Gabriel Del Sarto

Gabriel Del Sarto, Il grande innocente

Gabriel Del Sarto, Il grande innocente, Nino Aragno 2017; € 12,00

di Martino Baldi

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Interroga il passato, esplora il presente e getta lo sguardo verso il futuro il terzo libro del poeta toscano Gabriel Del Sarto, che in “Il grande innocente” dimostra di aver tenuto viva negli anni che lo separano dai precedenti “I viali” (2003) e “Sul vuoto” (2011) una voce tra le più notevoli dei nostri anni.
Tre sono i perni di questo libro, articolato in sette movimenti poematici e un proemio: la sezione “Gli uffici”, incentrata sulle contraddizioni del presente, composizione per quadri di un racconto in versi ambientato nel mondo dell’imprenditoria contemporanea; la sezione “Il grande innocente”, in cui il poeta racconta e scandaglia una tragedia nel cuore del passato della propria famiglia: la morte del nonno paterno Lino, partigiano, vittima di un agguato tedesco sulle Alpi Apuane; la sezione “I cardini”, in cui la tensione poetica è proiettata nel futuro sulle ali dei versi dedicati alla piccola figlia.
Le tre dimensioni temporali non possono che illuminarsi reciprocamente, in una interrogazione complessiva della propria vicenda biografica e del rapporto della vita di ognuno con la ciò che la contiene; una interrogazione leopardiana in cui alla Natura è progressivamente sostituita la Storia e che incarna il senso di tutta la poesia di Del Sarto sin dalle sue origini.

Da questo terzo libro emerge un sentimento complessivo della Storia come di una forza che acceca gli uomini, spadroneggia tra loro fino a ridurli a “partecipanti di un sistema chiuso, evocati /quasi per creare lo sfondo”. Eterodiretti anche in quella che appare la parte più nobile del loro agire, fino anche al gesto estremo di un sacrificio altruistico, oppure al contrario in una deriva di perdita di senso come quella della contemporaneità mediatica, pare proprio che gli uomini nulla abbiano da opporre alla forza della Storia, se non al massimo un tentativo di sottrarsi, di rifugiarsi nel cerchio magico del senso quotidiano, piccolo, minuto, nella vita degli affetti costruiti giorno dopo giorno. Il compito diviene allora proteggere la propria biografia.

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La deriva del continente

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Paterson, Love Speech, 1 giugno 1998

Queste luride puttane laureate
non lasciano mai nulla al caso.
Prima ti spiegano. Poi ti perdonano
e quando te ne vai
ti fanno sanguinare il naso.
Era così che mi dicevi al parco
e che avevi una figlia addosso
e che era un fatto, era così che eri,
e ti lasciavi scorrere, fermo,
educavi le rose a intrecciarsi
per imparare l’arco
e quelle si intrecciavano, sì,
ma intorno all’osso…
Progettavamo pace perpetua
oltre che fondi comuni di investimento.
Valevano più delle nostre vite
–Te lo ricordi Paterson?
O del fatto che il capo, anzi la capa
chiedesse a noi di perquisire i fiori
per vedere se c’erano insetti dentro
per capire se erano belli fuori…
L’Europa era sparita nelle corolle
separata da Paterson e dai suoi eredi.
L’Europa aveva assunto le forme
di un monumento ai caduti in piedi.

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Paterson, 23 anni, studia
e nel week-end vola low-cost in Europa…

Paterson ha finito l’università
fa uno stage alla Lehmann Brothers
e per un po’ se ne va.
Mario invece rimane dov’è
con la giacca stirata.
La ragazza olandese
viene a Corfù per fine mese…
C’era l’ingresso. Senza le porte, bianco.
La prima cosa che s’illuminava
era la S di Sesso. Sulla barra degli strumenti
comparivano l’icona. E la spina nel fianco
assieme a tutti quei nomi falsi.

(di Marco Mantello)

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Module Construction Yard
Paterson, ne fai 40 lunedi prossimo

Module Costruction Yard: ai limiti
del viale, dietro la muraglia di cemento
prefabbricato, s’innalzano verso i cieli,
verso possibili lontane biosfere,
questi metalli lucidi,
fragili speranze riflesse negli occhi di chi
s’infila davanti all’ufficio Risorse Umane
e frettolosamente espia.
Ho guardato lo scintillio del sole d’agosto
sui tubi verticali, sulle giunture
dei moduli sovrapposti lungo il viale vuoto
alle 13: la profezia, il contrasto
coi vecchi capannoni attorno,
e i piazzali semivuoti. Ho visto lo sporco
depositato negli anni
e nelle vie di scolo, polveri di marmo
e altre polveri.
Subappalti. Avvicinarsi al natale

(di Gabriel Del Sarto)

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A Londra, a quarant’anni e un mese
Over the garden (Over the Counter)

La luce verso cosa la riflette. Per esempio, le piante.
Il resto passa attraverso.
La prima cosa che Paterson ha fotografato sono state le
macchie. Le fumaggini sopra le foglie. Sulla finestra il vaso
diventava sempre più piccolo, la pianta più grande.
L’umidità sul muro, il trucco lavato dal pianto.
“Vorrei portarti al Parco Keukenhof„
Distese di tulipani. Al mattino, molto presto, prima che lei
ricominciasse.
L’ingresso. Lo stabilimento. Il piano da raggiungere, la porta,
l’ordine dei gabinetti e dei poster che annunciano la ripresa
dei lavori per migliorare se stessi.
“Oppure al Castello di Sofiero„
Ci sono le più belle piante d’Europa. Varietà di rododendri
e di rose.
Da ragazzo. Con Mario, qualcuno che era morto.

Pensare a chi insegna alle rose a intrecciarsi, per imparare
l’arco.

(di Elisa Davoglio)

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La folla con un Paterson a quota 35

– uscirà nudo una mattina a fendere
la folla alla fermata di una qualunque metropolitana
– in fila le formiche invadono il terreno,
la zappa si conficca, le scompiglia
avanzano i più forti
tutto un presidio – io rimpiangevo i deboli
– ho occluso i circuiti, bruciati i ponti
strappati i by-pass, intorno c’è il deserto
nessun nemico – mi chino
– sta per i fatti suoi, quasi ringhioso,
il gatto nato bianco, quasi albino,
le zampe dietro sbilenche
si rifugia tra i pini, i peli irrigiditi
di resina la crosta, non sorride
rifugge – mio fratello ha paura
– bere di notte acqua alle pozze
incontrare allegri porcospini
spedire i minatori nel ventre delle madri,
le sciocche, povere talpe – un rospo deciduo
328
verde squillante tra i ciclamini la mattina
l’involucro, di suo, già corpo vivo
– l’istante che gli frullano
le ali, d’un colpo la tortora che
plana e la farfalla enorme
candeggia questa luce, squaglia
crema, intanto che si scollano
etichette, si arrestano i pensieri
frullano insieme tutti – senti
i respiri
– ora che il giglio più non segna i giorni
e l’ombra dello sguardo dentro il buio
è come quel portone chiuso alle spalle,
ora frantuma la linea del crinale,
la piazza vuota, la notte dei cristalli.

(di Viola Amarelli)

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Paterson, 45 anni, Tolosa
la pellicola della vita ha preso luce…

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Un tempo amavo usando lunghe frasi quasi magiche
un tempo ragliavo come un asino
per dare lezioni al mondo
e giravo con in tasca teoremi
Un tempo non aspettavo risposte su di me
da telegiornali scemi
ma mi lasciavo alle spalle i paesi
di cui non sopportavo i programmi e le leggi
4
Hanno diramato l’identikit
barba tatuaggio capelli crespi occhi neri
un primo piano come tanti che ti ho scattato
un ritratto che profuma di Oriente
e puzza di sudore fritto
Tu non hai quell’odore
mai avuto neanche a letto
Ma adesso di sicuro
ti attribuiranno anche questo difetto
5
Il rumore del crollo
il silenzio dello stallo

(di Simone Consorti)

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Infanzia Paterson: 2 giorni, dall’analista
dopo un week-end a Granada

Sono nato come tutti gli altri:
in sala parto di anonimo ospedale
– sturato l’utero con una ventosa –
non mi hanno conservato il cordone ombelicale.
Perché costava un pacco e mamma e babbo,
pur volendo per il loro figlio il meglio,
pagavano due mutui trentennali
di bilocali ai confini dell’Impero:
niente da fare per le staminali,
ma un giorno sarei stato il re del caseggiato
e avrei affittato a caro prezzo a sei cinesi
e ad una banda di senegalesi che mi hanno,
col sudore della fronte, di fatto finanziato
viaggi, studi, il master di sei mesi alla Bocconi
e il fumo che compravo a Capodanno.
Allattato da mamma-biberon
– nei Settanta era il boom del latte artificiale –
non me la sono poi passata tanto male,
anche se la mancata suzione della tetta
è stata causa della mia disfatta
con Carla e con le donne in generale
di questi amori liquidi che vivo
(l’ho letto venerdì sull’Internazionale
sulla rubrica psico-comportamentale
che sfogliavo sul volo di Easy Jet
per raggiungere a Granada Hyun-Shik
dolce orientale conosciuta in chat).
La mia infanzia l’ho trascorsa nell’ovatta
della doppietta Ciocorì più Atari,
che mi hanno reso un riformato a vita
impreparato al collasso dello Stato
e delle istituzioni, al crack globale
che nelle notti insonni sogno di sanare
mandando Space Invaders sopra il Quirinale
o l’uomo tigre a Bruxelles, parlamentare,
io, Imperatore della “Dinastia del Poi”,
io, Paterson, come tutti voi.

(di Francesca Genti)

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Paterson, 17 anni in piazza
a Castellammare di Stabia
cera persa

Lo sussurravo tra me e me quando poi mi accucciavo sul selciato la sera, quanto eri stronza, quanto eri capace di rovesciare tutto facendo finta di fare un giorno l’infermiera, l’altro l’insegnante, l’altro la pioggerellina, non so, buona a nulla / capace di tutto. Pregavo comunque tutto continuasse così, indefinita la norma, in questo paese senza senso, in questa direzione qui, random, sottraendo, facendo mancare, rubando, allontanandosi, facendo così la più grossa delle presunte stronzate, il fottersene, anzi, di più, non solo fottersene, ma fare l’esatto contrario, fingere, perdere ogni morale. Voglia di rubare.

(di Albert Samson)

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Paterson viaggia in un’Europa che non fa altro che commemorare se stessa, le sue radici illuministe, le sue tragedie e le sue guerre otto-novecentesche, la sua civiltà esportata nel mondo. Sul piano lavorativo è stato per tutta la vita un funzionario del Regno dei Mezzi. Ha trascorso il suo tempo in uffici
e vacanze a Corfù, e targhe della Lehmann Brothers vendute all’asta. Ha avuto un uomo a Tolosa, ha scopato con un’olandese a Corfù, e ha trascorso un’infanzia serena a ciocorì e latte in polvere in qualche anfratto di Italia. Oggi Paterson è un ultracentenario che ama viaggiare per un continente alla deriva.

(dalla Postfazione del curatore Marco Mantello)

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La deriva
del continente
Viola Amarelli, Simone Consorti,
Elisa Davoglio, Gabriel Del Sarto,
Francesca Genti, Marco Mantello,
Albert Samson

Transeuropa – Nuova poetica – 2014