

come quei monni astratti e solitari.

Sui venti giri non degli edifici
vostri s’accampa quella fede viva,
non su gazzette, come i dentifrici;

sete di lucro, gara fuggitiva,

elogio insulso, ghigno degli stolti
più non attinge la beata riva;

l’arte è paga di sé, preclusa ai molti,
a quegli data che di lei si muore…”
Ma intender non mi può, benché m’ascolti,

.
la figlia della cifra e del clamore.

.
III.

Intender non mi può. Tacitamente
il braccio ignudo premo come zona
ristoratrice, sulla fronte ardente.

Gelido è il braccio ch’ella m’abbandona
come cosa non sua. Come una cosa

non sua concede l’agile persona…

– “O yes! Ricerco, aduno senza posa
capelli illustri in ordinate carte:
l’Illustrious lòchs collection più famosa.

Ciocche illustri in scienza in guerra in arte

corredate di firma o documento,
dalla Patti, a Marconi, a Buonaparte…

(mordicchio il braccio, con martirio lento
dal polso percorrendolo all’ascella
a tratti brevi, come uno stromento)

.
e voi potrete assai giovarmi nella
Italia vostra, per commendatizie…”
– “Dischiomerò per Voi l’Italia bella!”

“Manca D’Annunzio tra le mie primizie;
vane l’offerte furono e gl’inviti

per tre capelli della sua calvizie…”

– “Vi prometto sin d’ora i peli ambiti;
completeremo il codice ammirando:
a maggior gloria degli Stati Uniti…”

L’attiro a me (l’audacia superando

per cui va celebrato un cantarino
napolitano, dagli Stati in bando…)

Imperterrita indulge al resupino,
al temerario – o Numi! – che l’esplora
tesse gli elogi di quel suo cugino,

.
ma sui confini ben contesi ancora
ben si difende con le mani tozze,
al pugilato esperte… In Baltimora

il cugino l’attende a giuste nozze.

.

Nella produzione di Guido Gozzano, ricordato soprattutto come il poeta di La signorina Felicita o L’amica di nonna Speranza (veri capisaldi della poetica crepuscolare delle “buone cose di pessimo gusto), esistono anche sezioni dedicate alla prosa: è il caso di Verso la cuna del mondo, controverso diario del suo viaggio in India, intrapreso per tentare di curare la tubercolosi che lo affliggeva.
Le coordinate temporali del viaggio e lo stesso ordine di redazione dei testi sono oggetto di pesanti controversie: l’occhiello al titolo recita 1912-1913, alludendo sia alla durata del viaggio che al periodo di composizione dei vari articoli; tuttavia, dai dati emersi (contenuti soprattutto in lettere, documenti e fotografie) pare impossibile contemplare una permanenza così prolungata nel subcontinente indiano, anzi: a un’analisi comparativa del manoscritto rispetto a (varie) versioni edite dell’opera e a ulteriori testi di argomento indiano di area sette-ottocentesca (Tra tutti, Pierre Loti e il suo L’inde (sans les anglais), pare addirittura evidenziabile una palese contraffazione di date, luoghi e itinerari: Gozzano si comporta dunque da abilissimo falsario, capace di rivivere e rendere verosimili esperienze soltanto lette. Da questa indagine, svolta con alacre solerzia da Alida d’Aquino Creazzo, Gozzano emerge dunque come viaggiatore “immaginario” di un’India che non vide quasi per nulla. (altro…)

Notturno Americano di Emidio Clementi. Recensione

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© Giampaolo Zaniboni

 

Notturno Americano è una stanza stretta come un corridoio tra la 33esima e la 12esima Street; è uno “schifosissimo lavoro”; sono le strade lerce di New York o di Chicago percorse a stomaco vuoto, sotto l’effetto di allucinazioni, alla ricerca dell’ispirazione o del senso dei giorni. È un racconto a testa alta, altissima, che ci fa vedere dove i nostri occhi non possono arrivare, due città tra gli anni Dieci e Venti, un’America crudele, sconfinata, respingente, e una vita che accade malgrado tutto. A raccontarcela è Emidio Clementi, che mischia le parole di Emanuel Carnevali da Il primo dio. Poesie scelte. Racconti e scritti critici (Adelphi, 1978, a cura di Maria Pia Carnevali) alle proprie, tratte da L’ultimo Dio (Fazi, 2004 ora Fandango).
La sua monomania per Carnevali, già espressa con i Massimo Volume, la sua band, diventa emblematica con questo reading, ora disponibile su cd (per Santeria/Audioglobe) e da qualche giorno in streaming su Rockit. Già altri protagonisti del mondo del rock italiano, negli ultimi anni, hanno portato sul palco i grandi autori del Novecento – penso, ad esempio, a quanto fatto da Pierpaolo Capovilla con La religione del mio tempo di Pasolini – ma per Clementi questa nuova operazione giunge a chiudere un percorso attorno all’opera di uno scrittore a lungo dimenticato; è una continua riappropriazione, sempre vincente ed efficace, soprattutto nella sua formula “live”.
E proprio la voce – carica e sacra – di Clementi, ripercorre il cortocircuito degli eventi che Carnevali e lui stesso vivono, il disfacimento dell’apparenza e delle proprie illusioni. La musica, qui, è di Corrado Nuccini ed Emanuele Reverberi dei Giardini di Mirò, in un impasto di suoni che vanno dal post-rock all’elettronica, dal noise acustico all’ambient, in grado di sostenere la narrazione non aumentandone il peso specifico, anzi, allineandosi alla violenza e alla potenza delle due prose ma anche della poesia di Carnevali, scavalcando gli ordini di genere.
La scelta dei brani da leggere, in questo lavoro, è cruciale: tocca tutte le corde, quelle della delusione e dell’amarezza di Carnevali e di Clementi, ma soprattutto coglie appieno il ritmo interno dei due romanzi – che poi è lo stesso –, vorace e ultracontemporaneo, facendoci comprendere che Carnevali era capace di precorrere i tempi, lenti, della letteratura di quegli anni.
Emanuel Carnevali si può dire anche anticipi il Mario Soldati di America primo amore (Bemporad, 1935); le loro opere, molto diverse, trovano come comune denominatore il disincanto esperienziale della realtà e l’incapacità di rendere sentimentale quel viaggio agognato e, nel contempo, straordinario.
Ma una cifra interessante è la scelta del titolo del reading: Notturno è anche un celebre romanzo di Gabriele D’Annunzio, scritto tra il 1916 e il 1921 (uscì per Treves), gli stessi anni di Carnevali. D’Annunzio è ormai cieco, e fa della sua prosa lirica una prova del “vedere dove l’occhio non coglie”. Clementi, simbolicamente in linea con questo gioco linguistico – antiromantico – entra nella “sovraumanità” di Carnevali, la sovraespone e la trasforma: la sua non è una parabola ma diventa una verosimile, fortissima, rituale esperienza rock.

© Alessandra Trevisan