Franco Ferrucci

Uomo e storia nei poemi di Vincenzo Frungillo

Staffetta femminile della DDR alle Olimpiadi di Mosca del 1980

Staffetta femminile della DDR alle Olimpiadi di Mosca del 1980

I poemi di Vincenzo Frungillo (Ogni cinque bracciate, Le Lettere, 2009; Iter stultorum, in Undicesimo Quaderno di poesia contemporanea, Marcos y Marcos, 2012; La fine di Lucrezio, in La fisica delle cose, Giulio Perrone editore, 2011) rappresentano una vera e propria trilogia sulla storia ed hanno al centro lo stupore verso la condizione dell’uomo, al tempo stesso uguale ed eccentrica rispetto agli altri esseri, che è la stessa meraviglia che risale alla sapienza tragica greca; basti ricordare i famosi versi del coro dell’Antigone di Sofocle «Molte sono le cose mirabili, ma nessuna è più mirabile dell’uomo»,[1] ossia lo sgomento e la vertigine al cospetto  della libertà umana, che prende forma nel linguaggio. La libertà di ritrovarsi o di perdersi di raccontarsi o dimenticarsi, la libertà e l’angoscia di dover darsi un limite che non è dato una volta per tutte e quindi la necessità di dover esperire l’esistenza come continuo rischio di cadere nella sproporzione, nella hybris (ὕβρις) («Sapersi mutazione costante,/ oltre la divisione delle caste,/ anche se il mondo, orfano del sublime,/ vede ogni cosa senza la sua fine.»; La fine di Lucrezio). Da qui nasce, però, anche la tenerezza verso lo stare al mondo dell’uomo, la consapevolezza nei confronti della comune sorte dei mortali, cioè di coloro che sanno fin nell’intimo delle loro fibre che moriranno (Per la legge naturale della specie,/ solo chi conosce fino in fondo/ la tenerezza dello stare al mondo/ può vedere le barbarie. La fine di Lucrezio). L‘esistenza dell’uomo è proprio questa faglia tra bios (βίος) e logos (λόγος), che si allarga e si restringe, ma che tiene uniti sotterraneamente le due sponde dell’esistere dell’uomo, come lo stesso Frungillo, in un suo saggio, fa notare consapevolmente: «L’equilibrio sta proprio nella relazione tra bios e mondo, tra temporalità del singolo e Storia.»[2] In altri termini l’uomo è l’unico essere − per quel che ne sappiamo − che ha consapevolezza, coscienza simbolica di esistere, ha il linguaggio che nomina le cose, e in questo nominare le trae dall’indistinto primigenio e le consegna alla storia. La Storia è l’oggetto del dire poetico dell’uomo, il suo essere oltre il solo bios e già da sempre essere nello zoon (ζῷον),[3] ossia nella condizione di chi per essere ciò che è deve aprirsi, o meglio è già da sempre aperto, all’alterità del suo stare al mondo, e sperare di esserne riconosciuto, e nel logos, in quel che lega pensiero e parola, ciò che altrimenti sarebbe destinato al caos, a tornare nell’indistinto da cui proviene. Il discorso, in questo caso quello poetico, è il tentativo dell’uomo di sottrarre il suo destino all’insignificante, per l’irripetibilità dell’esistenza individuale e storica, della mera ripetizione della natura, anche se però, la natura, rimane nel corpo, anch’esso simbolo, legato indissolubilmente ad essa. Nell’intrecciarsi di bios, zoon e logos si dà la specificità del canto epico che coglie l’uomo nel suo divenire storico e fa assurgere quell’attimo (che può essere l’epopea delle nuotatrici di Ogni cinque bracciate, il viaggio verso il Santo Sepolcro della crociata dei fanciulli in Iter stultorum, o il viaggio di Memmio sulla scia di Epicuro in La fine di Lucrezio) colto e sottratto al divenire incessante, ad archetipo di uno specifico stare al mondo, quello che fonda un popolo, una nazione o un’intera civiltà (Gridavano in faccia allo spray rosso/ sui mattoni primordiali del più alto muro;/ lei, bambina, si caricò quell’urlo addosso/ e decise per sé  l’impegno più duro/ “salverò queste voci dal puzzo di piscio,/ le porterò con me in un posto libero, sicuro,/ farò di me stessa il oro corpo,/ farò dei miei gesti il loro volo!”. Ogni cinque bracciate). Se natura c’è nell’uomo essa è sangue, ossia già un simbolo, etimologicamente ciò che mette insieme due cose unendole, è un sentimento che ha trovato parola (ma la loro condizione io canto/ in parole, che sono filari di luce,/ lo stupore di fanciulle di fronte alla secca/ che la Storia produce. Ogni cinque bracciate). L’uomo unisce nel suo domandare il qui e ora della vita e l’oltre del fatto che non vive semplicemente come tutti gli altri esseri viventi ma esiste, ossia progetta ed è già da sempre oltre se stesso, è estasi temporale, memoria del passato, attenzione del presente e attesa del futuro, è storia appunto (Dal piede gocciola il tempo della memoria/ in cerchi regolari d’acqua e di cloro/ Ute riapre lo spazio della storia. Ogni cinque bracciate). Ma la storia è l’intreccio di tensioni che si contrappongono, lottano e che trovano negli eventi e nei singoli il luogo privilegiato del loro manifestarsi (Chi è pronto al sacrificio/o è un martire o un assassino,/ in ogni luogo luminescenza della Storia/ in ogni luogo ci deve esser un addio. Iter stultorum). E spesso le tensioni dell’essere storico dell’uomo, oltre che manifestarsi nei grandi eventi e nei personaggi che la storia la “fanno”, trovano il senso più profondo in eventi apparentemente marginali o in microstorie, che non sono mai accidentali, ma ramificate esse stesse con la totalità dell’epoca, dove, le tensioni e le contraddizioni, il conservarsi e il disperdersi, si coagulano e si sciolgono nella loro essenzialità. In altre parole, in alcuni eventi l’esistenza ritorna su se stessa per mostrarsi nel suo senso profondo, e questo senso profondo trova il suo luogo, lo spazio che gli compete, nella parola poetica, che nella sua essenzialità è canto del destino, o per lo meno di un destino, ma in quanto destino aperto e intellegibile da ognuno che lo voglia ascoltare (Lei conosceva la sua potenza,/ e il fondo che schiaccia come un’orma,/ lei sapeva, con il suo corpo di tedesca,/ che la morte aspetta sempre che la vita le getti un’esca. Ogni cinque bracciate).

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Si ristampi #9: L’assedio e il ritorno, Franco Ferrucci

l'assedio e il ritorno

L’assedio e il ritorno. Omero e gli archetipi della narrazione di Franco Ferrucci, pubblicato in prima edizione nel 1974 e ristampato nel 1991 per la collana Oscar di Mondadori, è un libro che mi ha segnato profondamente. Tanto profondamente quanto casuale è stato l’incontro con il volume, che mi è stato prestato da quella che allora era la mia fidanzata e che oggi è mia moglie, che a sua volta l’aveva ricevuto in prestito da una nostra comune amica. Quando il passaparola funziona! Un saggio che per me, man mano che aumentavano i passaggi di lettura, diventava qualcosa di più di un semplice libro, ma l’apertura verso  un mondo immenso e meraviglioso, che mi ha suggestionato a tal punto da ispirarmi, all’epoca, anche un piccolo componimento in versi dal medesimo titolo. A distanza di vent’anni dal primo incontro con il testo di Ferrucci e dopo una serie incalcolabile di riletture, perché, detto per inciso, quel libro non è stato più restituito alla sua legittima proprietaria, mi rendo conto che il testo esprime in maniera concisa e lapidaria quelle che per me erano le questioni capitali che il mio percorso di formazione allora affrontava: il rapporto con l’origine, il rapporto tra parola e silenzio, tra parola scritta e tradizione orale, la vita e il tempo. Il libro si incentra su di una lettura dell’Iliade e dell’Odissea come archetipi di due modelli narrativi e letterari che si confronteranno e si inseguiranno in tutta la storia della letteratura occidentale (basti pensare a Dante, a Cervantes, a Melville, a Joyce, a Kafka, tra gli altri): l’assedio come eterno presente e ripetizione, come tensione verso una felicità nascosta, percepita e irraggiungibile; il ritorno come apertura alla memoria e all’attesa, al passato che viene rammemorato e raccontato per creare un filo che lo leghi al futuro che si attende e si spera, al ritorno appunto, che è un ritorno biografico, storico e metafisico al tempo stesso. L’Iliade è il primo libro scritto della tradizione occidentale, il modello originario, è l’emergere dell’isola della scrittura dall’oceano dell’oralità, è la soglia tra il buio e la luce, tra la parola che trova un appiglio per rimanere e quella che invece scompare nelle nebbie del tempo. Se un prima c’è stato, esso non può essere raccontato, rimane come traccia invisibile che ci parla in negativo, attraverso la sua assenza, come il passato remoto che dimora in ognuno di noi  e che si agita invisibile dietro il primo ricordo cosciente che affiora alla luce, in questa prospettiva ontogenesi individuale e filogenesi della specie sono l’una lo specchio dell’altra. Non è un caso, fa notare Ferrucci, che l’Iliade tratti degli eventi che si svolgono nell’arco di cinquantuno giorni dell’ultimo anno di guerra e che l’inizio della guerra sia scomparso nella coscienza dei contendenti in un prima immemorabile, come se la condizione della guerra, dell’assedio per la conquista di un bene enigmatico e inaccessibile, sia eterna e che l’equilibrio di assedio e contro assedio non debba finire mai. Ma anche la narrazione della fine della guerra non è narrata, in quanto l’esperienza della fine e dell’inizio, come tali, sono negate all’uomo e se la narrazione è narrazione della vita non può spingersi oltre ciò che il fato ci ha assegnato, ossia un’assoluta cecità su quel che ci ha  preceduto e su ciò che sarà dopo la nostra fine. L’Odissea è invece un libro che ha già un prima, un passato, un modello a cui fare riferimento e che può tradire. Qui alla monolitica semplicità della struttura dell’Iliade, si sostituisce una  articolazione stratificata e complessa della narrazione, in cui luoghi, tempi e personaggi si inseguono. Lo stesso narratore si sdoppia. Omero affida allo stesso Ulisse la narrazione degli eventi che riguardano le sue peripezie, e in questo artificio del racconto nel racconto sembra quasi voler esprimere una presa di distanza ironica verso la veridicità della narrazione che può trasfigurarsi in immaginazione fantastica. Nel viaggio di Ulisse è possibile riscoprire il pericolo e al tempo stesso la necessità da parte del protagonista di diventare Nessuno per poter essere se stesso. Ritornare significa incontrare, nell’occhio spietato del Ciclope, quel che si è stati come specie, l’innocente ferocia della natura da cui si proviene in cui non vi è bisogno della parola, che in quanto tale tradisce, ma solo di muta e ferina intesa, come quella di Polifemo con l’ariete che è a capo del suo gregge. Confrontarsi con l’elementare che si incarna in Polifemo significa confrontarsi con il pericolo estremo di perdere il proprio principium individuationis, la propria umanità, ma anche aprirsi alla capacità di riconquistarla attraverso la ragione che è al tempo stesso astuzia e pietà, orgoglio e timore verso gli dèi dell’Olimpo. Il ritorno è sempre sotto la minaccia del perdersi definitivo, nell’oblio della terra dei mangiatori di loto, di regredire allo stato ferino presso la Maga Circe, perdendo l’umanità che la specie ha conquistato attraverso il susseguirsi delle generazioni. Ritornare significa accettare la dimensione mortale dell’uomo, lo stato intermedio tra belva e dio che rende l’uomo quel che è, il suo essere finitudine, essere legato agli affetti, quanto più fragili tanto più necessari, per questo Ulisse fugge da Circe, fugge dall’isola Ogigia di Calipso, fugge dall’eterna beatitudine degli dèi o dall’eterno oblio delle fiere, per tornare dalla moglie, da Penelope, perché in quanto uomo non può dimenticare ciò che è stato, perché da esso dipende ciò che è e sarà. È nel ritorno a Itaca che Ulisse può compiere il proprio destino, rompendo un nuovo assedio, quello dei Proci alla sua terra e a sua moglie, parodia dell’assedio di Troia, e una volta riconquistato il talamo coniugale, prefigurare un nuovo viaggio, eterno ciclo che si rinnova tra assedio e ritorno nell’esistenza dell’uomo, sia esso singolo, sia esso umanità. Ora, al termine di questa ricostruzione, posso confessare la perdita della copia del testo di Ferrucci, cercata ovunque proprio in preparazione di questo articolo e non ritrovata, non so se ingoiata in qualche recesso del mio appartamento, se prestata a qualche alunno e mai ritornata indietro, ma accetto questa perdita, come il compimento necessario del mio rapporto con questo testo, il caso dà e toglie ai mortali senza dare spiegazioni. Sta di fatto che queste poche righe si sono basate su quanto ricordavo delle letture passate, spingendomi fin dove la memoria mi ha portato, sperando che quel che ricordo corrisponda alla realtà del libro, al suo nucleo essenziale che ho cinto d’assedio, cercando di comprenderlo per tanti anni, e che non ne sia una trasfigurazione immaginaria, spero che il ricordo che ho di questo meraviglioso e necessario libro sia vero come i racconti di Ulisse nell’isola dei Feaci.

© Francesco Filia