Francis Scott Fitzgerald

Francis Scott Fitzgerald, da Primo maggio

Vi era stata una grande guerra combattuta e vinta e le vie della grande città del popolo conquistatore erano attraversate da archi trionfali e vivide di fiori bianchi, rossi e rosa lanciati dalla folla. Per tutte le lunghe giornate di primavera i soldati di ritorno avevano percorso incolonnati la via principale preceduti dallo strepito dei tamburi e dai clangori allegri degli ottoni, mentre commercianti e impiegati interrompevano contrattazioni e conteggi e, pigiandosi alle finestre, volgevano con gravità verso i battaglioni che sfilavano i bianchi grappoli dei loro visi.
Nella grande città non si era mai veduto tanto splendore, poiché la guerra vittoriosa aveva portato nella propria scia l’abbondanza e i commercianti avevano affollato la metropoli con le loro famiglie, provenendo dal Sud e dall’Ovest, per godersi tutti gli opulenti banchetti assistere agli sfarzosi festeggiamenti preparativi, e acquistare alle loro donne pellicce in vista del prossimo inverno e borsette di maglie d’oro e scarpine da ballo di seta e argento e raso rosa, e stoffe dorate.
Alla pace e alla prosperità imminenti gli scrittori e poeti del popolo conquistatore inneggiavano con tanta giocondità e con tanto chiasso che gli spendaccioni erano accorsi in numero sempre più grande dalla provincia per bere il vino dell’entusiasmo i mercanti vendevano sempre più rapidamente le loro paccottiglie e le loro scarpine da ballo. Infine essi reclamarono a gran voce altre bottiglie e altre scarpine, per poterle vendere a caro prezzo pur accontentando i clienti. Alcuni di loro alzano addirittura le braccia al cielo sconfortati, gridando: «ahimé! non ho più scarpette! e ahimé! Non ho più paccottiglie. Il cielo mi aiuti, poiché davvero non so cosa farò!»
Ma nessuno ascolta il loro vibrato lamento in quanto le folle erano di gran lunga troppo occupate… Un giorno dopo l’altro le fanterie sfilavano allegramente nella via principale tutti esultano perché i giovani di ritorno dalla guerra erano puri e coraggiosi, con dentature sane gote rosee, e le giovani donne del Paese erano vergini e belle, di viso e di corpo.
Così, durante tutto quel periodo, molte avventure furono vissute nella grande città e di esse, parecchie – o forse una soltanto – sono qui narrate.

I

Alle nove di mattina del primo maggio 1919, un giovanotto si rivolse al portiere dell’Hotel Biltmore, domandandogli se il signor Philip Dean alloggiasse li e, in tal caso, se era possibile avere la comunicazione telefonica con il suo appartamento. Il giovane indossava un frusto vestito di buon taglio. Era basso di statura, esile, una sua tenebrosa bellezza; aveva gli occhi frangiati in alto da ciglia eccezionalmente lunghe e segnati in basso dalle semicerchio azzurro della salute cagionevole. E l’impressione di una salute cagionevole veniva intensificata dal rossore innaturale che gli colori va il viso come per effetto di una febbre bassa ma incessante.
Il signor Dean alloggiava in albergo. Il giovane fu indicato un apparecchio telefonico al suo fianco.
Dopo un attimo ebbe la comunicazione. Una voce assonnata disse «Pronto» da qualche punto sovrastante.
«Il signor Dean?» – con molta ansia – «… sono Gordon, Phil. Gordon Sterrett. Mi trovo giù nel vestibolo. Ho saputo che eri a New York e ho immaginato che ti avrei trovato qui.»
La voce addormentata divenne a poco a poco entusiasta. Ma bene, come stava Gordy, caro, vecchio Gordy? Be’, che sorpresa e che piacere! Voleva salire immediatamente, Gordy, per tutti i diavoli?
Pochi minuti dopo Philip Dean, in pigiama di seta azzurro, apri la porta della sua camera e i due giovani si salutarono con una esuberanza un po’ impacciata. Erano entrambi sui ventiquattro anni, laureati a Yale l’anno prima della guerra; ma qui il parallelismo cessa bruscamente. Dean era biondo, di colorito acceso e tarchiato sotto la stoffa sottile del pigiama. Tutto in lui lasciava trasparire la pienezza della salute, le perfette condizioni fisiche. Sorrideva spesso, mostrando denti grandi e sporgenti.
«Stavo per venire da te» gridò con entusiasmo. «Mi sto godendo un paio di settimane di vacanza. Se non ti spiace sederti per un attimo, sarò subito da te. Ero sul punto di fare la doccia.»
Mentre scompariva nel bagno, gli occhi scuri del visitatore frugano innervositi la stanza indugiando un momento su un grande sacco da viaggio inglese nell’angolo e su un’intera famiglia di camicie di seta pesante sparse sulle sedie tra cravatte vistose e morbidi calzini di lana.
Gordon si alzò e, presa una delle camicie, la sottopose a un minuzioso esame. Era di seta molto pesante, gialla con una righina celeste chiaro… e se ne vedeva quasi una dozzina di uguali qua e là. Gordon fissò involontariamente i propri polsini… Erano laceri, logori sugli orli e sporchi al punto da essere divenuti di un grigio chiaro. Lasciata cadere la camicia di seta, tende basse con le dita le maniche della giacca e spinse indietro i polsini sfilacciati finché non furono scomparsi del tutto. Poi si avvicina allo specchio e si contemplò con una curiosità languida e malinconica. La cravatta, un tempo bella, era sbiadita e striminzita… non bastava più a celare le asole sfilacciate del colletto. Penso, divertito, è soltanto tre anni prima aveva ottenuto schiacciante di voti nelle elezioni degli studenti anziani all’università, allievo più elegante del suo corso.
Dean emerse dal bagno frizionandosi il corpo.
«Ieri sera ho veduto una tua vecchia amica» osservò. «Le sono passato accanto nel vestibolo è proprio non mi è riuscito di farmi venire in mente il nome. È la ragazza con la quale andavi in giro durante l’ultimo anno a New Haven.»
Gordon trasalì.
«Edith Bradin? Ti riferisci a lei?»
«Proprio a lei. Bel tocco di figliola. Continua ad avere l’aspetto d’una sorta di graziosa bomboletta… se capisci quello che intendo: vien fatto di pensare che a toccarla potrebbe sporcarsi.»
Osservò compiaciuto la propria splendente immagine nello specchio e fece un sorrisetto esponendo una parte dei denti.
«Deve avere 23 anni, comunque» continuò.
«Ventidue compiuti il mese scorso» disse Gordon, distratto.
«Come? Oh, il mese scorso. Be’, immagino che sia venuta per il ballo delle studentesse. Lo sapevi che questa sera al Delmonico c’è il ballo delle studentesse di Yale? Faresti bene a venire, Gordy. Ci sarà una buona metà di New Haven. Posso procurarti un invito»
Infilando con languidi movimenti biancheria pulita, Dean accese una sigaretta, sedette accanto alla finestra aperta e si esaminano polpacci e ginocchia alla luce del sole mattutino che si riversava nella stanza.
«Accomodati, Gordy» disse all’amico «e raccontami tutto quello che hai fatto, quello che stai facendo adesso e così via.»
Sorprendendolo, Gordon si lasciò cadere sul letto; vi rimase inerte e avvilito. La bocca, tele stava in genere appena dischiusa quando aveva il viso rilasciato, gli diede a un tratto un’espressione indifesa e patetica.
«Che cos’hai?» si affrettò domandare Dean.
«Oh, Dio!»
«Che cos’hai?»
«Tutta la più maledetta jella del mondo» rispose Gordon, sconsolato. «Sono assolutamente a terra, Phil. Non ne posso più.»
«Eh?»
«Non ne posso più.» Gli tremava la voce.
Dean lo scrutò più attentamente, esaminandolo con gli occhi celesti.
«Sembri sconvolto sul serio.»
«Lo sono. Ho rovinato tutto.» Si interruppe per un momento. «Farei meglio a incominciare dal principio… o ti annoio?»
«Niente affatto; parla.» E tuttavia nella voce di Dean affiorò una nota di esitazione. Aveva fatto quel viaggio all’Est per godersi un periodo di vacanza… Il trovare Gordon Sterrett nei guai lo esasperava un poco.
«Parla» ripeté, e poi soggiunse, tra i denti: «E finiamola».
«Ecco» cominciò Gordon con voce malferma «arrivai dalla Francia in febbraio, andai a casa mia ad Harrisburg per un mese e poi tornare a New York per trovare un impiego. Lo trovai, in una società di esportazioni. Ieri mi hanno licenziato.»
«Ti hanno licenziato?»
«Ora ti spiegherò, Phil. Voglio parlarti con tutta franchezza. Sei, si può dire, da sola persona alla quale possa rivolgermi in una situazione come questa. Non ti spiace se ti dico sinceramente come stanno le cose, vero, Phil?»
Dean si irrigidisce un poco di più. I colpetti che si stava dando sulle ginocchia divennero automatici. Sentiva in modo vago che lo si costringeva ingiustamente a caricarsi sulle spalle il fardello di una responsabilità; non era certo di desiderare che Gordon si confidasse con lui. Benché non si fosse mai stupito venendo a sapere che Gordon Sterrett si trovava in piccole difficoltà, c’era qualcosa, nella disperazione di lui in quel momento, che gli ripugnava e lo rendeva crudele, pur destando la sua curiosità.
«Continua.»
«Si tratta di una donna.» (altro…)

PoEstate Silva #37: Antonio Merola, da “F. Scott Fitzgerald e l’Italia”

L’approccio di Fernanda Pivano: le introduzioni come strumento critico

1. Una nuova scuola americanista

Il successo di F. Scott Fitzgerald in Italia comincia grazie alla traduzione di Tenera è la notte (Einaudi, 1949) a cura di Fernanda Pivano voluta fortemente da Cesare Pavese che così scriveva in una lettera all’amico Davide Lajolo: «Non ho voluto tradurre io i libri di questo scrittore […] perché mi piacevano troppo». Mondadori poi acquista i diritti delle altre opere che escono in ordine sparso rispetto alla cronologia reale e che vengono tutte tradotte da Fernanda Pivano, eccetto l’ultima: Il Grande Gatsby (1950), Di qua dal Paradiso (1952), Belli e dannati (1952) e il romanzo incompiuto Gli ultimi fuochi (nella traduzione di Bruno Oddera, 1958).
La scelta di cominciare con Tenera è la notte dipendeva da una serie di mancanze: anzi tutto, l’insuccesso di Gatsby il magnifico richiedeva alla casa editrice una prudenza particolare nel proporre al pubblico italiano uno scrittore nuovo; c’era poi una intenzione provocatoria: Tenera è la notte (pubblicato in America nel 1934) rimaneva l’ultimo romanzo compiuto di Fitzgerald che però veniva allora completamente ignorato, costringendolo a recarsi a Hollywood e a mettere il punto nella sua carriera ufficiale di scrittore, se si esclude il punto e virgola della raccolta di racconti Taps at Reveille e Gli ultimi fuochi.
Persino chi gli era vicino criticava l’opera aspramente:

Tenera è la notte, sul quale Fitzgerald aveva puntato le sue illusioni, non ebbe il successo sperato. La critica più sciocca fu quella di Ernest Hemingway, il quale, come scrisse Gertrude Stein, aveva la perversa abitudine di ammazzare i rivali e sotterrare i cadaveri. Secondo Hemingway, Fitzgerald non sapeva pensare, non conosceva la realtà, non ascoltava gli altri, non dimenticava mai la sua tragedia personale, non possedeva disciplina; e poi aveva commesso un errore imperdonabile. Secondo Hemingway, Dick e Nicole Diver [i protagonisti del romanzo] erano pessime copie di Gerald e Sara Murphy [gli amici dei coniugi Fitzgerald sulla Costa Azzurra]. «Se prendi delle persone reali e scrivi su di loro, … non puoi far fare loro qualcosa che non farebbero… Devi mantenerle uguali… Non puoi fare di qualcuno qualcun altro».

Anche per questo, nelle stringate biografie letterarie dell’Americana e di Gatsby il magnifico non si va mai oltre il 1925: ma si aggiunga che Cesare Pavese ci teneva personalmente a contrapporsi alla critica dell’amico (o rivale) Vittorini e insieme, ad affermarsi attraverso una eccezionale riscoperta autoriale.
Il lavoro di traduzione viene però affidato alla lingua di Fernanda Pivano, ma questo non deve stupire: in qualche modo, il primo considerava la donna come una allieva personale e insieme la “coppia”, anche se con il tempo Pivano si allontana sempre di più dal Pavese-uomo, può (e anzi deve) essere considerata come una nuova scuola americanista e di transizione rispetto al circolo vittoriniano. (altro…)

Cinque testi da “Soglie” di Massimo Del Prete

 

ONDA/CORPUSCOLO

a S.

Quando eravamo pischelli
leggevamo insieme Hawking
in biblioteca.
Ci piaceva la sua storia:
paradossi e buchi neri
in un romanzo.

Dopo tutti questi anni
vieni a dirmi
che sai risolvere l’equazione di
Schrödinger,
che la metrica di Riemann
la capisci proprio bene, perdio!

Io invece – sono sempre quello
che ti consiglia i libri
che ti legge i suoi racconti,
una poesia o due
mentre fumiamo.

Eppure (non so come)
continuo a fare
il tuo lavoro
a risolvere
i tuoi conti

come se tu
volessi dire a me
dov’è che ha messo male
una virgola
Fitzgerald.

 

UNA CARPA

Da secoli s’avvera il sogno della carpa
che guizza contro il fiume
e segue il proprio corso, fino al monte –
sciabordano i suoi sensi estremi
se muta le sue squame
in scaglie portentose di dragone…
è mio il suo sguardo ardente, oggi,
che corro in senso inverso alle
rapide degli anni che travolgono
e quelli miei del cuore che indietreggiano
se il drago che dardeggia oltre il confine
si chiama giovinezza. (altro…)

Sul filo – da Charles Ebbets agli Incubus, passando per Philippe Petit

Una delle più famose foto in bianco e nero di sempre è quella intitolata Pranzo in cima a un grattacielo (Lunch atop a Skyscraper): è del ’32 e l’autore si chiamava Charles Clyde Ebbets. Il quotidiano Repubblica ci ricordava qualche giorno fa, il 20 settembre, che quella foto compiva 80 anni. L’edificio in questione allora Rca Building oggi General Electric Building, fa parte del complesso di grattacieli di Midtown Manhattan in profonda trasformazione nella sua età dell’oro, appunto tra gli anni ’20 e ’30, come sappiamo dalle pagine dei racconti di Francis Scott Fitzgerald, ad esempio in May Day in Tales of the Jazz Age, 1950 (Milano, Mondadori, 1968).

Lunch atop a Skyscreaper: undici protagonisti ordinari e no-name per l’istantanea di un’epoca. La fotografia che, come ben ricorda Walter Benjamin, aveva rovesciato il concetto di arte eterna e – soprattutto – sfidato quello di arte non riproducibile, indaga ora uno spazio (s)confinato catturato primariamente dall’inconscio ottico, uno spazio inteso anche come ‘superficie del mondo’ (secondo la prospettiva di Marco Belpoliti nell’indagine del “visualismo” in Italo Calvino). New York è una città-mondo, fiera, che già fagocita chi vi vive e la vive. Quello di Ebbets è forse uno sguardo sospeso, che incrocia punti di vista diversi e che, imprimendo per sempre queste ‘facce del popolo’, le rende un pezzo di straordinaria quotidianità che si fa leggenda.

La fotografia estende il potere evocativo del visivo ed è forse per questi motivi che quella foto molto fortunata degli operai a pranzo richiama, come in un gioco di matrioske, una performance del famoso funambolo francese Philippe Petit, raccontata in un magnifico film-documentario del 2008 dal titolo Man on Wire, diretto da James Marsh. È del 7 agosto 1974 la sua passeggiata sul filo teso fra i tetti del World Trade Center a più di 400 metri di altezza, laddove lo spazio elaborato inconsciamente diventa reale, trova un ‘contenuto’ fisico. Questo il cinema ce lo fa vedere: immagini ad alto grado di frequenza. Eppure l’azione è immortalata anche nelle fotografie. L’incrocio di corpo (performante), e immagini (riproducenti) ammette un ‘vedere’ multiplo, live e post, unico in quanto la performance lo è, riproducibile in quanto lo sono la fotografia e il documentario. E tuttavia, non è da dimenticare che la performance è anche incarnazione per definizione dell’idea di ars gratia artis «Perché un essere umano sulla sommità di una cima altissima, molto forte ma molto fragile, è un’immagine perfetta» afferma lo stesso Petit, che serve a se stessa per sé.

Nel 2001 le Torri Gemelle crollano, ma l’immaginario ad esse legato e connesso all’epoca prospera di Ebbets – e alla sua prosecuzione nell’arco di tutto il Novecento, e odierna -, non cede. Certo va ri-codificato, come il potere del cinema, e della fotografia.

E quindi, se invece alla camminata di Philippe Petit, fissata su pellicola, fosse attribuito un nuovo significato, come avviene nella copertina dell’ultimo album della band californiana Incubus, If not now, when?, del 2011? «Può essere letta come una metafora della vita: una continua ricerca di equilibri e di senso. È come se tutti noi camminassimo su una corda tesa […]»: l’art pour l’art, in un cortocircuito, può convertirsi anche in ‘allegoria pop’.