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I poeti della domenica #340: Pietro Secchi, Er cane zoppo

Ner giardino sott’a casa mia
ce sta ‘n cane zoppo.
Er padrone ‘o porta ‘n giro
pe’ córe e giocà coll’antri.
Li cani bianchi e maroni
coreno e se odoreno.
Ma lui è ‘n cane nero
e co’ quer passo ch’è ‘n affanno
se dirigge solo a beve.
Forze l’acqua je rinsarderà ‘a zampa
oppure spera ‘n zogno
che co’ ‘n zorzo je verà mercede:
‘no sguardo pietoso der Gran Cane,
l’unico, diceveno, che quanno te mozzica
te fa annà via la rabbia.

© Pietro Secchi, da Er piccione sfracellato, FusibiliaLibri 2018

Giovanna Amato, L’inizio della scrittura. Intervista di Anna Maria Curci

Giovanna Amato, L’inizio della scrittura, FusibiliaLibri 2018

«Ci sono vite al mondo che sono morte senza per esempio»: partiamo da questo verso, Giovanna, per ripercorrere la tua raccolta. Senza che cosa? Senza, indubbiamente, l’amore. Nel mio diario in versi scrivevo qualche anno fa: “Tra i cubi che il bambino ricombina/ ha scoperto la A, alfa e amore”. L’inizio della scrittura – e il titolo della raccolta richiama esplicitamente Roland Barthes di Frammenti di un discorso amoroso – davvero coincide con l’esperienza ardente e totalizzante dell’amore. Una scoperta dopo la quale nulla potrà essere come prima. Impetuose e solenni sgorgano le poesie e niente, neppure un verso, andrebbe mutato, tanto che verrebbe da parlare di rigore, di impeccabilità formale, di necessità cogente di dire lo stupore nel modo qui manifesto, e in nessun altro in alternativa. Senza questa rivoluzione, senza il dato sconvolgente dell’esperienza amorosa, non sarebbe mai allora nata poesia?

Ho scritto poesie solo quando ho amato oltre l’umano, e probabilmente ho amato oltre l’umano solo quando non sono stata ricambiata, questo credo sia fondamentale da dire. Il punto successivo è: perché questo amore estremo mi illumina quella zona del cervello deputata a scrivere in versi, a prendersi cura dell’allaccio tra il suono e il contenuto? Che rapporto c’è tra innamoramento non corrisposto e poesia? Nel mio percorso personale la risposta è chiara. L’esergo di Barthes, da cui il titolo del libro, mette bene in chiaro una cosa: la scrittura inizia quando non si scrive per convincere l’altro ad amarci. Non si corteggia, con la scrittura, né si crea un sostituto dell’amore per stare meglio nella sua mancanza. Si sa solo che l’altro non è nostro, e lo si canta perché lo si ama. Non una poesia, non una mail, non un messaggio né una parola io ho mai pronunciato nella speranza di sedurre chi ha messo in chiaro di non amarmi, anche nelle mie parole più infiammate. Questo è lo spirito di ogni parola d’amore pronunciata davanti a un caffè, e questo è lo spirito del libro. Il libro voleva essere il canto dell’amore donato senza chiedere nulla in cambio. Che è una faccenda meravigliosa. Quello che ho imparato è che innamorarsi senza riscontro è un’esperienza affine all’amore, non un fallimento. Ha solo regole più complesse e meno codificate, e diversi margini di gioia. Comporta sì della sofferenza, il desiderio sessuale non realizzato, la convivenza emotiva non pienamente espressa. Ma c’è una componente per cui l’amore dell’altro non è necessario, anzi sarebbe di troppo: la gioia del disinteresse, il dono di sé portato all’estremo. In questo senso, l’amore non corrisposto somiglia a uno stato di grazia che bisogna meritarsi ogni giorno, e che permette di scoprire meravigliosi lati di sé. In questa esperienza monologante, a patto che l’altra persona reagisca con sana apertura (né rifiuto, insomma, né pura vanità), la gioia supera il dolore. Appaga? No, non mi prendo in giro, io non posso possedere quel corpo, e quella persona non ha bisogno di me quanto io di lei. Ma rende felice? Sì, più di molti amori consumati. È questo che attiva il centro nervoso del dono, dello stupore, e quindi della scrittura. Ed è questo che volevo fosse il filo rosso delle mie poesie, più del canto verso una persona. In questo credo di essere riuscita. In altro, credo di aver fallito: nell’universalizzazione di questo innamoramento. Perché quando sono stata capace di innamorarmi di nuovo, ho scoperto un altro odore, altre dolcezze, altri motivi di pianto, altri ritmi di respiro. Ne L’inizio della scrittura credo di aver tratteggiato bene l’amore come dono, ma non l’amore in sé, perché il libro riguarda quell’amore specifico, e non si attaglierebbe bene al successivo. Che avrebbe poesie più lievi, più metriche, più attente alla premura per i dettagli dell’altra persona e meno alle vette emotive raggiunte dal mio sentimento comunque totale. Meno vertigine e più cura, insomma, perché l’amore successivo è nato sulla tenerezza e non sul delirio. Ogni equilibrio tra due persone è diverso. (altro…)

Giovanna Amato, Poesie da “L’inizio della scrittura”

È appena uscito L’inizio della scrittura, silloge di poesie d’amore di Giovanna Amato edita da FusibiliaLibri, ed ecco per voi tre poesie in anteprima. Per tutte le altre informazioni, visitare qui. Buona lettura intanto da Poetarum Silva!

 

È come possedere una città. Poi una legione
divampa. Fa il suo ingresso. Ad uno ad uno
soldati disarcionano le torri
annientano difese sbigottite
si estendono alle porte delle case,
pulsanti; fino all’ultimo, il tedoforo,
che silenzioso avanza dalla breccia.
Non reputo rovina
il cremisi che si agita tra i sassi
mentre i granai stipati vanno al rogo
e l’invasore svetta a colpi d’ascia
la testa dei feticci sull’altare.

L’amore è una battaglia non campale,
come un assedio visto alla finestra.
Ed è la quiete, come il sacerdote
che spazza il tempio; quiete come il vinto
che lustra lo schiniere al vincitore.

 

Roma, marzo, Chiesa del Gesù

Alziamo gli occhi per festeggiare un trionfo
alla volta affrescata di un trigramma.
Ma per chi di noi sa vedere, la gloria è un angelo di stucco,
tortile e sporgente dal soffitto.
Possiamo interrogarci su chissà quale impalcatura
(l’opera umana che assidera la gravità)
alzata in tempi remoti, quando bambina, mia bambina,
c’era chi provava per quel cristogramma
e per quel marmo da curvare con le mani
la bruciatura dei primi martiri che io
provo per te.
Ho una voce d’organo nel petto.
Le ali di stucco dell’angelo non possono vibrare
ma il brusio degli altari mi parla, mi parla,
stordisce ogni pensiero che non ti riguarda
mio agnello mia colomba.
Usciamo all’aria.
La guida alza la voce per coprire
la sirena di un’ambulanza di passaggio,
vita che prosegue
anche se io sono innamorata di te.

 

Rispondo con una domanda al merlo
che mi interpella dal suo davanzale.
Rinunceresti forse alla fiammata
del sole quando plani in un mattino
freddissimo e invernale, per restare
sicuro che la bora non ti spiumi
non ti disperi e abbatta e squassi e mieta?
Lui mi risponde con un cenno muto.
Lascia che accada, lasciami l’ustione
come lo sfregio resta sulle mani
di chi ha cavato da qualche miniera
Dio con le dita.

 

Giovanna Amato, L’inizio della scrittura, FusibiliaLibri, 2018

 

 

 

Giovanna Amato, “Terzafascia”: romanzo

Romanzo-reportage di Giovanna Amato sul precariato della scuola, prefazione di Anna Maria Curci, FusibiliaLibri editore. Per altre info, qui. Ma intanto, perché privarsi di un assaggio? Buona lettura!

*

Quando avevo la loro età, sedevo sulle stesse piccole sedie di legno tenute insieme dalla torsione di una sbarra di ferro cavo. Erano sedie così leggere che bastava avere uno zaino troppo pieno perché la tracolla le trascinasse a terra.
Mi rendo conto di non aver più messo piede in un’aula di scuola media dagli anni Novanta. Cerco con gli occhi le penne a scatto multicolor, i walkman sotto i banchi, i quaderni con i personaggi di Beverly Hills. Ma siccome so che anche Cicerone si lamentava della decadenza dei costumi rispetto alla precedente generazione, mi limito ad accogliere con tenerezza i loro zaini trolley, i diari dei Gormiti e la penna laser di cui al momento ignoro la funzione ma che sarà grande protagonista delle nostre litigate in futuro.
Dico tenerezza per intendere quel ghigno isterico di panico che mi sfigura mentre la bidella mi presenta alla classe.
Dico bidella per evitare l’offensiva locuzione di collaboratore scolastico coniata solo per far passare come offensiva la parola bidella.
Dico classe per riassumere ventinove persone tra i dieci e i dodici anni (tredici maschi, sedici femmine) con diverse storie personali ed esigenze private nei confronti delle quali il mio compito è portarle a un grado omogeneo di competenze, fiducia e conoscenze riguardo ad alcuni settori della formazione umana.
Ingoio il mio buongiorno. Soprattutto, dico generazione non sapendo di cosa parlo, non avendo mai capito a che punto scatti la separazione (mi hanno spiegato che è una forbice di venticinque anni ma non ho capito mai a partire da chi), e so soltanto che supero di poco il doppio dei loro anni e che tra l’altro ho vaghissimi ricordi di tutto quello che mi è successo prima di aver compiuto la loro età. (altro…)

Simone di Biasio, PARTITA Penelope. Recensione

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Simone Di Biasio, PARTITA. Penelope, Fusibilialibri, 2016, pp. 64. Prefazione di Alessia Pizzi, traduzione in greco di Evangelia Polymou, immagini di © Stefania Romagna. Edizione numerata.

το ταξίδι μου ’δειχνες ακοντίζοντας κάθε μέρα
μια κραυγή ένα νήμα η φωνή σαν πανί
εγώ το ανδρείκελό σου άνοιγα κόλπους όπως τους μηρούς σου
προσθαλασσωνόμουν στους ορμίσκους του στήθους σου

με του ξόανου την κοιλιά πάτησα τα σπίτια
γκρέμισα πύλες που τις είχα για δικές σου
έμπαινα σε μέρη κι ευθύς τα νερά άνοιγαν στο πέρασμά μου
δεν ήξερα τι γιους έφερνες στον κόσμο

il viaggio indicasti a me lanciando ogni giorno
un grido un filo la voce come tela
io tuo burattino aprivo golfi come le tue cosce
ammaravo nelle insenature del tuo petto
col ventre a favore approdavo dentro le case

ho sfondato porte che credevo tue
entravo sempre in parti annunciate da acque rotte
non sapevo quali figli stessi mettendo al mondo

Una storia di storie o trama fatta di tante trame quella del monologo in versi PARTITA. Penelope di Simone Di Biasio, edito in questi giorni da Fusibilialibri. Si è già parlato in parte della poetica dell’autore qui, e in quel caso si riportavano anche alcuni versi in costruzione dell’opera “per voce sola”. Non è improprio recuperare e ri-citare ancora uno degli aspetti pregnanti della poesia dell’autore: quelle “parole da abitare” che valgono anche per il testo odierno, in cui si traccia la vicenda di Odisseo e Penelope ricordata ed esposta al lettore nelle parole introduttive a questo volume con una prefazione a cura della grecista Alessia Pizzi: non lo è perché il monologismo estende il rapporto che la sola-voce parlante intesse con l’interlocutore lontano, ma anche con chi legge. Una doppia relazione con il vocale, ma un vocale significante prima. In questo testo si avvera la relazione che lo strumento voce − nella forma alta della poesia − attiva con l’altro: una relazione che non può non portare in sé un richiamo all’oralità fondativa della civiltà occidentale. Quello che Di Biasio fa è costruire verso per verso questo rapporto, parola per parola:

Πηνελόπη!
τα θαρρετά τα μάτια που μηχανεύτηκαν
δε νογάνε ποτέ να σφαλίσουν
δε νογάνε ποτέ να ρωτήσουν
τι χάνει η όραση κι ο χρόνος ύστερα ανακτά,
ποια γόνατα ακόμα θα λυθούν:
ποια γόνατα ακόμα θα επιλεχθούν;

θα θυμηθείς τις παρατεταμένες αγκαλιές
μεταξύ Ιθάκης και Τροίας, μεταξύ γης κι ωκεανού
θα θυμηθείς την μακρόσυρτη νυχτιά του έρωτα
που μας ξανάκανε σάρκα εκ της σαρκός μας
και νιώσαμε κείνη την σκληρυμένη ελιά
μεγαλοπρεπής τώρα, θεριεμένη, σαν παιδί
θα θυμηθείς και τις τηλεπάθειες τις νοσηρότητες τις σιωπές

Penelope!
gli occhi potenti che hanno inventato
non sanno mai chiudersi
non sanno mai chiedersi
cosa la vista perde e il tempo recupera poi,
quali ginocchia si scioglieranno ancora:
quali ginocchia si sceglieranno ancora?

ricorderai i lunghi abbracci
tra Itaca e Troia, tra terra e oceano
ricorderai la notte d’amore più lunga
che ci rifece carne nelle carni
e sentimmo quell’ulivo così indurito
ora maestoso, cresciuto, come un figlio
ricorderai pure le telepatie le morbosità i silenzi

Un’operazione di questo genere può permettersi almeno due motivazioni: innanzitutto un interesse reale e filologico per questa “storia”, che è ben chiarito da Pizzi e ribadito nel testo; ogni tassello, infatti, non è lasciato al caso e lo dice ancora di più il bilinguismo italiano-greco (qui nella traduzione di Evangelia Polymou) che raccoglie in sé la potenza dell’argomento e la rievocazione del tema così detto, dunque a doppia-voce (e non a due voci!). Questo è soprattutto vero nello sguardo di Penelope, nei versi sopraccitati, che «non sanno mai chiudersi/ non sanno mai chiedersi» quasi in un continuum tra il vedere e l’appellarsi al fuori, alla parola; anche qui l’occhio “parla”, con un tempo uguale a quello del “dire” ma anche a quello dell’ascolto. In secondo luogo vi è la deviazione verso un recupero che torni ad avverare il senso della contemporaneità nella restituzione al lettore di un epos parlante (di nuovo) grazie al suo «ero(t)ismo» (Pizzi). Si insiste qui a determinare le andate − e i ritorni −, il viaggio − come luogo −, il senso − come casa − nello spazio della voce che tutto immagina e fa accadere: amore, carnalità, distacco, distanza, vita, e oltre. D’altronde quell’«ero(t)ismo» si esprime proprio con essa dal momento che è, secondo Adriana Cavarero, un tratto sessuale secondario, con sede nell’incavo (“erotico” anch’esso) della gola. E ciò amplifica l’immaginario qui evocato, trovando un nuovo posto nell’oggi.

© Alessandra Trevisan