Gabriel Garcia Marquez

In pentola il romanzo! (di Edoardo Pisani)

Edward Morgan Foster

Se potessimo crocifiggere Borges, lo faremmo.
Roberto Bolaño

.

Nel 1927, anno delle conferenze a Cambridge che comporranno il saggio Aspects of the novel, Aspetti del romanzo, Edward Morgan Forster confessa a Virginia Woolf di sentirsi impreparato, poco colto, invero non un gran lettore di romanzi e di certo non un critico, ignorando o quasi autori classici quali Defoe e restando deluso dal Gide dei Falsari e poco convinto dall’Ulisse di Joyce, in fondo soltanto un common reader, come lei, che tuttavia gli risponde di detestare i romanzi, compresi i propri, dichiarando che suonano falsi e che ormai non pensa di scriverne più, nonostante sia l’anno di Al faro, congratulandosi con lui per le conferenze riprese dal quotidiano Nation, che non avrebbe mai saputo scrivere. Di lì a un anno però Virginia Woolf pubblicherà Orlando, la biografia trasposta e romanzesca di un’impossibile Vita Sackville-West, sua musa in fuga, uomo e donna e amante inafferrabile, e quattro anni dopo sarà la volta di The Waves, Le onde, con i monologhi alternati di Bernard, Susan, Rhoda, Neville, Jinny e Louis, che ruotano intorno alla vita e alla morte, alla parola e ai sentimenti, all’amore, una polifonia di voci che si fa racconto, storia, romanzo appunto, raffrontandosi anche all’impossibilità di scrivere, di mettere letteralmente in scena, cioè sulla pagina, tutto lo scibile del sentire umano: di raccontare l’uomo.
“Quando la tempesta traversa la palude e mi raggiunge nel fosso in cui giaccio abbandonato” dice Bernard ne Le onde, “non mi servono le parole. Niente di preciso. Niente che poggi con tutti e quattro i piedi per terra. Nessuna di quelle risonanze, di quegli echi che irrompono e rintoccano di nervo in nervo e ne esce una musica sfrenata, frasi false. Ho chiuso con le frasi…”
Non mi servono le parole, dunque, né gli impasti narrativi dei romanzi tradizionali, soltanto voci e visioni e onde e movimento, soltanto stile, questo sembra dirci Virginia Woolf con Bernard che galoppa contro la morte o Clarissa Dalloway che spalanca la finestra e Septimus che si siede sul davanzale e aspetta fino all’ultimo momento prima di buttarsi di sotto, prima di uccidersi, lui che vuole vivere, lui che non vivrà. In Aspetti del romanzo Forster prende a esempio la prosa woolfiana, definendola “fantasista” e riportando un paragrafo de La macchia sul muro, un racconto del 1917; e la macchia è una chiocciola e la vita un pasticcio, scrive Forster, e così la realtà e la scrittura che la ritrae, che la contempla e la ricrea o cerca di ricrearla e la scavalca, la abbandona, la scrittura romanzesca che sfugge al mondo o lo scompone per raccontarlo, per ricrearlo, un filo ipnotico che si tesse a perpetuità, la narrazione, i pensieri e i fatti. E quindi cos’è quel segno sul muro? Un chiodo? Un buco? Un petalo di rosa? Una crepa nel legno? La narratrice divaga e si sperde nei meandri della propria immaginazione, fra pesci che nuotano controcorrente e alberi e la “sensazione intima, asciutta di essere legno”, per un attimo albero anch’essa, albero Virginia Woolf; pensa all’ordine indefinibile eppure reale di ogni cosa, della natura, della sua stessa stanza, a una tempesta e ai rami folli che cadono ovunque finché nella sua mente “tutto si muove, cade, scivola, svanisce” – e la macchia è soltanto una lumaca che striscia sul muro e la narratrice, Virginia Woolf, smette di scrivere, di osservarsi scrivere, e conclude il racconto: “Ah, il segno sul muro! Era una chiocciola.”
Scrivere è innanzitutto osservarsi, “tentare di sapere ciò che si scriverebbe se si scrivesse”, come afferma Marguerite Duras in Scrivere, ovvero interrogarsi sul senso stesso della scrittura e sul silenzio che lo circonda, che prepara il linguaggio e la realtà che lo circoscrive, che lo definisce o da cui è definito, cioè narrato. Scrivere è raccontare, certo, ma raccontare sentendo, non solo vedendo, sentendo e cogliendo le parole e il ritmo che diviene linguaggio, vita, smuovendo l’ordine naturale delle cose e frantumando la realtà e la narrazione che la intrappola, che la osserva intrappolandola. È l’abisso che ci portiamo dentro, la nostra scrittura, l’abisso fatto parola e perciò riesumato in narrazione, in linguaggio e in sentimento o in follia e in solitudine. È il nostro sfogo e la nostra condanna, una prigione. “È bello scrivere perché riunisce le due gioie: parlare da solo e parlare a una folla” annotava Cesare Pavese ne Il mestiere di vivere, nel 1946, quattro anni prima di suicidarsi.
Forster scrive anche de I falsari di André Gide, uscito due anni prima delle conferenze di Cambridge, romanzo composito che comprende il diario del protagonista, Édouard, alter ego dell’autore alle prese con un libro intitolato per l’appunto I falsari, storia di Bernard e Olivier e dello stesso Édouard, scrittore in erba che fa e disfà teorie sullo scrivere lungo tutto il romanzo, sul raccontare, con la narrazione che si travasa in più matrioske interlacciate l’una nell’altra e che si osserva dall’interno, che si fa dialogo, azione, racconto infine, raffrontandosi alla tirannia dell’intreccio o dei personaggi e perdendo la linearità del romanzo tradizionale, divenendo scrittura. “Quanto all’intreccio, in pentola l’intreccio!” esclama energicamente Forster in Aspetti del romanzo. “Farlo a brandelli, metterlo a bollire!” E Gide, o Édouard, si sperde nel proprio diario, nel romanzo in crisi con se stesso che deve raccontarsi, cercarsi sulla pagina, e cosa scrivere, come andare avanti, come finire e ricominciare e quindi finire di nuovo, come narrare insomma, se l’intreccio va a brandelli e i personaggi divengono reali, vivi, un capitolo via l’altro, voci autentiche che vibrano e si raccontano in una molteplicità di punti di vista, di sguardi e di parole, di linguaggio – come narrare se scrivere è perlopiù fallire, posto che di vero scrivere si tratti, posto che nel Novecento, fra capolavori troncati o interminabili e autori morti in corso d’opera e talora uccisi dall’opera stessa, o dall’impossibilità di concluderla, si possa scrivere davvero. (altro…)

G. G. Márquez e Á. Mutis, cronaca di una lunga amicizia. Di Emiliano Ventura

Marquez_Mutis

Mutis e Marquez. Foto di terra.com.mx, da qui

Gabriel García Márquez e Álvaro Mutis, cronaca di una lunga amicizia

di Emiliano Ventura

C’è un momento nella vita di uno scrittore, o di un aspirante scrittore, in cui si afferra un metodo, si coglie il senso di una svolta, si schiarisce un pensiero che sembrava sfuggire; incontrare la narrativa di Gabriel García Márquez equivale a cogliere uno di questi momenti.
Significa capire che la narrazione e la letteratura possono essere anche ‘altro’, possono approdare su lidi impensati, possono accogliere forme e materiale distanti o eterogenei. Tutto questo comporta una piccola rivoluzione nella persona e nello scrittore, incontrare la narrativa di Márquez corrisponde a questo pensiero di svolta, di apertura alle potenzialità del testo.
Questo scritto nasce dopo la notizia della morte di García Márquez, tuttavia non ha lo scopo del ritratto o della commemorazione, né tantomeno l’effetto del coccodrillo con la volontà di spiegare l’opera dello scrittore stesso, per cui non si parlerà di Cent’anni di solitudine né dell’Autunno del Patriarca.
Si vuole in realtà percorrere i sentieri marginali di un’opera meno famosa, uno dei testi meno ingombranti dello scrittore, in questo modo si potrà raggiungere il luogo di una lunga amicizia, quella tra Gabriel García Márquez e Álvaro Mutis, due dei maggiori scrittori sudamericani. L’amicizia con  Álvaro Mutis risale agli anni ’50, quando Márquez è invitato a far parte della redazione di El Espectador. Per il settantesimo compleanno di Mutis l’amico Gabriel gli scrive e gli legge un breve discorso che ripercorre e racconta brevemente della loro amicizia, il testo è Il mio amico Mutis. Scopriamo così dei loro viaggi ad Istanbul e a Parigi, dell’affabulazione pirotecnica di Álvaro davanti agli attoniti Federico Fellini e Monica Vitti, di un grave incidente a cui sopravvive quasi per miracolo e dei mesi che Mutis ha trascorso in prigione a Città del Messico.
Per cogliere gli aspetti della scrittura di Márquez è imperdibile lo studio di Mario Vargas Llosa  Historia de un deicidio; Llosa parte nella sua analisi dalla poetica del ‘deicidio’, secondo la quale il romanziere scrive perché è insoddisfatto della realtà e la sostituisce con una realtà fittizia.
In Italia rimane insuperato lo studio di Cesare Segre Il tempo curvo di García Márquez con la sua lettura semiologica.
Per avere un approccio più discorsivo sul premio Nobel dobbiamo affidarci a un altro scrittore; negli anni ’80 un giovane esiliato argentino incontra García Márquez, l’esiliato è Osvaldo Soriano, uno scrittore sudamericano. Da quell’incontro nasce un saggio-reportage dai meriti diversi, non ultimo quello di essere la testimonianza di un confronto tra grandi, uno affermato e adulto, l’altro giovane e di prossimo successo; il testo fa parte di Ribelli, sognatori e fuggitivi del 1987.

“Vedi? Sto parlando con te e sento il desiderio di mettermi a scrivere; lì c’è la macchina da scrivere che mi aspetta e mi sento bene soltanto quando lavoro”[1].

Sono parole che indicano più di una poetica, sono la coincidenza tra essere e scrittura, di colui che è scrittore e non di chi fa lo scrittore, tra i due stati dell’essere vi è una ‘differenza ontologica’.
Degli scrittori sudamericani solo Márquez, Cortázar e Benedetti hanno mantenuto nel tempo la fedeltà al regime cubano di Castro; lo stesso Vargas Llosa (da qui il dissapore tra i due Nobel culminato nella vicenda del pugno, anche se una donna potrebbe esserci di mezzo), Fuentes, Paz, Sàbato hanno da tempo preso le distanze da Fidel Castro.
Pablo Neruda, la cui adesione al comunismo non è in questione, rispose da uomo libero e orgoglioso alla parola d’ordine che arrivava da Castro. Márquez ha continuato a sostenere Fidel e a compiere lunghi soggiorni a Cuba, la cosa gli è costata un’interdizione per gli Stati Uniti. Tuttavia Cuba non costituisce un modello ideale, né esclusivo, per la visione politco-socialista dello scrittore.
Il sentiero marginale, il romanzo meno noto di Márquez, è Il generale nel suo labirinto, la storia degli ultimi giorni di Simón Bolívar detto El Libertador, l’eroe delle guerre d’indipendenza latinoamericane, una sorta di Garibaldi del Sudamerica. (altro…)

Reloaded (riproposte estive) #13: Roberto Bolaño, la parte della letteratura

 

Roberto-Bolano

 

Dal 16/7 al 31/08 (il mercoledì e la domenica) abbiamo deciso di riproporre alcuni articoli di qualche tempo fa, sperando di fare ai lettori cosa gradita, buona estate e reloaded (La redazione)

***

Roberto Bolaño: la parte della letteratura

Nella sua ultima intervista (da l’ultima conversazione edizioni Sur 2012), a una delle domande di Mónica Maristain, Roberto Bolaño, rispose: «L’unico romanzo di cui non mi vergogno è Anversa ,forse perché continua a essere incomprensibile […] Il resto della mia ‘opera’, be’, non è male, ci sono romanzi divertenti, il tempo dirà se sono anche qualcosa di più. […] Ma a dire il vero non do molta importanza ai miei libri. Sono molto più interessato ai libri degli altri.» Queste poche parole racchiudono, a mio avviso, molto del pensiero del grande scrittore cileno. La sua maniera di porsi di fronte alla sua opera è la stessa con cui si pone davanti al resto della letteratura; in un certo senso, queste parole, spiegano la sua maniera di stare al mondo. Riconosciamo la sua ironia, il distacco, lo sguardo acuto, la modestia, le sue convinzioni «Leggere è sempre più importante che scrivere», e la consapevolezza. Roberto Bolaño possedeva una determinazione fuori dal comune, era uno scrittore ostinato. Pretendeva da se stesso il massimo e sapeva di poterlo ottenere. Queste peculiarità fuse al suo talento straordinario gli hanno permesso di scrivere pagine memorabili di letteratura: racconti, poesie, romanzi e (almeno) due capolavori: I detective selvaggi e 2666. Solo una cieca dedizione può permettere di scrivere due libri monumentali e bellissimi. Storie che, con ogni probabilità, lo scrittore cileno, aveva sempre avuto in mente di scrivere, forse, inconsciamente, addirittura prima di saperlo. Soprattutto nei racconti di Bolaño, è facile ritrovare situazioni, o personaggi, chiave dei romanzi successivi, come se per testare le sue idee gli occorresse scriverle o, più semplicemente, come se metterle su carta fosse l’unica maniera di cominciare a comprenderle. I due capolavori, amati da lettori sparsi in ogni parte del globo, sono considerati tra i grandi romanzi latino americani (I detective selvaggi è stato paragonato – per importanza – a Il gioco del mondo di Cortazar e a Cent’anni di solitudine di Marquez) ma Bolaño non è soltanto uno scrittore latino americano, è anche europeo, non certo – o comunque non soltanto – per aver vissuto in Spagna tutta la seconda parte della sua troppo breve vita, lo è per la sua visione globale delle cose, per la sua voracità di lettore. Lo è perché poeta. I poeti forse più degli scrittori non hanno nazionalità. Egli stesso si definisce un “senza patria”: «[…] La mia unica patria sono i miei due figli. […] e forse, ma solo in seconda battuta, certi istanti, certe strade, certi volte o scene o libri che porto dentro di me e che un giorno dimenticherò, che poi è la cosa migliore da fare con la patria» (da L’ultima conversazione edizioni Sur 2012). (altro…)

Quattro passi #1 – Bellezza

Pietro Annigoni, "Il germoglio"

Pietro Annigoni, “Il germoglio”

Quella che segue è una piccola rubrica che per quattro lunedì, ad agosto, proporrà altrettanti brani di celebri libri attorno a un unico tema, introdotto da un’opera di Pietro Annigoni. Oggi, “la bellezza”. Buona lettura.

La teoria dell’architettura della Grecia antica, per esempio; specialmente quel vecchio tempio di Atena vuoto e spalancato contro il cielo di Atene. Aveva un carattere più umano di qualunque altra architettura, le aveva detto. Era quella, secondo lui, la sua bellezza: una sorta di agio per l’occhio e la mente umani.
«Sono stati fatti per noi,» diceva «come una sedia o un letto ci si confanno quando siamo stanchi. Come l’abbraccio di un uomo si confà alla morbida donna che sta abbracciando; ti ricordi quando eravamo giovani? Come le braccia di una madre si confanno alla debolezza del figlio, e i suoi seni alla sua bocca famelica; ti ricordi quando i bambini erano piccoli?».
Lei rideva quando le parlava così, e lo rimbrottava, e diceva di non ricordare nulla di quelle cose. Ma ora, spinta dalla nostalgia, il ricordo della sua voce più nitido nella mente di quanto fosse mai stato all’orecchio, ricordava.
«Perché vedi,» le diceva «la bellezza non è soltanto sentimento, è matematica e psicologia. La vista del Partenone si lega all’esperienza degli altri nostri sensi e degli altri nostri sentimenti; dentro c’è tutto. Vediamo le sue proporzioni, e al tempo stesso sentiamo le proporzioni del nostro corpo, e corrispondono;  ed è un godimento per gli occhi, così come nel ballo i piedi godono della musica.»
[…]
Anche a Kimon, il loro amato figliolo, piaceva tanto sentire parlare il padre; ma come un giorno le aveva confidato, era più per la luce che gli si accendeva negli occhi, per la sua cara voce e per il fascino dell’oratoria; anche lui non ci capiva molto più di lei. Lo prendevano in giro perché diceva sempre «noi» – «noi sentiamo e noi reagiamo e noi crediamo» – mentre loro non sapevano di che cosa stesse parlando. Fra lei e Kimon c’era un’affettuosa, tacita intesa; Kimon, con quel suo carattere gentile, dolce come una donna. Lui le voleva bene più che a chiunque altro, e a volte le diceva: «Sei tu l’intelligente, mamma. Quella di papà è tutta erudizione e eloquenza.»

 (Glenway Wescott, Appartamento ad Atene, Adelphi 2003, traduzione di Giulia Arborio Mella. I ed. or. 1944)

(altro…)

Le cronache della Leda #11- Tutta colpa di Gabriel García Márquez

IMG-20140418-WA0001

Le cronache della Leda #11 – Tutta colpa di Gabriel García Márquez

 

Mi ha telefonato l’avvocato, mi ha detto che è morto Gabriel García Márquez. Me l’ha detto così di botto senza nemmeno domandarmi come stessi, sono le sue piccole vendette per i romanzi che gli propino, facendolo sembrare un ignorante. Schermaglie tra amici, lui non è ignorante, lo sappiamo entrambi, legge cose diverse ed è meno rompiscatole di me. Mi ha telefonato perché conosce i miei conflitti con la letteratura sudamericana. Sai che novità, solo un lettore superficiale non li avrebbe. Dico subito che non piango Márquez, gli auguro solo buon viaggio, ammesso che si vada da qualche parte. Lui ha firmato la sua immortalità quando ha scritto Cent’anni di solitudine, dopo quel romanzo la letteratura mondiale non è stata più la stessa, abbiamo cominciato a guardare i libri sotto un’altra luce, la sua, che non era mai una soltanto, luce che veniva da tutte le parti. Da lontano e da vicino.

Ho molto amato alcuni scrittori sudamericani. Gli argentini Borges e Ocampo più di Cortázar, che comunque adoro. E Márquez (gente come Isabel Allende o la Serrano non mi riguardano. Per non parlare di quel miliardario brasiliano). A un certo punto ho smesso di leggerli, pur continuando ad amarli. È successo tutto dopo aver letto Cent’anni di solitudine (due volte di fila). Che meraviglia, se mai dovessi dare una definizione di Romanzo darei quel titolo e poi aggiungerei: leggi. Quel romanzo aveva fatto due cose, era arrivato al punto più profondo del mio animo e da lì, da quel piccolo punto nascosto, mi aveva portata via, in un mondo che erano mille mondi, in una terra così vera da non esistere. Sentivo gli odori, immaginavo oltre le storie fantastiche già immaginate dallo scrittore colombiano. Contavo i personaggi, li numeravo, li prendevo in prestito per parlarne a scuola. Leggevo dei passaggi in classe, senza aggiungere altro, fuori dai miei programmi, sperando che i ragazzi si innamorassero di una frase. Che si perdessero nei romanzi. Mi piace pensare che con qualcuno abbia funzionato. L’incipit è qualcosa che quasi non ha eguali. Tutti quegli Aureliano, le pagine spese per descrivere un luogo, i periodi così perfettamente costruiti. La fantasia e l’immaginazione applicate alla realtà. Il racconto allo stato puro. Come un nonno ai nipoti. Eravamo tutti nipoti di Márquez, milioni di nipoti sparsi per il mondo. È stato troppo bello e troppo. Dopo ho avuto bisogno di deviare su storie con architetture più essenziali, di leggere altro. Avevo bisogno di alberi che tornassero paesaggio e che non fossero tra i protagonisti. Volevo meno magia. O una magia diversa.

Aveva un’aria simpatica il colombiano. Una faccia da buono. Ho sentito qualcuno dire che è colpa sua se sono venute le Allende e le Serrano. Secondo me è colpa delle Allende e delle Serrano. Così come non è colpa di Carver se dopo di lui si è formato un esercito di apprendisti minimalisti, destinati al fallimento. Primo perché Carver non era un minimalista. Secondo perché era ed è inimitabile. Chissà come doveva essere sedersi lì alla macchina da scrivere e frase dopo frase costruire il capolavoro. Chissà se qualche volta alla fine di qualche capitolo abbia pensato: «Dio mio che roba.» Chissà. Ora c’è un’anziana signora che dopo tanti scrittori degli Stati Uniti, dopo molti europei, pochi orientali, alcuni italiani, ha voglia, da quando ha riagganciato la cornetta, di rileggere una storia di Márquez.

Non molti anni fa, lo ricordo benissimo, una sera su Skype mio figlio mi disse: «Mamma, sta uscendo in Italia un libro che devi assolutamente leggere, 2666 di Roberto Bolaño, un cileno.» Sapeva come la pensavo, ne avevamo parlato tante volte, ma mi convinse. Disse che si trattava di un capolavoro. Dopo aver letto 2666 capii che abbandonare il Sudamerica non era stato un errore ma soltanto una pausa, un’attesa. Doveva accadere un’altra magia, una magia completamente diversa da Cent’anni di solitudine. Una magia che fosse sudamericana ma anche europea. Una cosa fuori dal comune, un altro capolavoro. Un libro con pochi alberi ma con molte e bellissime parole.

Leda

 ***

Leggi tutte LecronachedellaLeda

Gabriel García Márquez (1927 – 2014) – una nuova solitudine

gabo

Molti anni dopo, di fronte al plotone di esecuzione, il colonnello Aureliano Buendìa si sarebbe ricordato di quel remoto pomeriggio in cui suo padre lo aveva condotto a conoscere il ghiaccio. Macondo era allora un villaggio di venti case di argilla e di canna selvatica costruito sulla riva di un fiume dalle acque diafane che rovinavano per un letto di pietre levigate, bianche ed enormi come uova preistoriche. Il mondo era così recente, che molte cose erano prive di nome, e per citarle bisognava indicarle col dito. (Cent’anni di solitudine – incipit)