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Questo Natale #23: Giuseppe Ceddia, Teste pelate e morti bagnate

Biennale 2010, foto gm

Biennale 2010, foto gm

Teste pelate e morti bagnate

 

I

 

La notte in cui furono convocati dall’assemblea, i fratelli I. potettero assistere allo spettacolo di una luna che – improvvisamente – da esser gialla catarifrangente, assunse un colore rosso mestruo o, volendo, rosso ferita da arma da taglio.

Non si accorsero neppure del pompino che, con grande maestria, una bionda dal cuore d’oro e labbra aventi vita a sé stava praticando a un loro amico, all’interno di una libreria, senza contraccettivo, come in uno spettacolo aperto al pubblico, in quanto i fratelli I. si accorsero del tutto semplicemente guardando la vetrina del locale che, in quell’istante, oltre a esporre libri, trasmetteva in mondovisione la storia della pratica orale più vecchia del mondo.

Notte di Natale dunque; altrimenti una libreria bigia di una città triste, mai e poi mai sarebbe stata aperta in una notte qualsiasi di una città qualsiasi.

  • Neanche i contraccettivi usi quando te lo fai succhiare? – disse il rapper.
  • Non sprecare fiato con quello, avrà già tutte le malattie del mondo, i vermi si stan fottendo la sua anima… – disse la ragazza della libreria.

Fiato sprecato, aria mandata all’aria.

La notte in cui furono convocati all’assemblea, la notte di Natale del 2345, i fratelli I. ignoravano che la succhiatrice bionda (che si ergeva a cantatrice calva) in realtà altro non fosse che la rappresentazione della morte. Una morte passionale, sfuggente, vaginale, meravigliosamente sensuale, occhiblueggiante, una morte che – solo in quel preciso istante – assunse i connotati di una bambola scandinava, ma che avrebbe potuto essere coleottero il minuto dopo e macchina da scrivere quello dopo ancora.

Se ne accorse invece, anche se già lo intuì succosamente mentre le infilava le palle in bocca, il signor G. – quello che, lacrimando come un somaro battuto, riceveva il dono bagnato delle labbra da ergastolo.

Ne fu cosciente nel momento in cui, mentre si osservò per un attimo nella vetrina, vide solo il suo pene eretto e il nulla che glielo trastullava, c’era solo lui nello schermo demoniaco del vetro, solo i fratelli I. si accorsero della figura accovacciata, prostrata ai suoi piedi, che mentre glielo succhiava lo schiaffeggiava dolcemente sulle cosce con mani smaltate dal vizio.

Si accorsero della donna ma figuriamoci se tre esseri simili (erano tre i fratelli I.) avrebbero mai potuto accostare cotanta bellezza alla falce ossea e pietrificata dei disegni sui giornaletti horror che, assieme a quelli pornografici bagnati di sacro sperma incrostato senza pensionamento anticipato, collezionavano da giovani.

Eppure mica è da tutti vedere un amico che si fa succhiare il cazzo dalla morte. Loro non sapevano fosse la morte, l’amico neanche la vedeva riflessa e pensò di esser da rinchiudere. Noi sappiamo però le cose come stanno.

I fratelli I. erano sostanzialmente uguali o meglio, diciamo che il medio e il grande avevano stazza simile, massiccia, cambiava solo l’altezza; media quella del medio, grande quella del grande.

Solo il fratello minore, che pur manteneva i medesimi tratti da insopportabile figlio di papà, era magro come un chiodo, di altezza indefinibile, a metà strada tra l’altezza media del medio e quella grande del grande, la morte intanto succhiava grandemente un glande, e lo faceva alla grande.

Il giorno in cui la morte non dovesse più saper fare un pompino, dovremmo seriamente preoccuparci. Tutti, nessuno escluso.

Figuriamoci se questo debba avvenire a Natale poi.

I fratelli I. erano calvi, le loro teste lucide come biglie giganti da collezione, solo dei baffetti decoravano, in maniera viscidamente asimmetrica, le sottili labbra superiori, perennemente incurvate a sostenere il peso della vita, l’essenza stessa del battito cardiaco.

La sede dell’assemblea distava pochi passi dalla libreria degli amici che, in quei giorni, umida saliva e sperma a parte, iniziava ad assumere connotati di minestrone natalizio da sostenere con lo sguardo e schivare con l’inconscio.

II

Mentre la bionda morte invisibile assoggettava il signor G. – ormai residuo pseudo-umano di disgregazione parziale – i fratelli I. giunsero nel palazzone kafkiano, regno dell’assemblea.

La sorpresa si dipinse sul loro volto quando si resero conto che il tavolo ovale, simbolo del potere, feticcio mai arso e dogma perenne delle sale ai piani alti, era circondato da persone esattamente uguali a loro.

Tutti i componenti dell’assemblea erano calvi, con baffetti sottili sulle labbra inesistenti, tutti più o meno grassi o più o meno magri, tutti apparentemente alti o presumibilmente bassi.

Vi erano tanti fratelli I. attorno a quel tavolo ovale, attorno a quell’ellisse che trasudava ingordigia e potere, mogli tradite e amanti scopate sulle scrivanie, frustrazione perenne e soldi che non saziano mai.

Si attendeva il capo.

Il posto a capo tavola, quello di chi tiene il tombolone, era ancora vuoto. I fratelli I. (i tre di nostra conoscenza intendiamo, non gli innumerevoli sosia della sala) si guardarono attorno, con le pupille incrostate, prive di liquido, le palpebre incollate come quelle dei pesci.

Intanto in libreria si tentava di rendere accogliente uno spazio di per sé angusto, al fine di racimolare i fondi per un peccaminoso e triste Natale. Sempre lo stesso. Sempre quello del 2345, un Natale come tanti altri, identico ai precedenti 2344, assolutamente copia di quello che sarebbe stato nel 2346.

  • Anche quest’anno la vedo dura, la gente è troppo impegnata a svillaneggiare tra i negozi di borse e di gonne – disse la ragazza della libreria.
  • Come darti torto… di questo passo credo che il futuro potrebbe essere quello di riempire preservativi tropicali con sputi vinosi – disse con apparente e cosciente nonsense il suo collega, un biondo mezzo nazista e mezzo punkettone.
  • Il vostro lavoro è un atto di coraggio in mezzo all’ipocrisia dilagante – disse il rapper.
  • Quello che in situazione verte? – disse il biondo alla sua collega, riferendosi al signor G.
  • Te l’ho detto – rispose lei – la sua anima è pranzo per le larve, sono ore che si dimena quasi come se qualcuna glielo stesse succhiando.
  • Ah… ma dunque nessuna glielo sta succhiando? – disse il rapper.
  • Forse… – disse il biondo – io non sono così presuntuoso da credere che ciò che vede uno debba vederlo anche l’altro. Ci può essere una bionda accovacciata a spremergli le palle… come non ci può essere nessuna donna. Non esistono dati certi… non esiste… la…

 

Non esiste la morte, forse si voleva intendere, è solo la vita che non ha mai avuto pietà di nessuno.

III

Senza tirarla troppo per le lunghe, mentre in libreria si cercava di capire se le convulsioni spietate del signor G. fossero frutto di piacere sessuale immenso o piuttosto il risultato di una vita dissennata, nella sala dell’assemblea (quella del tavolo ovale)… si attendeva ancora il capo.

La poltrona padronale continuava a essere vuota.

Fu davvero un attimo, pochi secondi. Le luci si spensero. Si riaccesero dopo pochissimo e la sedia padronale a capotavola era occupata dalla bionda che fino a poco prima, era (o non era?) in libreria a dare piacere (o estrema unzione?) al signor G.

I tre fratelli I. e tutti i loro fratellastri si guardarono… si scrutarono pietrificati per un tempo infinito; non avevano mai visto una donna così bella.

Tutti pensarono che tra le braccia (o tra le gambe) di una donna simile, avrebbero anche potuto morire. Questo unico pensiero sorse come un fiore dallo stelo turgido come un pene in ogni cervello degli innumerevoli fratelli I.

Questo pensiero era il terzo parametro fisso, dopo le teste pelate e i baffetti sottili sulle labbra disegnate a mano.

L’unico problema, e tutti se ne accorsero, stava nel fatto che un piccolo, ma denso, residuo di sostanza bianca non identificabile campeggiava al lato sinistro della bocca della donna.

 

 

 

Giuseppe Ceddia

 

Su un altro pianeta -di Marco Aragno

Su un altro pianeta

La scena è familiare. Ti senti addosso una sensazione strana, come una sostanza radioattiva che ti pizzica la pelle. Ti aggiri in uno scenario post-apocalittico intorno ad un edificio recintato, l’erba spelacchiata che si piega scricchiolando sotto i piedi, qualche pecora gialla stile Cernobyl che si accascia sul terreno. Davanti, mentre procedi stranito, una scritta “attenzione” ti piomba davanti agli occhi e ti ostruisce il passaggio. Così ti fermi, serri le palpebre. Poi le risollevi, stropicci forte le pupille con le dita fino a farti male. Ma quel cartello rosso non scompare dalla tua vista. Allunghi la mano, lo sfiori appena con le unghie. Ti accorgi che è reale. Preso dallo sgomento, riesci a malapena a trovare la forza per sollevare lo sguardo oltre il recinto. Davanti agli occhi, fra le losanghe dei cancelli, si staglia un immenso edificio grigiastro con delle ciminiere fumanti che svettano fra le nubi. Si accavallano d’improvviso sequenze sconnesse, parole biascicate ai bar, titoli lanciati sul giornale. Tutto ciò che hai sentito come un avvertimento negli anni passati ora acquista un senso. Ti convinci che come un deja-vù ciò che vedi è già avvenuto, non molto lontano da qui. Quelle immagini di Acerra che pochi anni fa ti avevano inchiodato dinnanzi alla televisione ora ce le hai sotto casa. “Il termodistruttore di Napoli Est sarà costruito a Giugliano”, annuncia una voce al tg, mentre ti risvegli di scatto e stai a tavola, ad ingoiare un boccone. “La decisione è stata presa a seguito del summit fra Governatore della Campania, Presidente della Provincia, Ministro dell’Ambiente e Sindaco di Napoli”. La notizia appena annunciata oltrepassa le pareti di casa tua, la realtà irrompe nella tua vita attraverso la luce dello schermo. E d’un tratto cominci a guardare intorno a te, diffidi del prossimo boccone che devi ingoiare, di qualcosa che potrebbe giungere senza volerlo nel tuo stomaco, nei polmoni, attraverso l’ossigeno che stai inspirando. Poi emetti fiato, ti calmi, cerchi di aggrapparti ad un altro pezzo di realtà. Così guardi le due mele annurche sul centro tavola. Sono lì, ad un passo da dove stai mangiando. Pensi: sono il simbolo retorico di una Giugliano che non c’è più. Schegge di un eden perduto che i tuoi genitori hanno visto, ma di cui tu conservi un vago ricordo, sepolto nelle mente, flash di grossi alberi, di immense reti distese lungo le campagne sotto un sole trasparente. Un nonno forse le ha raccolte per te. Ma in fondo non si tratta solo della fine della tua infanzia, dell’odore di umido che annusavi passando fra i fazzoletti di terra sopravvissuti al cemento. Non si tratta delle solite mele. E’ qualcosa di più profondo che ti tira fuori dalla stanza e ti catapulta sotto un cielo ingombro di presagi. Ti senti esposto ad un destino che non hai voluto, ad un futuro che altri stanno decidendo per te. Non sarai più tu quello che rovisterà la frutta nelle cassette dei supermercati, né tu quello che vedrà i valori alterati del tuo sangue. Non sarà tua la terra su cui cammini, né tuoi i figli che porterai in grembo come una maledizione. Non sarà tua l’aria che ogni secondo respirerai, andando a lavoro, o passeggiando lungo il corso una domenica qualunque. Non sarai tu il corpo con cui ti muoverai nel tempo della tua vita. No, quelli che domani vedremo vivere a Giugliano in Campania, come ombre intraviste su un altro pianeta, non saremo più noi.

 @ Marco Aragno