franco arminio

Caregiver Whisper 16

Mio padre Sebastiano è morto l’11 novembre 2016 per le conseguenze di un adenocarcinoma. A Lucia, mia madre, è stato diagnosticato nel 2014 il morbo di Alzheimer. Quando si è ammalato, mio padre ha iniziato a raccontarmi la sua vita mettendo, così, ordine anche tra le testimonianze confuse di mia madre. Lei ha disimparato cose elementari come vestirsi in modo corretto, lavarsi e mettere le cose in ordine. Io sono il suo caregiver. Come molti altri malati nelle sue condizioni, è spesso irascibile e aggressiva perché non ha più gli strumenti per decifrare cosa le succede intorno. In Caregiver Whisper racconto piccole storie di vita nella malattia, tra le mille difficoltà con cui mi sono dovuto misurare, il più delle volte da solo, e l’ironia che ci ha aiutato a non impazzire nei momenti più difficili. Questa rubrica è dedicata ai miei genitori, alle persone che mi sono state accanto in questo percorso e a chi si trova, come me, a guardare in faccia la realtà, cercando di elaborare un lutto che lutto ancora non è. (altro…)

Una frase lunga un libro #92: Franco Arminio, Cedi la strada agli alberi

arminio

Una frase lunga un libro #92: Franco Arminio, Cedi la strada agli alberi, Chiarelettere 2017; € 13,00, ebook € 7,99

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Pensa che si muore
e che prima di morire tutti hanno diritto
a un attimo di bene.

Il sottotitolo di questo libro è “Poesie d’amore e di terra”, ed è corretto, sono d’accordo, ma aggiungerei per questa nuova e bella raccolta di Franco Arminio anche: “Poesie di vento”; vi spiego perché. Durante tutta la lettura di questi testi, io un vento l’ho proprio sentito, anzi ne ho sentiti diversi. Qualcosa mi ha accompagnato tra le poesie. A volte è stato il vento forte che spesso spira in Irpinia, in Basilicata, quel vento di terra e di montagna; un vento freddo, naturalmente, un vento avvolgente. Un vento che costringe a mettersi al riparo, ad entrare in una casa, in un bar. Un vento che è bene non affrontare da soli. Voltavo pagina e a un tratto il vento si calmava, ma non smetteva; diventava un vento strano, un soffio lontano come una carezza, come un tepore, ti veniva voglia di toglierti il cappello, di aprirti la sciarpa sul collo, ma non facevi in tempo perché due pagine più avanti il vento freddo tornava e spazzava la neve, e ti faceva lacrimare gli occhi, ripiegare su te stesso. Era il vento di Arminio che stordiva e commuoveva, che ti faceva venire voglia di abbracciare qualcuno e subito dopo di gridare. Era un vento che ti diceva di amare e di resistere. Era un vento buono, in alcune poesie somigliava a quello del mare.

Basterebbe già questo a giustificare la lettura del libro, perché se le parole sono capaci di farvi sentire il soffio del vento, il rumore della neve spazzata, il singhiozzo del pianto, allora hanno già fatto moltissimo, ma vi racconterò qualcosa ancora, perché sulle belle poesie è bene perdersi un po’ di più.

Da dove arrivano le poesie? Da dove arrivano queste di Cedi la strada agli alberi. Nella breve nota che apre il libro, Arminio scrive che vengono da un pavimento, da notti insonni, dal 1976, anno in cui venne la prima, da una 127 e che poi vengono da tanti sacchi della spazzatura riempiti con i testi scartati, e poi dal lavoro al computer, da testi che hanno mille versioni, ma poi alla fine arriva quella giusta, quando è il suo tempo. A me pare che, poi, queste poesie arrivino da passeggiate, da mani che toccano gli alberi e le pietre, da mani che toccano altre mani. Sono poesie che vengono da sguardi profondi, mi fanno pensare a tavoli di legno e a candele accese accanto alle finestre. Versi che vengono dai terremoti e dal tempo successivo ai crolli, versi che sanno di ricostruzione; mi viene da pensare ai nonni e al calcestruzzo, a una radice, a una castagna, a un bambino che corre tra vecchie case, al cemento e alla pioggia. Sono versi che mi fanno pensare al lavoro e al calore umano. Sono versi che hanno il sapore della sopravvivenza.

Arminio scrive in maniera chiara, ogni parola sta dove deve stare, ma si capisce che si mette al proprio posto dopo un lungo lavoro. Le parole sono come gli operai che tornano dal lavoro e che si siedono dopo aver fatto la doccia, dopo aver fatto “giornata”. Arminio prepara la sedia per le parole dopo aver lavorato con loro.

Il libro contiene testi di molti anni, ma non è un’antologia, è un libro che segna un tempo, il tempo del poeta. Si va dal paesaggio agli affetti familiari, dall’amore alla perdita; e ogni tanto si avverte il dolore, e ogni tanto si avverte la mancanza. La morte è un tema, come lo è l’assenza, ma la morte qui non pare mai soltanto la fine, è l’ultima di una serie di cose. La morte – e per Arminio è da sempre così – non fa mai terminare il dialogo, né pone fine all’amore. Possiamo parlare con i morti, o con chi è andato via. Se tutto finisce molto rimane e ogni tanto addolora, e ogni tanto conforta. Cedi la strada agli alberi è un libro d’amore e memoria, è un libro che ha un peso specifico e che ci fa sentire meno soli. Nell’ultima parte del libro troviamo dei piccoli brani in prosa, sono riflessioni su “la poesia al tempo della rete”, un tema molto caro ad Arminio, con pagine molto interessanti e acute.

I libri poi finiscono, ma molto tempo dopo aver letto l’ultima poesia si sente ancora il rumore del vento.

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© Gianni Montieri

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per leggere alcune poesie tratte dal libro cliccate qui: CediLaStradaAgliAlberi

Franco Arminio, Cedi la strada agli alberi

arminio

Franco Arminio, Cedi la strada agli alberi, Chiarelettere 2017, € 13,00

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Pensa che si muore
e che prima di morire tutti hanno diritto
a un attimo di bene.
Ascolta con clemenza.
Guarda con ammirazione le volpi,
le poiane, il vento, il grano.
Impara a chinarti su un mendicante,
coltiva il tuo rigore e lotta
fino a rimanere senza fiato.
Non limitarti a galleggiare,
scendi verso il fondo
anche a rischio di annegare.
Sorridi di questa umanità
che si aggroviglia su se stessa.
Cedi la strada agli alberi.

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Bellissima l’Italia
annidata sull’Appennino.
È la mia Italia,
è l’Italia che trema,
in cui mi inginocchio
ogni giorno
davanti alle porte chiuse,
ai muri squarciati.
Bisogna ripartire da qui,
qui c’è il sacro che ci rimane:
può essere una chiesa, una capra,
un soffio di vento,
qualcosa
che non sa di questo mondo
né di questo tempo.

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Lettera a Rocco Scotellaro

Caro Rocco,
io sono nato quando il tuo mondo
stava finendo.
si è più soli nel mondo che è venuto,
ma per fortuna ogni tanto
c’è qualche giorno di bella luce.
ora la tua Lucania è un altare
per i devoti della terra,
è la pietra che fiorisce nell’aria.

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La sera che fece il terremoto io stavo bene.
Mi piaceva tutta quella gente per strada,
tutti che si guardavano come se ognuno
fosse una cosa preziosa.
Quando si sono messi a dormire
nelle macchine
mi sono fatto un giro,
li ho benedetti uno per uno.

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Sono il guardiano
della mia malattia.
L’ho raccontata
alle donne che ho visto passare.
Adesso, se vuoi,
muto ti faccio entrare.

(altro…)

TRAVERSI 2016 a Treviso. A cura di Marco Scarpa

Locandina Traversi 2016

Riparte la rassegna di poesia Traversi per cinque incontri, uno al mese da febbraio a giugno 2016, che si terranno a TRA Treviso Ricerca Arte a Treviso. La volontà è sempre la stessa: far conoscere a più persone possibili quanto la poesia contemporanea possa e riesca a parlare a tutti. Per tentare questo ripartiamo con le nostre certezze e qualche novità. Incontri con autori tra i più noti della poesia italiana e autori meno noti ma con un grandissimo potenziale e un occhio particolare alla presentazione orale dei propri versi.
La poesia può avere diverse sfaccettature e differenti linguaggi e con questo nuovo ciclo di incontri vogliamo approfondire questo aspetto. Poeti più classici, lirici accanto a poeti più performativi e poeti che hanno saputo veicolare la poesia attraverso più forme. Siate curiosi e lasciate una possibilità alla poesia.

La rassegna è a cura di Marco Scarpa. Maggiori info qui.

Calendario:

– Ven. 26.02 ore 20.45 / Alessandra Racca + Ramon Trinca

– Ven. 11.03 ore 21.30 / Giulio Casale

– Ven. 22.04 ore 20.45 / Franco Arminio

– Ven. 27.05 ore 20.45 / Silvia Bre e Klaus Miser

– Ven. 17.06 ore 20.45 / Milo De Angelis


									

ARGO – VIXI

segnalo l’uscita del nuovo numero di Argo (numero diciasette) : VIXI

per info (trama e per acquisto) qui:

ARGO VIXI INFO

per visitare il numero in anteprima qui:

ARGO VIXI ANTEPRIMA

in lettura qui alcune poesie contenute nel numero:

Marco Giovenale

Dolciastro un dentro
un iter nel pruno.
Il dito mostra le escavazioni e il nero
la masticazione dalla
ruggine dei vermi,
la gomma brillante, i canali, una lacca,
minimo fiume interno fluminis acedia
sottocorticale poi più
niente fra vita e morte – una
fascia di frazioni
di hertz, quasi zero.
(Meno).

Gianni Montieri

Gli spararono in faccia
che tutti sapessero, che tutti ricordassero
la sera stessa in piazza
commenti da stupidi ventenni
stabilivamo con una birra in mano
il grado di importanza di una morte
(chi lo conosceva, quanti colpi
se c’era tanto sangue, quanta polizia)
qualcuno stava zitto, qualcuno parlava

pochi minuti per tornare all’ordinario:
la biondina in jeans tagliati a chi la dava
il centravanti squalificato, il motorino truccato.

Franca Mancinelli

un colpo di fucile
e torni a respirare. Muso a terra,
senza sangue sparso.
Cose guardate con la coda
di un occhio che frana
mentre l’altro è già sommerso; e tutto
s’allontana. Gli alberi
si piegano su un fianco
perdono la voce in ogni foglia
che impara dagli uccelli
e per pochi istanti
vola.

Viola Amarelli

(vestito rosso)

Mettetemi il vestito rosso
e poi alla terra morbida una fossa
ch’io rinasca verme e insieme mosca
magari campanula o cicoria
e tutto questo senza tante storie
che anche la morte, sai, serve la vita.

Salvatore Della Capa

Se la sera rientro
un angolo buio mi accoglie.
I muri conficcati nella carne
le ginocchia segnate
dal silenzio dei morti

Paolo Fichera

<frame nella morte>
un lenzuolo che sa di birra e urina, l’ultima festa
prima del tramonto
quel tramonto lo chiami sangue, o fierezza, non ricordi.
un riflesso: io sono te, l’uomo che cammina tra gli alberi
nel suo paesaggio
<io sono l’uomo che stupra la voce nell’ora in cui sarai muto>
<io sono te, ora, scritto nella voce>

Anna Lamberti-Bocconi

Chi sente il flusso dei morti, la fiaccola,
il volo dello zucchero filato,
la lana, i soffioni, i ciuffi bianchi,
librati a poca altezza dal suo cuore
a roteare in cerchi ripetuti
sopra le scaturigini del mare,
quelle abissali fenditure fredde
da dove sgorga il sale senza fine;
chi ha l’aureola dei morti sopra il mare
irradia come febbre in nervature
di foglie, porta in sé l’ultravioletto,
i gesti dell’arare e seminare
astratti in invisibili scritture
Chi sia: si allunga verso l’orizzonte
con un tributo teso, individuale,
dove tracolla il necessario amore.