Friedrich Hölderlin

Vincenzo Mascolo, Q. e l’allodola

Vincenzo Mascolo, Q. e l’allodola, Ugo Mursia Editore 2018

Che cosa mi ha portato alla formulazione della parola “entusiasmo”, immediata, non mediata reazione alla prima lettura di Q. e l’allodola di Vincenzo Mascolo? Rivolgo a me stessa – e qui anche pubblicamente – il quesito, ora che ho letto, ascoltato, percorso più e più volte un poemetto che si snoda lucido e ispirato, dalla “notte dell’impresa” (ricorro intenzionalmente alle parole di un poeta e ‘cercatore’ a me molto caro, il compianto Roberto Rossi Testa) all’anelito alla luce. Tutta la ricchezza di origine e significato del termine “entusiasmo” mi viene in aiuto per spiegare e dispiegare innanzi a chi legge, esplora e ascolta i moti dell’animo suscitati da questa opera: non solo gioia e partecipazione, non solo infervorata adesione, bensì anche, oltre a ciò, slancio a fare, a condividere ciò che viene percepita, distintamente, come dedizione operosa. Non un “astratto furore”, dunque, ma un prodigioso contagio.
Quel contagio prodigioso si tramuta in questa sede in un impegno ermeneutico, nell’additare un possibile percorso di lettura di un lavoro notevole e articolato in maniera tutt’altro che banale. Q. e l’allodola unisce infatti la limpidezza del dettato alla complessità dei temi e dei richiami. I testi studiati, amati, chiamati in causa abbracciano epoche e ambiti disparati, senza tuttavia mai sfilacciare l’unità e l’unicità dello stile. Procediamo dunque in questo viaggio.
Questa ‘sinfonia dell’interrogazione’ – e della ricerca sulla perenne ‘cerca’ poetica – si apre, con accenti esplicitamente epici, con un’invocazione alla divinità ispiratrice; ma l’esortazione «Cantami, o diva» ha per oggetto una tenzone e una tensione che si perpetuano nel tempo e che sono singolarmente cruente, sebbene si manifestino nelle fogge e nelle forme apparentemente più distanti tra loro. È di «fatica che trasuda poesia che si parla», è di «eterna lotta tra il significante e il significato». Ecco che il poema, come già additato dall’invocazione in apertura, può e deve essere letto in più modi: poesia, e vera poesia, sulle ragioni e sui moti della poesia e sul quesito permanente dell’esistenza circa il durevole e l’effimero, il canto “oltre la polvere” e il transitorio.
L’invocazione, I parte, anticipa d’altro canto il riferimento al destinatario delle parti II, III, IV e V del poemetto, Queneau degli Esercizi di stile. Notti insonni, conflitti e tormenti dell’anima (animula vagula blandula) duellano e duettano a suon di rigorose rime insieme a distese di sconforto non prive di autoironia. Ed è allora che quel Q. puntato non può che richiamare, oltre Queneau a metà strada tra nume tutelare e antagonista, anche il libro del Qoelet, dell’Ecclesiaste (come avveniva qualche anno fa con il noto romanzo Q). Si fa dunque strada un’ulteriore pista interpretativa di Q. e l’allodola: il poema come indagine sulla vanitas.
E poi, dopo il guado fruttifero, che scorre senza interruzioni, della poesia in prosa della parte V, si avverte il canto della messaggera dell’alba, l’allodola, e il varco verso la luce si delinea in terzine dantesche che un ossimoro mi aiuterà a definire: nette, impeccabili, eppure grondanti «versi come sangue che fluisce». Dopo la “notte oscura dell’anima” di Juan de la Cruz si passano le sette stanze di Teresa d’Avila e sembra che con Edith Stein  l’anima aneli alla “settima stanza”. Il buio-barriera cede il passo al valico-vita, il raschiare sul fondo del barile agli accordi sulle corde di viella e gli Inni alla notte di Novalis mettono la sordina per far percepire il confortante scorrere delle “sacre sobrie acque” di Hölderlin. Le note, riportate proprio sotto forma di spartiti, dei musicisti Max Richter (On the nature of daylight) e Silvia Colasanti (Lamento), suggeriscono non solo la colonna sonora, ma anche l’alternanza, mai conclusa, degli opposti princìpi.
Mai conclusa, mai pacificata, dinamica e feconda questa alternanza, in un ricorrere che ad ogni ritorno si arricchisce di nuovi toni. L’ultima parola, «richiamo» anela a ricongiungersi, forse, all’invocazione iniziale, l’io e il noi si affacciano entrambi e ripropongono l’antico e sempre nuovo dilemma: «nella penombra dove consumiamo/ l’attesa che l’allodola ritorni/ risponda finalmente al mio richiamo.». E un richiamo forte giunge anche dai versi di David Maria Turoldo: alla animula vagula blandula risponde, pare di leggere tra le righe, l’esortazione di Turoldo: «Anima mia, canta e cammina».

© Anna Maria Curci

 

Cantami, o diva, l’eterna lotta
tra i significanti e i significati
narrami l’attesa tra gli eserciti schierati
del segnale che arrosserà quel campo
i riti per propiziare la vittoria
cantami la furia di quella battaglia
che non ha avuto vincitori e vinti
raccontami la torsione dei corpi
il sudore che impregna anche il terreno
la tensione dei muscoli allungarsi
quando sferrano colpi, nel ritrarsi
fammi sentire gli zoccoli che battono
i nitriti, il clangore delle armi
il cozzo delle spade sugli scudi
le grida per gli squarci delle lance
narrami le ferite, la paura
la polvere che copre chi è caduto.

Cantami, o diva, l’ira del poeta
la sua fatica che trasuda versi:
portami il sangue della sua poesia.

 

Oh, Queneau Queneau
non basta adesso, credi, non mi basta
stringere, costringere, forgiare la parola
per disegnare le ombre sopra i muri
figure che volteggiano nell’aria
vagule, blandule, leggere
forme senza mai sostanza
nemmeno la volatile dei sogni
corpuscoli di polveri sottili
che arrochiscono la voce dei poeti. (altro…)

I poeti della domenica #152: Johannes Bobrowski, Sempre da definire

Johannes Bobrowski, foto dal sito Alchetron

Sempre da definire

Sempre da definire:
l’albero, l’uccello in volo,
la roccia rossastra, dove il torrente
scorre, verde, e il pesce
nel bianco fumo, quando scende la sera
sulla foresta.

Segni, colori, è
un gioco, sono dubbioso
che non finisca in modo
giusto.

E chi mi insegna
ciò che dimenticai: della
pietra il sonno, il sonno
dell’uccello in volo, degli
alberi il sonno, nel buio
procede il loro discorso?

Ci fosse qui un Dio
e fosse carne
e mi potesse chiamare, andrei
tutto intorno, un poco
aspetterei.

Johannes Bobrowski (9 aprile 1917-2 settembre 1965), da Schattenland Ströme
Traduzione di Anna Maria Giachino, in Poesia tedesca del Novecento, Rizzoli, Milano 1977, p. 229

.

Immer zu benennen

Immer zu benennen:
den Baum, den Vogel im Flug,
den rötlichen Fels, wo der Strom
zieht, grün, und den Fisch
im weißen Rauch, wenn es dunkelt
über die Wälder herab.

Zeichen, Farben, es ist
ein Spiel, ich bin bedenklich,
es möchte nicht enden
gerecht.

Und wer lehrt mich,
was ich vergaß: der Steine
Schlaf, den Schlaf
der Vögel im Flug, der Bäume
Schlaf, im Dunkel
geht ihre Rede -?

Wär da ein Gott
und im Fleisch,
und könnte mich rufen, ich würd
umhergehn, ich würd
warten ein wenig.

 

Johannes Bobrowski (Tilsit 9 aprile 1917 – Berlino 2 settembre 1965).
«I titoli delle prime due raccolte poetiche – le uniche pubblicate in vita – di Johannes Bobrowski definiscono immediatamente l’oggetto centrale della sua opera – Sarmatische Zeit (Tempo sarmatico, 1961) e Schattenland Ströme (Terra d’ombre fiumi, 1962). Ciò che viene evocato dai titoli è la terra natale di Bobrowski, ovvero la storica «Sarmazia», regione di «fiumi» tra Vistola e Volga in cui, per citare il poeta, «i tedeschi vivevano in stretta vicinanza assieme a lituani, polacchi e russi, e in cui il numero di ebrei era molto elevato». Ma il paesaggio della Sarmazia è anche e soprattutto «tempo», ovvero storia, e una storia di conflitti, di quelle mortuarie «ombre» che evocano la colpa tedesca nei confronti dei popoli dell’est.
Bobrowski nacque infatti a Tilsit, nella Prussia orientale, nel 1917, e nel 1928 si trasferì assieme alla famiglia a Königsberg. Nel 1943 si sposò con la lituana Johanna Buddrus e pubblicò le sue prime poesie nella rivista “Das Innere Reich”. Nel 1938 la famiglia si trasferì a Berlino, e un anno dopo Bobrowski venne inviato al fronte. Fatto prigioniero dai russi, alla sua liberazione, nel 1949, tornò a Berlino-Friedrichshagen, nella Germania orientale. Svolse lavoro redazionale nell’Altberliner Verlag die Lucie Groszer e poi nello Union Verlag, la casa editrice della CDU, il partito cristiano-democratico di cui Bobrowski era membro. Nel 1955 Peter Huchel pubblicò nella rivista “Sinn und Form” cinque poesie di Bobrowski che presentarono il poeta all’attenzione dei lettori e della critica. All’inizio degli anni Sessanta, anche grazie all’aiuto di scrittori occidentali, uscirono – quasi contemporaneamente a Ovest e a Est – le due raccolte di poesie Sarmatische Zeit e Schattenland Ströme. Nel 1962 ricevette il premio del Gruppo 47 e nel 1963 pubblicò il romanzo Levins Mühle (Il mulino di Levin), in cui delineò la problematica dei conflitti etnici e della specifica questione ebraica. Bobrowski morì nel 1965 in seguito ai postumi di un intervento chirurgico. Subito dopo la morte, nel 1966, uscì la raccolta di liriche Wetterzeichen (Segni del tempo).
Partendo da Hölderlin e Klopstock, ma attingendo soprattutto alla tradizione simbolista, Bobrowski distilla una lingua ermetica, fatta di immagini naturali dal valore mitico-evocativo. Ciò che il poeta in tal modo ricostruisce – testimoniando una fiducia nella poesia come veicolo e deposito di memoria – è un paesaggio di figure leggendarie e di una natura arcaica, ma nella quale sono visibili le tracce indelebili di una immane tragedia storica.»(da: Antologia della poesia tedesca, a cura di Monica Lumachi e Paolo Scotini. Introduzione di Patrizio Collini, E-ducation.it, S.p.A., Firenze 2004, pp. 744-745)

Gli anni meravigliosi #21: Hilde Domin

La rubrica prende il nome da un testo del 1976 di Reiner Kunze, Die wunderbaren Jahre, Gli anni meravigliosi. Si trattava di prose agili e pungenti, istantanee veritiere – e per questo tanto più temute – su diversi aspetti della vita quotidiana dei giovani nella DDR degli anni Settanta. Come ricorda Paola Quadrelli nel bel volume Il partito è il nostro sole. La scuola socialista nella letteratura delle DDR, fu Heinrich Böll, lo scrittore tedesco federale più attento ai temi della dissidenza est-europea, a definire queste brevi prose, recensendo il volume di Kunze su «Die Zeit», «medaglioni sbalzati dalla realtà della DDR».
Molta letteratura degli anni Settanta – in parte e per alcuni aspetti molto significativi oggi ingiustamente dimenticata, non soltanto per la DDR − possiede le caratteristiche della raccolta di prose di Reiner Kunze, Gli anni meravigliosi: agile, puntuale e pungente, non si sottrae mai al dialogo serrato con la realtà, il contesto storico, la quotidianità anche ‘spicciola’.

Domin_gesammelte_autobiographische_Schriften

La ventunesima tappa è dedicata, oggi, nel decennale della morte, a Hilde Domin. Il brano scelto è del 1972; si tratta di un’intervista immaginaria al poeta Heinrich Heine, vissuto tra il 1797 e il 1856, noto al pubblico italiano sin dalle traduzioni carducciane delle sue poesie. Non solo i dati biografici comuni – entrambi ebrei tedeschi, entrambi in esilio per molti anni – ma anche e soprattutto la prossimità del sentire rendono questa intervista una chiara presa di posizione su temi ricorrenti negli scritti di Domin e tutt’ora di grande attualità. Come ricorda Domin nella breve introduzione, tutte le risposte di Heine sono tratte dai suoi scritti, in gran parte, ma non in esclusiva, dalle tarde opere in prosa. Si riconoscono infatti, accanto a brani dalle Confessioni, anche estratti da testi degli anni Trenta del 19° secolo, quali la Einleitung zu »Kahldorf über den Adel«(Introduzione a «Kahldorf sulla nobiltà»), datata 8 marzo 1831, e perfino da Die Romantik (Il romanticismo), scritto giovanile del 1820. Di grande rilievo è il riferimento che Hilde Domin fa, tra il serissimo e il divertito, ai bruschi cambiamenti  nella storia della ricezione, sia di singoli autori (qui appare la ‘triade delle H’: Hölderlin, Heine, Hesse, negli anni Settanta visti in Germania rispettivamente come un potenziale terrorista pre-Baader, un marxista pre-Benjamin, un precursore dei figli dei fiori; Domin ricorda tuttavia, citando versi da Der Schaum di Enzensberger, atto di accusa che l’autore declamò dinanzi al Gruppo ’47 nel 1959, che la poesia di Hölderlin era stata tanto idolatrata quanto fraintesa nel dodicennio nazista), sia della poesia tout court. Vengono ripresi e rielaborati anche qui temi ricorrenti nella scrittura di Domin: la metafora dell’esilio e dell’emigrazione (esterna e, con l’accenno a Loerke, anche interna) come condizione esistenziale, la patria costituita dalla lingua materna e le patrie acquisite con il plurilinguismo. Il brano va letto dunque nella cornice più ampia di quella appassionata dichiarazione di poetica e professione di fede nella poesia che è l’opera tutta di Hilde Domin. La poesia non si piega allo ‘scopo’ del momento. Questo torna ad affermare Hilde Domin nell’intervista che giunge a noi dagli “anni meravigliosi”, anni nei quali più d’uno (“una minoranza, ma molto attiva”, per dirla con le sue parole) aveva dichiarato guerra alla poesia. La scritta provocatoria, con il rosso della vernice spray ad aggiungere violenza alle parole, apparsa sul muro dell’università a Heidelberg, che Hilde Domin riferisce al suo interlocutore Heinrich Heine a conclusione dell’intervista, la dice lunga sul clima degli “anni meravigliosi” nella Germania occidentale (e non solo lì) . (Anna Maria Curci)

Hilde Domin intervista Heinrich Heine a Heidelberg, nel 1972

.

Domin: Signor Heine, vorrei rivolgerle domande su alcuni problemi attuali:

«Tutta la Storia non è altro, al momento, che una vicenda di cacciatori e prede. Questa è l’epoca della caccia grossa alle idee liberali … E non mancano cani eruditi che trascinano la parola sanguinante. Berlino dà da mangiare alla muta migliore, e già sento il latrare del branco», così lei scriveva nel 1931.

Heine: L‘8 marzo 1831.

Domin: Mi perdoni. È così facile sbagliarsi di secolo.

Heine: L’aria di casa mi si era fatta ogni giorno più malsana e ho dovuto pensare seriamente a cambiare clima. – Vivo in Francia dal maggio 1831.

Domin: Ho lasciato la Germania nel 1932. L’aria era ormai quasi del tutto irrespirabile, sebbene non tutti se ne fossero accorti subito. Come trova che stiano messe le cose da noi oggi, per esempio per la poesia?

Heine: Se si picchia sulla giacca, si colpisce anche l’uomo che indossa quella giacca, e se si ironizza sulla forma poetica della parola tedesca, scappa fuori qualcosa con la quale si ferisce la parola tedesca stessa.

Domin: La parola tedesca. Questo lei lo sottolinea così tanto. Eppure proprio lei è riuscito come emigrante a pubblicare all’estero anche in francese, e con successo.

Heine: Questa parola è davvero il nostro bene più sacro… una patria perfino per colui al quale stoltezza e perfidia precludono una patria.

Domin: Lei è il primo a formulare il concetto in questo modo, soltanto cento anni prima di questa generazione, definitivamente l’ultima, di poeti ebraico-tedeschi. Noi infatti, i sopravvissuti a questa persecuzione, siamo gli ultimi nella storia tedesca.

[…]

Domin: Anche a lei fu proibito di scrivere, come a Loerke, come a tanti. Fin dal ‘35 fu vietata la pubblicazione dei suoi scritti religiosi e politici.

Heine: Voi conoscete il decreto della dieta federale del dicembre 1835, con il quale tutti i miei scritti furono puniti con l’interdizione… Sapevo che gli spacconi più sfacciati erano riusciti… a far credere che io fossi a capo di una scuola che aveva cospirato per il crollo di tutte le istituzioni borghesi e morali.

Domin: Anche per me i delatori sono la cosa peggiore.

Heine: Chi ha trascorso i suoi giorni in esilio… chi ha percorso in su e in giù le ostiche scale della terra straniera, capirà …

Domin: Al giorno d’oggi tutte e due le Germanie la reclamano per sé. I suoi scritti vengono stampati in molte edizioni. E su di lei le opinioni sono divergenti, proprio come ai suoi tempi.

Heine: Che mi si lodi o mi si biasimi, ma sempre con passione e senza fine. C’è dove mi si odia, dove mi si idolatra, dove mi si offende …

Domin: In quest’epoca lei fa parte dei pochi poeti che da noi sono “in”, per motivi, diciamo così, ‘sovraletterari’. Lei, Hölderlin e Hesse, ciascuno in una veste diversa. Hölderlin, che fino a poco tempo fa era un idolo per i nazisti («che farcene di chi dice hölderlin e intende himmler?», le sto citando Enzensberger), presentato ora come Andreas Baader, come potenziale attentatore, Hesse – così isolato e infelice, come era negli ultimi tempi!– riabilitato come hippy, lei stesso inserito nel canone delle letture e catalogato come marxista, un pre-Benjamin.

Heine: Ho visto covare gli uccelli che in seguito avrebbero intonato nuovi canti. Ho visto come Hegel, con la sua faccia quasi comicamente atteggiata a serietà, sedeva come gallina sulle uova fatali e ho sentito il suo chiocciare.

[…]

Domin: La Germania, Heine? Su questo punto lei è dibattuto esattamente come sulla questione della rivoluzione.

Heine: La Germania, siamo noi stessi.

Domin: Con che passione lo dice! La conosco, questa passione.

Heine: Si può amare la patria e arrivare a ottant’anni senza averlo saputo prima. È necessario, tuttavia, essere rimasti a casa per tutto il tempo. Solo d’inverno si riconosce l’essenza della primavera… Così, l’amor patrio tedesco inizia solo alla frontiera tedesca.

[…]

Domin: Forse lei desidera sfruttare l’occasione per visitare ancora un po‘ Heidelberg.

Heine: Da … anni non sento un usignolo tedesco.

Domin: L’usignolo? È acqua passata. L’ha ucciso l’industria. Anche il vento d’occidente di Suleika non è più quello di una volta. «Fiori, prati, bosco e colli. // stanno presso il tuo soffio»– no, non «in lacrime», nello smog. Sa, i gas di scarico di Ludwigshafen e Mannheim. Ma la botte è rimasta proprio così come lei la conosce ed è a pochi passi da qui. Anche per l’università ci vogliono solo cinque minuti. Lì, nel cortile interno, presso la torre delle streghe, può leggere, scritto con la vernice spray rossa: «Fracassate il grugno alla pace». Naturalmente è una minoranza, ma come ho già detto, molto attiva.

Heine: Tremava il mio piede d‘impazienza
          di calpestare il suolo tedesco .

Domin: Heine, la ringraziamo per questa conversazione.

Hilde Domin
(traduzione di Anna Maria Curci)

 

Hilde Domin interviewt Heinrich Heine 1972 in Heidelberg

 

Domin: Herr Heine, ich möchte Sie zu einigen aktuellen Problemen befragen:

»Die ganze Zeitgeschichte ist jetzt nur eine Jagdgeschichte. Es ist jetzt die Zeit der hohen Jagd gegen die liberalen Ideen … Und es fehlt nicht an gelehrten Hunden, die das blutende Wort heranschleppen. Berlin füttert die beste Koppel, und ich höre schon, wie die Meute losbellt«, so schrieben Sie 1931.

Heine: Am 8. März 1831.

Domin: Verzeihen Sie. Man vertut sich so leicht in den Jahrhunderten.

Heine: Die heimatliche Luft ward mir täglich ungesünder, und ich mußte ernstlich an eine Veränderung des Klimas denken. – Seit dem Mai 1831 lebe ich in Frankreich.

Domin: Ich verließ Deutschland 1932. Die Luft war kaum mehr zu atmen, obwohl nicht alle es gleich merkten. Wie finden Sie sie denn heute bei uns, z.B. für die Dichtung?

Heine: Wenn man auf den Rock schlägt, trifft der Hieb auch den Mann, der im Rocke steckt, und wenn man über die poetische Form des deutschen Wortes spöttelt, so läuft auch manches mit unter, wodurch das deutsche Wort selbst verletzt wird.

Domin: Das deutsche Wort, Sie betonen das so sehr. Gerade Sie haben es doch fertiggebracht, als Emigrant draußen auch französisch zu veröffentlichen. Und mit Erfolg.

Heine: Dieses Wort ist ja eben unser heiligstes Gut …, ein Vaterland selbst demjenigen, dem Torheit und Arglist ein Vaterland verweigern.

Domin: Sie sind der erste, der es so formulierte. Nur hundert Jahre vor dieser endgültig letzten Generation deutsch-jüdischer Dichter. Denn wir, die Überlebenden dieser Verfolgung, sind die Letzten in der deutschen Geschichte.

[…]

Domin: Sie hatten ja auch Schreibverbot, wie Loerke, wie so viele. Ihre politischen und religiösen Schriften durften nicht mehr verbreitet werden, seit dem Jahr 35.

Heine: Ihr kennt den Bundestagsbeschluß vom Dezember 1835, wodurch meine ganze Schriftstellerei mit dem Interdikt belegt war … Ich wußte, das es der schnödesten Angeberei gelungen war …, glauben zu machen, ich sei das Haupt einer Schule, welche sich zum Sturze aller bürgerlichen und moralischen Institutionen verschworen habe.

Domin: Auch für mich sind Denunzianten das Ärgste.

Heine: Wer je seine Tage im Exil verbracht hat… wer die harten Treppen der Fremde jemals auf und ab gestiegen, der wird begreifen …

Domin: Beide Deutschland reklamieren Sie heute. Sie werden in vielen Ausgaben gedruckt. Und es scheiden sich die Geister an Ihnen, wie zu Ihren Lebzeiten.

Heine: Man lobt mich oder man tadelt mich, aber stets mit Leidenschaft und ohne Ende. Da haßt, da vergöttert, da beleidigt man mich …

Domin: In dieser Zeit gehören Sie zu den wenigen Dichtern, die bei uns »in« sind, aus überliterarischen Gründen sozusagen. Sie und Hölderlin und Hesse, jeder in anderer Verkleidung. Hölderlin, eben noch Naziidol (»wohin mit dem, was da sagt hölderlin und meint himmler?«, ich zitiere Ihnen Enzensberger), präsentiert als Andreas Baader, als potentieller Attentäter, Hesse – so isoliert und unglücklich, wie er zuletzt war! – rehabilitiert als Hippie, Sie selber kanonisiert als Marxist, ein Vor-Benjamin.

Heine: Ich sah die Vögel ausbrüten, welche später die neuen Sangesweisen anstimmten. Ich sah, wie Hegel mit seinem fast komisch ernsthaften Gesichte als Bruthenne auf den fatalen Eiern saß, und ich hörte sein Gackern.

[…]

Domin: Deutschland, Heine? Da sind Sie doch genauso zerrissen wie in der Frage der Revolution.

Heine: Deutschland, das sind wir selber.

Domin: Die Leidenschaft, mit der Sie das sagen. Ich kenne das.

Heine: Man kann sein Vaterland lieben, und achtzig Jahre dabei werden und es nicht gewußt haben. Aber man muß dann auch zu Hause geblieben sein. Das Wesen des Frühlings erkennt man erst im Winter… So beginnt die deutsche Vaterlandsliebe erst an der deutschen Grenze.

[…]

Domin: Vielleicht möchten Sie bei dieser Gelegenheit Heidelberg noch ein wenig besichtigen.

Heine: Seit … Jahren habe ich keine deutsche Nachtigall gehört.

Domin: Die Nachtigall? Das ist vorbei. Die Industrie hat sie ermordet. Suleikas Westwind ist auch nicht mehr, was er war. »Blumen, Auen, Wald und Hügel. // stehn bei deinem Hauch – nein, nicht »in Tränen«, im Smog. Die Abgase von Ludwigshafen und Mannheim, Sie wissen. Aber das Faß ist ganz, wie Sie es kennen, und nur wenige Schritt von hier. Auch zur Universität sind es nur fünf Minuten. Dort können Sie im Innenhof beim Hexenturm lesen, mit rotem Farbspray angespritzt: »Zerschlagt dem Frieden die Schnauze«. Es ist natürlich nur eine Minderheit, ich sagte das schon, aber sehr aktiv.

Heine: Es bebte mein Fuß vor Ungeduld

           Daß er deutschen Boden stampfe.

Domin: Heine, wir danken Ihnen für dieses Gespräch.

Hilde Domin, in: H.D., Gesammelte autobiografische Schriften, Fischer 2009 [1998], 233-242

Hölderlin e la letteratura italiana: Andrea Zanzotto

Andrea Zanzotto e il paesaggio – foto di Francesco De Bastiani

La presenza di Hölderlin nella poesia italiana reca tracce visibili e significative, dal dialogo a distanza con Giacomo Leopardi, ben evidenziato dallo studio di Elena Polledri, al confronto ravvicinato, spesso tramite l’esercizio paziente della traduzione, con la sua opera: Stefano D’Arrigo, Giorgio Vigolo, Leone Traverso, Andrea Zanzotto sono solo alcuni dei nomi da menzionare in tale contesto. Il tributo al poeta tedesco di Zanzotto, che del premio letterario Friedrich Hölderlin fu insignito nel 2005,  è ampio e dettagliato e merita di essere riproposto alla lettura. (Anna Maria Curci)

Andrea Zanzotto

Hölderlin e la traduzione

Il mio primo incontro con Hölderlin è avvenuto nel momento in cui stavo entrando all’università, avevo diciassette anni e iniziavo le frequenze a Padova. Un amico mi fece avere una vecchia edizione di Hölderlin in caratteri gotici, assicurandomi che avrei riconosciuto senza alcun dubbio un grande poeta, e io cominciai, col poco tedesco che avevo, a decifrarlo. In quel periodo esercitavo il massimo bricolage tra varie lingue e materie cercando di imparare un po’ di questo e un po’ di quello al di fuori dei programmi ufficiali. L’incontro con Friedrich Hölderlin è stato tanto intenso quanto quello con Rimbaud, e i due incontri sono avvenuti quasi contemporaneamente.  Ho poi sempre cercato di capire veramente che cosa mi attirasse con tanta insistenza in questo grande. Ho incontrato a poca distanza di tempo le prime traduzioni; circolava quella di Vincenzo Errante. Era ampia e, quando l’ebbi sott’occhio, con quella mi aiutavo a capire. Presto si avvicendarono altre ben note traduzioni, a cominciare dall’«assaggio» di Contini, al lavoro fondamentale di Traverso; più tardi il lavoro insigne di Vigolo e quello notevole di Mandruzzato, che non posso mancare di ricordare, perché tutti motivo di confronti oltre che di consultazione, che segnarono il lungo mio cammino. L’amicizia con Giuseppe Bevilacqua mi fu preziosa, oltre che per l’avvicinamento a Celan anche per gli incontri con Hölderlin. Ora Reitani apporta decisivi avanzamenti a tutta la precisazione dei testi hölderliniani e alla loro comprensione capillare. Per quanto riguarda il fantasticato apprendimento di molte lingue, sono rimasto poi nel sacco dell’approssimatività. Ma continuai a memorizzare poeti, mi fornivo una specie di nutrimento poetico in varie lingue e per questa via Hölderlin prese una preponderanza del tutto particolare. In generale le mie letture sono sempre state un po’ casuali, ma erano incontri forti e persino sconvolgenti. Io non ho mai cominciato a compiere una lettura a tappeto di Hölderlin, pur avendo in seguito cercato di acquisire quanto era accessibile per la sua conoscenza; ho preferito lasciarmi andare alla sensazione dello scoprire e riscoprire, all’apertura di libro quasi magica. Mi soffermai più volte su quelle singole poesie che sembravano poter ricadere, come per rara coincidenza, nel mio campo di attenzione/memoria, e mi veniva fatto di ricordare specialmente la poesia rivolta «alla veneranda nonna», dato il grande amore che avevo per le mie, tanto che, molto tempo dopo, diedi una imitazione in dialetto nella parte finale di una sezione di Mistieròi ad esse dedicata: «… dann segne den Enkel noch Einmal,/ Daß dir halte der Mann, was er, als Knabe, gelobt» («Benedisè/ ancora ‘na òlta ‘l vostro nevodet,/ parché ades che l’è ‘n òn, debòto consumà,/ par voaltre ‘l mantegne quel che, tosatèl, l’à lodà»). Poteva poi balzare agli occhi la singolare poesia dedicata a Socrate e Alcibiade, anche perché ne aveva dato una bella traduzione in dialetto Giacomo Noventa.
Ma soprattutto all’inizio ci fu un’urgentissima ricerca di letture utili all’autoidentificazione; nessun poeta, anche amatissimo, aveva scritto come Hölderlin certe poesie che mi aiutavano a ritrovarmi. Evidenzio qui un frammento soprattutto, che mi toccò proprio fin dall’inizio, e che ho subito tradotto. Ho compiuto un esercizio di auto-riconoscimento attraverso quella traduzione, perché trattava di un vissuto che era mio, in quel momento (e che rimase forse costante nella mia vita), anche se quella cui Hölderlin si riferiva era una diversa situazione.
Si trattava cioè di un particolare tipo di suo necessario isolamento dove appare il Knabe incompreso: «Da ich ein Knabe war…» («Quando un pargolo io era/ sovente dal frastuono/ dalla sferza degli uomini/ in salvo un dio mi trasse./ Giocavo allor sicuro e buono/ con i fiori del bosco/ e le aurette del cielo con me giocavano;/ e come tu delle piante il cuore allieti/ quando verso di te rami teneri tendono,/ così il mio cuore allietasti/ Elio padre e come Endimione/ ero il tuo favorito, o santa Luna!/ O voi tutti fedeli/ amichevoli dèi, oh conosceste/ Voi come vi predilesse l’animo mio»). Rigiro talvolta tra le mani quei foglietti e traduzioni, ricordo di riletture e di incroci con altre traduzioni, e della formazione di un mio Hölderlin, quasi metafisico, divenuto anche lui, per me, uno di quei Götter. Nei miei libri cominciò così a entrare «di straforo» la sua presenza, come epigrafe e fors’anche come spinta a percorsi fonico-ritmici in qualche poesia. Entrò con commossa spontaneità nella seconda sezione di Dietro il paesaggio una citazione da Die Heimat, come esergo di Sponda al sole: «Ihr teuern Ufer, die mich erzogen einst…» («Voi care sponde, che m’educaste un giorno»). Le Ufer, in fondo queste sponde, il fiume, le colline sono il mio paesaggio solighese che ha qualche affinità esteriore con la Svevia di Hölderlin, anche se ora è difficile per me riconoscerlo attraverso tutte le alterazioni subite. Analogie fondamentali però sussistevano: la presenza costante della montagna, come orizzonte privilegiato e partitura del mondo, i pochi passi dal paese che portavano a un clivo, a un boschetto dove sentirsi vicini/lontani rispetto alla propria casa. Per me questa era davvero una necessità nell’infanzia e nella prima giovinezza, perché non mi sentivo capito, ero anch’io sotto la pressione di fattori psicologici negativi come le prime frustrazioni amorose o analoghi misconoscimenti. Certo le tensioni di Hölderlin erano assai diversamente motivate, ma la sacertà dei paesaggi che «salvano» era la stessa.

(da: Andrea Zanzotto, Con Hölderlin, una leggenda, pubblicato in: Friedrich Hölderlin, Tutte le liriche, a cura di L. Reitani, Milano 2001 e, in parte, in La soglia sull’altro. I nuovi compiti del traduttore, La Bottega dell’Elefante, dicembre 2007, 190-191)

Il tempo è immobile. Heinz Czechowski. Poesie scelte

Miti e ostinati scorrono versi lungo i fiumi

Heinz Czechowski, Il tempo è immobile. Poesie scelte

Lettura di Anna Maria Curci

 

A cura e con le traduzioni di Paola Del Zoppo, Del Vecchio pubblica un altro volume della sua collana di poesia che si va arricchendo di titoli significativi. L’antologia è dedicata a un poeta della DDR ben poco conosciuto al pubblico italiano, Heinz Czechowski (1935-2009)*, e riprende le poesie scelte di Die Zeit steht still, pubblicate nel 2009 dalla casa editrice Grupello di Düsseldorf. Czechowski è stato definito, come apprendiamo dalle note biografiche che corredano la raccolta, “maestro del ritratto e della poesia di paesaggio”. È stato annoverato tra i poeti della “Sächsische Dichterschule” e chi conosce e ama Sarah Kirsch e Volker Braun comprende che questa definizione si riferisce a dialoghi, a conversazioni, a richiami intertestuali forti e consistenti, a un gruppo che pratica il confronto aperto “alla critica collettiva” (p. 12) piuttosto che a una vera propria scuola nel significato corrente del termine.

Lungo le rive di fiumi scorre la poesia di Czechowski, scandita in otto blocchi temporali che coincidono con altrettante fasi della sua produzione lirica. L’ultima sezione, di esplicita ispirazione dantesca, si intitola, anche nell’originale tedesco, Inferno. I richiami alla poesia di lingua tedesca, in particolare a quella di Klopstock, di Hölderlin, di Novalis, di Annette von Droste-Hülshoff si manifestano come un solo apparentemente placido confluire di acque fluviali.

Già nella prima sezione, che raccoglie le poesie scritte tra il 1958 e il 1962, chi legge si trova a percorrere le rive del fiume Neckar già nella terza poesia, intitolata, con il nome del poeta tedesco, Hölderlin.

HÖLDERLIN

Persino in rovina aveva ancora belle visioni:

I piacevoli pendii del Neckar. E ancora sentiva la vela

Morbida e sensuosa sfiorargli la fronte.

E sopra di lui ancora si inarcavano

I rami ombrosi dei suoi versi immortali

Ché lui ancora morente guardava

Pioppi, e montagne e vedute di campagna.

Ma ancora più smisurati i visi

Sull’orlo delle nuvole di sera

Sempre e sempre fino al giorno.

(p. 37)

HÖLDERLIN

Selbst im Verfall noch hatte er schöne Visionen:

Die lieblichen Hänge des Neckar. Und fühlte noch Segel

Weich und sehnsuchtsvoll sein Stirne berührn.

Auch wölbten sich über ihm noch

Die schattigen Zweige seiner unsterblichen Verse,

Da er vergehend noch einmal erschaute

Pappeln und Berge und Blicke ins Land.

Doch ungeheurer noch warn die Gesichte

Über den Saum der Wolken zum Abend

Immer und immer dem Tag zu.

(p. 36)

Dalle rive dell’Elba, da una Dresda squassata dal bombardamento bellico, dalla “città sprofondata in fiamme” scorre la parola come fiume. Ma il verbo“klirren”, reso qui con “stridere”, è un palese tributo a Hölderlin di Hälfte des Lebens, Metà della vita:

PERIFERIA DI DRESDA 1945

Dal bianco, che copre tutti gli affanni,

Non sale un suono,

Si avvicinano neri, binario a binario,

Vagoni –

Inverno di guerra – senza pelle,

Che a lungo lasciò carcassa su carcassa.

Il vento stride.

Il filo strazia la carne.

Non c’è una cornacchia che qui si perde.

(p. 41)

DRESDNER VORSTADT 1945

Dem Weiß, das alle Mühsal deckt,

Entsteigt kein Laut.

Schwarz aufgefahren, Gleis auf Gleis,

Waggons –

Kriegswinter – ohne Haut,

Die längst Gerippe um Gerippe ließ.

Wind schwirrt.

Draht schneidet tief.

Nicht eine Krähe, die sich hier verirrt.

(p. 40)

La poesia menzionata di Hölderlin si chiude con le parole “im Winde klirren die Fahnen”, (“al vento stridono i vessilli”),  in quella di Czechowski è il vento a stridere – “Wind klirrt” è il lapidario terzultimo verso. Tuttavia, nella sezione successiva, quella che racchiude le poesie scritte tra il 1963 e il 1967, la Lode dell’esser qui di Czechowski  si apre nel segno del vessillo d’azzurro  (“Fahne aus Blau ”); riporto qui la prima strofa del componimento:

LODE DELL’ESSER QUI

Sono qui, sotto la tenda, il vessillo

Di blu. Le lame dell’estate

Incidono asfalto, alberi e pelle.

Rigido spavento degli alberi

Quando l’oscurità , una mano enorme, copre

Il sole, non mi raggiunge più

Tra stordimento e sonno.

(p. 49)

LOB DES HIERSEINS

Hier bin ich: unter dem Zelt, der

Fahne aus Blau, Die Messer des Sommers

Schneiden ins Asphalt, Bäume und Haut.

Das starre Erschrecken der Bäume,

Wenn die Dunkelheit, riesige Hand, die

Sonne bedeckt, erreicht mich nicht mehr

Zwischen Betäubung und Schlaf.

(p. 48)

Superata la “Wende” (“Ciò che è alle spalle/ Lo sappiamo. Ciò che è davanti/ ci rimarrà oscuro/Finché non/Sarà alle spalle.”, p. 193; poesie scritte tra il 1987 e il 1992), le acque bagnano paesaggi spogli e mesti, anche ben oltre i confini tedeschi, anche sulle rive dell’Arno; dalla sezione che contiene le poesie scritte  tra il 1993 e il 1996, ecco:

AUTORITRATTO, FIRENZE

Pomeriggio tardo. Incredibile

Luce invernale. Chi ancora non

È  malinconico

Non può che diventarlo, qui. Io

Tremo nell’intimo. Terra troppo

Lontana la Germania. Quando mi avranno

Lasciato il dolore, la rabbia,

Sarò perduto.

(p. 213)

SELBSTBILDNIS,  FLORENZ

Später Nachmittag. Ein unglaubliches

Winterlicht. Wer noch kein

Melancholiker ist,

Muß es hier werden. Ich

Zittere innerlich. Deutschland

Ist ein zu fernes Land, Wenn mich

Der Schmerz, die Wut verlassen,

Werd ich verloren sein.

(p. 212)

À rebours, concludo con l’incipit. L’antologia si apre con il primo verso di un sonetto, An der Elbe, Sulle rive dell’Elba: Sanft gehen wie Tiere die Berge neben dem Fluß : “Leggère come bestie le montagne scivolano accanto al fiume”  (pagine 32, 33). Nell’introduzione, che ripercorre puntualmente le tappe della produzione poetica di Czechowski, Paola Del Zoppo informa chi legge: «Riguardo al sonetto […], Czechowski affermerà in seguito che era “spazzatura” e che del sonetto andrebbe “salvato” proprio solo il primo verso.» (p. 13). Non ho opposto resistenza alcuna alla curiosità immediatamente suscitata in me da questo manifesto rinnegare da parte del poeta. Riporto di seguito il sonetto abiurato, apparso nel 1961 nella raccolta “Conoscenza con noi stessi”. All’originale segue la mia traduzione.

Heinz Czechowski
An der Elbe

Sanft gehen wie Tiere die Berge neben dem Fluß.
Nur zu ahnen die Brücke, doch eben noch da.
Und von den Wiesen mischt sich ein Duft
mit dem Geruch dumpfen Wassers. Wir sind ganz nah.

 

Und Geräusche sind wenig: das Gurgeln des Wassers,
ganz leis nur in Blättern und Gräsern ein Wind.
Kein Mensch sonst. Nur wir. Und die große Stille
geht in uns ein — nur wir Liebende sind.

 

Hier sind wir zu Haus. Und der Himmel ist hoch.
Und die Nacht läßt die Sterne des Sommers drin reifen.
Ganz nah dein Gesicht. Und dann spüre ich noch,

 

wie die kleinen Wolken die Pappeln fast streifen.
Und wie ein Glücklichsein in uns sich vermählt
mit der großen Schönheit der Welt.

(da: Bekanntschaft mit uns selbst. Gedichte junger Menschen, Halle 1961, S.57)

Sulle rive dell’Elba

Miti vanno come animali i monti accanto al fiume.

Si può solo intuire il ponte, eppure è ancora là.

E dai prati si mescola un olezzo

all’odore di acqua stantia. Siamo da presso.

 

E di rumori ce ne sono pochi: il gorgogliare dell’acqua,

tutto sommesso solo in foglie e fili d’erba un vento.

A parte questo, nessuno. Solo noi. E il vasto silenzio

ci pervade – solo noi amanti esistiamo.

 

Qui siamo a casa. E il cielo è alto.

E la notte vi fa maturare le stelle dell’estate.

Vicinissimo il tuo viso. E allora sento pure

 

come le piccole nubi quasi sfiorano i pioppi

e come un esser-felici si sposa in noi

con la maestosa bellezza del mondo.

 

(traduzione di Anna Maria Curci)

—————————————————————————————————————————————————————

* Poeta e scrittore un tempo molto famoso e apprezzato soprattutto nella DDR, tanto da ricevere, su proposta di Christa Wolf, il PREMIO HEINRICH MANN, Czechowski si spegnerà in una clinica nei pressi di Francoforte nel 2009, dimenticato quasi da tutti. La sua produzione poetica offre la possibilità di conoscere la ricca e complessa esistenza del poeta, nato nel 1935, parte di quella generazione che ha vissuto il nazismo in età infantile e la cui età adulta si è realizzata in gran parte nella Germania divisa. In Czechowski, definito dai più un poeta “soggettivo e storico” insieme, lo sguardo della poesia, così legata agli eventi, è sempre fortemente filtrato dalla soggettività, la poesia stessa è un’interrogazione sull’Io: «Dietro alle domande che devo pormi si cela il problema dell’identità del soggetto con se stesso e con la società in cui vive». E la risposta a queste domande è ancora una volta compito della poesia.

______________________________________________________________________________

Heinz Czechowski, Il tempo è immobile. Poesie scelte. Cura e traduzione di Paola Del Zoppo, Del Vecchio Editore, 2012