Fusibilia libri

Giovanna Amato, “Terzafascia”: romanzo

Romanzo-reportage di Giovanna Amato sul precariato della scuola, prefazione di Anna Maria Curci, FusibiliaLibri editore. Per altre info, qui. Ma intanto, perché privarsi di un assaggio? Buona lettura!

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Quando avevo la loro età, sedevo sulle stesse piccole sedie di legno tenute insieme dalla torsione di una sbarra di ferro cavo. Erano sedie così leggere che bastava avere uno zaino troppo pieno perché la tracolla le trascinasse a terra.
Mi rendo conto di non aver più messo piede in un’aula di scuola media dagli anni Novanta. Cerco con gli occhi le penne a scatto multicolor, i walkman sotto i banchi, i quaderni con i personaggi di Beverly Hills. Ma siccome so che anche Cicerone si lamentava della decadenza dei costumi rispetto alla precedente generazione, mi limito ad accogliere con tenerezza i loro zaini trolley, i diari dei Gormiti e la penna laser di cui al momento ignoro la funzione ma che sarà grande protagonista delle nostre litigate in futuro.
Dico tenerezza per intendere quel ghigno isterico di panico che mi sfigura mentre la bidella mi presenta alla classe.
Dico bidella per evitare l’offensiva locuzione di collaboratore scolastico coniata solo per far passare come offensiva la parola bidella.
Dico classe per riassumere ventinove persone tra i dieci e i dodici anni (tredici maschi, sedici femmine) con diverse storie personali ed esigenze private nei confronti delle quali il mio compito è portarle a un grado omogeneo di competenze, fiducia e conoscenze riguardo ad alcuni settori della formazione umana.
Ingoio il mio buongiorno. Soprattutto, dico generazione non sapendo di cosa parlo, non avendo mai capito a che punto scatti la separazione (mi hanno spiegato che è una forbice di venticinque anni ma non ho capito mai a partire da chi), e so soltanto che supero di poco il doppio dei loro anni e che tra l’altro ho vaghissimi ricordi di tutto quello che mi è successo prima di aver compiuto la loro età. (altro…)

Cristina Bove, Una per mille

 

Cristina Bove, Una per mille. Prefazione di Franco Romanò, Fusibilia libri 2016

Raccontare la vita nelle sue manifestazioni più diverse: se questa formula, da un lato, riassume ciò che pungola chi scrive e attrae chi legge, essa non spiega, dall’altro, le ragioni dell’impronta forte e durevole che determinate narrazioni sanno consegnare all’immaginario e alla memoria. Dice il contenuto, l’oggetto della narrazione, ma non ne dispiega il come. È il come si racconta, ovviamente, a fare la differenza; qui non contano le ricette a buon mercato, le pillole di saggezza dispensate attraverso tubi catodici, canali telematici, lunghezze d’onda, le messe in guardia dall’autobiografismo e le distillazioni varie – con l’erborista ovvero dispensatore di grappa letteraria di turno in versione “Così parlò…” – di sottili distinguo circa realismo, verosimiglianza, scelta e trattazione della materia grezza narrativa. È la verità a fare la differenza, quella che Albertine, nel finale di Doppio sogno di Schnitzler, tiene ben distinta dalla semplice realtà, fosse anche la realtà di un’intera vita umana: nel romanzo di Cristina Bove è la verità a guidare sguardo e resoconto, rievocazioni e considerazioni.
Tornando, tuttavia, all’enunciato iniziale di questa nota, è necessario qui innanzitutto porre al plurale l’oggetto della narrazione, perché non di una vita si parla, ma di tante vite, delle linee successive o parallele di chi narra, che si definisce, come recita esplicitamente il titolo, Una per mille. È, inoltre, delle vite altrui che si intesse, procedendo nella narrazione, la trama del romanzo. Sono le esistenze altrui, che attraversano ovvero che rendono sempre piena di sorprese, nutrendola perfino, come nel caso dei quattro figli, la vita (le vite) dell’io narrante. Al plurale sono prese in considerazione, ancora, le dimensioni dell’esistenza, con un’attenzione rivolta all’altro da sé, all’altrove, a modalità ‘altre’ di accesso alla conoscenza, alla dialettica tra istinto naturale e coscienza.
C’è un evento – non dimentichiamo che ci troviamo dinanzi a una narrazione che merita pienamente questo nome – dal quale si può cominciare a parlare di pluralità di punti di punti di vista. Giro di vite, svolta, linea spezzata e poi ripresa sul palmo della mano che riporta il tormento e il trauma sul quale lavorano incessantemente due agenti opposti: il ricordo misericordioso e il vergognoso oblio. Questo evento è un volo giovanile, foriero di coma e ossa rotte, ma portatore di visioni ‘oltre’, ‘al di là’, sì che le voci di Cristina Bove sono ‘voci sulla soglia’. Sanno di bivi, di attese, di altre dimensioni. Sono tramite e luogo, come si legge nel romanzo. Sono consapevolezza e empatia, sono, nonostante tutto, speranza. (altro…)

I poeti della domenica #137: Mario Paoletti, Turno di notte

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Turno di notte

Ora è solo un pezzo di carne stanca
che torna dal lavoro notturno.
Con gesto brusco si cava gli stivali,
getta i pantaloni sulla sedia, accende una sigaretta
e contempla la miseria della sua cuccia.
Si corica.
Vuole dormire, morire per un po’.
Strette le gambe, si rannicchia come un feto,
passa un braccio sotto al cuscino
inutilmente: il sonno non arriva.

Si rigira: allunga le gambe, scosta il lenzuolo,
prova la peretta della luce, starnuta e pensa:
“Adesso m’addormento”.
Sogna per tre secondi
e proprio allora scricchiola quel maledetto armadio
di falso mogano e falso specchio veneziano.
Suona falso anche lo scricchiolio.

L’uomo è terribilmente stanco.
Vorrebbe dormire per sempre in fondo al mare
in un sacello di piombo con oblò
per poter vedere, ogni tanto,
il passaggio degli squali morti.

Fischia una locomotiva, passa un tram,
un manico di scopa sbatte contro i mosaici.
Lamentandosi come un bebé col mal d’orecchi
l’uomo finalmente si addormenta.

E allora, come se il mondo
stesse aspettando solo quel preciso segnale,
un raggio grigio si dipinge sul lucernario
e nella città comincia ad albeggiare.

 

Turno noche

Ahora, es sólo un pedazo de carne cansada
que vuelve del trabajo nocturno.
con gesto huraño se quita los botines,
tira el pantalón sobre la silla, enciende un cigarillo
y contempla la roña de su cueva.
Se acuesta.
Quiere dormir, morirse por un rato.
Juntas la piernas, se acurruca como un feto,
pasa un brazo por debajo de la almohada
inutilmente: el sueño no viene.

Se da vuelta, estira las piernas, lebanta la sábana,
tantea la perilla de la luz, estornuda y piensa:
“Ahora me voy a dormir”.
Sueña un sueño de tres segundos
y justo entonces cruje el putísimo ropero,
de falsa caoba y falsa luna veneciana.
Hasta el crujido suena a falso.

El hombre está terriblemente cansado.
Quisiera dormir por siempre en el fondo del mar
en una piccita de plomo con ventanillas
por donde se pudiera ver, de vez en cuando,
el paso de los tiburones muertos.

Pita una locomotora, pasa un tranvía,
choca una palo de escoba contra los mosaicos.
Quejándose como un bebé con dolor de oídos
el hombre al fin se duerme.

Y entonces, como si el mundo
sólo hubiese estado esperando esa precisa señal,
una raya gris se pinta en el tragaluz
y en la ciudad comienza a amanecer.

da: Mario Paoletti, Di oggi, Omero prende solo il fiore. Traduzione e cura di Antonietta Tiberia. Prefazione di Dante Maffia, Fusibilia Libri 2015

La parola che sta nel fiato. Riflessioni sulla poesia di Duška Vrhovac. Di Monica Martinelli.

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La parola che sta nel fiato. Riflessioni sulla poesia di Duška Vrhovac.

Di Monica Martinelli.

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La raccolta di poesie Quanto non sta nel fiato di Duška Vrhovac, prima e unica edizione italiana pubblicata nel 2014 dalla casa editrice Fusibilia, tradotta dal serbo da Isabella Meloncelli, con l’interessante prefazione di Ennio Cavalli e un’accurata postfazione di Ugo Magnanti che ne è anche il curatore, corredata inoltre da una completa sezione biobibliografica, rappresenta le diverse stanze del corpus poetico della poetessa, giornalista e traduttrice serba che ha al suo attivo almeno una ventina di libri di poesia pubblicati e tradotti in varie lingue. Suddivisa in quattro sezioni – Il diavolo ha da tempo compiuto il suo lavoro, Né dell’eterno né del provvisorio, Lingua di piante e vento, Persone – che prendono i titoli dai versi di alcune poesie (come del resto il titolo stesso del libro), raccoglie testi di differenti periodi. L’ultima sezione, straordinaria nella sua icastica ironia, è quella dedicata ai poeti e alle persone che più hanno influenzato l’autrice o che comunque hanno avuto un significato particolare nella sua vita, ed è anche un omaggio ad alcuni grandi poeti come Szymborska, Neruda, Isidora Sekulić.
La poesia di Duška Vrhovac va oltre la poesia stessa, supera i confini, le barriere linguistiche ed etniche e pur avendo assorbito tutta la tradizione letteraria e la cultura balcanica, non ne resta confinata ma si espande come lava di vulcano perché i suoi versi fanno parte di una cosmologia pervasa di misticismo dove Dio è presente e immanente nelle cose e nella natura, e anche se ci sono il male e il dolore la nostra vita è indirizzata al bene, un bene che i poeti, più delle altre persone, riescono a percepire e a comunicare. Infatti, la poesia Poeti esprime con ironia e con forte determinazione, unite a un’ampia conoscenza filosofica da parte dell’autrice, l’immagine salvifica della poesia e il ruolo fondamentale del poeta come delatore della verità: “I poeti sono ladri di visioni… I poeti sono custodi incoronati / dell’essenza riposta nella lingua… I poeti sono invisibili interlocutori / nel silenzio sul senso e sul non senso / di tutto ciò che si vede e non si vede. / I poeti sono i miei soli veri fratelli.”
(altro…)