franz krauspenhaar

Anticipazione: Paolo Castronuovo, LABIALI

castronuovo-labiali
Non parlerò del sud, e delle friselle da salvare
degli operai che urlano e fanno straordinari
per non stare a casa con figli e mogli isteriche
vorrei questo sud ardesse di più con le polveri e i petroli
che togliesse la maschera stupida che indossa
in questa disperata ossessione di rivalorizzare il territorio

io sono per la distruzione, per lo sfacelo delle cose
il degradarsi di una rupe che segue il suo percorso
la lapide spaccata dalle rose posate
la slavina di sperma tra le gambe
quando è ormai troppo tardi
e la poesia è appena stata fecondata.

.

La giusta ipocrisia
due sorsi di passeggiata prima di portarti in camera
legarti al mio desiderio di scrivere in versi la carne
senza estrarmi dal respiro
Il poeta è l’inspirazione polmonare sputata d’un fiato
un flusso orizzontale espanso
non ha gradini come lo scrittore
il poeta non è verticale
è sempre sul letto di morte
in sudari di fogli e cateteri di penne
assume la chimica pur odiando la matematica
non ha religione o credo politico, ha solo occhi
canne da pesca lunghe
che attraggono l’illuminazione necessaria da qualsiasi abisso
e tu in una foto nel portafoglio
sbiadisci a ogni seduta.

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(altro…)

Franz Krauspenhaar, Grandi momenti

libro-2Franz Krauspenhaar, Grandi momenti, Neo edizioni, 2016, € 13,00

Finirò male. La morte mi raggiungerà, e così imparerò a cercare un passato che non esiste più. Che ora come ora non è mai esistito.

L’ultimo romanzo di Franz Krauspenhaar si rivela come una mano aggrappata stretta a un passato da cui si ha il  terrore folle di staccarsi. Tralasciamo il fatto che GRANDI MOMENTI presenti tracce di elementi autobiografici (costante del lavoro di F.K.) perchè ciò al fine della nostra lettura non ha alcuna importanza. Franco Scelsit, il protagonista, scrittore di successo in terapia riabilitativa perchè sopravvissuto a un infarto, raccoglie in sé un malessere che è maledettamente generazionale e che trova la sua maledizione nel non potere essere terapeuticamente condivisibile. Il perché F.K. ce lo disvela con consapevolezza, pagina dopo pagina, scavando con abile puntiglioso cinismo nell’impossibilità di un’intera generazione di “maturare”. Si rimane così saldamente aggrappati a oggetti, abitudini, necessità di un’eterna adolescenza che si è nutrita dell’illusione di simboli che rimangono ancora, seppur mnemonici, necessari perché si è semplicemente impossibilitati a liberarsene, terrorizzati dall’atto maturo del riconoscerli definitivamente come “transizionali” e renderli così tali. Ma se gli oggetti e le relazioni famigliari restano ancora rassicuranti è la musica a infierire sulle poche certezze; la colonna sonora quotidiana di Scelsit che attraversa altre epoche da Van Halen a Chet Baker, allieta ma intristisce al contempo, rendendo sempre più stantia e polverosa una “memoria” che è ogni giorno tanto pesante quanto distaccata da una realtà che il protagonista riesce a malapena a sfiorare. Sono rari gli “oggetti” presenti in questo libro. Le mani di Franco Scelsit si stringono adolescenziali al volante di macchine veloci, lussuose; status symbol di una “gioventù” che è già trapassata, (siano i celluloidi anni 70 o la Milano paninara) realizzando così ucronicamente quel “voglio ma non posso” e contemporaneamente assolvendosi dall’impossibilità, l’inettitudine, la mancanza di strumenti autonomi per definire un nuovo punto di riferimento o una nuova ambizione da realizzare. Il piacere si identifica in un percorso che possa anche non avere una meta oltre il girare e il girarsi attorno.

Non sto mentendo, stavolta. Il rumore della Jaguar supera i 90 decibel. Sono incapsulato in lamiera e rumore, come se stessi viaggiando alla velocità della luce su una traiettoria immaginaria diretta a casa mia, l’ultimo dei pianeti abitati. (altro…)

Riletti per voi #8. Era mio padre, Franz Krauspenhaar

era mio padre

“Lo vedo tornare indietro, il costume nero, i capelli ancor più attaccati al cranio, la pelle abbronzata, il suo Rolex d’oro a luccicare nel sole del pomeriggio, il suo solito sorriso dolcemente enigmatico; per me è un dio, è un idolo, è Nettuno. Junghianamente, il padre è l’idolo invincibile, e quando muore, così è per tutti, se ne va un grosso pezzo di mondo, il pezzo corazzato a qualsiasi urto del destino. Quell’uomo affascinante che veniva fuori dalle onde della magnifica Tonnara col suo passo muscoloso era il mio dio, e io non potevo che credere in lui: nella sua possanza, nella ragione delle sue parole, nella sua saggezza che esprimeva anche nei gesti. Il figlio accetta di non discutere il padre non per imposizione, ma per imposizione dell’idolo che è in lui. E ucciderlo davvero, quest’idolo, è affare che può durare una vita. Ma va fatto; io credo che l’idolo vada finalmente abbattuto per centrare meglio se stessi, e superare quell’inevitabile complesso d’inferiorità che ci sommerge a volte come una maledizione.”
Confrontarsi con il proprio padre significa scoprirsi, ed è una scoperta vertiginosa e sconvolgente, non i protagonisti della propria vita, ma semplicemente i deuterantagonisti, dei comprimari del protagonista, della figura paterna che ha determinato quello che siamo e dalla quale dipendiamo per essere quel che saremo da adulti (perché sentirsi adulti è un lavoro mai compiuto, come sentirsi uomini). Se la voce del padre ha risposto alla domanda: “Papà, che macchina è?”, se i suoi occhi ci hanno guardato, se il suo sguardo severo o bonario si è posato su di noi, allora noi, quei bambini che siamo stati, potremo diventare a nostra volta qualcosa, qualcuno, a prezzo però di dover combattere nel e contro l’esempio paterno che agisce dentro di noi; viceversa, se quello sguardo non si è mai posato, non saremo niente e dovremo rinascere a noi stessi per continuare a vivere. Nell’uno e nell’altro caso esistere significa ingaggiare un corpo a corpo amoroso e mortale con l’ombra che accompagna il nostro cammino, con chi ci ha indicato la strada, anche quando non lo ha fatto e forse ancor di più, senza che noi avessimo potuto chiederglielo. Il padre è ciò da cui proveniamo, è il peso più grande, ed è ciò a cui torniamo, il più delle volte senza saperlo e senza volerlo consciamente, perché le maledizioni e le colpe dei padri, come gli esempi, ricadono sui figli e questa è una verità difficilmente smentibile.
Il romanzo Era mio padre di Franz Krauspenhaar (Fazi, 2008) si confronta in un’anamnesi personale e familiare, in cui l’autore si pone a cuore aperto verso il lettore sfidandolo a seguirlo fino al termine del suo viaggio, con il groviglio irrisolto che ogni padre è nella vita del figlio. E questo groviglio è reso con una scrittura densa con passaggi di una chiarezza cristallina, anche se il più delle volte la scrittura sembra sull’orlo di collassare in un’imprecazione, in un’invettiva, in un urlo e sicuramente in questo bilico del dire la scrittura di Krauspenhaar offre la sua cifra più peculiare e affascinante: al tempo stesso potente e precisa.
Il libro è un continuo tornare alla memoria paterna (il passato è passato, si dice. Come si può credere a una idiozia del genere? Il passato è qui, ora, perché noi siamo passato, noi siamo il passato, il passato passa all’esterno ma rimane nel nostro interno notte – e notte – giorno e notte; il passato ci sveglia nei sogni.), a questo padre finito troppo presto, ma in maniera né memorialistica né elegiaca, ma spietata,di un amore spietato, che si riconosce tale nel porre la verità davanti a tutto, nel sottrarre i ricordi al fumo dolce ma stordente dell’oblio. Ma è soprattutto un ritrovare se stesso da parte dell’autore attraverso il confronto serrato con ciò che il padre è stato e ha rappresentato nella vita, quasi che, risalendo la corrente del tempo e del divenire, attraverso la figura paterna, gli eventi che essa ha attraversato – in particolare la seconda guerra mondiale, in cui l’autore quasi si identifica con il padre combattente, pur cogliendone la distanza e in parte sentendosi inadeguato al confronto, e l’immediato dopoguerra di fame e di speranza, e oltre ancora, nella figura del nonno tedesco dei Sudeti, mai conosciuto, fino ad arrivare all’etimologia del cognome e delle sue origini – si potesse trovare un filo, una ragion d’essere, una radice che possa giustificare quell’irripetibile casualità che lo scrittore sente di essere (A volte penso che quel pomeriggio tu e la mamma avreste potuto fare qualcos’altro, rimandare. Potevi farti una sega, Karlo, ma a pensarci bene: perché darsi all’autoerotismo quando si ha a disposizione una donna che ti ama?). Attraverso l’inseguirsi reciproco del tempo della memoria, del tempo della vita e del tempo della scrittura, quasi in una spirale ctonia, il protagonista autore narratore ingaggia un corpo a corpo con la sua esistenza presente (In questo alveo svuotato che è il mio adesso), il senso del suo stare al mondo, il senso stesso della scrittura e della sua vocazione di scrittore, la memoria personale e paterna. È come se padre e figlio si rubassero la scena, in un dramma a due in cui comprimari sono le altre figure familiari che fungono quasi da coro rispetto al dramma o, come nel caso del fratello Stefano – al tempo stesso doppio del fratello scrittore e del padre suicida, ma anche irriducibile ai due – anticipassero il finale tragico del libro. Sembra quasi che il figlio per affermarsi debba continuamente sovrapporre la sua vita a quella del padre, per coglierne analogia e differenze, per capire, infine, se l’esistenza che si trova in sorte valga fino in fondo la pena di essere vissuta. Se valga la pena di essere vissuta e scritta in un’estate milanese afosa e plumbea che cede il passo ad un autunno di scrittura e di anamnesi dolente e lucida, in cui i giorni trascorrono uguali e implacabili, dove le ombre del passato e i fantasmi del presente, sotto forma di donne, amici, familiari, luoghi, riti solitari si presentano per un redde rationem definitivo. Per scoprire, in ultimo, che il padre, la distanza che ci separa da lui, è l’unità di misura in base alla quale misuriamo noi stessi e il mondo e, percorrere la distanza che il padre stesso è, superarla attraverso un libro o attraverso un altro percorso, uccidere simbolicamente il proprio padre, è l’unico modo per rimanere autenticamente fedeli alla sua figura, al rito che ci legava a lui come al nostro idolo; la domanda continuamente posta dall’autore da bambino al padre: Papà, che macchina è?

© Francesco Filia

Questo articolo è apparso su Nellocchiodelpavone il 10 giugno 2012

Franz Krauspenhaar – Le monetine del Raphael (recensione di Martino Baldi)

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Franz Krauspenhaar – Le monetine del Raphael (recensione di Martino Baldi) – Gaffi Editore – 2012 – € 17,00

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Siamo ormai quasi a un quarto di secolo da quel fatidico 29 aprile 1993 in cui Bettino Craxi, ex leader del Partito Socialista Italiano ed ex Presidente del Consiglio, travolto dagli scandali di Tangentopoli e destinatario di decine di avvisi di garanzia, presentò la propria autodifesa al Parlamento, che negò col proprio voto ai magistrati l’autorizzazione a procedere nei suoi confronti. Il giorno dopo, mentre in tutta Italia si moltiplicavano le manifestazioni di dissenso, all’uscita dall’Hotel Raphael, la sua residenza romana, Craxi veniva accolto da una folla inferocita che lo bersagliò con ogni genere di insulti e di oggetti, e soprattutto con una pioggia di monetine divenuta proverbiale.

È passata molta acqua sotto i ponti da quella stagione che ha rivoluzionato la vita (non solo politica) italiana e se è vero che qualcuno ne ha pagato le colpe, che qualcun altro ne ha raccolto i frutti e che è stato scritto molto sulle vicende giudiziarie di quegli anni, è altrettanto vero che è mancata forse una profonda riflessione su cosa sia stata, dal punto di vista collettivo, la stagione del “socialismo rampante” e quella, successiva e repentina, della sua caduta. Perché – questo afferma con decisione Krauspenhaar, sulla filigrana della sua narrazione – il fenomeno del craxismo, del socialismo rampante, della “Milano da bere” è stato proprio una delle numerose manifestazioni di un carattere nazionale, di un popolo che rimuove i propri errori collettivi e i propri traumi sempre attraverso la figura del capro espiatorio, predisponendosi così da un giorno all’altro a indossare, anche in buona fede, la casacca più confacente al momento, più comoda per la propria falsa coscienza; come il padre del protagonista di questo romanzo, militante fascista durante il fascismo e convinto e appassionato comunista sin dal giorno dopo la caduta del regime.

Le monetine del Raphael narra la vicenda di Fabio Bucchi, un pittore di talento che negli anni Ottanta, per veder riconosciuta la propria arte, si piega a compromessi e collusioni (legali ma moralmente discutibili) con la nuova classe dirigente socialista capitanata da Bettino Craxi. Il tutto è raccontato in prima persona dal protagonista, ormai vecchio e malato, accudito da una giovane badante, in un flashback continuo che non si ferma agli anni Ottanta ma ricostruisce tutta la propria vicenda a partire dall’infanzia di povertà del dopoguerra fino ai giorni nostri. Si disegna così una autobiografia estremamente privata, quasi proibita, che però è, allo stesso tempo, anche la storia di un uomo nella Storia: la nascita e la coltivazione della propria arte nei pochi momenti liberi dalle ore di fabbrica a Sesto San Giovanni, le amicizie, le relazioni quasi d’amore, le solitudini, le intuizioni e gli errori; e poi la nascita delle proprie opere più sofferte, le mostre internazionali, i rapporti col Capo e la sua corte; e ancora, il caso Moro, il terrorismo rosso e quello nero, gli efferati delitti del Circeo e gli altri casi di cronaca, ma anche i grandi maestri del cinema, della letteratura, della musica. E il sesso, sesso, sesso, tantissimo sesso: vorace, estremo, perverso, di gruppo, sadico, di ogni tipo, come a voler porre su tutta la vicenda umana il sigillo del dio Eros, come a far trasparire che a muovere l’uomo come un burattino nei suoi gesti quotidiani, a farlo trionfare o a rovinarlo per sempre, sia sempre una soggiacente e profondissima forza irragionevole (“quel che non ha ragione ne mai ce l’avrà / quel che non ha rimedio né mai ce l’avrà / quel che non ha misura”, in una nota canzone di Chico Buarque), a volte luminosa a volte oscura, a volte delicata a volte violenta, sempre inspiegabile e spesso inconfessabile. Sono queste le tessere di questa “tranche de vie” che non compone però mai il cosiddetto mosaico che ci aspetteremmo, bensì sembra quasi, al contrario, la parete, segnata, spaccata, quasi ferita, da cui un mosaico è stato smontato. E al centro di tutto, emblema principale di tutta questa storia e forse di tutta al nostra Storia, la strage di Bologna: raccontata in un capitolo tanto meraviglioso e tanto terribile da togliere il sonno, un vero capolavoro incastonato nel cuore del libro, un racconto che tutto vuol essere tranne che un gioiello e che forse proprio per questo rifulge ancora di più di dolorosissima bellezza, lanciando i suoi echi su tutto il resto del romanzo.

Le monetine del Raphael è un libro che fa male, inadatto a chi dalla lettura cerca rassicurazioni, distrazioni o il conforto delle proprie idee. È un libro perturbante e disturbante, forse anche pieno di difetti ma scritto davvero magistralmente da uno scrittore che, giunto qui al culmine della sua maturità, gioca una partita difficile contro ogni falsa coscienza, a partire dalla propria. Viene in mente quel bellissimo verso della poesia Traducendo Brecht di Franco Fortini: “Fra quelli dei nemici scrivi anche il tuo nome”. E viene in mente che più si procede in questo libro e più sembra di sentir risuonare una colonna sonora beffarda, che non esiste, una versione di La storia di Francesco De Gregori crudelmente scrostata dalla patina del populismo, quasi rovesciata, passata attraverso un trattamento simile a quello riservato dai Sex Pistols all’inno britannico God save the Queen. La storia siamo noi, sì, è non è niente di buono, sembra dirci Krauspenahaar. Prenderne atto è un gesto di coraggio e onestà intellettuale che certuni, molti, non riescono mai a compiere.

©Martino Baldi

 

Alcuni giorni della vita di Mario Kempes

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Alcuni giorni della vita di Mario Kempes

 

Prologo

Sono le tredici e dieci del 26 giugno 1978, ora di Buenos Aires. La notte prima, i festeggiamenti per la vittoria dei Mondiali di calcio, da parte dell’Argentina, hanno inebriato tutto il paese. Nelle stanze del ritiro dei campioni, c’è ancora grandissima euforia, tutti sono contenti, tutti sono pronti a ricevere le medaglie e gli onori del caso. Tutti meno uno. Mario Kempes è chiuso in bagno da più di un’ora, Daniel Bertoni (suo compagno di stanza) è agitato, chiede a Mario di sbrigarsi. Kempes non uscirà, il capocannoniere del Mundial non è contento. Mario Kempes ha finito lo shampoo.

21 giugno 1978: Quiroga

Non c’è nessuno più argentino di me, sì lo so che gioco nel Perù. E allora? Vuoi sapere com’è andata? Io sono un buon portiere, ho giocato nel Rosario Central (sì Rosario, proprio dove giocheremo tra un po’). Mi fecero capire che non ci sarebbe stato posto per me nella nazionale Argentina. Menotti preferiva Fillol e dopo di lui Lavolpe e dopo di lui Baley. Il mio club attuale, lo Sporting Cristal quando mi offrì il nuovo contratto mi propose la naturalizzazione: accettai. Cosa vuoi che ti dica per stasera? Vuoi sapere se mi hanno dato dei soldi? Che importa, se decido di farlo non lo faccio certo per denaro, lo faccio per il mio paese. Ora lasciami stare devo andare a riscaldarmi.

21 giugno 1978: Luque

Meno male che il Brasile l’hanno fatto giocare prima di noi. Ma come cazzo avranno fatto a impedire che le due partite fossero in contemporanea. Che maledetto figlio di puttana che è Videla. Io non so come andrà a finire, alcuni dei ragazzi dicono che la partita è sistemata. Menotti non parla ma è tranquillo. Mario come sempre sta per i cazzi suoi, ha detto che non vuol sentire niente di questa storia. Ha detto che vuol fare minimo due goal e che due devo farli io. Fosse facile. Non mi sento tranquillo.

21 giugno 1978: Ardiles

Peruviani del cazzo.

21 giugno 1978: Kempes

Menotti ogni tanto torna a rompere le balle con questa storia dei capelli: che andasse a cagare. Già ha rotto abbastanza per i baffi, ora basta. Non capisce che i capelli mi danno sicurezza. Quando corro i capelli disorientano il mio avversario, ho visto guardalinee sbagliare la segnalazione di alcuni fuorigioco, a mio vantaggio, grazie ai miei fottutissimi capelli lunghi. Gli europei dicono che noi argentini siamo sporchi, che non ci laviamo, che siamo grezzi. Stronzate, unti o meno, noi andremo a vincere questo mondiale. Luque e Fillol mi hanno detto che il Perù ci lascerà vincere, che in cambio saranno liberati dei prigionieri politici; Bertoni ha detto che daranno soldi a Quiroga. Non ci credo Quiroga è un bravo ragazzo. Io mi devo occupare di segnare. Mi è bastato sapere quello che successe quattro anni fa prima di Polonia – Italia.

21 giugno 1978: Quiroga

Come cazzo faccio a farmi fare tutti quei goal senza farmi scoprire. Boh, in fondo sono loro ad avermi soprannominato “El Loco”. Loro chi, poi?

21 giugno 1978: Cronaca

L’autobus che conduce la nazionale peruviana “sbaglia” sei volte strada e giunge allo stadio con due ore di ritardo. Finisce in mezzo ai tifosi Argentini. Piovono insulti, la tensione sale.

21 giugno 1978: Cronaca

L’Argentina batte il Perù sei a zero, doppiette di Kempes e Luque.

22 giugno 1978: Bertoni

Mario dalla fine della partita non parla con nessuno, mi ha detto soltanto: “Noi, non ce la meritiamo l’Olanda”. Io credo che il calcio sia questo. Noi abbiamo vinto perché siamo più forti del Perù, dove sta la sorpresa? Non hanno mai avuto grandi difensori. Quiroga? Un argentino che ha giocato nella porta sbagliata. Così è la vita.

22 giugno 1978: Kempes

Figli di puttana, figli di puttana, hanno veramente comprato la partita. Non ci volevo credere, non ci volevo credere. Il mio primo gol mi sembrava regolare, mi libero dell’uomo e batto, in diagonale, Quiroga in uscita. Dopo no, però, dopo tutto troppo facile. Eravamo sempre liberi avremmo potuto segnarne dieci. Luque al sesto gol rideva. Ma come puoi, amico mio, come puoi? Giocherò la finale come si deve, sono un professionista ma con questa gente io non ci voglio avere più niente a che fare.

22 giugno 1978: Dichiarazione del Generale Jorge Rafael Videla

Siamo molto contenti della prestazione della nostra nazionale. I nostri ragazzi stanno tenendo alta la nostra bandiera, dimostrando sul campo i valori in cui crediamo: l’unità e l’orgoglio nazionale. Questi giovani sono patrioti. Ora non ci resta che andare a vincere questo Mundial. La storia ce lo chiede.

 

22 giugno 1978: La stampa internazionale

I quotidiani di tutta Europa e, gran parte di, quelli Americani gridano allo scandalo. In Brasile alcuni sostengono che bisognerebbe dichiarare guerra all’Argentina. La parola più usata nei titoli è: “Vergogna”. Il portiere e i difensori del Perù non intendono rilasciare alcuna dichiarazione. C’è odore marcio, odore di pastetta, ”marmelada” come diranno poi.

 

24 giugno 1978: Un sogno di Diego Armando Maradona

Siamo al quindicesimo del secondo tempo della finale Mundial, Menotti (che mi ha convocato all’ultimo momento) decide di farmi entrare. Stiamo perdendo uno a zero, rischiamo il ragazzino. Entro al posto di Daniel Bertoni. Sento il boato della folla ma non mi tremano le gambe. Al ventiduesimo, Ardiles mi passa la palla sulla tre quarti sinistra, salto un uomo in velocità; al limite dell’area mi viene incontro Krol, d’esterno do la palla a Kempes, sulla lunetta, Mario è spalle alla porta ma riesce a restituirmela di tacco dentro l’area, la lascio scorrere sul sinistro ( e dove se no?), prendo la mira e piazzo un tiro imprendibile sotto la traversa. Viene giù lo stadio

24 giugno 1978: un sogno di Mario Kempes

Siamo alla mezzora del secondo tempo della finale  Mundial, l’Olanda ci sta battendo tre a zero, meritatamente. Stanno giocando benissimo, arrivano da tutte le parti. Io gli ho dato  una mano: ho sbagliato un gol a porta vuota nel primo tempo, durante l’intervallo Tarantini ha cercato di prendermi a pugni, Fillol e Luque l’hanno fermato. Nel secondo tempo, sul due a zero, l’arbitro italiano ci ha regalato un rigore. L’ho tirato e buttato fuori. Il pubblico ha fischiato, i compagni mi hanno minacciato. Sto giocando per perdere, per mettere le cose al proprio posto.

 

 

25 giugno 1978: La finale

Archiviato il Perù, si pensa solo a giocare, di fronte l’Olanda e il calcio totale. L’Olanda sconfitta quattro anni prima dalla Germania, l’Olanda che gioca meglio di tutti. L’Olanda che al fischio finale di Gonella se ne va senza salutare i campioni. Ai goal di Kempes e Nanninga, seguono i tempi supplementari, preceduti dall’incredibile palo dell’Olanda, ancora Kempes (capocannoniere) e Bertoni chiudono la partita. Bertoni, graziato da Gonnella per una gomitata. Altre irregolarità? Forse. L’Argentina è campione del mondo di un mondiale scandalo. I giocatori alzano la Coppa, grande festa sugli spalti. Uno per uno stringono la mano al Generale Videla. Tutti tranne uno: Mario Kempes.

 

25 giugno 1978: Lo splendore del gioco del calcio

Siamo sul risultato di uno a uno. Tempi supplementari. Mario Kempes riceve palla poco fuori dall’area, a sinistra della lunetta. Il pallone incollato al piede sinistro salta il primo uomo, entra in area e in velocità salta il secondo, tira sull’uscita del portiere che respinge, ma la palla resta lì e Kempes, più veloce dei due difensori olandesi, insacca a porta vuota.

25 giugno 1978: Kempes

Luque ha detto che sono matto a non aver stretto la mano a Videla, dice che mi farà sparire. Stronzate, puoi far sparire tutti i bambini che vuoi, se sei un maledetto figlio di puttana, ma nessuno ti perdonerà di aver fatto sparire il capocannoniere del Mundial.

25 giugno 1978: Kempes alla stampa

Perché non ho stretto la mano a Videla? Nella confusione non me ne sono accorto.

26 giugno 1978: Luque, Bertoni, Fillol, Ardiles

Ardiles: << Che fa quel coglione è ancora in camera?>>

Bertoni: << Sì, è ancora chiuso dentro, dice che senza il suo shampoo non può lavarsi i capelli e che con i capelli sporchi non esce.>>

Ardiles: << Dannato figlio di puttana>>

Fillol: <<Prima non stringe la mano a Videla, poi questa, ma che cazzo vuole che ci sbattano tutti dentro?>>

Luque: << Calma, calma, vedrete che tra poco uscirà, questo fottuto mondiale ce l’ha fatto vincere lui non dimentichiamocelo>>

Ardiles: << Lui? Ma vaffanculo>>

 

26 giugno 1978: Kempes

Mi dispiace per Daniel, per Luque, sono amici, ma non penseranno davvero che io non esca per lo Shampoo? Non esco perché mi vergogno, non sopporto le domande della stampa, non sopporto questo paese, non sopporto l’aver vinto con questa macchia, non sopporto Videla. Voglio andarmene a casa, in vacanza, poi in Spagna. Dimenticare, sperare che la gente dimentichi e che dopo si ricordi soltanto di Mario Kempes. Bettega, Zico e altri calciatori mi stimano, cosa penseranno di me?

10 giugno 1978: Italia

Ho sette anni, la prima partita che rimango a guardare fino a tardi nella mia vita è stasera, è Italia Argentina, papà ha detto che posso. Sono emozionato. Mio padre dice che l’Italia sta giocando bene. Segna Bettega. Che bel gol. Sono felice. Vinciamo uno a zero. A fine partita chiedo a mio padre: “Papà mi ricordi come si chiama quello dell’Argentina con i capelli lunghi e il numero dieci?” “Mario Kempes”.

15 dicembre 2001: Kempes

Com’è bello il Salento. Restassi ad allenare qui anche solo per un mese, ne sarebbe valsa la pena.

Gianni Montieri

(A Fernando, Andrea, Martino, Alessandro e Franz. A Mario Kempes)

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Franz Krauspenhaar – effekappa

Franz Krauspenhaar – effekappa – ed. zona – 2011

Eccolo Franz: il poeta, lo scrittore, l’uomo. Eccolo con una raccolta di poesie che è la certificazione della solitudine, il prenderne coscienza e raccontarla. Le poesie di Krauspenhaar, in generale, ma queste in particolare sono irruente, violente, senza sconti, senza risparmi di parole. Sono un fiume in piena, sono testimoni di un’irrinunciabile malinconia e (mai prive) d’ironia. Mi sono domandato leggendo questi testi se sia vero quel che nota Cristina Annino in prefazione; ovvero che l’Io di Franz  sia il grande protagonista di questa raccolta. Credo di no, certo il poeta riversa sulla pagina tutto se stesso, non si mette mai da parte, ma se in questa sua forte presenza il lettore si riconosce, allora non ci troviamo più soltanto davanti all’Io ma a noi stessi. Leggere Franz Krauspenhaar è come bere un lungo caffè con lui, o una birra, e parlare di tutto: dal male di vivere  al trash degli anni ’80, litigare sul calcio o su un film. Leggerlo è star dentro la vita. “Agitato dentro come yogurt o maracas / con o senza la esse, come una serpe / prima del pasto; mi sentivo all’esame finale, / che per la prima volta sapevo. Dimmi un po’ cosa, c’è / di meno utile alla vita oltre vivere? Mi sono sentito / morto più di dieci anni fa, urlavo per la casa / con una bottiglia di birra in mano, contro / i miei morti e i loro fantasmi: come in ritirata veloce / il fante di cuori esploso. Dimmi un po’ cosa ci fai / di un titolo, di un’idea, di uno spunto, se dovrai / farla breve all’ultimo minuto? Questa che tocchi / è la tua pelle indurita, non puoi neanche scuoiarla / ed agitarla fuori dalla porta come bandiera. / Tornando poco fa dal tabaccaio incontro uno, / giorni fa fece finta di non vedermi: gli vado / incontro da amico, gli stringo forte / la mano sorrido. Ogni minuto è prezioso, / l’indifferenza vale solo per chi ha tempo.” L’andamento, il modo in cui l’autore stende i versi, soprattutto, le chiuse di molti testi, tutto ricorda la poesia nord americana del secondo novecento. Scene domestiche o, comunque, di vita quotidiana servono a dire del dolore, dei cattivi umori, delle malattie, dell’amore, dei ricordi. La famiglia e poi Kafka, Pasolini, Gainsbourg, Di Bartolomei e Kempes, il dado Knorr. Quello che sta nella testa di Krauspenhaar almeno  una volta è stato nelle nostre teste e certe cose quando passano segnano per sempre. Il poeta ammette la solitudine e ci fa una domanda: chi è disposto ad ammettere la propria? Una lettura intensa questo libro, per niente facile da digerire e da dimenticare ed è giusto così. “Non c’è che una solitudine, una sola. / Attraversa le braccia della giacca, / si posa sulla cenere della sigaretta, / atterra sui capelli tra la pioggia e / si stanca delle scarpe, delle mani / strette, e si acciglia per il bianco / sparato della neve, il blitz del tempo / in un inverno che non ha mai fine, / fino a una primavera che non vedi.”

Gianni Montieri

Il nuovo credo

Credo nel dribbling, nel passaggio laterale,
nel colpo di tacco, nel “sombrero”, nella
“bicicletta”, nello stop di petto e nella
rovesciata, nel tiro al volo all’incrocio
dei pali; credo in San Blatter, in San Rimet
ora pronobis, in Sanbittér, in San Pelè
Edson Arantes do Nascimento, credo
in San Diego Armando Maradona, credo
in San Johan Cruijff, in San Gianni Rivera,
credo nel profeta Zinedine Zidane, credo
nell’illuminismo di Michel Platini, credo
nel protestantesimo di Neeskens, in papa
Franz Beckenbauer kaiser di tutte le guerre
di religione, credo nei Freikoerper di Gerd
Mueller, credo in Ameri, Ciotti, Bortoluzzi,
credo in Pulici, in Sivori, in Paolo Rossi,
credo in Cristiano Ronaldo, in Andrade,
in Garrincha, in Vavà, in Junior, in Zico,
credo nella filosofia di Wolfgang Overath
e nella volontà di potenza di Rummenigge,
credo nell’eleganza di Jogi Loew, nel fado
di Mourinho, nella follia althusseriana
di George Best, credo nel suicidio del caro
Di Bartolomei, nella chioma dittatoriale
di Mario Kempes, nella Barilla di Falcao,
credo nel calcio, nella magia insensata,
in questo gioco per bimbi devastati
dalla violenza, in questo lurido cortile
che è stato il nostro campo per anni,
prima che fossimo presi al monte di pietà,
e rivenduti sul mercato d’una vita espulsa.

Le quattro partite di Gianni Montieri (da: La prima antologia del calcio astrale)

LE QUATTRO PARTITE di Gianni Montieri

“Puoi chiedere a uno che è nato ala, mettiamo ala destra, uno che sapeva saltare l’uomo e crossare, uno per cui le misure del campo cominciavano dal sessantesimo metro, puoi chiedergli a un certo punto di fare il tornante,
puoi farlo. Se è un professionista tornerà, se è un fuoriclasse non lo farà per sempre”.

Marzo 2011

La frase gliela avevano sentita ripetere almeno un migliaio di volte, almeno loro tre che erano i suoi clienti più affezionati. La ripeteva da dietro il bancone mentre spillava birra o preparava i caffè. Gli saltava fuori all’improvviso, ogni volta che un cliente cominciava a far due chiacchiere (perché qui in provincia non è mica come in città, qui due parole riesci a farle ancora). La declamava quasi, quando poi un cliente lo riconosceva e gli domandava: “Ma lei perché ha smesso?” Giulio abbassava lo sguardo, si passava lo straccio tra le mani e
ripeteva quella frase lì, come fosse un mantra. Una bella frase di quelle che ti inchiodano sul posto, come una finta di corpo o un dribbling riuscito. Uno di quei dribbling che faceva lui. A questo punto avrete capito di chi sto parlando. No? Allora ve lo spiego. Giulio, al secolo, Giulio Bistazzoni, classe 1950, ruolo: Ala destra. Nato a Vignola (Modena). Ha militato nella Triestina C1 e B; Parma serie B; Bologna serie A; Juventus serie A. Vanta 35 presenze e 8 goal in Nazionale A. Il posto da dove scrivo questa storia è il suo bar, in centro a Sassuolo. No, non si chiama “Bar Sport”, l’insegna reca la scritta “Caffè Roma”, vai a sapere perché. È il suo bar, dicevo, anche se Giulio qui non c’è più, se ne è andato via tre settimane fa, senza dire niente a nessuno, eccetto sua figlia
Lucia. Poche righe su un biglietto di saluto e le chiavi del bar: “Starò via per un po’, da domani apri tu”. Lucia ha obbedito, è preoccupata ma non troppo, spera sempre che suo padre torni, l’ha sempre fatto. Anche i tre clienti, amici, affezionati: Luciano, Mario e Stelvio, dicono che tornerà, e stanno lì tutti i giorni a bere, giocare a carte e a aspettarlo. Io, io spero che torni, ma non ne sono tanto sicuro, già una volta non ha più voluto saperne di tornare.

15/09/1971

Giulio Bistazzoni esordisce in serie A, con la maglia numero 7 del Bologna nel campionato 71/72, le sue prestazioni nel precedente campionato di B, media voto 6,5, 30 presenze e 12 goal, e dio solo sa quanti cross vincenti, hanno convinto i dirigenti della squadra del capoluogo emiliano a fare il grande salto. È la seconda di campionato, siamo al Marassi di Genova, il Bologna è ospite dei grifoni. Negli spogliatoi Giulio è emozionato e si vede. Il suo allenatore Luigi Buslenghi, uno della vecchia scuola, uno tosto, lo tranquillizza: “Tu guarda la
tua fascia, guarda la porta, segui il movimento del centravanti, il resto inventatelo”. Il resto, quello che Giulio inventò sta nei manuali del calcio. Siamo al 15° del secondo tempo, la partita non si schioda da uno di quei noiosissimi zero a zero, roba che vorresti tornartene a casa, fino a che non accade qualcosa, quel qualcosa che è la magia del calcio. La magia di un ragazzo di vent’anni che riceve palla poco dopo la metà campo: stop a seguire
per liberarsi del primo uomo, palla giocata d’esterno sulla tre quarti a Biagini, la mezzala (che non l’aveva mai vista per tutta la partita). Biagini la ripassa di prima sulla destra a Giulio ed ecco la magia. Giulio controlla, scatta palla al piede, punta l’uomo. Finta di rientrare sul sinistro, finta sul destro, di nuovo sul sinistro, ancora un movimento e il terzino abbocca, uomo saltato. Un’occhiata in mezzo all’area, Baldi (il centravanti) sta tagliando sul primo palo, cross perfetto, colpo di testa e goal. la partita finì due a zero, il secondo goal lo segnò proprio Bistazzoni con un gran tiro da fuori area. I titoli dei giornali del giorno dopo furono tutti per lui. Un trionfo.

Marzo 2011

Me lo ricordo bene quel settembre, era nata una stella. Giocò su quei livelli per tutto il campionato, da più parti si sollecitava una convocazione in Nazionale, quell’estate si sarebbero giocati gli Europei ma Mallardo, l’allenatore degli azzurri di quei tempi, era uno strano napoletano, uno prudente. Lo stava seguendo ma avrebbe aspettato ancora un po’ per convocarlo in Nazionale. In quegli anni qualcosa stava cambiando nel calcio, si faceva avanti la scuola di pensiero olandese. Il calcio totale del grande Ajax e della nazionale arancione
che avrebbe incantato tutti ai mondiali del ’74. In Italia era ancora presto, si giocava ancora alla vecchia maniera: difesa tosta e contropiede. Quel tipo di gioco era perfetto per Giulio, velocissimo, intelligente, abile come pochissimi a saltare l’uomo (qualcuno, forse esagerando, paragonava i suoi dribbling a quelli di Garrincha), dotato di un gran destro ma anche di un buon piede sinistro. La sua forza, però, quello che lo distingueva dalle altre ali, era la visione di gioco, Giulio sapeva sempre, intuiva prima, che movimento avrebbero fatto gli attaccanti, come avrebbe reagito il terzino del giorno alla sua finta. Lo sapeva per istinto, come i geni. Lucia mi si avvicina e mi chiede se voglio qualcos’altro da bere, le chiedo il terzo caffè. Stelvio alza gli occhi dalle carte, solleva il bicchiere e mi sorride. A loro piace che io sia qui, gli serve qualcuno che li aiuti ad aspettare.

25/10/1973

Quinta partita di campionato, Giulio Bistazzoni, dopo due stagioni splendide a Bologna, è stato acquistato dalla Juventus, per una cifra astronomica per quei tempi. Nelle prime quattro giornate Giulio ha sempre giocato, ma non ha incantato come al solito. Sente la responsabilità della maglia, qui si lotta per lo scudetto, c’è la coppa Uefa da disputare; in più è bombardato continuamente dai giornali che gli chiedono di spiegare, secondo lui, quali siano i motivi, per cui Mallardo non lo convochi ancora in Nazionale. Giulio è un ragazzo, i motivi non li sa, non sa spiegarseli, anche se ci spera, ci spera sempre. Giulio sorride e non risponde. Al 7° del primo tempo, Bistazzoni finalmente ritorna nei suoi panni e inventa una cosa fantastica. La Juventus gioca contro il Napoli,
una buona squadra, il terzino sinistro Frascogna lo segue a uomo, la fascia destra pare bloccata. Pizzi il mediano della Juve recupera una palla a centrocampo e la butta in profondità, a casaccio. L’azione pare persa, non
per Giulio. Il ragazzo taglia dalla fascia al centro verso il limite dell’area di rigore, di testa salta più in alto del libero avversario che si aspettava di prenderla comodamente; la palla va verso Alfonsetti l’attaccante sinistro
della Juve, che, spalle alla porta, di prima la rimette rasoterra verso la lunetta, Giulio al volo, con una splendida traiettoria a girare, la piazza all’incrocio dei pali. Uno a zero, due minuti d’applausi. La partita finì uno a uno ma ciò che contava era il ritorno di Giulio, si era sbloccato.

Marzo 2011

Quello fu un altro campionato travolgente per Giulio, giocò 28 partite, fece dieci goal, e moltissimi passaggi vincenti. La Juventus vinse il campionato e perse la Coppa Uefa in finale dall’Atletico Madrid. La convocazione in Nazionale non poteva più tardare e, infatti, di lì a poco arrivò. Molte squadre cominciavano un po’ a variare il tipo di gioco, molto spesso era chiesto all’attaccante e all’ala di tornare a coprire quando la squadra indietreggiava
in difesa. Qualcuno lo faceva, qualcuno no, qualcuno ci provava. La fortuna di Giulioo fu che l’allenatore della Juve, Magatti da Mondovì che era un tradizionalista, per tutto quel campionato non gli chiese mai di tornare.
Ebbe ragione. Mario mi fa cenno dal tavolo, se voglio unirmi a loro per una briscola, sorrido e dico di sì. Mi farà bene una pausa dalla scrittura, e poi loro sono simpatici. Faccio coppia con Stelvio, che con quel nome lì mi ricorda Coppi e Bartali, anche quelli erano altri tempi. Roba che parlarne adesso sarebbe come raccontare di qualcosa di talmente distante che parrebbe venire dallo spazio. Giochiamo, Stelvio ha l’aria di chi ha fra le mani buone carte, sul tavolo c’è una bottiglia di grappa, me ne verso un goccio. Gli altri approvano.

8/11/1973

Qualificazioni ai mondiali del 1974, ultima partita del girone: Italia – Jugoslavia. La nostra Nazionale è già qualificata, si possono provare giocatori nuovi, finalmente il prudente Mallardo convoca Bistazzoni che in questo momento è probabilmente il più forte giocatore italiano. Seguendo un preciso ordine gerarchico, Mallardo fa entrare Giulio al 10° del secondo tempo al posto di Montieri. Passaggio di consegne, Montieri, storica ala destra della Fiorentina e della Roma, è a fine carriera e questa è la sua ultima partita in Nazionale. Uscendo dal campo, abbraccia il ragazzo e gli dice qualcosa all’orecchio, Giulio sorride ed entra. Fu una bella partita, libera dai vincoli del risultato. Fini due a due. Giulio, ovviamente emozionato, non combinò granché, partecipando
comunque all’azione che portò al pareggio dell’Italia. Goal di Socci a chiusura di un triangolo proprio con Bistazzoni. La pacca sulle spalle che Mallardo diede a Giulio a fine partita lasciò intendere che altre convocazioni sarebbero arrivate e arrivarono. Giulio da quel momento diventò titolare della squadra considerata fra le favorite ai mondiali del ’74.

Aprile 2011

Le giornate qui al bar passano tranquille. Tutto è come se fosse sospeso. Lucia pare serena, conosce suo padre, sa che ha i suoi buoni motivi, che troppo spesso fermo lui non ci ha mai saputo stare. Apre il bar, sorride
ai clienti, lavora. La sera chiude quando il suo ragazzo passa a prenderla. Ormai i tre non giocano se non mi aggrego, hanno visto che me la cavo. Che quando uno sbaglia la carta so mandarlo a quel paese. Chi lo sapeva che da pensionato avrei scoperto di essere tagliato per la vita dal bar. Proprio vero che le cose cambiano, che non ci si conosce mai fino in fondo. Gli anni settanta passavano, Giulio stava facendo un’ottima carriera anche in Nazionale. Non fu considerato fra i colpevoli di quella incredibile eliminazione al primo turno dei mondiali
in Germania del 1974. Furono, invece, silurati Mallardo e il suo staff. Il nuovo allenatore Gezzi, un emergente, uno di quelli considerati “moderni”, fece fuori sei/sette titolari e disegnò la nuova squadra quella che si sarebbe battuta per le qualificazioni agli Europei del 1976. Bistazzoni restò fra i titolari, era troppo forte per privarsene ma fu costretto a cambiare il suo gioco. Gezzi predicava il pressing, i tagli, la tattica del fuorigioco, la zona. Per la fase d’attacco era una manna, Bistazzoni con quel gioco lì arrivava anche a fare la terza punta. Le azioni offensive erano bellissime da vedersi e da giocarsi. I goal fioccavano, la squadra piaceva, i giocatori si sentivano parte di qualcosa. Cominciavano a convincersi che tornare a coprire per poi ripartire fosse il calcio del
futuro. Qualche mese dopo iniziarono i problemi per Giulio. Lui non era mai stato polemico, non aveva mai discusso con gli allenatori anche se chi lo conosceva bene, sapeva che a lui quella cosa di “tornare” a coprire
tutta la fascia, di seguire il terzino, non poteva piacere, ma lo faceva. Lo fece per un bel po’. Tutto quel lavoro di copertura gli faceva perdere, però, lucidità nella fase offensiva. I dribbling gli riuscivano sempre, pure i cross, ma la sua percentuale di precisione calava nella ripresa, ogni tanto non riusciva a saltare l’uomo e quando questo accadeva il pubblico (che non era abituato) lo fischiava. La stampa che l’aveva sempre adorato prese un po’ a punzecchiarlo con titoli del tipo: “Bistazzoni sembra aver perso lo smalto di un tempo” “Luci e ombre nella prestazione di Bistazzoni” “Bistazzoni copre bene ma sbaglia troppi cross”. Giulio sorrideva, si allenava, giocava. Obbediva. Fino a un bellissimo giorno di giugno del 1976.

16/06/1976

Campionati europei di calcio, si gioca in Portogallo. Seconda partita del girone, l’Italia si schiera con il consueto 4-3-3 di Gezzi, si gioca contro la Spagna. Al 20° del primo tempo Baldi sblocca il risultato su perfetto assist in velocità di Bistazzoni, che sembra aver ritrovato lo smalto d’altri tempi. Al 37° è lui stesso a raddoppiare: Splendido lancio in profondità di Puzzi, Giulio taglia dalla fascia e si avventa sul pallone, entra in area, dribbling a rientrare sul difensore spagnolo, e sinistro in diagonale sul secondo palo. Due a zero. Applausi. E’ uno
show dell’Italia, gran gioco e risultato che gira dalla propria parte. Tutto lascia prevedere un intervallo tranquillo e invece qualcosa va storto. Al rientro negli spogliatoi Gezzi si avvicina a Bistazzoni e gli urla: “Giulio, guarda che così non va mica bene, non hai coperto la fascia una sola volta, così saltano gli schemi. Non vedi che i tuoi compagni vanno in difficoltà? Se nel secondo tempo non torni a raddoppiare e a dare una mano a Testa, ti tolgo”. Giulio e i compagni erano sconcertati. Bistazzoni stava facendo, forse, la più bella partita degli
ultimi due anni e Gezzi se ne usciva con quelle frasi lì. Gezzi amava il bel gioco e i giocatori che sapevano farlo, ma non intuiva ancora che la rigidità nell’applicazione del suo credo tattico gli si sarebbe rivoltata contro.
Giulio non disse niente, si tolse la maglia, la mise in mano a Gezzi, aprì la porta dello spogliatoio e se andò. Il giorno dopo fu rispedito in Italia e squalificato per un anno, per grave intemperanza verso l’allenatore L’Italia fu eliminata ai quarti di finale. Gezzi durò ancora per poco come allenatore, certe cose non sono perdonate, meno che mai l’ottusità. Giulio rilasciò una sola intervista a Beppe Viola, e la chiuse con quella frase lì. Quel giorno annunciò anche il suo ritiro dal mondo del calcio. Nessuno ne seppe più niente per anni.

Settembre 2011

Da settembre ricomincia la stagione calcistica. Ieri sera qui al bar, abbiamo guardato una partita di Champions League (ora la chiamano così), una bella partita: Manchester City – Napoli. Bella squadra il Napoli, i miei nuovi
amici sono tutti concordi. Mi è capitato di pensare a Giulio al goal del Napoli, palla recuperata nella propria metà campo, contropiede micidiale (ora la chiamano ripartenza) di Maggio e Cavani e goal di quest’ultimo
sotto le gambe del portiere. Un goal così, è come Coppi e Bartali sullo Stelvio, è fantascienza. Talmente distante nel tempo, che pare venire da un altro universo. Alla fine i miei compagni di briscola mi hanno convinto,
ora credo e aspetto anch’io il ritorno di Giulio. Ah, adesso che ci penso, non vi ho detto il mio nome. Mi chiamo Lucio Gezzi e sono qui per chiedergli scusa.

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l’e-book dell’intera antologia – edita da Cletus Production – è possibile acquistarlo (a 5,99) a questo link: http://www.cletusproduction.it/shop/index.php?main_page=product_info&cPath=1&products_id=1

elenco autori: (Cletus Alfonsetti, Stefano Amato, Martino Baldi, Marco Candida, Marco Crestani, Samuele Galassi, Franz Krauspenhaar, Antonio La Malfa, Héctor Genta, Giuseppe Manfridi, Mauro Mirci, Gianni Montieri, Mario Pischedda, Paola Ragnoli, Ezio Tarantino, Rocco Traisci)  prefazione di Enrico Vaime

Franz Krauspenhaar – La passione del calcio

FRANZ  KRAUSPENHAAR – LA PASSIONE DEL CALCIO – ED. PERDISA POP – 2011

Dopo le prime pagine de “La passione del calcio”, ho sentito esplodere, da qualche parte, dentro me, due colpi: Un odore e un ricordo. L’odore è quello del fango secco incrostato sulle scarpette, odore che riconoscerei anche a distanza di anni, e che ho sentito anche qui, distintamente. Il ricordo, legato alle partitelle nei cortili o nei vecchi rioni, riguarda la (non) regola del battimuro. La ricordate? Andavamo alle medie, più o meno, si giocava tre contro tre, portiere volante. La partita, la risolveva quasi sempre il quarto, il giocatore non scritto: il bordo del marciapiede o il muro. Potevi utilizzarlo come sponda, con l’avversario piazzato davanti, la davi d’esterno al muro (o marciapiede) che te la restituiva tre metri più in là, così perfetta che nemmeno Beccalossi, e ti mandava in porta. Gli assist più belli che abbia mai visto in vita mia, li faceva un muro. I ricordi sono la vera chiave di lettura di questo bel libro di Franz Krauspenhaar, la passione del calcio, con i suoi tempi, scandisce il ritmo di una vita e ci consegna l’uomo che l’ha attraversata. Facciamo un piccolo grande viaggio insieme all’autore, dagli anni sessanta a oggi. Partendo dai dribbling in bianco e nero di Omar Sivori e finendo con i Mondiali del 2010 in Sudafrica, fra i più brutti della storia, a prescindere dalla figuraccia dell’Italia. In mezzo c’è un bambino che cresce, diventa ragazzo, cambia squadra, perché quando si è piccoli e si è alla ricerca di un sogno, vale tutto. Quando si è piccoli a farci scegliere può bastare un colore, un racconto, un pensiero. Franz ci fa sentire il sapore buono di un altro calcio, quello che non c’è più. Trent’anni fa sulla Gazzetta del lunedì, trovavi l’immenso Gianni Brera che commentava, con ironia, l’ennesimo goal sbagliato a porta vuota da Calloni. Oppure il racconto di un goal di Gigi Riva, un uomo che è l’emblema di un’altra epoca. Uno che rimase a giocare nel Cagliari, da più forte attaccante del tempo. Gli interessava giocare e avere una casa, una moglie. Cagliari per Gigi Riva fu tutto questo. Riva:  la cosa più distante da un Balotelli o da una velina che si possa  immaginare. L’Italia che cambia, un ragazzo che cresce, la sua famiglia, i suoi viaggi e in mezzo a questo troviamo: l’Inter di Herrera (quella di cui tutti conosciamo la formazione a memoria),la grande Olanda degli anni ’70, l’indolenza e la classe sopraffina di Gianni Rivera, Chiarugi, George Best, Il Brasile, quello che ci fulminò in finale a Città del Messico, dopo che avevamo battuto in semifinale la Germania. Quest’ultima , raccontata, dall’autore, attraverso le parole di Gianni Brera, come una brutta partita ma con un fascino insuperabile. Una partita che è un film. Krauspenhaar è stato tifoso del Milan quando il Milan era povero, andava in B. L’inter a cui è più affezionato è quella di Cuper , la non vincente per eccellenza. Come non comprenderlo? Non riconoscersi? C’è stato un calcio e quindi un tempo dove perdere non era sempre uno sbaglio, non era da “sfigati”. Era un modo diverso di vedere le cose, faceva parte del gioco. Fra i calciatori più amati dall’autore troviamo Bruno Conti, forse l’ultima vera ala. Dribbling, fantasia e classe. Uno che al massimo tornava a casa per cena, figuriamoci in difesa. Il libro volge verso l’epilogo nell’unica maniera possibile, credo, raccontando del più grande di tutti: Diego Armando Maradona. Nell’ultimo paragrafo l’autore ci descrive come fosse una poesia (perché poesia è) il secondo goal di Diego all’Inghilterra a Mexico 86, il più bello della storia del calcio. Il mio Napoli l’anno dopo, con quel Diego, avrebbe vinto il suo primo scudetto, regalando (soprattutto a chi  guardava i napoletani dall’esterno) un’illusione di riscatto. Negli anni successivi, pian piano, il calcio sarebbe diventato un’altra cosa,  un po’ finta e meno divertente. E’ un bel libro questo, scritto benissimo, forse la passione del calcio è la somma di tante passioni, certo ne è un’ottima sintesi. Un libro per molti.

“San Siro, questo mondo a sé. gli applausi, gli striscioni, la nebbia che scende da un cielo di latte, nel freddo, i nostri cappotti, le nostre facce raffreddate, i miei capelli ancora castani, un mondo che mi aspettava, che io cercavo, a cui tenevo come una squadra vincente nel futuro. Un futuro che andava oltre le gradinate, che mi portava e m’ha portato lontano, a cercare fortuna su altri campi, direttamente coinvolto. Dissolvenza.”

@ Gianni Montieri

Nota biografica: Franz Krauspenhaar, romanziere, poeta e saggista, è autore di Era mio padre (Fazi, 2008, premio Palmi) e di molti altri libri. Collabora con giornali e riviste occupandosi di letteratura e costume.