fumetto

Otto Gabos, L’illusione della terraferma

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Otto Gabos, L’illusione della terraferma, Rizzoli – Lizard, 2015, € 17,00

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C’è poco da fare, ogni volta che si prende in mano un fumetto, vecchio o nuovo che sia, si torna a casa. Non conosco altra cosa, forse solo qualche disco, in grado di catapultarti indietro nel tempo più di una storia disegnata. Cominci a sfogliare e ti ritrovi immediatamente in cameretta, la porta chiusa al riparo da tutti. I fumetti sono la cosa (insieme al calcio) che mi ha insegnato a sognare, e che la fantasia fosse fondamentale. Non bisognerebbe mai smettere di leggere i fumetti, vorrei leggerne di più. Una volta, un amico mi disse: “La cultura si fa con i fumetti”. Aveva ragione, si comincia da lì, la si costruisce partendo da lì. Ho da poco finito di leggere, nella mia cameretta fantastica, L’illusione della terraferma di Otto Gabos e ora ve lo racconto.

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Siamo in Sardegna, una Sardegna cupa. Il territorio è quello di Iglesias, di Carbonia. Il mare allontana e respinge, il mare isola, naturalmente, ma domina anche sul pezzo di terra che circonda, rendendo tutto meno stabile e più complicato. Gli anni che Otto Gabos sceglie di raccontare e disegnare sono quelli del ventennio fascista, le tematiche sono quelle del ventennio, la trama ha un bellissimo profumo di noir vero. Un noir di cui si sente ogni tanto nostalgia, quello in cui i commissari sono uomini solitari, rudi e silenziosi, dove girano in impermeabile, perché se non piove, pioverà. Un noir in cui il commissario, che nel racconto si chiama Marmo, un nome da fumetto e non casuale, si fiderà, prenderà in giro e rispetterà un agente che è natio della Sardegna, che si chiama Mallus. C’è un delitto da risolvere, ma occorre muoversi con cautela, i fascisti si intromettono, cercano comode soluzioni alle indagini, forse di comodo. C’è una donna affascinante e c’entra il tradimento, e il tradimento è sempre un sacco di cose.

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AA. VV. Venti pallottole vaganti (dai racconti di Luigi Bernardi)

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Questo libro contiene centouno storie, sono tutte storie vere, accadute in Italia nell’anno 2000. Molte di queste storie le avevo già scritte in un paio di libri, insieme a parecchie altre. Diversamente da lì, dove l’interesse era in prevalenza giornalistico, qui di ognuna ho operato la sintesi estrema, riducendola al racconto dei personaggi e del gesto in cui si rendono protagonisti[…]. Pallottole vaganti aspira a essere un testo di narrativa, realizzato attraverso la formula del microracconto. Per sottolineare questo aspetto, ho eliminato il cognome dei personaggi. Ho mantenuto invece l’età, perché a volte gli anni dicono più di qualsiasi altro elemento.

Luigi Bernardi scriveva questo brano nella nota introduttiva all’edizione 2002 di Pallottole vaganti (DeriveApprodi, 2002), l’intento di Luigi era chiaro, gli interessavano le persone prima del gesto, le storie più delle cause. Partendo da questa sua idea  gli studenti del Corso di Fumetto e Illustrazione dell’Accademia di Belle Arti di Bologna, coordinati da Otto Gabos, Onofrio Catacchio e Enrico Fornaroli, hanno realizzato  venti fumetti di quattro tavole, perfetti per rappresentare in disegno i microracconti di Luigi. Ne è nata una mostra e poi questo volume, impreziosito da illustrazioni delle celeberrime cover della serie noir di Gallimard, di cui Bernardi era attento e appassionato collezionista. Queste ultime illustrazioni sono di autori affermati come gli stessi Catacchio e Gabos, o come Giardino, Accardi, Scala, Baldazzini e altri.

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Questo volume non è in vendita e questa non è una recensione, è piuttosto la testimonianza di un amico commosso, felice del fatto che l’opera e le idee di Luigi vengano raccontate ancora. Il volume non è in vendita, dicevo, ma è possibile averlo diventano soci dell’Associazione Culturale Luigi Bernardi. Per informazioni potete scrivere a: associazione.luigibernardi@gmail.com

Quanto a noi, vecchio, mi pare che i ragazzi abbiano fatto un bel lavoro, certo tu avresti trovato qualche refuso o altro, ma non mi pare il momento di rompere le scatole. Ciao.

GM

Due manifestazioni a cura dell’Associazione culturale Luigi Bernardi (10 e 11 gennaio)

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Siamo orgogliosi di annunciarvi che sabato 10 gennaio a partire dalle 17.30 inaugureremo il Fondo Luigi Bernardi presso la biblioteca dell’Alliance Française di Bologna, in via de Marchi 4. Si tratta di 800 titoli in lingua francese di genere polar, comprendenti intere collane, alcune storiche (come la Série Noire di Gallimard, la Rivages Noir, la Suite NoireFuturopolice, i mitici Bouiquins e tante altre ) e finora introvabili in Italia. Ci saranno Marcello Fois, Pino Cacucci, Emidio Clementi, Francesca Rimondi e Doug Headline, figlio dello scrittore Jean-Patrick Manchette.

Nell’occasione verrà inaugurata anche una mostra di tavole ispirate ai racconti di Pallottole vaganti, realizzate da artisti vicini a Luigi, come Otto Gabos, Onofrio Catacchio, Andrea Accardi, Roberto Baldazzini, Grazia Lobaccaro, Giancarlo Caracuzzo, Enrico Fornaroli e studenti del corso di fumetto e illustrazioni dell’Accademia delle Belle Arti di Bologna.

 
Di seguito il programma dettagliato dell’evento.
17:30 Benvenuto di Martine Pagan, direttrice Alliance Française
17:35 Interventi di Marco Bernardi, Enrico Fornaroli, Francesca Rimondi
18:10  Letture a cura di Pino Cacucci, Marcello Fois, Emidio Clementi, Doug Headline. Letture in lingua francese e italiana a cura di Annachiara Masetti e Silvia Lamboglia
18:45 Musica a cura del duo Camera80
19:10 Francesco Mastria presenta il lavoro di catalogazione. A seguire inaugurazione della targa per Luigi Bernardi in biblioteca.
19:30 – 20:30 Inaugurazione della mostra “Pallottole vaganti” a cura di Otto Gabos e Onofrio Catacchio. Cocktail con playlist in sottofondo.
 
 
Domenica 11 gennaio, invece, presso la biblioteca del comune di Ozzano, si terrà la manifestazione “Ricordando Luigi Bernardi”, pensata in contemporanea all’evento di sabato presso l’Alliance Francaise.
A partire dalle 17.30 verrà inaugurata anche qui la mostra ispirata a Pallottole vaganti, alla presenza di Otto Gabos, curatore, e realizzata dagli studenti del corso di fumetto dell’Accademia delle Belle Arti di Bologna.

Insolite realtà: dal Giappone 46 storie raccontate in un modo ‘altro’

Se penso al Giappone mi vengono in mente tre cose che mi piacciono molto e che sono le uniche che io conosca connesse a quella terra: Made in Japan dei Deep Purple, L’eleganza è frigida di Goffredo Parise, raccolta di suoi articoli apparsi sul Corriere della Sera ad inizio anni ’80 (oggi in Adelphi) e una bella canzone di Cristina Donà dal titolo Giapponese che sta nell’ultimo album Torno a casa a piedi, e recita così: «Questo sentimento un po’ giapponese/ un temporale giapponese, l’esploratore giapponese,/ un cellulare giapponese, giapponese, giapponese, giapponese/ un kamikaze giapponese su un calendario/ giapponese per arrivare a fine mese/ giapponese, giapponese.» Quando contatto questi due ragazzi e amici che in Giappone ci hanno vissuto o ci abitano ancora, queste due lampadine s’illuminano immediatamente. Nicola Bernardi e Simone Albrigi sono ex studenti di lingue orientali presso l’Università Ca’ Foscari di Venezia, classe 1988, che come me hanno fatto parte del team più militante di Radio Ca’ Foscari; sono stati studenti di giapponese, con una passione per la fotografia e il fumetto ben radicata, una passione che si è sviluppata di recente in qualcos’altro, in un’opera ‘made in Japan’ appunto, di cui in quest’intervista ci parlano. Il loro progetto si chiama unCOMMON:stories ed intreccia le loro inclinazioni artistiche in un modo intelligente, nuovo e originale; è una mappatura di 46 identità ribattezzate ‘uncommon’ utilizzando un ossimoro. Questo progetto ha raccolto dai primi di luglio su ulule.com (noto sito per crowdfunding o finanziamento no profit, n.d.r.), una cifra non solo necessaria per la stampa e la diffusione, ma che supera di due volte e mezzo l’obiettivo prefissato, tanto che i ragazzi pochissimi giorni fa han deciso di portare l’obiettivo a 500%, raddoppiando di fatto quello attuale! Trovate tutto qui, compreso il promo da youtube e le indicazioni per sostenere il progetto, ma prima leggete fino in fondo.

Alessandra Trevisan

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1. Quando, dove nasce e in cosa consiste questo progetto?

Il progetto è nato dalla necessità di costruire qualcosa assieme. Ritrovarsi dopo più di un anno a vivere insieme a Sapporo nei mesi di Febbraio e Marzo è stata un’occasione unica per importunare persone sconosciute con le nostre foto e i nostri fumetti. unCOMMON:stories è un libro che raccoglie storie. Storie che vogliono avere un volto tramite i ritratti e un corpo attraverso i fumetti.

2. Quanto è durata la fase progettuale e di realizzazione?

Tutti i ritratti e le interviste sono state realizzate appunto fra Febbraio e Marzo 2012. La fase progettuale è durata circa un paio di birre. Da quando ci è balenata l’idea in testa a quando abbiamo iniziato a darle forma sono passate davvero poche ore. Poi vabbè, continuiamo ad ampliare il libro ad ogni singola donazione, quindi il progetto si ingrandisce ogni giorno che passa (e il nostro tempo libero diminuisce proporzionalmente).

3. Nuove narrazioni attraverso il visivo: il vostro manifesto parla di ‘raccontare delle storie’ attraverso fotografia e fumetto, che son mezzi a voi congeniali. Io mi chiedo quali storie? E se ne avete scartate e perché? 

Come suggerisce il titolo, le storie che narriamo sono storie non-comuni proprio nel loro essere comuni e di tutti i giorni. Siamo due “presi bene” ed entrambi adoriamo le persone, siamo fermamente convinti che chiunque abbia una storia da raccontare, e che le storie veramente interessanti siano quelle vissute, quelle vere. Non serve cavalcare dinosauri e sconfiggere armate di ninja robot per avere una storia da raccontare (non più, dopo la terza guerra mondiale, quella invisibile).
Delle 46 storie che siamo riusciti a raccogliere, non ne abbiamo scartato nessuna. Il nostro manifesto parla proprio del fatto che tutte sono degne di essere raccontate, perché sono ciò che ci rende quello che siamo, anche il più piccolo passo ha portato al presente, e ogni passo successivo ci porterà a quello che saremo. Non a Sanremo, come invece molti sbagliano e poi si svegliano una mattina e sono Povia.

4. Di chi sono le storie che avete scelto di raccontare e in che cosa differisce culturalmente la scelta di mettere in piedi questo progetto in Giappone o in un altro luogo?

Tutti i soggetti sono Giapponesi in Giappone.
Questo è stato fondamentale per noi sia da un punto di vista linguistico (per metterci in gioco con la lingua che abbiamo studiato) che culturale in quanto ovviamente eravamo e siamo affascinati dalla società (sono pazzi) (scherzo) (solo un po’) del Sol Levante. Però il progetto in sé, l’idea, sarebbe replicabile ovunque e senza limiti geografici/culturali. Le storie che val la pena raccontare sono ovunque intorno a noi.

5. L’autofinanziamento è un punto importante: spiegateci perché avete scelto questa forma per veder realizzato il libro e in che cosa consiste, forma molto usata ad esempio dai musicisti per produrre i propri album – mi viene in mente soprattutto nel jazz contemporaneo a me vicino, in cui anche certi festival son finanziati così. 

Premessa fondamentale: noi non vogliamo guadagnarci una lira da questo progetto. Neanche un euro. Vogliamo semplicemente che queste storie che abbiamo raccolto e raccontato arrivino in più mani possibili. Bello vero? Si però neanche possiamo permetterci di finanziarcela da soli una cosa simile. Quindi la soluzione naturale è stato il crowdfunding, raccolte fondi online tramite il sito Ulule.com dove chiunque, donando e finanziando, non solo ci aiuta ma nello stesso tempo riceve copie del libro, stampe e fumetti dedicati. Con questo sistema il progetto si auto-finanzia da solo, si pubblicizza da solo e fa in modo di arrivare in mano alle persone da solo. Fico no?
La raccolta fondi è iniziata da pochissimo ma grazie a una serie di miracoli inattesi siamo già a più del 250% dei finanziamenti. Ci fermiamo qui? Certo che no!
Trattandosi di una questione “non a scopo di lucro” come già detto in precedenza, eccedere quello che era il nostro obiettivo iniziale ci permette di far arrivare il libro e le storie in più mani, a più persone e di spronarci a trovare nuovi modi di far conoscere il progetto e invogliare le persone a sostenerci e a far conoscere unCOMMON:stories.

6. Non ho cercato in rete se esistono esempi simili al vostro, non ne conosco: esistono? La vostra idea mi pare molto originale, soprattutto per dei ragazzi che hanno meno di 25 anni. C’è qualche fonte d’ispirazione nel progetto, per quanto riguarda i vostri punti di riferimento fotografici e fumettistici? Quali sono i vostri maestri?

Puro caso. Non eravamo a conoscenza del fatto che non ci fossero progetti simili che mettono mano nella mano fumetti e foto. Per noi è stata una scelta naturale. Abbiamo inventato un genere senza rendercene conto?
(nico) Ci sono tanti fotografi che scelgono di raccontare storie attraverso le loro foto, spesso soprattutto per scopi umanitari. Mi vengono in mente Jeremy Cowart, Darcy Padilla, Josef Koudelka, Elliott Erwitt e tipo un milione d’altri ancora.
(sio) A me vengono sempre in mente i miei mostri sacri della letteratura a fumetti, quando finisco una striscia, un fumetto, spero di essermi avvicinato di un piccolo passo a gente come Bill Watterson, Don Rosa, Alan Moore.

*Poi mi accorgo che sono seduto e mi rendo conto della mia ingenuità, non ci si muove quando ci si è seduti. Magari se si salta con la sedia, ma è pericoloso. Bambini a casa, non fatelo, mi raccomando. Che poi, perché si dice “bambini a casa?”, i bambini stanno forse sempre tutti a casa? È forse un segno dei tempi? Quando ero giovane io,
(nico) Sio, stai zitto.
(sio) Scusa.

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