Franco Rella

L’angelo che è stato

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Elegie duinesi di Rilke, inizio della Prima Elegia:[1]

Se pur gridassi, chi m’udrebbe dalle gerarchie
degli angeli? E se uno mi stringesse d’improvviso
al cuore, soccomberei per la sua troppo forte presenza.

Nel suo Esserci («presenza», nella traduzione di Rella) l’Angelo è tremendo. Ognuno di loro lo è. Come ombre distanti, alte su di noi, a guardarci dall’orizzonte della bellezza. Ci spaventano, nel loro carico di mistero, ci fanno tremare.[2]
Riconducibile più al Satana della tradizione islamica, Iblīs,[3] che non alla figura di un custode che ci accompagni nel nostro cammino (com’è per l’Islam Jibrīl, il rivelatore, o il Gabriele cristiano, l’annunciatore),[4] l’Angelo di Rilke non si cura di noi. È una forza come dire straniera, che semplicemente sta, in assoluta trascendenza.[5]
Eppure c’è, sta appunto, nel suo fortissimo Dasein. Rispetto all’Angelo, siamo noi piuttosto a esserci debolmente, capaci di estraneità a noi stessi, proprio perché paradossalmente costretti in noi stessi, dispersi come sempre nell’attesa (Erwartung), di amore o di tempo finalmente realizzato.[6]
A noi resta un compito, il compito che fu essenziale per l’arte di Rilke e che sembra imporsi di nuovo ai nostri occhi, oggi: imparare a vedere, qui, nel mondo già interpretato (in der gedeuteten Welt).[7] Con coraggio, fuori dalla strada dell’abitudine. Vedere, certo, e saperlo anche dire, perché «tutto congiura a tacere di noi».[8] Con quali armi affrontare questo compito? Pietà di sguardo e misura di linguaggio – potremmo forse dire – in grado di rivolgersi sia al passato sia al futuro, affrontando in ogni caso, nell’una o nell’altra direzione, una tensione drammatica.
Compito dell’uomo, e della storia. Attraggono ancora, in questo senso, e a proposito di questa inevitabile tensione, le celebri parole di Benjamin riferite all’Angelus Novus di Klee:
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Tra le righe n. 8: dai Sonetti a Orfeo di Rainer Maria Rilke

Tra le righe n. 8: dai Sonetti a Orfeo di Rainer Maria Rilke

la traduzione è nella sua essenza etica plurale dell’ascolto
Antoine Berman[i]

Rainer Maria Rilke

Sonette an Orpheus – I, 2

Und fast ein Mädchen wars und ging hervor
aus diesem einigen Glück von Sang und Leier
und glänzte klar durch ihre Frühlingsschleier
und machte sich ein Bett in meinem Ohr.

Und schlief in mir. Und alles war ihr Schlaf.
Die Bäume, die ich je bewundert, diese
fühlbare Ferne, die gefühlte Wiese
und jedes Staunen, das mich selbst betraf.

Sie schlief die Welt. Singender Gott, wie hast
du sie vollendet, daß sie nicht begehrte,
erst wach zu sein? Sieh, sie erstand und schlief.

Wo ist ihr Tod? O, wirst du dies Motiv
erfinden noch, eh sich dein Lied verzehrte? –
Wo sinkt sie hin aus mir?… Ein Mädchen fast ….

Sonetti a Orfeo – I, 2

E quasi una fanciulla era. Da questa
felicità di canto e lira nacque,
rifulse nella trasparente veste
primaverile e nel mio udito giacque.

E in me dormí. Tutto fu il suo dormire:
gli alberi che ammiravo, le distese
sensibili, le grandi praterie
presenti e lo stupor che mi prese..

Dormiva il mondo. O dio del canto, come
l’hai tu compiuta senza ch’ella prima
volesse essere desta? È nata e dorme.

E la sua morte? Non cadrà nel nulla
questo tuo canto, troverà una rima?
Ma da me dove inclina?… Una fanciulla….

Traduzione di Giaime Pintor (da: Rainer Maria Rilke, Poesie. Tradotte da Giaime Pintor, Einaudi, Torino, 1942 e 1955, p. 39)

Sonetti a Orfeo – I, 2

Ed era  quasi una fanciulla che emergeva
dal felice accordo del canto e della lira
e chiara raggiò tra i suoi primaverili veli
e un giaciglio si fece nel mio orecchio.

E in me dormì. E tutto fu il suo sonno:
gli alberi che sempre ammirai, e questa
percepibile distanza e il sentire dei prati
e quello stupore, che tutto m’afferrò.

Dormiva ella il mondo. Dio del canto come
l’hai così compiuta che non desiderò
neppure di destarsi? Vedi, nacque e dormì.

Dov’è la sua morte? Forse troverai questo
motivo prima che il tuo canto si consumi? –
Dove a me remota affonda?… Una fanciulla, quasi.

(Traduzione di Franco Rella, da: Rainer Maria Rilke, I sonetti a Orfeo, Trauzione e cura di Franco Rella,  Feltrinelli, Milano 1991, p. 21)

 

Rainer Maria Rilke – Nasce a Praga nel 1875 da un’antica famiglia originaria della Carinzia. La prima raccolta di poesie è Vita e canti (Leben und Lieder) del 1894, cui seguono Sacrificio ai lari (Larenopfer, 1896), Incoronato di sogno (Traumgekrönt, 1897), Avvento (1897)A Lou Andreas-Salomé dedica un diario composto a Firenze nel 1898 (Florenzer Tagebuch). Il racconto Il canto di amore e di morte dell’alfiere Cristoforo Rilke (Die Weise von Liebe und Tod des Cornets Christoph Rilke) del 1899, pubblicato nel 1906,  lo pone al centro della scena letteraria europea. Negli anni 1899-1900 si collocano il viaggio in Russia e l’incontro con Tolstoj. Al soggiorno russo si ispirano le tre parti del Libro d’ore (Il libro della vita monastica, Il libro del pellegrinaggio, Il libro della povertà e della morte). Le Storie del buon Dio (Geschichten vom lieben Gott) sono scritte fra il 1900 e il 1904; nel 1902 appare anche Il libro delle immagini. Durante il soggiorno nella colonia di artisti di Worpswede, presso Brema, conosce la scultrice Clara Westhoff, che sposa nel 1901 e dalla quale si separa dopo pochi mesi. L’incontro, a Parigi, con Rodin, di cui fu segretario, e con Cézanne segna una svolta. (Nuove Poesie, 1907-08, I quaderni di Malte Laurids Brigge, 1910). Le Elegie Duinesi (1911-23), insieme ai Sonetti a Orfeo (1923) e alle Poesie estreme, postume, segnano il culmine della sua produzione poetica interrotta dalla morte sopravvenuta nel 1926 a Valmont presso Montreux.

Giaime Pintor – “Giaime Pintor era nato a Roma, di famiglia sarda, il 30 ottobre 1919. Aveva frequentato le scuole elementari e il ginnasio a Cagliari, il liceo e l’università a Roma, laureandosi in legge nel giugno 1940. Quindi aveva seguito il corso allievi ufficiali, ma la vita militare non gli aveva impedito di svolgere un’intensa attività letteraria e pubblicistica, tra cui si notano mirabili traduzioni in versi di R.M. Rilke e della Kätchen von Heilbronn di Kleist. […  ]Ma ciò che di lui rimane stampato, pur costituendo una voce importante nella nuova cultura italiana, non dà la piena misura della sua stupefacente versatilità e maturità di giudizio, quali sono note a chi lo ebbe amico e poté godere della sua incantevole conversazione: una molteplicità d’interessi che si ribellava ai limiti d’ogni specializzazione e che gli permetteva di orientarsi con ugual sicurezza nella politica, nella storia, nella letteratura, nella musica e nelle arti, una signorilità innata del tratto, la vivacità dell’esposizione e la gentilezza dei modi, tutte queste doti facevano di lui un mirabile esempio di educazione – nel più alto senso della parola – ereditata e assorbita attraverso la cultura dell’ambiente familiare e perfezionata con l’opera assidua dell’intelligenza. “[…] Ufficiale alla Commissione d’Armistizio, era vissuto per più di un anno a Torino, con frequenti viaggi in Germania; quindi si era fatto trasferire a Vichy, per il desiderio impaziente di conoscere nuovi ambienti, nuove scene, nuovi punti di vista politici e culturali […]. Tornò a Roma dopo il 25 luglio 1943, ed appena Napoli fu liberata attraversò clandestinamente le linee del fronte. […] Incaricato di rientrare a Roma con ordini segreti, incappò in un campo minato mentre riattraversava le linee del fronte e fu ucciso dall’esplosione il 1° dicembre 1943.” (Massimo Mila nell’Introduzione a:  Friedrich Schiller, Wallenstein, UTET, Torino 1971, 27-28)

Franco Rella, nato a Rovereto nel 1944, è ordinario di Estetica presso l’I.U.A.V. di Venezia. Tra gli autori oggetto dei suoi studi: Sofocle, Friedrich Hölderlin, Gustave Flaubert, Charles Baudelaire, Rainer Maria Rilke, Otto Weininger, Louis Aragon, Charles Bataille. Ha pubblicato, tra l’altro, Il silenzio e le parole, 1981; Metamorfosi. Immagini del pensiero, 1984; La battaglia della verità, 1986; Limina. Il pensiero e le cose, 1987; Asterischi, 1989; Bellezza e verità, 1990; L’enigma della bellezza, 1991; La disattenzione, 1992; La tomba di Baudelaire, 2003.


[i] Berman, linguista francese, traduttore dall’inglese, dallo spagnolo e dal tedesco, saggista e teorico della traduzione, è menzionato da Maria Luisa Vezzali a p. 8 del suo Editoriale al volume di “Materiali” (pubblicazione semestrale della Bottega dell’Elefante), pubblicato nel dicembre 2007 con il titolo La soglia sull’altro. I nuovi compiti del traduttore.