Francesco Targhetta

Francesco Targhetta, Le vite potenziali (nota di P. Grassetto)

Francesco Targhetta, Le vite potenziali, Milano Mondadori, 2018, pp. 243, € 19,00

Le vite potenziali è l’opera prima, in prosa, di un giovane scrittore classe 1980, nato a Treviso: Francesco Targhetta.
Data e luogo sembrano avere una loro rilevanza nel romanzo, sia nella storia sia nello stile. Siamo nel ricco e produttivo nordest, quello che l’autore conosce perché vi è nato.
Nella storia i personaggi sono tre amici, giovani uomini in arrivo ai quarant’anni; vengono posti in luce il loro carattere, lo stile di vita, la mentalità, tratti tipici di quella generazione e che troviamo attorno a noi ogni giorno. Nello stile, pur avendo una narrazione per così dire “classica”, si utilizza a volte un linguaggio moderno con la scelta di un lessico tecnico, che fa riferimento ad un mondo del lavoro legato all’informatica.
Il romanzo è ambientato fra Treviso e Mestre, e presenta uno spaccato della realtà sia del mondo lavorativo, sia del mondo degli affetti di quella generazione. Tra i protagonisti quasi quarantenni, uno dirà verso il finale: «È strano essere arrivati a questo punto e forse è strano esserci arrivati e basta».
L’autore cita e descrive con precisione i luoghi dove si svolge la storia, prevalentemente in località Marghera in cui si trova, in Via delle Industrie, la sede dell’azienda centrale nella vicenda – a oggi luogo di lavoro per molte nuove attività della zona. Non tralascia Targhetta di fare brevi descrizioni paesaggistiche, in particolare della ex zona industriale fra Mestre e Marghera vicina al polo Vega. Della stessa Marghera egli dice, con parole che mettono a nudo la realtà, che è «un caso di totale tradimento rispetto al disegno originario di moderna città giardino, l’imperfezione innalzata a sistema». Chi la conosce comprende perfettamente il senso della frase, e chi non la conosce lo immagina. Questi luoghi dismessi dopo il boom industriale lasciano un senso di abbandono e desolazione anche quando vengono riutilizzati, ripensati.
Per necessità lavorative, l’azione in qualche momento si sposta brevemente in altre località, ad esempio Milano, la città del lavoro per eccellenza, ma anche in alcune località europee. Di ogni punto d’osservazione, l’autore fornisce brevi ma puntuali precisazioni soffermandosi su dettagli che servono al lettore ad immaginare con verità lo svolgimento della scena. C’è una ricerca, e ci sono affondi narrativi.
Il doppio binario è da un lato “pubblico”, ossia il lavoro nell’azienda di informatica – anche vista come un anti-traguardo comune a buona parte di quella generazione -, dall’altro la vita privata dei tre amici e colleghi. Quindi, la narrazione si sviluppa in un intreccio tra la loro attività lavorativa e le loro vite sentimentali e amorose – in questo senso trama classica. Ciò rende interessante il romanzo, per la capacità dell’autore di orchestrare diversamente queste due scenografie, sempre riuscendo a porre in luce il carattere, la personalità dei protagonisti, sia nei rapporti fra loro, sia in questo mondo professionale, che è fondamentalmente nuovo.
I tre personaggi sono: Alberto, Luciano, Giorgio.
Alberto è fondatore della Albecom, che dirige senza che gli sfugga nulla; pieno di vitalità, di idee innovative, gran lavoratore anche nei fine settimana, ci appare da subito come un personaggio vincente sia nel lavoro sia nella vita privata, e lo sarà anche nella conclusione della storia. Alberto ha il culto della chiarezza, fattore ereditario; era lui che in famiglia avrebbe messo ordine alle cose. Aveva imparato presto ad arrangiarsi da solo. (altro…)

PAESAGGI DI POESIA 2016 – SETTIMA EDIZIONE

PAESAGGI DI POESIA 2016 – SETTIMA EDIZIONE

a cura di Sergio Rotino, con la collaborazione di Luciano Mazziotta

BOLOGNA, Ibs.it bookshop, piazza dei Martiri, 5 – Libreria Trame, via Goito 3/C

Modo ipofrigio, 2015 Stefania De Salvador Tecnica mista su tavola di legno, 60x40

Modo ipofrigio, 2015
Stefania De Salvador
Tecnica mista su tavola di legno, 60×40

 

 

Settima edizione consecutiva per Paesaggi di poesia, rassegna di incontri e dialoghi con alcuni dei nomi più interessanti del panorama poetico italiano ed europeo.
Organizzata a Bologna da Sergio Rotino,  principalmente negli spazi di Ibs.it bookshop ma anche in quelli di Libreria Trame, in questo settimo anno la rassegna si avvale dei suggerimenti di Luciano Mazziotta, giovane critico e poeta.

La formula è però rimasta invariata.
Infatti nell’arco di quattro mesi, da febbraio a maggio, verranno ospitati negli spazi delle due librerie 16 incontri con 18 poeti per un totale di 19 titoli. Gli autori provengono da tutta Italia (Lombardia, Sicilia, Campania, Marche, Veneto, Lazio, Emilia, Toscana), dall’Irlanda (Afric Mc Glinchey) e dal mondo anglosassone in generale.
La discrepanza fra numero di titoli e quantità di autori è dovuta alla creazione di DUE, un ramo della rassegna in cui due poeti dialogheranno l’uno sul volume dell’altro, e viceversa, in uno scambio di presentazioni. Oppure un poeta presenterà due suoi volumi, usciti in contemporanea. Oppure ancora due poeti parleranno del libro scritto a quattro mani, ma separatamente.

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Andrea Longega: Primo lustro

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Andrea Longega, Primo lustro, Nervi edizioni, 2015

*

Spesso il lavoro del poeta è paragonato, a volte giustamente a volte meno, a quello dell’artigiano; paragone che si potrebbe estendere anche a certi scrittori di racconti brevi. Il lavoro sul foglio, la scelta di ogni parola, la decisione di lasciarne fuori qualcuna. Riguardare il foglio, modificare ancora, oppure fermarsi, accorgendosi d’aver finito. Cose per le quali occorre del tempo, come per le cose fatte a mano. Ho sempre pensato che Andrea Longega fosse un poeta di quel genere, uno che cura le parole, che pensa a un doppio suono, quello del dialetto e dell’italiano, che anche quando parla, parla poco. Sarà la sua indole, sarà la Laguna, dove è nato e vive, un posto dove comanda l’acqua è un posto che ti ridimensiona, ti ricorda la tua piccolezza, ti tiene lontano dal mondo, e allora tu impari a mantenere le cose alla giusta distanza, e a lavorare sulle parole e sulla memoria, lentamente, come fa l’acqua che lambisce le fondamenta. Longega lavora così, è un poeta sul serio ed è bravo. Primo lustro è il suo libro più recente, da poco uscito per Nervi Edizioni, invito tutti a entrare nel sito per scoprire il progetto di Fabio Donalisio, Francesco Targhetta e Marco Scarpa; la tiratura di ogni volumetto è di cento copie, bella la lavorazione, bella la scelta della carta, così come lo è quella grafica. Il libro ti arriva come un pacco regalo perché la cover lo avvolge e sembra proprio un pacchetto, poi lo apri e devi separare la parte superiore delle pagine con un tagliacarte, o un coltello, faccenda molto emozionante e divertente, anche per un imbranato come il sottoscritto. Finito il taglio, visto il cucito si arriva alle poesie e torniamo a Longega.

E no ti ga più domandà
no ti te ga più angustià
per le parole che fora messa
te riservava in coro la comunità
«ma na morosa no la ga?»
no ti ga avuo più curiosità
par quel anèlo che da la fine
de l’ista portavo al déo…

e sfavilava quel argento
in mezo al to tormento.

[E non hai più domandato / non ti sei più angustiata / per le parole che finita messa / ti riservava in coro la comunità / «ma una fidanzata non ce l’ha?» / non hai avuto più curiosità / per quell’anello che da fine / estate portavo al dito… // e sfavillava quell’argento / in mezzo al tuo tormento.]

La perdita e il dolore, cui la mancanza conduce, sono stati i grandi temi di Andrea Longega, pensiamo a El tempo de i basi (D’if edizioni, confluito poi nel meraviglioso Finìo de zogàr, uscito per Il ponte del sale), lo struggente racconto del dolore, dell’amore verso la madre, l’accompagnamento verso la fine, ora dopo ora. Perdita e dolore che in Primo lustro si ricompongono e che insieme alla memoria raccontano il passato, le conseguenze del passato e il presente. Longega rielabora il dolore, ogni verso è una malinconica carezza, e (soltanto per la sua bravura) noi proviamo la stessa nostalgia. Ci si riaggiusta dopo una perdita, ci si ricorda, e con l’occhio affettuoso si guarda al tempo andato in altro modo, e si accenna un sorriso. Longega compie anche un elogio alla lentezza, ci sentiamo raggiunti da un lungo ragionamento, noi lettori siamo la fine di un percorso, i versi che il poeta scrive sono solo una parte del lungo gesto d’addio che non potrà mai compiersi del tutto. Ogni poesia è un saluto, e con la poesia Longega può salutare tutte le volte che vuole. Un’altra cosa va detta, quando leggiamo le poesie di Andrea Longega, capita una cosa bella e rara, si sente proprio una musica, un bel suono che ci contagia ancora prima del contenuto.

Ah, Elvira, che no ti pensi,
nissuni più
gà lustrà i argenti.

[Ah, Elvira, non illuderti, / nessuno più / ha lucidato l’argenteria.]

*

© Gianni Montieri   su Twitter @giannimontieri

“Le cose sono due” di Francesco Targhetta. Recensione

le cose sono due targhetta-copertina

Stampata in tiratura limitata nella collana Valigie Rosse, vincitrice del Premio Ciampi 2014 (come abbiamo annunciato qui), la nuova raccolta di Francesco Targhetta, Le cose sono due, ha come titolo un settenario. Un’inaugurazione, questa, con un verso principe della nostra tradizione che figura da subito a p. 10, nel secondo testo: «I giorni in cui non parli con nessuno/ le cose sono due:/ o arrivi a cogliere il senso del tutto/ o confondi corrompi e t’ingarbugli/ e la tua voce che chiama il gatto/ è quella, alla sera, di un crooner/ («eccoti i miei rimasugli»),/ l’eco rauca e lunga/ nella notte che ti riprende in scacco//».
Iniziare con una dicotomia significa annunciare sì due direzioni ma soprattutto un intento che è da subito chiaro: una decisione ferma, precisa, del dove si va ma anche – prima – del ‘da dove’ si guarda. Dobbiamo tenerle entrambe a mente, soprattutto quest’ultima, così come ricordiamo i riferimenti poetici che hanno caratterizzato la poesia dei volumi precedenti: sono Govoni e i neo-crepuscolari Giudici e Pagliarani, fra tutti. Dai padri, qui, si prendono però le distanze, per cercare una voce che sia maturata, allontanandosi un poco dalle precedenti opere Fiaschi (ExCogita, 2009) e Perciò veniamo bene nelle fotografie (Isbn, 2012) che restano, tuttavia, sullo sfondo a ricordarci da dove si arriva (alcune sue poesie edite e inedite, le trovate qui).
Se permane in generale un legame con il metro tradizionale una particolarità in questa raccolta può essere la punteggiatura, che ‘dice’, e che si lega al ritmo e al tempo, su cui tornerò.
La condizione di ‘figlitudine’ (in questo caso non poetica) e di solitudine fanno parte della prima delle due sessioni di Le cose sono due, “Uno”, mentre la vecchiaia, la morte, l’accidente tra gli altri, son i temi protagonisti della seconda, “Due”. L’osservatore è sì un solitario (come ogni poeta) ma anche è colui il quale, forte del suo occhio e del suo orecchio, esprime i suoi luoghi e il suo presente con precisione (il dialetto, infatti, resiste e entra nei versi, di tanto in tanto). Targhetta accetta la sfida di non sottrarsi al presente, non sta in disparte: lo registra, come fa molta di quella poesia di oggi che va sotto l’etichetta della ‘comprensibilità’ e per questo motivo ammette anche il ‘pop’, di cui parla Paolo Maccari nella postfazione. Non si tratta di un fatto generazionale ma di un’etica.
In tutte queste poesie c’è sempre una chiarezza di luogo e di tempo, date anche dall’essenzialità della luce che filtra dalle immagini che intercalano i testi, dall’immagine del lampadario in copertina ma anche dalle poesie stesse, dalla loro stessa comprensibilità. Nella quarta di copertina si cita appunto Piero Ciampi: «il testicolo della nuda lampadina al soffitto» ma è emblematica la poesia di p. 24: «Quando premi, con il soliti gesti,/ un qualsiasi interruttore, perché/ più densa da fuori è filtrata la sera,/ ma la luce non scatta,/ non passa l’innesco,/ quello stupore, ecco, preciso,// provi, di fronte ai giorni che in calare/ si girano, e ha questo, ancora/ di brutale, il riflesso: che,/ nato da un nuovo avvertimento del vuoto,/ ti lascia sul vuoto quasi un sorriso.//»
Targhetta veste le cose del loro significato con un catalogo di dettagli (ancora Paolo Maccari) che non si ammette né per elencazione né per elezione ma per rilevazione. Uno dei lemmi reiterati è – non casualmente – “eco” (pp. 10, 11, 34), residuo vivo di una voce che si cerca o cerca se stessa, ma anche di qualcosa che si va a perdere. Infine, il tempo di questa poesia si potrebbe avvicinare a una partitura (già si è fatto accenno alla punteggiatura): il poeta pare stare sempre qualche battuta indietro o in avanti sul tempo, anticipando o ritardando, scegliendo con questa modalità il punto d’osservazione da cui poetare, di nuovo, consapevolmente. Il tempo perciò non è soltanto ‘tempo’ puro, con precisione di giorni, ore, stagioni: il tempo è, in questi versi, soprattutto, sguardo.

© Alessandra Trevisan

 

Premio Ciampi 2014: Francesco Targhetta e Petr Hruška

PREMIO CIAMPI – VALIGIE ROSSE
2014

ciampi

Con la quinta edizione del Premio, la collana Valigie Rosse Poesia abbandona felicemente la stagione della sua «infanzia» e raggiunge l’importante tappa di dieci libri pubblicati.
La sensazione di incipiente maturità, naturalmente, non deriva soltanto da uno sguardo retrospettivo su quanto si è fatto con un entusiasmo ripagato dall’attenzione che i nostri libri hanno suscitato, ma anche dalle prospettive future, dal ritrovarsi già al lavoro per l’allestimento delle future edizioni 2015 e 2016 che, sul versante della poesia straniera, saranno dedicate rispettivamente alla Svizzera e alla Romania.
La «credibilità» del Premio, conquistata passo dopo passo mediante scelte indipendenti e proposte sempre all’insegna del dialogo, aperte con curiosità e passione al diverso da sé, ci sta offrendo la possibilità di collaborazioni sempre più articolate, che danno vita a progetti di sempre più ampio respiro.
La collezione di plaquettes di autori italiani si arricchisce quest’anno della brillante voce di Francesco Targhetta – già autore di Perciò veniamo bene nelle fotografie (Isbn, 2012), romanzo in versi su un’epoca precaria – che con tagliente leggerezza attraversa le nebbie della provincia settentrionale, in cerca di una lampadina che rischiari almeno lo spazio di una stanza se non proprio un paesaggio. Le fotografie artistiche di lampadari che accompagnano il libro scandiscono proprio questa ricerca, inespressa ma sempre velatamente presente, mentre fruga meticolosa nella sera che filtra «nei conventi, nelle anime, nelle banche». (altro…)

Poesie edite e inedite di Francesco Targhetta

di Francesco Targhetta

 

da Fiaschi (ExCogita 2009)

fiaschi



Uscire con ragazze di destra


Ho una Punto modello base
con la frizione che fischia, confusa
nell’ultimo maggio con l’odore
di pioggia, e hai l’asfalto negli occhi
e un arcobaleno a sinistra. Sorrido
con sforzo a queste strade a curve
che sviano i discorsi verso zone
industriali, il capannone del papà
col sole tra i ciliegi: dietro gli occhiali
tu mi dici gli sfregi che crescere
impone alle ragazze sui venti,
e nelle parole li colgo, e nei gesti
divisi tra il finestrino e i capelli.

Dalla via dove ti mollo tra alte
siepi e camelie non scorgo
neppure la tua finestra,
e il cancello automatico si muove preciso
come i tuoi passi, i tuoi giorni
e la zip: come il sorriso che copri
prima di entrare in garage.



Progetto rotonde


A viaggiare per la provincia capita
spesso che mi ritrovi a girare
per rotonde improvvise, fioccate
negli ultimi mesi mentre battevo
altre strade: e si catapultano
centrifughi gli oggetti sul cruscotto
e ballonzola scaleno l’Arbre Magic.

Se poi penso a che cosa c’era prima
tra quella sfilza di villette a schiera,
i capannoni, le viti e i cartelli,
non mi viene proprio in mente.

Magari non c’era niente.

(altro…)