Freud

proSabato: Sigmund Freud, Determinismo e superstizione

Chi ha avuto occasione di studiare con i mezzi della psicoanalisi i moti riposti dell’animo umano, sa dire qualcosa di nuovo anche sulla qualità dei motivi inconsci che si esprimono nella superstizione. Si riconosce con la massima chiarezza nelle persone nervose affette da pensieri ossessivi e da stati ossessivi, persone spesso intelligentissime, che la superstizione nasce da moti repressi ostile e crudeli. La superstizione è in gran parte attesa di disgrazie, e chi spesso ha augurato del male agli altri, ma ha rimosso nell’inconscio questi desideri perché educato alla bontà, facilmente si aspetterà la punizione per tale malvagità inconscia, come disgrazia che lo minacci dall’esterno. Ammettendo di non aver affatto esaurito con queste osservazioni la psicologia della superstizione, dovremo d’altra parte almeno sfiorare il problema se sia da negare assolutamente che la superstizione abbia radici nella realtà, se sia certo che non esistono presagi, sogni profetici, esperienze telepatiche, manifestazioni di forze sovrasensibili e simili. Sono lungi dal voler rigettare in blocco questi fenomeni, sui quali si hanno molte osservazioni accurate anche da parte di intellettuali eminenti e che molto opportunamente dovrebbero formare oggetto di ricerche ulteriori. Anzi è da sperare che una parte di queste osservazioni trovi chiarimento in base alla nostra incipiente conoscenza dei processi psichici inconsci, senza imporci radicali alterazioni delle nostre concezioni odierne. Se dovessero risultare dimostrabili anche altri fenomeni, come per esempio quelli affermati dagli spiritisti, ebbene, procederemo a quelle modifiche delle nostre “leggi” che saranno volute dal nuovo apprendimento, senza per ciò incorrere in perplessità sulla connessione delle cose nell’universo. Ora, nell’ambito di queste discussioni, io non posso rispondere alle questioni sollevate altro che soggettivamente, vale a dire in base alla mia esperienza personale. Devo purtroppo confessare di appartenere a quella categoria di individui indegni al cui cospetto gli spiriti rinunciano alla loro attività e il soprannaturale si disperde, cosicché non fui mai in condizione di provare cose che m’incitassero a credere nei miracoli. Come tutti gli uomini, ho avuto presagi e ho subito disgrazie, ma le due cose si sono sempre evitate tra di loro, cosicché i presagi rimasero senza seguito e le disgrazie mi colpirono senza essere presagite. (altro…)

Essere felici o peggio in pace: su “Sedute in piedi” di Giulia Scuro

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C’è qualcosa di potentemente solitario nel primo libro di Giulia Scuro (Sedute in piedi, Oèdipus, 2017), sia rispetto allo scenario poetico odierno, sia per la situazione proposta, cioè il luogo della confessione laica per eccellenza, il chiuso delle sedute di analisi. Una doppia solitudine dovuta alla stessa operazione, spingere il confessionalismo alle estreme conseguenze postulando un’identità letterale tra autore e soggetto lirico (cosa ardita per un libro di esordio), e facendo al contempo andare in comico cortocircuito il dialogo terapeutico e ogni posizione di autenticità (e dunque, di fatto, sottraendosi allo sguardo nel momento di maggiore esibizionismo). La voce del paziente, colta nei momenti di massima sfiducia o caustica intemperanza, si diletta così a canzonare, provocare, sfidare l’analista (“Ora la lascio al suo bieco cantiere/ e mi accomiato con una banconota:/ della sua paga questa è la rata/ dovuta al mio errato bene”, p. 11; “Convive bene con la sua coscienza?/ Ne ha una di troppo o invece fa senza?”, p. 17), che sa soltanto opporre una condiscendenza materna senza frutto (“Giulia, il tuo codice bisbetico/ va a braccetto col cinismo ermetico/ che mi riservi, ma in questa sera estiva/ vorrei non fossi schiva”, p. 17). La lingua burlesca, l’uso comico e dissacrante delle rime, la prosodia che tende edipicamente a zoppicare (equivalenza profonda segnalata da Giancarlo Alfano nella quarta di copertina) risultano quindi funzionali non solo alla messa in berlina di una certa vulgata psicanalitica (al limite ripresa nei suoi simbolismi automatici, come qui: “Allora, andiamo con ordine:/ tu mi vuoi dire che il tuo naso/ è una proiezione del fallo reciso/ che tua madre conserva in un vaso?”, p. 24), ma soprattutto all’autoparodia di un soggetto in continuo conflitto con il nom-du-père. Lo Scuro diventa così l’istanza persecutoria, il contraltare ossessivo ad ogni proponimento dell’Io, separati per gioco letterario e metafora poetica (“Giulia la smetta, le do anche del lei,/ lo Scuro a cui dà la disdetta/ è in agguato ad ogni vorrei”, p. 18; “Non c’è dubbio né scommessa,/ io sono Scuro Giulia l’indefessa,/ se il mio nome rammenta la memoria/ di latini imperatori, eccessi e gloria,/ lo Scuro è barbaro e non dà tregua,/ mi rassegna al piacere che dilegua/ e perpetua la consegna ad ogni stregua./ È il mio lato a cui non piace/ essere felice o peggio in pace”, p. 33), ricomposti dall’analista nell’unità del quadro psichico (“essere giuria, giudice e imputato/ è il delirio del tuo io superdotato”, p. 21; “Lo Scuro e la Giulia sono sciocchi ad illudersi:/ la loro scissione è illusoria”, p. 32). (altro…)

Edoardo Camassa, Nonne satura tota nostra erat?

Nonne satura tota nostra erat?
Riflessioni sull’effetto satirico e sul recente caso «Charlie Hebdo»

In queste pagine vorrei provare a riflettere criticamente su quanto siamo soliti chiamare «satira», e più in particolare su due vignette satiriche che hanno fatto molto discutere. Mi riferisco naturalmente al disegno intitolato Séisme à l’italienne, che porta la firma di Félix ed è apparso sul noto settimanale francese «Charlie Hebdo» del 31 agosto 2016 (n. 1258), e all’illustrazione firmata Juin, Italie: la neige est arrivée, pubblicata il 19 gennaio 2017 sulla pagina facebook ufficiale dello stesso periodico («Charlie Hebdo Officiel»). Vorrei provare a riflettere criticamente su questi argomenti – dicevo – perché sono convinto del fatto che la maggior parte delle polemiche sorte da noi in proposito si sono dimostrate a dir poco limitate e limitanti, in quanto miravano o a squalificare le vignette suddette, poiché ritenute inopportune e dannose per l’immagine nazionale, o per converso a conceder loro una qualche forma di cittadinanza italiana, se pure a malincuore e controvoglia, solo in base al principio secondo cui è necessario rispettare la libertà di espressione. Sono stati invece radi e sporadici, per non dire del tutto assenti, i tentativi di osservare le due illustrazioni da una prospettiva straniata, o per meglio dire in un’ottica ‘strabica’ e perciò capace da un lato di ammettere il potenziale comico dei due disegni e dall’altro di interrogarsi sulla natura dei meccanismi, anch’essi comici, che si celano dietro alle vignette di «Charlie Hebdo». Se affido queste mie considerazioni alla scrittura è allora solo perché spero, forse immodestamente, di colmare questa lacuna.
Ma è bene procedere con ordine. Anche a costo di risultare pedante, ritengo di dover premettere alle mie indagini un’osservazione di natura linguistica. La maggior parte delle volte in cui parliamo di satira, lo facciamo in modo inappropriato. In senso stretto, «satira» è un genere codificato atto a designare una specifica forma letteraria (generalmente in versi), il cui intento è di tipo moraleggiante se non moralistico: irridere quelle azioni, abitudini, inclinazioni e idee – siano esse individuali o collettive – che deviano dalle norme sociali vigenti o comunque da quelle ritenute valide dall’autore. Tuttavia, nel linguaggio corrente, si tende a valorizzare soltanto il secondo ramo della definizione precedentemente considerata, vale a dire la finalità; sicché «satira» diviene tutto ciò che – come si suol dire – castigat ridendo mores. Per evitare ambiguità terminologiche, da qui in avanti rinuncerò a parlare di satira. Mi servirò piuttosto del vocabolo «satirico», intendendo con ciò riferirmi a uno tra i molti effetti cui può ricorrere il modo comico, una maniera espressiva la quale va naturalmente ben oltre i confini dei generi letterari.
Ciò detto, vengo finalmente a considerare le due vignette di «Charlie Hebdo» che hanno fatto tanto scalpore in Italia, dando origine a un vero e proprio caso mediatico. Eccole:

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Nella prima, al di sotto della didascalia che dà il titolo al disegno («Séisme à l’italienne», ovvero «Terremoto all’italiana»), si vedono tre figure: la prima mostra un uomo gravemente ferito e ricoperto di sangue, al di sopra del quale si legge l’indicazione «Penne sauce tomate» («Penne al pomodoro»). La seconda immagine è invece quella di una donna sfregiata, piena zeppa di abrasioni, ed è designata come «Penne gratinées» («Penne gratinate»). Infine, la terza figura viene qualificata come «Lasagnes» («Lasagne») e rappresenta strati di individui sommersi dalle macerie edilizie. La seconda vignetta, che prende il nome dalla didascalia «Italie: la neige est arrivée» («Italia: la neve è arrivata»), mette in scena la Morte sugli sci, con due falci al posto delle racchette, mentre è intenta a sfruttare una valanga per travolgere quanto le si pone innanzi e a esclamare, come si legge nel baloon: «Y en aura pas pour tout le monde!» (letteralmente «Non ce ne sarà per tutti!», ma trattasi di un’espressione idiomatica che viene spesso usata nei settori del mercato come pure di certa politica e pressappoco equivale al detto «Premier arrivé, premier servi!», e cioè «Chi primo arriva, meglio alloggia!»). Le vignette, ça va sans dire, alludono a due recenti catastrofi nostrane: da un lato il terremoto che ha colpito l’Alta Valle del Tronto e in particolare Amatrice, in data 24 agosto 2016, e dall’altro la valanga abbattutasi sull’Hotel Rigopiano il 18 gennaio 2017, sempre per via di una scossa sismica. (altro…)

La scrittura e il mondo: Teorie letterarie del Novecento – di Stefano Brugnolo, Davide Colussi, Sergio Zatti, Emanuele Zinato

La scrittura e il mondo (Carocci editore, 2016), pur cercando da una parte l’esaustività tipica del manuale, non rinuncia a esercitare una posizione critica nei confronti delle teorie descritte, senza nascondere riserve, problematicità, preferenze. Questa seconda attitudine, meno manualistica e più saggistica, si fonda su un’idea centrale, condivisa dai quattro autori e condensata nel titolo: la scrittura letteraria non può fare a meno di rimandare in qualche modo all’esterno, alla realtà, per l’appunto al mondo.
Va da sé che una tale convinzione rifiuta le cime più evanescenti di un certo formalismo, ma non si pensi nemmeno che il rapporto tra testi e realtà venga qui articolato secondo il criterio di un semplice e ingenuo rispecchiamento (come fanno in fondo, nelle loro varie declinazioni, i cosiddetti studies, per i quali la letteratura non è che riproposizione dei rapporti di forza che dominano il mondo). Viene piuttosto sostenuta una visione ambivalente dell’opera letteraria, fatta di conformismo e anticonformismo, adeguamento e reattività. Non è ad esempio un caso che in età industriale la letteratura abbia preferito l’immagine di oggetti ormai inutilizzabili, vera e propria robaccia, scarti della modernità, ribadendone così l’inattualità ma celebrandone al tempo stesso una qualche sovversiva sopravvivenza e valore residuale. Nel brano che riportiamo si impone allora il confronto, proprio sul tema dell’oggetto, con altri linguaggi attuali e dilaganti, che nella volontà di simbolizzare tutto approdano invece a una sorta di acquiescenza estetica.
Se dunque la letteratura, e l’arte in generale, ci mostra anche il rovescio del mondo, le sue contro-verità, va proprio per questo considerata come un insostituibile strumento conoscitivo, di “scuotimento” delle nostre certezze. Ma il bello della faccenda è che la conoscenza in questione non è mai separata da una qualche esperienza di piacere, il piacere di leggere i testi e immergerci in essi, accordando loro una complicità che può anche andare contro le nostre stesse convinzioni quotidiane. Il continuo rinvio alla dimensione immediata ed empirica della lettura, punto di partenza per ogni attività interpretativa, potrebbe riconciliare finalmente il senso della critica con quello del lettore comune.

@ Andrea Accardi

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13.5. Barthes e Eco

La critica culturale rappresenta oggi l’accesso privilegiato a quei fenomeni introdotti dalla modernità che si manifestano soprattutto attraverso un dispiegamento sterminato di oggetti tanto materiali che simbolici (fumetto, TV, video, cartoons, musica pop ecc.). Ha aperto il campo Roland Barthes con un saggio del 1957, Mythologies (in italiano col titolo Miti d’oggi), in cui il semiologo francese cominciò ad analizzare i fenomeni della cultura di massa alla stregua di figure del mito. Per Barthes il mito è un sistema di comunicazione, un modo di significare, una forma. Può essere mito tutto ciò che subisce le leggi di un discorso e come tale viene investito di un uso sociale. Tutte le forme della scrittura, ma anche la fotografia, il cinema, il reportage, lo sport, gli spettacoli, la pubblicità, possono servire da supporto alla parola mitica. La nostra società massificata e consumistica è il territorio privilegiato delle significazioni mitiche, dove il mito sceglie i propri oggetti per lo più dagli scaffali dei supermarket o dalla scatola della TV. L’enfasi del suo interesse ermeneutico è su dettagli a prima vista insignificanti della vita quotidiana, piccoli eventi mediatici tratti dalla cronaca e dallo spettacolo (La crociera del Sangue blu, Il viso della Garbo, Strip-tease, La nuova Citroën, La «Guide bleu») dove l’aspetto ‘mitico’ non consiste nelle singole cose in sé ma nel modo in cui vengono comunicate (meglio quindi la designazione originale di mythologies rispetto alla traduzione italiana con mito). Anzi è proprio questa nozione rinnovata di mito come sistema semiologico secondo a farsi strumento capace di prendere un segno qualsiasi, anche dozzinale, e di elevarlo al rango di presenza numinosa, pronta a trasformarsi in icona, ad ammantarsi di un’aura sacrale. Barthes legge nelle rappresentazioni collettive della contemporaneità un sistema di segni tenuto insieme da una operazione mistificatoria, quella che trasforma la cultura piccolo-borghese in una finta natura universale.
Sulla scia di Barthes, Umberto Eco ha costruito in Diario minimo (1961) una «mitologia» italiana. Eco ha in comune con Barthes, oltre che l’acutezza dell’osservazione e il feroce sarcasmo, la varietà degli oggetti di riflessione e la predilezione per la mescolanza dei livelli semiotici di alto e basso. Nel famoso saggio Fenomenologia di Mike Bongiorno lo sguardo critico si posa sugli effetti sociologici prodotti dalla televisione nell’Italia del boom economico. Ne viene fuori un ritratto impietoso e brutale del presentatore televisivo Mike Bongiorno che vuole dimostrare come la TV non offra, come ideale in cui immedesimarsi, il superman ma l’everyman. Mike Bongiorno è il caso più vistoso di tale riduzione: idolatrato da milioni di spettatori, egli deve il suo successo al fatto che in ogni atto e parola del personaggio creato dalla telecamera traspare una mediocrità assoluta (questa è l’unica virtù che egli possiede in grado eccellente). Lo spettatore vede glorificato, e insignito dell’autorità che solo la potenza mediatica può conferire, il ritratto dei propri limiti e gli decreta per questo un successo duraturo nella storia della TV italiana. (altro…)

CIÒ CHE DISSE IL LEGNO: TWIN PEAKS ATTRAVERSO I MONOLOGHI DELLA SIGNORA CEPPO #3

Ogni episodio di Twin Peaks (in attesa dei nuovi, annunciati per quest’anno) è introdotto da un monologo di Margaret Lanterman, conosciuta da tutti come la Signora Ceppo perché gira abbracciando un ciocco di legno con cui si confida e dal quale ottiene rivelazioni. Potrebbe essere la pazza del paese, se a scarseggiare a Twin Peaks non fosse proprio la normalità. Quei monologhi, scritti dallo stesso Lynch, sono in definitiva una successione di poemetti in prosa, misteriosi, surreali, bellissimi. Hanno un valore poetico autonomo, e al tempo stesso sono una chiave di accesso al mondo immaginato dal regista e dai suoi collaboratori (Mark Frost, co-ideatore, su tutti). Dalle parole cercherò ogni volta di andare alla storia e ai personaggi, senza però svelare troppo per chi ancora ha la fortuna di non aver visto la serie. E tuttavia ogni spiegazione sarà solo l’inizio di qualcosa: nel linguaggio di Lynch, sia verbale che cinematografico, permane un residuo di non significato, un nodo di oscurità, un ceppo che non brucia e che parla.

nano twin peaks

[Episodio due: Lo Zen o l’arte di catturare un killer]

Sometime ideas, like men, jump up and say “hello”. They introduce themselves, these ideas, with words. Are they words? These ideas speak so strangely. All that we see in this world is based on someone’s ideas. Some ideas are destructive, some are constructive. Some ideas can arrive in the form of a dream. I can say it again. Some ideas arrive in the form of a dream.
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Qualche volta le idee, come le persone, saltano fuori e dicono “ciao”. Queste idee si annunciano con parole. Sono esse stesse parole? Queste idee parlano in modo così strano. Tutto quello che vediamo in questo mondo è basato sulle idee di qualcuno. Alcune idee sono distruttive, altre costruttive. Alcune idee possono arrivare sotto forma di sogno. Posso ripeterlo. Alcune idee arrivano sotto forma di sogno. (trad. di Andrea Accardi e Alessandra Zarcone)
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L’agente Cooper avrà le rivelazioni decisive per la sua indagine durante uno strano sogno fatto di tendaggi rossi, un nano ballerino e Laura Palmer ancora viva. Quel sogno sarà però compreso poco a poco, e per folgorazioni improvvise. Le idee nascoste al suo interno speak so strangely, com’è sempre nei sogni, che per dire hanno bisogno di nascondere, ma qui c’è di più: il sogno svelerà infatti cose che Cooper non poteva nemmeno inconsciamente sapere, e il surreale della mente sfocia così nel paranormale. Da Freud si passa insomma a Jung. Nello stesso episodio giunge a Twin Peaks Albert Rosenfield, agente dell’FBI dai modi bruschi e con una fiducia assoluta nel metodi scientifici. Cooper invece segue (anche) altre vie, che gli arrivano dalla spiritualità orientale, dal Tibet, e lo portano a usare tecniche strampalate ma straordinariamente efficaci (come il lancio di sassi contro una bottiglia per stabilire il grado di coinvolgimento di ogni sospettato). Prolungando la casistica della doppiezza fin qui stilata, ho però la sensazione che l’opposizione tra Occidente e Oriente sia solo un pretesto, e quello stesso soprannaturale sembra in fondo l’iperbole di aspetti reali della nostra vita psichica. Il vero confronto è piuttosto tra logica lineare, razionale, controllata, e logica altra, quella dell’intuito, dei presentimenti, dei sogni. Il sorriso di Cooper è anche un sorriso di gratitudine per tutte le volte che le idee, senza neppure averle cercate, saltano fuori e ci dicono: “Hello!“.
 
@ Andrea Accardi
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Sua Maestà il Coniglio: “Rabbit!” di Lorenzo Allegrini

Come l’Oblomov di Gončarov, Rabbit è inattivo, rinunciatario, totalmente astensionista. Vive di rendita grazie alle sue proprietà (che erano terre in Oblomov, case in affitto per Rabbit). Passa anche lui a letto la maggioranza del tempo, accudito e protetto. L’impressionante idea di Gončarov (un illimitato rifiuto di agire e di vivere fattosi personaggio, paragonabile solo al Bartleby di Melville) è quindi mantenuta, e il passaggio dal romanzo ottocentesco alla pièce di un solo atto diventa possibile proprio grazie all’immobilismo del protagonista, un’attitudine che trova la sua forma drammaturgica ideale in quella tipologia di dramma novecentesco definibile come dramma statico (creata dal belga Maeterlinck, resa memorabile tra gli altri da Beckett e Pinter). Cambia il rapporto con la Storia: anche se Oblomov adempie una classe logica potentissima e universale, resta forte il legame con la realtà del suo tempo, con una Russia ottocentesca arretrata e latifondista, estranea al progresso europeo; Rabbit! si svolge invece dentro una contemporaneità vaghissima, gli stessi possedimenti del protagonista (gli “immobili”) sembrano essere figura della sua condizione (“… lo sai, ho preferito investire i soldi di famiglia sul mattone, perché quello si smuove di poco…”, Scena 4) senza agganci diretti con l’attualità. Il “rabbitismo” diventa insomma una sorta di oblomovismo ancora più assoluto. Ma a separare le due opere, a parte le ovvie constatazioni, è tutto il teatro dell’assurdo che è passato nel mezzo, e che ha reso il grottesco russo ancora più stralunato e prossimo al non senso. Non prende mai piede però un puro ed euforico gioco col significante, la tragedia del significato prevale comunque. C’è insomma più Pinter che Ionesco.

Nella prima scena, Rabbit ci appare come un Amleto sul tono minore: “Meglio dormire. Meglio essere incoscienti il più possibile, meglio sognare, perché nei sogni accadono un sacco di cose, ci si diverte molto, molto di più”. Eppure anche questo personaggio così trasandato e irresoluto possiede una qualche regalità, quella che Freud riconosceva a ognuno di noi nella primissima fase della vita: Rabbit continua cioè, anche da adulto, a essere Sua Maestà il Bambino, totalmente egoista e dipendente dagli altri, al tempo stesso inerme e dominatore. Per quanto il ritorno all’indietro, al buio dell’utero, sia fin da subito presentato come un evento impossibile e un’impresa auto-annientante (“Se uno si lancia dentro una coperta quella non si spezza mica, anzi quella ti abbraccia tutta, t’imbroglia, t’illude che raggomitolarsi, essere feto di nuovo, è un sogno come un altro, un futuro realizzabile. Invece non è che un’utopia, e io lo so che queste coperte colorate, sotto, sono buie come una tomba”, Scena 1), il protagonista rimane avvolto tra le coperte come di nuovo in fasce, trattato “come un bambino” dal suo domestico Orazio; sublima il ricordo della propria madre, “bellissima” (Scena 1), con toni oblomoviani di nostalgia languida, che però il testo mette anche in ridicolo; apprezza il disordine della stanza perché gli ricorda “la confusione della [sua] cameretta di quand’[era] piccolo” (Scena 6). Rabbit ha un nome da cartone, “un’età indefinibile”, vive in mezzo a peluches coi quali parla e che tratta anche con modi da dittatore. Questa portentosa regressione infantile, alla maniera di Oblomov ma anche del malato immaginario di Molière (il travestimento finale di Orazio ricorda d’altronde alcune cialtronesche figure di medici molieriani), è aggravata però da amletiche ansie filosofiche che girano tutte intorno allo stesso inaccettabile scandalo per un adulto-bambino: il Tempo che passa, cardine del principio di realtà.

Sono i momenti nei quali l’atteggiamento del protagonista diventa agonistico, e le sue parole non hanno più nulla di comico (“Riuscirò a batterti tempo! A fermarti maledetto traditore che mi lavori contro ogni secondo, ogni centesimo, ogni infinitesimo attimo”, Scena 5). Subito dopo questo sfogo trionfale, Rabbit è colto dalla terribile visione del proprio corpo lentamente avviato verso la consunzione (“Guarda il mio naso, è storto verso destra. La mia bocca è indifferente, non parla mai del suo sgretolarsi continuo”, Scena 5). L’ossessione del Tempo struttura interamente questo personaggio: la sua stessa condizione di rentier, e il suo non prendere politicamente posizione (né progressista né conservatore, e quindi, in definitiva, conservatore) non sono che modi differenti per opporsi all’inevitabilità del cambiamento percepita come odiosa ingiustizia.

Due fra i personaggi principali del romanzo di Gončarov, e cioè Andrea Stolz, il miglior amico di Oblomov, e l’amata Olga, in Rabbit! vengono rispettivamente ridotti a un manichino (con fattezze simili allo stesso Rabbit) e a una bambola gonfiabile. Stolz in particolare dovrebbe essere, come nel romanzo, l’alter-ego attivo e volitivo del protagonista, qualcuno capace di agire e quindi di fronteggiare il Tempo costellandolo di momenti significativi (“Sì, perché lui ha capito quanto sia breve la vita, come un soffio, oppure un lampo, che ne so. E allora cerca di farla a pezzettini, di dividerla in infiniti attimi. Io, invece, faccio il contrario, la rendo un unico infinito attimo, inutile”, Scena 6). Un vero progressista, in grado “di dirigere se stesso, gli altri e perfino il destino” (Scena 4, più volte). Ma di fatto resta solo un manichino, e quindi il rovesciamento dell’azione, così come la bambola Olga è il rovesciamento dell’amore, della vita insieme, del sesso e della discendenza (e il trionfo dell’onanismo, del girare intorno soltanto a sé stessi). L’unico personaggio in carne e ossa oltre a Rabbit, il domestico Orazio, si rivela invece un farabutto, mentre quelli che non appaiono mai, inventati dallo stesso Orazio, hanno nomi bestiali (l’amministratore Maiale, il Dottor Avvoltoio). I segnali dall’esterno sono insomma sconfortanti, e non può nascere un vero rimpianto della vita agita, vissuta. Come in Oblomov, ci arriva anche un qualche sollievo dalla scelta di non agire, ed è la conclusione ambigua a cui giunge il protagonista: “Oh mamma, ma ci sono: l’altro è qualcuno e io… sono nessuno. Che bello!”. Di fronte alla realtà, al tempo che passa, alla necessità di agire, Rabbit se la dà a gambe, come un coniglio. E il modo migliore per darsela a gambe è non muoversi.

@ Andrea Accardi

(Pubblichiamo a seguire le prime tre scene dell’opera e una breve biografia dell’autore)

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Non è vero ma ci credo: ancora sulla teoria di Francesco Orlando

francesco orlandoEsiste un patto implicito che ogni lettore stipula con un testo letterario, ed è quello che Coleridge, con formula meritatamente famosa, ha definito “sospensione volontaria dell’incredulità”. In altre parole, per tutto lo spazio della finzione dobbiamo credere che sia vero ciò che leggiamo, pur sapendo che non lo è. Vero e falso non si escludono ma stanno insieme, come nei giochi che facevamo da bambini, quando un ipotetico zio interpretava per noi il lupo senza smettere per questo di essere lo zio: è il principio alla base di qualunque finzione artistica.
Quando Francesco Orlando pubblicò nel 1973 la prima edizione di Per una teoria freudiana della letteratura (titolo la cui ambizione era appena smorzata dalla preposizione), aveva dovuto innanzitutto sgombrare il campo dai pregiudizi che un’applicazione errata della psicanalisi al testo letterario aveva prodotto. Il primo pregiudizio era proprio quello biografico, per effetto del quale l’autore veniva messo sul lettino e la sua biografia scandagliata fino alla deriva del pettegolezzo, confondendo in sostanza «la vita con l’opera – lo zio col lupo.»1 In realtà l’opera letteraria è un atto creativo svincolato dalla vita di chi lo scrive: può esserci qualche corrispondenza, mai un’ingenua e precisa equivalenza. Il criterio biografico precede la psicanalisi (ne fu un grande sostenitore il critico ottocentesco Sainte-Beuve), ma è con gli strumenti psicanalitici che si potenzia, se lo stesso Freud si cimenterà nell’analisi di capolavori mettendo in secondo piano il testo rispetto al vissuto dell’autore (è il caso del romanzo I Fratelli Karamazov, spiegato alla luce dell’odio di Dostoevsky per il proprio padre).
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Dalla parte di Fantozzi

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Quando guardiamo i film di Fantozzi ridiamo tanto, e ridendo ci sentiamo migliori di lui. C’è insomma qualcosa di distanziante nel nostro divertimento, un confortante senso di superiorità: io non sono Fantozzi, e per questo me la rido, perché io non sono così goffo, squallido, disgraziato, deriso da tutti. Qualcos’altro si aggiunge però di nascosto alla pura comicità, amareggiandola. Un vago senso di compassione davanti a tutte quelle disgrazie più o meno meritate: quel senso di compassione è il “sintomo” del meccanismo inverso rispetto alla distanziazione, e cioè l’identificazione. Come dire, anche mentre rido di lui sotto sotto io (altro…)

I Vitellini di Felloni – di Andrea Accardi

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La diatriba sui rapporti tra canzone d’autore e poesia andrebbe sempre precauzionalmente evitata. Tanto non se ne esce vivi, tra puristi irremovibili (“la poesia è un’altra cosa!”) e fan semplificatori (“i cantautori sono poeti!”). Possiamo comunque dire che la canzone d’autore ha una stretta parentela con la poesia, pur restando vincolata a una struttura musicale (fuori della quale il testo quasi sempre zoppica), e che i cantautori hanno rilevato il mandato sociale che era dei poeti (la maggioranza dei giovani cita più facilmente Battiato e De Gregori che Montale). I giudizi di valore e le gerarchie nascono dopo, e in fondo non spiegano molto. Una cosa che invece mi sembra sostanzialmente vera è che la canzone arriva in ritardo, ripete cose che la poesia aveva già detto in precedenza, e quindi in un certo modo segue la scia: lo disse Zanzotto a proposito di Conte, trovando nelle sue canzoni “una forma di dolce crepuscolarismo”. Probabilmente è così, ma quanta (buona) poesia di oggi sembra un po’ in ritardo sulla storia stessa della poesia? E quanti poeti sono sopravvalutati soltanto perché poeti?

Un’altra cosa va detta: essere cantautori in italiano è più difficile che in qualunque altra lingua. Questo perché la nostra tradizione fortemente austera e conservatrice ha scavato un solco profondo tra cultura alta e cultura bassa, e tra linguaggio poetico e linguaggio comune. Molto più ad esempio che in Francia o in Inghilterra (dove infatti i cantautori sono visti con molto meno sospetto). La stessa natura polisillabica dell’italiano rende particolarmente difficile adattare un testo “alto” a un’armonia semplice da canzone. Prendiamo il cantautore più importante della nostra tradizione, Fabrizio De André. Bene, prima di trovare nel dialetto genovese una duttilità metrica inconsueta, De André aveva scritto i suoi testi migliori grazie anche al virtuosismo della musica. Nei concept-album dei primi anni settanta, infatti, la collaborazione con veri compositori (Reverberi e poi Piovani) gli aveva concesso una possibilità di scrittura più ampia e complessa che in altri casi, una fuoruscita dalle forme prevedibili della canzone. Non a caso in Storia di un impiegato  il livello letterario è molto alto, così come lo sarà a maggior ragione in Crêuza de mä, dove il dialetto incontrerà la musica di Pagani.

Proviamo però a vedere cosa sapeva fare De André “con pochi mezzi”. Confrontiamo quindi due canzoni musicalmente facili, costruite su un giro armonico, e con testi piuttosto regolari. La prima è La guerra di Piero, una delle sue più famose. Tipica ballata alla maniera degli chansonniers francesi, linea narrativa semplice, immagini misurate e coerenti fra di loro. Alcuni versi sembrano sacrificati sull’altare della rima (“con le stagioni a passo di giava”), altri sono bellissimi, come i due che descrivono Piero più morto che vivo, e ormai incapace di parlare (“dentro la bocca stringevi parole/ troppo gelate per sciogliersi al sole”). Non ci sono molti dubbi, si tratta di una buona canzone, molto tradizionale sia nel tema che nella struttura, e insomma non c’è niente che possa far pensare a una poesia in musica. Qui il lavoro dell’artigiano di canzoni è troppo evidente.

Prendiamone invece un’altra, di molti anni successiva, scritta con Bubola: Rimini. Apparentemente si tratta ancora una volta di una canzone piuttosto tradizionale, con una storia raccontata, e un ritornello in maggiore a intercalare. Teresa, la figlia del droghiere, sedotta e abbandonata da un bagnino quando era ragazza, durante un’estate a Rimini. Questo è il tema narrato. Il colpo di genio di De André è però quello di accostarlo analogicamente, nella strofa centrale, alla vicenda di Cristoforo Colombo, a cui viene peraltro attribuita una sorta di innocenza, storicamente discutibile, rispetto ai massacri dei nativi americani (“per un triste re cattolico – le dice -/ ho inventato un regno/ e lui lo ha macellato/ su una croce di legno”). Ed è per questo che agli uomini dell’equipaggio (a tutti gli uomini di tutti gli equipaggi della Storia) raccomanda dolorosamente: “non regalate terre promesse a chi non le mantiene”.

Un verso del genere, inserito nella Guerra di Piero, l’avrebbe fatta esplodere, andare in mille pezzi. Rimini ha un testo molto più pregiato, e regge. Cos’è avvenuto? Una specie di lapsus, di scivolamento, che dall’espressione lessicalizzata “terra promessa” ritorna alle banali promesse del bagnino: entrambe le cose, le promesse e l’America, non sono state mantenute come dovevano. De André insomma, per dirla con Freud, qui tratta le parole come cose, scivola cioè sulla superficie dei significanti. Freud lo diceva a proposito del comportamento linguistico dell’inconscio e dei bambini, e Lacan andò oltre, scorgendo in tutti i nostri discorsi il predominio della lettera sul significato. Molta poesia di oggi sembra trattare le parole come cose, scoprire (o fondare) significati sulla faccia dei significanti. Lo faceva Zanzotto, non lo ha fatto De André, perché non era quella la direzione della sua ricerca. Eppure anche in una canzone semplice come Rimini può avvenire un’interferenza come quella che abbiamo visto, a conferma che i percorsi della canzone d’autore e quelli della poesia si incrociano di continuo. Se la poesia fosse ancora in metrica, probabilmente la confusione sarebbe maggiore.

De André era d’altronde consapevole di giocare sui due tavoli dell’emotività (le parole e la musica). Molto bella, in questo senso, una sua lettera di ammirazione e di “scuse” a Mario Luzi per il successo raggiunto, assai maggiore di quello dell’anziano poeta. L’unione di timidezza e pubblico è la contraddizione interna a questa nuova figura sociale che è il cantautore, animale ibrido tra l’artista pop e il bibliotecario. De André stesso raccontava di soffrirne molto, e pare che bevesse prima dei concerti per vincere la propria riluttanza alle esibizioni dal vivo. Durante il tour registrato con la PFM, fece così un famoso strafalcione, paragonando l’atmosfera della sua Rimini a quella della Rimini di Federico Fellini, ma invertendo le desinenze di regista e titolo: I Vitelloni di Fellini diventarono così I Vitellini di Felloni. Ecco un altro caso di scivolamento sulla superficie dei significanti, dovuto non all’intuizione poetica, ma all’alcol. E comunque passato alla storia.

Significato e bellezza della canzone leggera – di Stefano Brugnolo (seconda parte)

celentano

Ma se la canzone è un genere portatile, pronto all’uso, ciò ha a che fare con la sua grande disponibilità o applicabilità semantica. Il punto è questo, e mi si perdoni se adesso adopererò dei paroloni, ma spero che non risultino sprecati: da quando le nostre vite sono diventate sempre meno garantite da cornici di senso metafisiche, religiose, da quando cioè non possiamo più ricomprendere le nostre vite dentro la rete di senso garantita da qualche testo sacro, noi abbiamo bisogno di altri testi, di testi profani, per poterci intendere, per poter dare un senso al nostro esserci qui ed ora, alla nostra fugacità. A questa funzione sono serviti e servono il teatro, la grande lirica moderna e soprattutto il romanzo. Ma naturalmente anche l’opera, la pittura, il cinema e la fotografia ecc. Insomma, abbiamo bisogno di libri come Madame Bovary per capire certe esperienze che facciamo e che altrimenti rischierebbero di restare senza forma e senza nome. Se non ci fosse Kafka non potremmo riconoscere come… kafkiane certe situazioni in cui ci capita di trovarci, non riusciremmo a familiarizzarci con esse. Certi grandi versi della tradizione e soprattutto certe arie d’opera hanno svolto questa funzione da noi in Italia. Hanno dato forma e senso a stati d’animo comuni. Io per esempio ricordo come un mio amico arrotino negli anni ’70 poteva interrompere il suo lavoro, preso da una subitanea ispirazione, derivata da qualche spunto o associazione mentale, e mettersi a cantare un’aria d’opera. L’arrotino era un marxista-leninista convinto, fiducioso nella rivoluzione a venire, e spesso, dunque, a dargli ispirazione erano spunti politici, ecco allora che poteva partirsene di botto con un appassionato «Cortigiani vil razza dannata per qual prezzo vendeste il mio bene?», per poi tornarsene pacificato alla ruota a tornire abilmente coltelli e forbici. Sì, queste situazioni di interferenza, di “risonanza” tra arte e vita, si davano, ma come dimostra bene questa scena, si trattava di vere e proprie interruzioni o sospensioni del normale corso della everyday life. Ma cose simili si davano spesso: penso per esempio anche a certi racconti recitati e mimati di film che venivano fatti al bar. Ebbene, questo tipo di interferenze tra alta o altissima arte e vita comune e popolare si sono date sempre di meno. Le due sfere – l’arte e la vita – si sono come separate. In un’epoca di grande informazione e contemporanea perdita di memoria sempre di meno possiamo richiamare alla mente e condividere con chi ci sta intorno versi o passi che illuminino la nostra routine esistenziale, sempre meno possiamo sospenderla con degli a-parte sublimi cantati o recitati o mimati.
Ecco, a svolgere questa funzione è rimasta quasi solo la canzone leggera, la canzone che canticchiamo tra noi mentre andiamo, veniamo attraverso la vita. Che dunque ci aiuta a dare un senso minimo (un senso portatile, appunto) alla nostra esistenza, che ci aiuta ad universalizzare le esperienze che facciamo, a farci sentire simili agli altri, a quei tantissimi altri che anch’essi si sono ritrovati, si ritrovano e si ritroveranno in quei versi cantati, a sentirci, insomma, parte di una comune umanità.
Se io mi recito a memoria un sonetto di Petrarca o di Shakespeare mi autoelevo, per così dire, rispetto alla massa dei miei simili, mi isolo. C’è qualcosa di euforico in questo, di esaltante, anche se si tratta di versi tristi o tragici. Se invece mi richiamo dei versi di canzone leggera mi sento ‘come gli altri’, mi sento ‘come tutti’. Ecco perché la canzone deve essere per statuto orecchiabile, facile, perché solo così diventa ‘di tutti’. Ed ecco anche perché la canzone leggera è sempre al limite della musica cosiddetta cattiva, e cioè ai limiti del Kitsch: è anche e proprio perché echeggia quei modi espressivi che ci fa sentire meglio la nostra comune umanità. Credo che Proust intendesse questo quando scriveva: «Come il popolo, la borghesia, l’esercito, la nobiltà, hanno gli stessi postini, portatori del lutto che li colpisce o della felicità che colma i loro cuori, così hanno gli stessi messaggeri d’amore, gli stessi confessori prediletti. Sono i cattivi musicisti.»
Proust dice ‘i cattivi musicisti’, e certo pensava a certe romanze sdolcinate dei suoi tempi, ma, lo ripeto, io credo che più in generale possiamo intendere la musica minore, la musica pop, la canzone leggera appunto, che anche quando è bella, lo è sempre a modo suo, in un modo sentimentale, più o meno prossimo dunque al luogo comune melodico e poetico. Ma appunto questa è la sfida estetica difficile della canzone leggera riuscita: diventare un luogo comune poetico e melodico ma con grazia; usare materiali comuni e anzi di seconda mano, ma trasfigurandoli quel poco o quel tanto che diventino qualcosa di memorabile.
In altre parole, solo ai versi delle canzoni riesce oggi quella che in altri secoli riusciva anche ai versi dei grandi poeti: diventare proverbiali (si pensi a quanti versi della Commedia sono diventati letteralmente proverbi).
Penso che Frith sempre in Rock and the Politics of Memory intendesse qualcosa del genere quando scriveva che «la politica delle canzoni pop consiste in ciò che la gente fa con esse, come le persone la usano per afferrare un momento, definire un’epoca della vita […]. Se il pop offre affanni privati per un uso pubblico, esso offre anche parole pubbliche per un uso privato. I suoi effetti dipendono dalla sua capacità di risuonare attraverso le più varie circostanze» (p. 68). Insomma, se la canzone è memorabile è perché essa “risuona in noi” nelle più varie circostanze, permettendoci di “afferrare” e “definire” certi momenti fugaci della vita. Consiste in questo la funzione conoscitiva della canzone.
Nessuno meglio di Alain Resnais ha saputo cogliere questa verità nel suo On connait la chanson. I personaggi del film vivono certe situazioni più o meno comuni più o meno complicate e ad un certo punto si mettono a cantare in play back, e cioè simulano il canto ma la voce che ascoltiamo è quella di un qualche cantante famoso che intona alcuni versi di una qualche canzone che ben si presta a rendere un certo vissuto, che riesce a dare voce in modo icastico ad un’emozione. Per esempio ad un certo punto siamo a cena: marito, moglie e amico di lei. Il marito ha l’impressione che tra i due stia nascendo un amore. Cerca di nascondere la sua tristezza e va di là a preparare un caffé e ad un certo punto nel bel mezzo di quelle operazioni si mette a cantare con la voce di Aznavour: «Lui il t’observe Du coin de l’œil Toi tu t’ennerves Dans ton fauteuil Lui te caresse Du fond des yeux Toi tu te laisses Prendre à son jeu Et moi dans mon coin Si je ne dis rien Je remarque toutes choses Et moi dans mon coin Je ronge mon frein En voyant venir la fin.» È straordinario proprio questo cortocircuito tra la quotidianità minimale e la drammaticità sentimentale della canzone. Come se il personaggio grazie alla canzone trovasse il modo di dare espressione al suo disagio, di sciogliere il suo groppo interiore. Non è lui che trova la canzone, è la canzone che trova lui, questo significa la scelta del regista di trasformare i personaggi in ventriloqui. Si tratta di un procedimento irrealistico ma che ben rende la funzione realissima che hanno le canzoni nelle nostre vite. Esse sono infatti capaci di cogliere al volo certe situazioni della vita o certi stati mentali e di fissarli. Ti capita qualcosa, pensi a qualcuno, vedi un paesaggio, sei preso dentro una certa situazione, ed ecco che senza che te ne accorgi ti corre incontro, ti spunta in bocca un motivo che per una qualche associazione mentale ‘fa al caso tuo’. Si direbbe quasi che la canzone sia l’unica arte capace di intrufolarsi in qualsiasi situazione o esperienza della vita.
In effetti, quella che chiamiamo la leggerezza della canzone dipende dalla sua poca o minore complessità. La canzone infatti è meno complessa di altre composizioni, ma ciò per statuto, e non per una sorta di difetto o minorità originari. Se anzi tentasse di essere troppo complessa tradirebbe la sua vocazione, risulterebbe falsa. Va da sé, si deve trattare di una ‘certa’ semplicità, di una semplicità speciale. Le canzoni dei Beatles sono meravigliosamente semplici, e perciò sono così belle. E se sono così belle è anche perché si presentano a noi per quel che sono: canzoni, nient’altro che canzoni, da consumare in quanto tali. E i parametri secondo cui le giudichiamo belle, più belle di altre, perfino bellissime, hanno sempre a che fare con questa loro essenziale semplicità.
E questo si potrebbe dire di tante canzoni commerciali, che dunque non vanno apprezzate e giudicate confrontandole per esempio con le composizioni per quartetto d’archi. E che nemmeno vanno analizzate e interpretate alla stessa maniera con cui si analizzano queste composizioni classiche. Solo se saremo capaci di analizzare e interpretare le canzoni iuxta sua propria principia noi sapremo dare conto del misterioso fascino che da alcune di esse promana. Del fascino che spesso ci incatena ad esse e ci costringe a sentirle e cantarle infinite volte. Abbiamo insomma bisogno di approcci adatti a questi testi pop, che sappiano rispettarli nella loro specificità, senza mostrare verso di essi “alterigia estetica” (Proust), e senza d’altra parte considerarli come pure espressioni del mercato culturale o discografico, bensì provando ad afferrare e dire la loro segreta e fragile bellezza. Per farlo abbiamo bisogno di prendere a modello altre analisi di testi per così dire umili, popolari, al limite anonimi.
Sigmund Freud per esempio ha dimostrato in modo memorabile che certi motti di spirito nati nei ghetti ebraici sono fini, intelligenti, illuminanti, pur restando creazioni delle strade, della piazza o della taverna. Ha scritto a proposito di queste analisi freudiane Jacques Lacan: «…il n’est pas jusqu’aux plus méprisées dont Freud ne sache faire briller l’eclat secret» (Ecrits, p. 270). Mi interessa proprio questo: che Freud abbia saputo fare brillare per noi il segreto splendore che si cela anche nei motti “più disprezzati”. Ecco, io credo che anche in certe canzoni, e perfino in quelle più “disprezzate”, possa a volte brillare un segreto splendore, e che spetti all’interprete empatico e rispettoso sapercelo mostrare.
Ma proseguiamo questa analogia tra canzoni e motti popolari, consapevoli che nel caso del motto la riduzione al solo testo scritto di una perfomance concepita come orale e gestuale è in effetti possibile. È stato Francesco Orlando a mostrare che il libro di Freud sui motti è a tutti gli effetti un libro sulla letteratura, l’unico e il vero libro freudiano dedicato alla letteratura in quanto tale (altri suoi saggi trattano i testi come sintomi nevrotici dell’autore). E dunque senza nulla togliere alla ‘povertà’ di certi motti da lui analizzati, e cioè alla loro semplicità, per Orlando resta vero che sono da considerare come letteratura, e cioè come manifestazioni spontanee e alla portata di tutti che illuminano in modo sorprendente e inaspettato certe zone della nostra vita. Ecco, io vorrei che potessimo considerare le canzoni leggere alla stessa stregua con cui Freud considerava e studiava i motti popolari. Chi escogita un motto o inventa e canta una canzone gioca allo stesso gioco di chi concepisce un poema o un melodramma, e cioè gioca con le parole, le usa in modo alternativo a quello funzionale, pratico. È questo ‘modo speciale’ che va considerato.
Per capirlo possiamo rifarci ad una definizione di Fabrizio De André che ha chiamato il genere canzone un’arte piccola. Mi pare una buona definizione. Ma appunto, non nel senso che si tratta di un genere inferiore rispetto ad altri. Ma proprio nel senso che la ‘piccolezza’ (o leggerezza) è nella sua immanente natura di manufatto artistico. Le canzoni sono piccole, sono leggere per statuto o per vocazione. Così come i motti sono brevi e di effetto immediato per natura e statuto. Un motto di spirito troppo lungo o elaborato non funziona. Per godere di un motto non dobbiamo pensare troppo, dobbiamo invece arrivare istantaneamente alla sua sostanza, cogliere al volo la sua intenzione.
E questo vale anche per le canzoni. E che la canzone sia, almeno a livello ideal-tipico, un’arte piccola e breve, lo dimostra per esempio una operazione infelice che è stata condotta proprio sulle canzoni di De André (ma non è l’unico caso). Esse sono state montate in modo tale che la voce del cantautore, originariamente accompagnata dalla sua chitarra e da pochi altri strumenti, risulta adesso accompagnata dalla London Simphony Orchestra. Quella unità, quella totalità di musica e voce di cui abbiamo discusso sopra è stata infranta in malo modo, irrispettoso. Ad essere ‘nobilitate’ in questo modo le canzoni di De André ci scapitano, così come ci scapitano quando i loro testi, separati dalla musica e dalla voce dell’autore, vengono presentati nelle antologie scolastiche accanto a quelli di Montale. Quell’accompagnamento sinfonico non c’entra nulla con quella voce, con quel testo. Quel testo non c’entra nulla con le poesie nate per essere recitate solitariamente, mentalmente.
Ma l’analogia con i motti di spirito ci può essere utile anche per un altro motivo. Quel che Freud dimostra è che se da una parte essi assecondano, almeno superficialmente, cliché, stereotipi, pregiudizi, com’è tipico della mentalità popolare, com’è tipico di un genere che mira ad un consenso immediato, dall’altra essi li complicano, li sfumano, li rovesciano. Secondo Freud, la forza dei motti, la loro riuscita, in definitiva la loro eccellenza fa tutt’uno con questa loro nascosta finezza (quella finezza di cui i motti per così dire brutali non sono capaci). Qualcosa del genere può ed essere detto per le canzoni leggere, anch’esse sono tanto più riuscite se, nel mentre riciclano materiali melodici e poetici tradizionali e perfino frusti, come non possono non fare, ci giocano sopra, li rivisitano, ne prendono un poco di distanza. Quel che ancora voglio dire è che sì certo Mogol e Battisti lavoravano sullo stesso materiale melodico e poetico su cui hanno lavorato Albano, i Pooh, Mino Reitano, eccetera, e però lo hanno per così dire raffinato un poco quel materiale. Ma senza rinnegarlo pretenziosamente, snobisticamente, come magari hanno fatto alcuni cantautori.
Ripeto, le canzoni devono essere essenzialmente ‘facili’ e cioè appunto cantabili. Chiunque è abituato alle complessità armoniche e melodiche della musica colta non può non essere irritato da questa facilità della canzone, non può non percepirla come ‘cattiva musica’ alla maniera di Proust. Ma le canzoni sono fatte per essere popolari, sociali: …on connaît la chanson, appunto. Dire canzone e dire difficile, sperimentale, dissonante è un controsenso. Anche se non sempre ci riescono, la loro vocazione è questa: la popolarità, e anzi una popolarità commerciale, che nulla ha che fare con la popolarità premoderna. Ma ciò non toglie che come c’è il motto popolare fine e intelligente e c’è il motto popolare scontato e brutale, così c’è la canzone popolare fine e intelligente e quella stucchevole e sdolcinata. Fanno parte dello stesso genere, della stessa grande galassia musicale, certo, e le differenze, le sfumature tra le une e le altre sono spesso minime e qualche volta difficili da fissare; si pensi qui alle canzoni del tango argentino: sono spesso terribilmente Kitsch e tuttavia anche di straordinario impatto, e infine di struggente bellezza. Non solo, anche le canzoni, che ne so, di Albano e dei Pooh meritano la pietas proustiana per la “musica cattiva”, anch’esse si “sono riempite a poco a poco del sogno e delle lacrime degli uomini”. E tuttavia esistono delle differenze ed esse hanno appunto a che fare con i giudizi di valore. Vale la pena riaffermarlo: i giudizi di valore non valgono solo per l’alta cultura ma anche per la cultura di massa e per i prodotti commerciali.
Facciamo almeno un caso: Azzurro di Conte e Pallavicini, cantata in primis da Celentano. È una canzone popolare, è una canzone estiva, un grande successo commerciale, e tuttavia perché non dire che essa è anche, al pari di certi motti improvvisati, ‘geniale’? La si confronti per esempio con Luglio di Riccardo Del Turco: «Luglio col bene che ti voglio vedrai non finira’ ia ia ia ia ecc.» La canzone di Del Turco è certo simpatica e mette allegria, come simpatica è la canzone di Edoardo Vianello: «Da quando tu prendi il solleone sei rossa spellata sei come un peperone ecc.» E tuttavia esse risultano più generiche, meno separabili da un certo rumore o contesto d’epoca. Quanto più sono insinuanti, quanto più risuonano profondamente e lungamente in noi i versi cantati da Celentano: «Sembra quand’ero all’oratorio/ con tanto sole, tanti anni fa…/ quelle domeniche da solo/ in un cortile a passeggiar…/ ora mi annoio più di allora/ neanche un prete per chiacchierar…» Quel che Conte/Pallavicini/Celentano evocano in modo tanto suggestivo è il senso di vuoto di certe estati, di certe domeniche, ma anche di certi cieli, di certi cortili, di certe ‘zone’ deserte della città e della vita. E’ sì l’estate, ma allora vista ‘all’incontrario’, da un’altra prospettiva, vista da qualcuno che non partecipa alla festa collettiva; ed è dunque un’estate che si allarga a significare tanti possibili momenti di esclusione, di solitudine, di assenza, di tempo che non passa, di malinconia. Non certo vissuti vittimisticamente, ma direi anzi goduti come momenti intensi, dove si è di più con se stessi. Ribadiamolo però: Azzurro era e resta una canzone leggera, ‘solo’ una canzone, e tuttavia è migliore di altre, arriva più in fondo, e in definitiva è più bella e vera di tante altre. Come già dicevo, occorre saper e voler mantenere il criterio del giudizio di valore anche nell’ambito dell’arte commerciale, a patto poi di saper e voler valutare questo valore sulla base di quelle che sono le regole di questo genere. La voce di Bob Dylan ci piace e affascina perché canta quelle certe canzoni, non ci piacerebbe certo se, per assurdo, cantasse arie d’opera. E viceversa: la voce di certi tenori e baritoni ci piace quando cantano arie d’opera e invece ci risulta sfasata e anche fastidiosa quando si cimentano con le canzoni leggere (vedi le insopportabili perfomances pop di Pavarotti).

D’altra parte la popolarità della canzone, la sua necessaria orecchiabilità dipende anche da questo: la grande arte si è occupata sempre di meno di esprimere le emozioni e passioni primarie degli individui. La grande arte moderna è stata infatti sempre di più anti-sentimentale, anti-popolare, ‘disumana’. Mentre per molto tempo era stato possibile anche a grandi artisti come Shakespeare scrivere le forti passioni di tutti; mentre per tutto l’Ottocento sì è data una grande arte melodrammatica che sapeva essere semplice e al limite manichea raccontando di sentimenti primari e assoluti. Il grande romanzo e soprattutto l’opera lirica testimoniano di questa capacità. Soprattutto l’opera lirica che era effettivamente amata e conosciuta dalla gente comune. Di Verdi D’Annunzio poté a buon diritto scrivere che «Pianse ed amò per tutti.» Ma come dicevo questa connessione tra grande arte e sentimenti comuni si è data sempre di meno nel tempo. Sempre meno la grande arte ha saputo “piangere ed amare per tutti”. Si pensi alla poesia lirica che è forse il genere che per suo proprio statuto più di tutti si presterebbe a dare voce a queste esigenze e urgenze sentimentali, e che d’altra parte è anche il genere che nel Novecento ha sempre di meno svolto questa funzione, che si direbbe anzi la rifugga come una cattiva tentazione.
Ecco, sembrerebbe che la canzone abbia ereditato la funzione che fu del melodramma: esprimere in versi-e-musica questo bisogno originario e primario di effusione lirica dell’io. Certo, lo fa alla sua maniera, in una maniera appunto leggera, ingenua, ma lo fa. È per questo che non possiamo mostrarci alteri e sprezzanti verso di essa, che non possiamo non essere poco o tanto affascinati da essa. In quanto siamo uomini e donne comuni, uomini e donne comunemente sentimentali, abbiamo ancora e sempre bisogno di manifestare e condividere con gli altri questi nostri sentimenti semplici e estremi. Abbiamo bisogno di trovare le ‘parole’ per dirli, per esprimerli. Anche i più colti e raffinati tra noi infatti coltivano da qualche parte questi bisogni. In fondo le fantasie, i sogni, i desideri anche dei più colti fra noi sono fatti della stessa materia emozionale di cui sono fatte le canzoni.
Non è solo la canzone a svolgere questa funzione. La svolge anche certo cinema o certa narrativa commerciale. Al limite anche certi nuovi generi televisivi. Ma a me pare che la svolga più e meglio di tutti proprio la canzone leggera. Anche perché, mentre questi ultimi generi appaiono sempre più pervasivamente infiltrati dalla cattiva logica del mercato dei sentimenti (ma anche qui sarebbero necessarie distinzioni e precisazioni), ad alcune canzoni è ancora possibile rivolgersi come a “confessori prediletti”, che non ci tradiranno, che non ci faranno vergognare. Ascoltandole ci si può ancora abbandonare al piacere della rima cuore/amore, o di altre rime facili, senza per questo sentirsi sminuiti dal punto di vista estetico. Certo, se e in quanto sono canzoni leggere pagano un prezzo a quella logica, sono cioè merci, sono sempre poco o tanto puttane, fatte per essere vendute e comprate, ma spesso brilla in esse ancora, e sia pure a tratti, un po’ di utopia ingenua, l’utopia di un paradiso qui su questa terra, di una possibile riconciliazione. Con le parole di Proust che adesso citeremo diremo che esse “ci fanno presentire l’altro mondo” nel “mentre ci fanno gioire o piangere in questo”:

Un certo ritornello insopportabile, che ogni orecchio ben nato e ben educato rifiuta all’istante di ascoltare, ha accolto in sé il tesoro di migliaia di anime, conserva il segreto di migliaia di vite, di cui fu la viva l’ispirazione, la consolazione sempre pronta, sempre aperta sul leggio del pianoforte, la grazia sognante e l’ideale. Certi arpeggi, una certa “ripresa” han fatto risuonare nell’anima di più di un innamorato o di un sognatore le armonie del paradiso o la voce stessa dell’amata. Uno spartito di mediocri romanze, consumato per aver troppo servito, deve commuoverci come un cimitero o come un villaggio. Che importa che le case non abbiano stile, che le tombe scompaiano sotto le iscrizioni e gli ornamenti di cattivo gusto. Da questa polvere può levarsi in volo, davanti ad una immaginazione abbastanza benevola e rispettosa da mettere a tacere un attimo la sua alterigia estetica, lo stormo delle anime recanti nel becco il sogno ancora verde che faceva loro presentire l’altro mondo, e le induceva a gioire o a piangere in questo.

Prima parte l’11 marzo; terza e ultima parte il 14 marzo.

Aristotele e l’inconscio: il pensiero di Ignacio Matte Blanco

matte blanco.
La rappresentazione freudiana della psiche umana è fondata su una sorta di metafora archeologica, stratigrafica: in superficie troviamo la coscienza, al di sotto il pre-conscio, pronto a sua volta a farsi coscienza, e ancora più sotto, sepolto, l’inconscio. Una spazializzazione in profondità, che sfrutta un dominio semantico concreto per rappresentarne uno astratto : come fanno le metafore, appunto. Ignacio Matte Blanco, psicanalista cileno (Santiago del Cile, 1908- Roma, 1995), ha sviluppato il pensiero di Freud contestando questa topografia della psiche, e spostando l’attenzione da un problema di localizzazione ad un problema di qualità. La grande proposta di Matte Blanco è l’idea che il pensiero umano sia il risultato dell’interazione e della relazione tra due logiche : la logica simmetrica e la logica asimmetrica.

La prima vive la realtà come una Totalità omogenea e indivisibile, in cui governano il principio di generalizzazione (che tratta l’elemento singolo come se fosse la categoria) e il principio di simmetria (che produce la reversibilità delle relazioni : A>B è dunque al tempo stesso B>A). Al contrario, la logica asimmetrica, che corrisponde a quella classica e aristotelica, ci permette di distinguere e analizzare gli oggetti della nostra esperienza, vista come una successione discreta di elementi. Matte Blanco chiama bilogica la combinazione di queste due modalità di pensiero opposte e complementari. La ragione ha bisogno di relazioni asimmetriche, mentre la natura dell’emozione è simmetrica, ma c’è dell’emozione nella ragione, e della ragione nell’emozione : altrimenti detto, le due logiche coesistono in modo inseparabile. A livello cosciente, è l’asimmetria che prevale, e dunque la divisione del mondo, l’individualità dell’io, la legge di non contraddizione. Man mano che ci si avvicina all’inconscio, aumenta la simmetria e, con essa, la confusione degli elementi : il soggetto è identificato con l’oggetto, l’individuo con la categoria, la realtà eterogenea diventa uniforme.

La logica simmetrica è evidente nell’esperienza dell’amore, che comporta l’equivalenza assoluta degli amanti (« Senza te non esisto »), e l’estensione dell’altro fino a coprire l’insieme infinito della sua classe (« Per me sei tutte le donne/tutti gli uomini del mondo »). Un insieme è infinito quando contiene un numero infinito di elementi distinti : la simmetria inconscia produce l’identità degli elementi al suo interno, e la corrispondenza di ogni elemento con l’insieme (rimando al titolo più importante di Matte Blanco, L’inconscio come insiemi infiniti, Einaudi). L’oggetto d’amore assume dunque un valore illimitato, contro ogni obiettività : per questo Freud definirà l’esperienza amorosa come un delirio di breve durata ; in termini matteblanchiani, possiamo invece considerarla un predominio momentaneo della logica simmetrica.

Un’altra equivalenza sorprendente che si dà per via simmetrica è quella tra il pensiero e l’azione, alla base dell’attitudine primitiva e superstiziosa. L’idea fallace che i riti possano modificare il mondo dipende proprio da una confusione tra il soggetto e la realtà, che produce il pensiero magico (mentre la loro separazione è la condizione del sapere scientifico). Va messa in risalto la corrispondenza tra l’infanzia dell’umanità e l’infanzia degli individui : quando si è piccoli, ancora incapaci di agire concretamente sul mondo, la nostra vita psichica è dominata dall’illusione che le sole fantasie possano avere conseguenza fattuali (per scongiurare la morte dei genitori, i bambini improvvisano spesso filastrocche, conte, e altre pratiche del tutto simili a gesti apotropaici). Nell’età adulta impariamo che il pensiero non può avere agganci diretti con la realtà, ma si tratta di una conquista precaria, pronta a rovesciarsi : lo dimostra ad esempio la tendenza diffusa alla scaramanzia, che caratterizza anche persone di norma ragionevoli. Notiamo però che c’è sempre del metodo (cioè delle regole) in questa follia.

La grande originalità di Matte Blanco consiste insomma nell’aver definito come una logica « altra » quella parte della nostra vita interiore che viene di solito ritenuta irrazionale. Consideriamo una manifestazione psichica in cui la logica simmetrica ha piede libero : il sogno. Nel mondo onirico, una cosa può essere al tempo stesso un’altra, un persona può essere viva e morta senza nessuno scandalo, un luogo può rivelarsi familiare e sconosciuto pur restando lo stesso luogo. Al vaglio immediato della ragione, il sogno possiede la parvenza dell’assurdità, dell’incoerenza, perché troppo alta è la densità della simmetria al suo interno. Soltanto il diretto interessato, cioè il sognatore, sente che il sogno funziona, perché possiede nella propria emotività le connessioni messe in gioco (occorrerà il lavoro di interpretazione per renderle coscienti). La logica notturna, così diversa da quella diurna, risulta però caotica e inaccettabile per qualcuno che non sia il soggetto onirico : ecco perché un sogno raccontato non piace quasi mai.

Provo adesso a spiegare meglio i due principi che governano la logica simmetrica, cercando di distinguerli, per quanto lavorino spesso insieme. Il principio di generalizzazione è facilmente riscontrabile nell’esperienza quotidiana, ad esempio nei sentimenti razzisti, per i quali un individuo diventa l’intera etnia (come si vede, non siamo affatto lontani dalla dinamica dell’amore) : questo principio non va confuso con il metodo induttivo, che dal particolare risale a leggi generali su base scientifica, e non produce l’identità tra l’elemento e la classe. Il principio di simmetria spiega invece ottimamente l’assenza di temporalità che caratterizza l’inconscio, un’assenza che già Freud aveva evidenziato. La successione temporale presuppone infatti l’esistenza di momenti distinti : soltanto attraverso l’asimmetria possiamo pensare il Tempo nel senso fisico-matematico del termine, come una serie lineare di singoli eventi. Il principio di simmetria, invece, produce l’identità tra una relazione e il suo inverso, e tratta le relazioni asimmetriche in modo simmetrico : ogni momento accade insieme prima e dopo l’altro, il concetto di successione scompare. La struttura psichica profonda, dominata dalla simmetria, rimane dunque indifferente al Tempo.

Francesco Orlando si è interrogato sulle possibili applicazioni della teoria matteblanchiana alla critica letteraria, adoperando soprattutto il principio di generalizzazione. Le grandi opere letterarie mobilitano infatti grandi classi di significato, che non coincidono strettamente con la lettera: il dato empirico del testo ci rimanda sempre a categorie più ampie e universali, che continuano a risuonare attraverso i confini e le epoche. La gloria (più o meno) inalterabile del capolavoro non potrebbe spiegarsi se non considerando questo allargamento di senso, che riguarda al tempo stesso il libro e la sua ricezione. Nell’analisi del Gattopardo (vedi L’intimità e la storia, Einaudi), Orlando ci mostra come il grande romanzo di Lampedusa metta in scena qualcosa che oltrepassa la semplice realtà locale : la Sicilia del Principe di Salina, destinata ad essere irrimediabilmente modificata dall’unità nazionale, rappresenta la condizione di tutte quelle periferie del mondo che un centro propulsore si appresta ad investire della sua forza innovatrice. Il punto di vista è interno ad una classe morente, quella aristocratica, nel momento di passaggio verso la nuova società borghese ; una classe in progressiva e irrimediabile perdita di potere e di prestigio, e pur tuttavia ancorata a una propria identità fuori della storia. La perifericità è la grande classe logica che il Gattopardo esplora, una condizione universale e dunque comprensibile bel oltre il contesto regionale del romanzo. Quest’ultima constatazione va contro le varie etichette di sicilianità e sicilitudine, usate a sproposito come metro di valore, e diventate ormai ingombranti e stucchevoli.

Ritorno per concludere al pensiero vero e proprio di Matte Blanco, ribadendo che le due logiche vanno sempre immaginate in connessione : anche nel discorso più razionale e controllato possono darsi tracce di simmetria, così come nell’emotività più sfrenata sopravvive una qualche distinzione delle parti. Soltanto al livello più profondo dell’inconscio bisogna postulare un essere puramente simmetrico, lo stato originario dell’uomo prima di raggiungere la coscienza asimmetrica di sé. Non sarà sfuggito che il mio linguaggio è ricaduto spesso in quella metafora spaziale che avevo contestato all’inizio. Questa contraddizione dimostra in fondo l’importanza dell’asimmetria quando argomentiamo in modo lucido, la necessità irriducibile di analizzare e distinguere (divide et impera assume così un significato logico, oltre che militare…). Per parlare dell’inconscio, occorre essersi separati da esso. Così Aristotele continua a mettere ordine anche laddove in verità prevale un’altra logica.

@Andrea Accardi

Le Malade imaginaire – Una strana ipocondria sentimentale (seconda e ultima parte)

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Il malato immaginario ha, evidentemente, paura di ammalarsi, ma per quale motivo? Semplicemente, per il corollario di qualunque malattia: la morte. Perché abbiamo paura delle malattie? Perché non vogliamo morire. Questa pièce è stata così definita “une authentique comédie de caractère, la plus hardie qu’on ait jamais imaginée: la comédie de la peur de la mort.”1 La paura della morte determina l’impossibilità di concepirla, e, quindi, l’incapacità di esprimerla: quando l’idea si affaccia appena, se pure in assenza di qualsiasi minaccia reale, la risposta di Argan oscilla dal tono querulo, lamentoso, al terrore, senza riuscire mai a mostrare un contegno adulto di fronte alla propria angoscia. Le cure costanti sono per il malato un modo per non porsi il problema, per lasciare che gli altri, i medici o i familiari, lo affrontino per lui. Allo stesso modo del bambino, quando Argan viene lasciato solo, si sente già in pericolo: così accade nella prima scena, quando nessuno risponde ai suoi richiami (“ah, Mon Dieu! Ils me laisseront ici mourir”2). Perché il personaggio non sa rassegnarsi alla salute, che pure gli appartiene? Perché per vivere bisogna concettualizzare la fine, sapere che esiste un termine. Il malato invece, abbozzolato nella propria nevrosi, preferisce ritardare indefinitamente il confronto mentale con la morte, molto prima di quello fisico. In questo senso, la ritualità delle cure gli consente un confronto non autentico, ma continuo, come se prestando bene attenzione, ad ogni istante, il pericolo venisse sventato; vivere, invece, significherebbe averci pensato una volta e basta, rimanendo così esposto ed inerme, senza fare più nulla per proteggersi. Questa è l’impasse del malato immaginario: un “sasso” che ostruisce la sua rappresentazione del mondo. Evocando la morte ad ogni occasione, come se fosse davvero alle porte, si illude di sconfiggerla, di uscirne vivo ogni volta, e così, solo in quel preciso momento, la esorcizza: tante finte morti per un finto malato. Basta un litigio con Toinette, e Argan già intravede la tragedia: “Mamour, cette coquine-là me fera mourir”3, che in bocca al malato immaginario non è un modo di dire… Di fronte alle minacce di Monsieur Purgon, prende tutto alla lettera, cade nel panico, e accusa l’innocente Béralde, com’è tipico del bambino, che vivendo al di qua delle responsabilità, ha sempre bisogno di un colpevole (“Ah, mon Dieu! Je suis mort. Mon frère, vous m’avez perdu. (…) Je n’en puis plus. Je sens déjà que la médecine se venge. (…) Il dit que je deviendrai incurable avant qu’il soit quatre jours.”4).
C’è una scena in cui Louison, la figlia piccola, alla vista del frustino, finge di essere morta, gettando il padre nello sgomento (“Ah, ma fille! Ah! malheureux, ma pauvre fille est morte.”5). Secondo Garapon, “s’il perd ainsi tout contrôle de lui-même, c’est qu’il a sous les yeux l’image de la mort, spectacle qu’il est hors d’état de supporter”6: certamente la morte è per Argan uno scandalo inaccettabile, per le ragioni dette, più che per il resto degli uomini, ma mi sembra troppo estremista dimenticare che la morte (apparente) che tanto lo impressiona in questo caso è quella di sua figlia… Come già ricordato per Angélique, Argan non è capace di essere un padre adulto, ma resta pur sempre un padre, e di natura tenera, come sappiamo… un padre bambino, se si potesse dire.
È invece ipocondria pura, e pezzo di teatro esilarante, quando Argan, al momento di simulare la propria morte per ingannare Béline, ha un attimo di esitazione superstiziosa:

N’y a-t-il point quelque danger à contrefaire le mort?7

Si raccoglie in questa battuta tutta la credenza, infantile e primitiva, che i riti possano modificare la realtà, e che la morte non sia un dato ineluttabile dell’esistenza, ma qualcosa da scongiurare attraverso l’esatta esecuzione di una procedura. A procedura sbagliata, possono corrispondere effetti indesiderati: in quest’ottica, il dubbio di Argan è legittimo. Anche qui siamo lontanissimi da un’idea della morte maturata e acquisita.
Eppure, il testo presenta anche una dimensione agonistica: non mi riferisco ai momenti comici di demistificazione della morte, che pure sono gustosi, ma sempre affidati agli altri personaggi, e non al malato (Toinette, travestita da medico, racconta di un’improbabile visita ad un paziente ormai defunto, per “voir ce qu’il aurait fallu lui faire pour le guérir”8). A sorpresa, esiste anche un Argan capace di pensare alla morte senza brividi, di affrontarne la possibilità, e dunque parlarne con fermezza: questo atteggiamento adulto coincide proprio, non a caso, coi momenti in cui il sentimento di Argan per Béline è scoperto. È arrivato il momento di vedere quando e come accade tutto questo.

Nella commedia c’è una scena, trascurata dalla critica, in cui Argan fa a Béline una promessa precisa:

Pour tâcher de reconnaître l’amour que vous me portez, je veux, mon coeur, comme je vous ai dit, faire mon testament.9

Poichè la moglie esibisce una finta riluttanza (“Hélas! Je ne suis point capable de parler de ces choses-là.”10), tocca al malato intavolare la discussione col notaio, e neppure gli impedimenti di tipo giuridico sembrano scoraggiarlo (“Voilà une Coutume bien impertinente, qu’un mari ne puisse rien laisser à une femme dont il est aimé tendrement, et qui prend de lui tant de soin. J’aurais envie de consulter mon avocat, pour voir comment je pourrais faire”11). Argan mostra una grinta inattesa, su un territorio che pensavamo per lui impraticabile: la posterità. Il suo egoismo ipocondriaco sembra trovare nell’amore per Béline una strana eccezione, e questo amore, all’interno della pièce, risulta l’unico espediente a disposizione del malato per parlare della morte. Argan vorrebbe intestare alla donna tutto il patrimonio, peraltro diseredando i figli (ecco che l’egoismo, uscito dalla porta, rientra prepotentemente dalla finestra: “Comment puis-je faire, s’il vous plaît, pour lui donner mon bien, et en frustrer mes enfants?”12). Questo significa che in quel frangente è riuscito a concettualizzare la prospettiva inevitabile di non esserci più un giorno, a considerare il mondo dopo la propria scomparsa: il coraggio che gli mancava di fronte ai sintomi illusori del suo presente da ipocondriaco, si manifesta a sorpresa rispetto ad un futuro in cui lui non è più previsto. Mi sembra forte la contraddizione tra l’Argan in preda ai tremori, e quest’altro freddo e risoluto, che cerca di sistemare la propria eredità: la cosa più sorprendente è che ciò avviene a dispetto del suo egoismo sulla carta insuperabile, in nome di una passione che sembra davvero autentica.
Se leggiamo il dialogo tra Argan e Béline, tenendo ferma l’ipocrisia di quest’ultima, non possiamo evitare di riconoscere nelle parole del malato una sincera commozione, che lo porta ad un’affermazione paradossale:

BÉLINE: Mon Dieu! Il ne faut point vous tourmenter de tout cela. S’il vient faute de vous, mon fils, je ne veux plus rester au monde.
ARGAN: Mamie!
BÉLINE: Oui, mon ami, si je suis assez malheureuse pour vous perdre…
ARGAN: Ma chère femme!
BÉLINE: La vie ne me sera plus de rien.
ARGAN: Mamour!
BÉLINE: Et je suivrai vos pas, pour vous faire connaître la tendresse que j’ai pour vous.
ARGAN: Mamie, vous me fendez le coeur. Consolez-vous, je vous en prie.13

La tensione era talmente forte che il malato è giunto ad immaginarsi… già morto, e da questo punto di vista irreale, da questa finestra impossibile cerca di consolare la moglie. Questo momento della pièce corrisponde ad una rivoluzione nell’economia del personaggio: all’improvviso, l’ingorgo di rappresentazione che avevamo ravvisato in Argan si è liberato di colpo, al punto da stravolgere per un istante la sua visione della realtà. Solo l’intervento di una terza persona, non coinvolta direttamente, può ripristinare lo stato delle cose, e la perplessità del notaio è ad altissimo effetto comico:

Ces larmes sont hors de saison, et les choses n’en sont point encore là.14

Ma la tensione spezzata dalle parole del notaio, riprende miracolosamente dal punto in cui si era interrotta:

BÉLINE: Ah! Monsieur, vous ne savez pas ce que c’est qu’un mari qu’on aime tendrement.
ARGAN: Tout le regret que j’aurai, si je meurs, mamie, c’est de n’avoir point un enfant de vous. Monsieur Purgon m’avait dit qu’il m’en ferait faire un.15

Il riferimento in seconda battuta alle responsabilità di Monsieur Purgon è tanto inopportuno quanto ridicolo, e si ride perché il malato qui confonde la propria vita coniugale con la terapia, rispetto alla quale non ha più alcuno spazio privato: colpa della malattia immaginaria, che agli occhi di Argan lega fra loro i medici e le donne, estende la parola clinica ad ogni aspetto dell’esistenza. Ma non si può trascurare la prima dichiarazione, che è fondata su un “quando non ci sarò più” inconciliabile con l’egoismo ipocondriaco. Non ci sono più dubbi, la struttura stessa del personaggio in questa scena si è modificata: questo amore che va al di là della morte è tutto versato sul proprio oggetto. La libido che sapevamo ritirata dal mondo esterno è invece nuovamente a disposizione dell’altro da sé: non più dunque l’amore narcisista dell’ipocondriaco, ma un sentimento che resiste alla scomparsa del soggetto. La maturità dell’amore si misura proprio dall’improvvisa irrilevanza del moi: come l’amante sacrifica la propria individualità, così l’Argan del testamento scompare dietro Béline. Il riferimento ad una progenie che gli sopravviverà (“…un enfant de vous…”) ci proietta in uno spazio disabitato da quell’“io” immenso, che risultava inscindibile dalla propria mania; il narcisismo residuale, insito nella speranza di sopravvivere attraverso i figli, non confligge più col principio di realtà. L’ossessione della morte e il sentimento si escludono quindi a vicenda: quando il sentimento va in risalto, la malattia si interrompe; quando la malattia riparte, il sentimento si nasconde. Quell’ impossibile da dire e pensare che era la morte per il protagonista, diventa alla portata dei suoi discorsi solo attraverso Béline, che è l’unico personaggio rispetto al quale l’esistenza di Argan può diventare subalterna. Questa abdicazione è ravvisabile, se pure in filigrana, anche in un’altra scena; Béline sta per allontanarsi per un affare in città, ed Argan le si rivolge in questo modo:

Adieu, mamie. Voilà une femme qui m’aime…cela n’est pas croyable.16

In questa incredulità si conta tutta l’angoscia dell’amante, che dubita di essere ricambiato, tanto più forte è il sentimento che prova. E un amante, per definizione, non trattiene il proprio sentimento (la propria libido), ma lo indirizza fuori di sé: non ci aspettavamo questo da un ipocondriaco, eppure il testo ce lo rivela. Devo allora rovesciare le premesse di partenza, e definire la passione di Argan per Béline in termini di “libido oggettuale”, che nell’innamoramento “si presenta come una rinuncia del soggetto alla propria personalità in favore di un investimento d’oggetto”17: siamo all’opposto rispetto a quell’inerzia emotiva, a quell’incapacità di amare che ci aspettavamo dal protagonista.
Insomma, se Le Malade imaginaire, fin dal titolo, sembrava in grado di soddisfare un modello caratteriale preciso, bisogna ammettere invece che l’ortodossia freudiana viene smentita: l’amore di Argan per Béline è certamente un’anomalia psicologica rispetto al suo stato d’ipocondriaco, perché è un amore che oltrepassa la morte del soggetto. Le ragioni di questo sentimento vanno ricercate tra le pieghe della costruzione del personaggio; questa passione disinteressata, assai difficile per un ipocondriaco, agisce a livello di rappresentazione del mondo: solo attraverso la femme il malato può, all’interno dell’opera, pensare alla morte, immaginarla dietro la malattia; solo attraverso il personaggio di Béline, Argan riesce ad avere un rapporto familiare con quel concetto altrove interdetto. Il personaggio “bambino” del malato assume, per poco, un’attitudine adulta, e quel poco basta a farlo evadere dai margini ristretti della macchietta: questa commedia ci fornisce così tra le righe gli indizi di un sentimento vero e positivo, nonostante ogni mania, al di là di ogni mania.

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@Andrea Accardi

Prima parte: https://poetarumsilva.wordpress.com/2012/10/29/andrea-accardi/

1 Robert Garapon, Le dernier Molière: des Fourberies de Scapin au Malade imaginaire, Société d’édition d’enseignement supérieur, Paris, 1977, p. 179.

2 Molière, op. cit., p. 50.

Ivi, p. 82.

Ivi, p. 207-208.

Ivi, pp. 168-169.

6 R. Garapon, op.cit., p. 183.

7 Molière, op.cit., p.229.

Ivi, p. 223.

Ivi, p. 86.

10 Ivi, p. 88.

11 Ivi, p. 89.

12 Ivi, p. 90.

13 Ivi, pp. 91-92.

14 Ivi, p. 92.

15 Ivi, pp. 92-93.

16 Ivi, p. 158.

17 Freud, op. cit., p. 20.