Francesco Marotta

L’archetipo della parola. René Char e Paul Celan

L’archetipo della parola. René Char e Paul Celan, a cura di Marco Ercolani, Carteggi Letterari 2018

Tutto nel segno di una conversazione ininterrotta con l’altro, di un movimento di esplorazione meditante e di azione di collegamento, L’archetipo della parola, il volume curato e fortemente voluto da Marco Ercolani, dà conto nella sua articolazione e nel suo impianto di punti di partenza e di approdi che sono esemplarmente sintetizzati da due considerazioni degli scrittori qui affiancati: il poeta come passeur di un ordine, sì, ma di un ordine insorto, «Le poète est le passeur de tout cela qui forme un ordre. Et un ordre insurgé» (René Char in A une sérénité crispée, 1952; nel volume, a p. 21, nella traduzione di Francesco Marotta: «Il poeta è il traghettatore di tutto ciò che plasma un ordine. Un ordine insorto.») e la parola “insieme” come Shekinah, tenda nel deserto, «Sichtbares, Hörbares, das/ frei–/ werdende Zeltwort:// Mitsammen» (Paul Celan in Anabasis, nel volume a p. 127, nella traduzione di Mario Ajazzi Mancini; «Del visibile, dell’udibile/ la parola/ tenda che si/ libera,// Insieme»).
Nella stessa cornice plurilingue di incontri, indagini, illuminazioni, di vere e proprie “incursioni nella luce” (questo è il titolo del saggio di Marco Ercolani) vanno letti tutti i contributi di quest’opera pubblicata da Carteggi Letterari, sia le traduzioni dei testi di Char e di Celan, sia le traduzioni di contributi critici, sia i saggi che appaiono qui per la prima volta in volume. Non stupisce, in tale contesto, apprendere, ad esempio, come lo scrittore austriaco Peter Handke abbia scritto direttamente in francese un saggio su Char (Nager dans la Sorgue, datato “Salzburg, 24 maggio 1986 e apparso nel fascicolo monografico della rivista “Europe”, 1988), e come Peter Szondi, nato a Budapest, abbia dedicato alla poesia di Celan saggi – poi confluiti nel volume 330 della Bibliothek Suhrkamp, Celan-Studien, curato da Jean Bollack e pubblicato postumo nel 1972 – scritti nella prima stesura in francese (per esempio Lecture de Strette), oppure in tedesco.
Del volume L’archetipo della parola. René Char e Paul Celan riporto qui di seguito l’introduzione di Marco Ercolani, che torno a ringraziare per l’invito a partecipare all’opera, sia l’indice, che ne mostra l’ampiezza e la varietà di contributi.

© Anna Maria Curci

Premessa

di Marco Ercolani

René Char e Paul Celan. Due poeti, due “amici”, per i quali la percezione poetica è scheggia luminosa e disastro oscuro, “cammino del segreto” e “Tenda Inespugnata”. Questo volume collettivo è un viaggio fra le analogie e le differenze di questa percezione.
Dal saggio di Blanchot per Char ai versi di Éluard dedicati al poeta alla testimonianza di Handke, dalla lettura di Szondi all’intervista di Derrida su Celan, il volume presenta anche nuove traduzioni, testi inediti dei due poeti, incursioni critiche di scrittori contemporanei.
Char e Celan sono interpreti di quell’esperienza dell’impossibile che è e sarà sempre la poesia, dove la necessaria distruzione dei discorsi logici e la magica ricostruzione del discorso poetico non si oppongono programmaticamente ma risuonano come raffiche di un vento uguale e contrario, splendono e si oscurano come il lato segreto e quello visibile dell’astro lunare. (altro…)

Lucetta Frisa, Sonetti dolenti e balordi

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Lucetta Frisa, Sonetti dolenti e balordi. Prefazione di Francesco Marotta, CFR 2013

C’è una via per narrare, cantare, attraversare il dolore che prende le distanze dal lamento copioso così come dal cinismo di maniera. Questa è la via scelta da Lucetta Frisa nella raccolta Sonetti dolenti e balordi. Già il titolo, che dichiara una manifesta convivenza di registri, illumina questi testi della luce di sfida consapevole che la poesia occidentale conosce da Villon.
La lettura e l’ascolto dei testi che la compongono arricchisce l’intuizione iniziale, scaturita dal titolo, di un’ulteriore consapevolezza, quella che riguarda l’eccesso di “luce occidentale”.
La misura, nota caratteristica della poesia di Lucetta Frisa, si rivela frutto di una conversazione, densa, serrata, ma non per questo priva di armonie originali, che evita soluzioni dalla facilità accattivante e affronta, con vista acuta e udito all’erta, la complessità, segno dei tempi che altri temono ed evitano con pari affanno e goffaggine.
La composizione rigorosa nei testi di Lucetta Frisa discende invece da conoscenza e padronanza di arti antiche – coro e contrappunto, per menzionarne alcune. La padronanza di queste è palese nelle sette Sequenze e nel conclusivo Sole dell’insonnia che compongono la raccolta. Conoscenza e padronanza si affiancano, inoltre, al coraggio nello scarto rispetto alla tradizione, così come avviene nella scelta del modulo compatto per il sonetto. Ricerca ed espressione trovano qui approdi significativi e, insieme, uno slancio a proseguire il percorso di esplorazione del mistero, non certo resa della ragione, con tratti più o meno folkloristici, ma sicuro baluardo alla barbarie che si scopre dentro e fuori di sé, punto saldo di partenza e ripartenza:  «Per vivere ho bisogno del mistero» dichiara, nella sequenza del mistero, Lucetta Frisa. Più avanti, la citazione di Novalis posta all’inizio della sequenza dell’inconclusioneDove andiamo? Sempre a casa») dà conto di inesauribilità e complessità – non a caso di partenza e ripartenza si è scelto di parlare in questa breve nota – di natura e meta di tale esplorazione. (amc)

.

Per vivere ho bisogno del mistero
i sogni mi difendono dai barbari
che sempre hanno ragione con l’arma
della storia che àltera i colori
sfumati penso a Tanizaki e all’ombra
su tazze laccate e carta opalescente
per distinguere l’Oriente e preservarlo
dalla troppa luce occidentale.
Oscilla il pipistrello rovesciato
lasciamolo dov’è alla sua saggezza
nient’altro c’è da dire alle creature
al centro di sé sempre padrone
delle latitudini d’ombra  e luce.
Noi, i barbari arrivati da un pezzo. *

(da: sequenza del mistero, p. 24)

.

In Garfagnana esiste un’altra Kitez
sommersa da una diga artificiale
di giorno il calmo lago azzurro è chiuso
di notte s’alzano dal fondo i fabbri
le loro cupe ombre sull’incudine
battono coi martelli e chiamano
gli antichi tempi di ferro a riaffiorare.
Nessuno risponde. Una civetta
stride pianissimo poi si nasconde
sotto la luce e i suoni troppo umani.
Tornerà tutto alla norma, nel presente,
piatta immagine al plasma video del niente.
acqua stagnante di passato e futuro.
Solo nel sogno si traverserà il fondo.

(da: sequenza del sogno, p. 30)

.

Orrore le ultime parole di Kurtz
dopo di lui ancora orrore e orrore
quanto pesa il nero che s’accumula
su altro nero o lo strato sembra uguale?
È morta la mia eternità dice Vallejo
ed io qui sto vegliandola. L’eternità
sta nel vino, coppiere, a me vèrsane
l’ultima goccia – risponde Hàfez dal buio.
Amiche tanto vicine queste voci
basta toccare certi punti dell’aria
e giungono a bisbigliarci all’orecchio
un solidale dolore sgomento
che un po’consola mentre sprofonda
il loro brusìo nel grande Suono.

(da: sequenza dell’inconclusione, p. 49)

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Lucetta Frisa è poeta, traduttrice, lettrice a voce alta. I suoi libri di poesia: La Follia dei morti (Campanotto, 1993), Notte alta (Book, 1997), L’altra (Manni 2001), Se fossimo immortali (Joker, 2006) e Ritorno alla spiaggia (La Vita Felice, 2009), L’emozione dell’aria (CFR, 2012). Ha tradotto vari autori francesi, tra cui Henri Michaux (Sulla via dei segni, Graphos, 1995), Bernard Noël (Artaud e Paule, 2005) eL’Ombra del doppio, 2007) e Alain Borne (Poeta al suo tavolo, 2011), tutti nella collana “I libri dell’Arca“, che cura insieme a Marco Ercolani per Joker edizioni. Suoi testi sia in riviste (Poesia, L’Immaginazione, Pagine, Nuova Prosa, La Mosca di Milano, La Clessidra, Italian Poetry Review, ecc.) sia in antologie come Il pensiero dominante (a cura di F.Loi e D. Rondoni, 2001), Genova in versi (a cura di S. Verdino, Philobiblon, 2003), Trent’anni di Novecento (a cura di A. Bertoni, Book ,2005), Altramarea (a cura di A. Tonelli, Campanotto, 2007), Poems from Liguria (a cura di R. Bertoni, Manni, 2009, con traduzione inglese). Collabora con saggi, racconti e poesie a diversi siti web:

www.rebstein.wordpress.com
www.viadellebelledonne.wordpress.com
www.ivanomugnainidedalus.wordpress.com
www.vicoacitillo.net/
http://terresdefemmes.blogs.com
http://www.arcipelagoitaca.it/
http://www.filidaquilone.it/
www.filid’aquilone.wordpress.com
http://www.poesia2punto0.com/

Pubblica racconti per ragazzi sul quotidiano “Avvenire” e note critiche sulla rivista di letteratura giovanile “LG. Argomenti”. In prosa ha scritto: Sulle tracce dei cardellini, Joker, 2009, e La torre della luna nera e altri racconti, Puntoacapo, 2012. Sempre in prosa, insieme a M. Ercolani ha pubblicato: L’atelier e altri racconti (Pirella, 1987), l’epistolario fantastico Nodi del cuore (Greco & Greco, 2000), Anime strane (ibidem, 2006) e Sento le voci (La Vita Felice, 2009). Questi due ultimi sono stati tradotti in francese nel 2011 per le edizioni États civils di Marsiglia.
Finalista ai premi “Montale” e, più recentemente, al “Montano” e al “Merini”, ha vinto il Lerici-Pea (2005) per l’Inedito e l’Astrolabio 2011 della critica per Ritorno alla spiaggia e la sua opera complessiva.

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* Di questo sonetto esiste una versione in tedesco:

Zum Leben brauche ich das Geheimnis
die Träume schützen mich vor den Barbaren,
die mit der Waffe der Geschichte, die
die nuancierten Farben fälscht, immer Recht
haben ich denke an Tanizaki und an den Schatten
auf lackierte Tassen und opaleszentes Papier
um den Orient zu unterscheiden und ihn
vor dem maßlosen abendländischen Licht zu bewahren.
Es schwingt die Fledermaus, die kopfüber hängt
lassen wir sie hängen, wo sie ist,  seiner Weisheit überlassen
nichts Anderes ist den Lebewesen zu sagen,
die im Mittelpunkt von sich selbst immer die Herren sind
der Breiten aus Schatten und Licht.
Wir, die schon längst gekommenen Barbaren.

(traduzione in tedesco di Anna Maria Curci)

Qui per ascoltare questo sonetto nella versione originale e nella traduzione in tedesco

Mariella Mehr: un’introduzione alla lettura

Non conoscevo quest’autrice di prosa, teatro e poesia; non sapevo quanto la sua vita fosse entrata nella sua opera. Si parla spesso di autobiografismo e di scrittura come cura per il sé: io credo che il caso di Mariella Mehr sia duplice e che la sua storia rappresenti entrambe le facce della medaglia, testimonianza e arte, ma in un solco doloroso e profondo e di enorme, sconfinata sensibilità. Ringrazio Anna Poma, responsabile scientifico del Festival dei Matti di Venezia per avermi avvicinata alla Mehr, soprattutto alla sua poesia. Gli esiti di Mehr richiamano alla mia memoria molte voci conosciute, direi Amelia Rosselli e Alda Merini, che condividono – seppur in modo laterale rispetto all’autrice svizzera -, la vicenda dell’internamento psichiatrico, subendo la follia. C’è in particolare un tema che ritorna spesso, ed è quello del lupo, che non può non farci ricordare quel testo famosissimo di Maxine Kumin, Dopo l’amore; in Mariella Mehr, il lupo non è archetipo della “donna selvaggia” (ben codificato in quel famoso volume di Clarissa Pinkola Estés Donne che corrono coi lupi), ma è associato al tema della “solitudine” (e ben lo spiega lei stessa, in una delle interviste che segnalo) probabilmente con molteplici significati di “fuori e dentro sé”, e anche “abbandono” e soprattutto “cortocircuito culturale”. Anche in Kumin, mi verrebbe da dire, riecheggia un solo-stare tutto femminile. Con questo post intendo raccogliere qualche informazione per fare accenno a quest’autrice sulla quale spero di ritornare, fare una ricognizione di materiale per (ri)diffonderla oggi e per invitarci a (ri)leggerla da domani.

© Alessandra Trevisan

2013-01-12 17.59.06

Mein Mund erwärmte sich
am Licht, er formte Widerworte.
Ich sang mein Leid und Lieb,
ich flog, mit Perlen
schwer behangen, in Glück
gewandet dem Gestirn entgegen,
das seines Schmucks bedurfte,
um für die nächsten Nächte
zu genesen.

La mia bocca si scaldava
alla luce, plasmava obiezioni.
Io cantavo il mio cruccio e l’amore,
volavo, pesantemente
adorna di perle, rivestita
di felicità, incontro agli astri,
che dei loro gioielli abbisognavano
per le notti a venire,
per guarire.

(traduzione inedita di © Anna Maria Curci, tratta dalla raccolta in tedesco e romanès Widerwelten (Contromondi), 2001)

Ci sono molte parole che tornano alla mente quando si legge Mariella Mehr, soprattutto se si leggono le sue poesie; mi riferisco a (r)esistenza ma anche libertà e bellezza. E poi impegno, costanza, immaginazione. La sua vita è stata un’esistenza-resistenza di “esilio e sradicamento”, due delle condizioni più difficili che un individuo possa attraversare, poiché si tratta di atti che investono attivamente e portano con sé conseguenze (in)volontarie.

Mariella Mehr nasce a Zurigo nel 1947, nel dopoguerra quindi, in una famiglia di etnia Jenische, nomade ma si presume anche in parte ebrea, la cui vera provenienza mista (i genitori erano polacchi) non è mai stata chiaramente riconosciuta. Allontanata subito dalla madre, entra da bambina nel programma eugenetico “Enfants de la grand-route” (o Pro Juventute) portato avanti dal governo svizzero tra il 1926 e il 1974, un capitolo controverso della storia del suo paese  e da molti considerato un genocidio taciuto, che è proseguito ben oltre quello “progettato” per eliminare gli “zingari” durante la Seconda Guerra Mondiale. Risanamento, ricovero coatto, elettroshock, carcere, terapia chimica, abuso: fino ai trent’anni quasi Mehr subisce tutte queste pratiche, passando dalle case famiglia alle cliniche psichiatriche, attraversando a pieno corpo l’orrore, la perdita della dignità individuale e soprattutto forse il confine dell’(a)normalità e della violenza.

Sopravvissuta, testimone rara e unica, dagli anni ’70 e dopo un percorso di reinserimento sociale e di studi, inizia la propria denuncia; la sua rivalsa è in primo luogo politica, affrontata da una cittadina vittima di una grave forma di segregazione forzata; la formazione della sua coscienza, i termini pratici, e giornalistico-letterari, si considera a partire dal primo libro, del 1981, steinzeit. Oggi conosce sei lingue, e in almeno tre di queste parla e/o scrive (il tedesco, l’italiano, il romanès, la lingua dei rom). Vive in Italia dal 1996. La sua vicenda, complessa e stratificata , è narrata in alcuni suoi libri (tradotti in moltissime altre lingue e diffusi nel mondo) e da lei stessa raccontata in alcune interviste. Ne segnalo almeno due di significative: una a cura di Luciano Minerva, e si può leggerla qui; ben condotta e recentissima, comparsa in rete, è invece «La lupa di Lucignano», dialogo a cura di Serena Raggi, che potete leggere qui o qui. Dell’intervista di Minerva esiste anche un video, qui. Voglio riportare un passo da questo dialogo, in cui Mehr affronta molti altri aspetti riguardanti la sua vita e la sua creatività e anche quelli dolorosi della segregazione che segna per sempre un percorso di perdita dell’Identità; tuttavia il suo sguardo-somma acutissimo sul passato ma ancorato al futuro, è segno di un’indipendenza vitale e poetica assieme: «Io sono nata in un mondo molto violento. Era la prima cosa che ho conosciuto quando ero piccola. È normale che io mi preoccupi di quello perché ha formato la mia vita, la mia forma di pensare e tutto quello. Ma oggi quella non è più la mia vita; io non scrivo più autobiografico, così. Tutti questi libri sono finzione. Oggi mi interessa la violenza in tutto il mondo perché come si potrà cambiare tutto quello, tutta questa violenza, in una forma di discutere insieme, di parlare insieme, di vedere i problemi che abbiamo assieme.». Diceva Hannah Arendt: «La libertà dev’essere rimessa al mondo ogni giorno»; quale miglior auspicio per leggere Mariella Mehr.

*

Per una bibliografia delle opere reperibili e tradotte in italiano. Silviasilviosilvana, traduzione di Steinzeit (1981), di Fausta Morganti, Guaraldi Editore, Rimini 1995;  Il Marchio, Luciana Tufani Editrice, Ferrara 2001; per Effigie di Milano Labambina, 2006; Notizie dall’Esilio, 2006; Accusata, 2008; San Colombano e l’attesa, 2010.

Ringrazio Anna Maria Curci per la traduzione inedita che ci concede qui in apertura, tratta dalla raccolta in tedesco e romanès Widerwelten (Contromondi) del 2001.

Tratte invece da Notizie dall’esilio (Milano, Effigie, 2006) le liriche che seguono, con traduzione di © Anna Ruchat. Ho scelto di non postare la traduzione in lingua rom, che trovate nel volume. Dallo stesso, una nota con testi dal blog di Francesco Marotta, che segnalo qui e qui, post in cui mi son imbattuta dopo aver letto la raccolta.

*

Dir blüht noch Laub ums Herz,
und eine frische Prise Salz
haftet dir im Blick.

Von mir will keiner wissen,
wess’ Gewürz ich bin
und welcher Liebe Dauer.

Oft singt mir der Wolf im Blut,
dann wird mir warm
in einer fremden Sprache.

Licht, sag ich dann, Wolfslicht,
sag ich, und dass mir keiner komme,
das Haar zu schneiden.

In fremden Krumen keime ich
und bin mir Wort genug.
Vergänglich, sag ich mir,
denn bald hört jedes Keimen auf,

und einer jeden Stunde Rest läuft ab.

Ancora ti prospera il fogliame intorno al cuore
e una fresca presa di sale
impregna il tuo sguardo.

Di me nessuno vuol sapere,
di chi io sia la spezia
e di quale amore la durata.

Spesso canta il lupo nel mio sangue
e allora l’anima mia si apre
in una lingua straniera.

Luce, dico allora, luce di lupo,
dico, e che non venga nessuno
a tagliarmi i capelli.

Mi annido in briciole straniere
e sono a me parola sufficiente.
Effimero, mi dico,
perché presto cesserà ogni annidare,

e scorre via il resto di ogni ora.

*

Mit scheenblonden Worten,
mit Widerworten,
durch Wortadern
in den Morgen gepflügt,
gepeiningt vom Licht alsbald,
und aufgetrennt bis ins Mark.

Stürze in Rufweite
Staub auf den Lippen,
ein Hauch vorübereifernd;
rasendes Gelb überall.

Resthaut, rauh vom Winter.
Die Rauschzeichen hingestreckt,
tatenlos jedes Lanchen,
nie wird mir der Tag Gesang
(oder Gold im Geäder).

Sprich deutlich, Norne,
es fliegt sich leicht ins Verdorrte.
Ich bin mir zur Unzeit geronnene Stunde.

Con parole biondo-neve
con contro-parole
arata nel mattino
attraverso arterie di parole,
di colpo torturata dalla luce,
e scucita fino al midollo.

Cadute a portata di voce,
polvere sulle labbra
un soffio che passa con ardore;
giallo che sfreccia ovunque.

Resti di pelle, ruvida per l’inverno.
I segnali di fumo allungati,
inerte ogni risata,
mai diventa per me il giorno un canto
(o oro nelle vene).

Parla chiaro, Norna,
è facile finire volando nella terra inaridita.
Io sono per me l’ora che scorre nel non-tempo.

*

Haundsrosen,
sagen wir und lächeln,
verschenken einander Entkommen.

Haundsrosen,
Widergänger auf der Pirsch,
in rastlose Stunden versunken, ins Schattenlose,
wo sich der Schmerz vollzieht.

Mönchinnenblau färbt siche in Streifen Himmel,
verlassene Lagerstätten zeugen von Verstörung,
klagen ihr Recht auf unsere Luftwurzeln ein.

Und schau, ein Adlerpaar,
rufen wir uns zu,
und daß ein jeder Traum nach Schwingen giert,
es ihnen gleichzutun.

Ein Herz schlägt mich in Stücke.
Ist es Deines?
Was frage ich?
Es grenzt ein jedes Fragen
Nur an Dich,
bedeckt, zu grauem Staub zerrieben,
die Wunde unsrer Nacht.

Rose canine,
diciamo e sorridiamo,
ci regaliamo l’un l’altro uno scampare.

Rose canine,
controfigura a caccia,
sprofondata in ore senza riposo, in luoghi senz’ombra
dove il dolore si compie.

Di azzurro-monache si colora una striscia di cielo
i campi abbandonati testimoniano il turbamento,
rivendicano i loro diritti sule nostre radici aeree.

E guarda una coppia di aquile,
ci gridiamo l’un l’altro,
e che un sogno non vede l’ora di volteggiare,
di fare come loro.

Un cuore batte e mi fa a pezzi.
È il tuo?
Cosa chiedo?
Ogni domandare confina
solo con Te,
coperta sbriciolata in polvere grigia,
la ferita della nostra notte.

Qui puoi scaricare il pdf dell’articolo

Petizione per l’immediata riapertura del blog letterario “La dimora del tempo sospeso” – Nie wieder Zensur in der Kunst – Mai più censura nell’arte –

Non potendo cantare il mondo che lo escluse, Reb Stein cominciò a leggerlo nel canto. - nacque così "La dimora del tempo sospeso"

Non potendo cantare il mondo che lo escluse, Reb Stein cominciò a leggerlo nel canto. – nacque così “La dimora del tempo sospeso”

Nel 2008 sono casualmente capitata tra le pagine di un blog letterario che da quel giorno sarebbe diventato per me “dimora” e mezzo indispensabile per l’approfondimento e lo studio della letteratura e della poesia, che anni di studio sui banchi di scuola e all’Università non erano stati in grado di offrirmi. In buona sostanza mi sono ritrovata di fronte a una miniera d’oro, un oro senza prezzo, un oro il cui valore immenso si può quantificare solo con l’abnegazione e la generosità di chi dall’altra parte dello schermo, quotidianamente ha svolto la sua missione di maestro diffondendo, divulgando, e offrendo gratuitamente pagine e pagine di critica, letteratura, narrativa, poesia, dando vita a una “biblioteca” universale e fondamentale non solo per chi come me tra le sue pagine ha studiato, ma soprattutto quale traccia da “custodire” e “preservare” per poter fare una ricostruzione storica del nostro presente e della traduzione del pensiero che attraversandoci ci forma, ci determina, ci rende uomini.

Da quando ho iniziato a studiare – e continuo a usare il verbo “studiare” volutamente, perché tra le pagine de “La dimora del tempo sospeso”, il tempo non costituisce solo quell’amena sospensione dello svago e della lettura tout court, ma soprattutto il tempo sospeso in cui  lo scibile è rintracciabile, assimilabile, riconoscibile oltre la canonizzazione ortodossa e limitata del tempo riconosciuto allo studio e alla cultura nell’epoca della depauperazione e dell’approssimazione settoriale della conoscenza – dunque dicevo, dal giorno in cui ho iniziato a studiare tra le pagine di Rebstein* ho avuto la fortuna non solo di imbattermi in una miniera di testi a mia disposizione, ma anche la possibilità di colloquiare, conoscere e farmi guidare dall’uomo che aveva dato vita a quest’immenso libro di letteratura e vita, sì da poterlo considerare oggi, a distanza di quasi cinque anni, il mio migliore amico, il mio unico e solo maestro.

Rebstein, cioè Francesco Marotta, è stato la prima persona a credere in me, nella mia scrittura e nel mio lavoro, mi ha insegnato ogni cosa, trasmettendomi la voglia di offrire e condividere qualunque piccola conquista di bellezza e vita con persone sconosciute, studenti alla ricerca di testi e d’aiuto, amici e sconosciuti in cerca di una pagina di conoscenza, di una verità piccola o grande che fungesse loro da consolazione, salvezza, o solo compagnia. Grazie agli insegnamenti di Francesco Marotta è nato Poetarum Silva, il blog da cui vi scrivo e che oggi è animato da tanti redattori diversi tra loro per esperienza, età, gusti, e tutto questo con lo scopo e il sogno di rendere viva e partecipativa la poesia, la letteratura, l’arte in ogni sua forma.

Non a caso il motto che Poetarum Silva ha scelto come suo sottotitolo, recita

– Nie wieder Zensur in der Kunst – Mai più censura nell’arte –

e poiché Poetarum Silva, come La Dimora del Tempo Sospeso e tanti altri meritevoli e validi litblog italiani, è ospitata dalla medesima piattaforma online “Wordpress”, invito tutti gli operatori culturali e blogger in rete, ma anche ogni lettore e amante della libertà d’espressione e dell’arte, a indirizzare una mail di protesta, chiedendo l’immediato ripristino del blog “La dimora del tempo sospeso” di Francesco Marotta

http://rebstein.wordpress.com

e del suo immenso archivio di bellezza, conoscenza, fratellanza contro ogni forma di bieco e anonimo odio fascista, che ne possa aver desiderato e richiesto il silenzio.

(nc)

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Qui di seguito incollo una lettera standard che già altri blogger e amici di Francesco stanno diffondendo perché venga facilmente indirizzata ai gestori di WordPress all’indirizzo e-mail support@wordpress.com  oppure cliccando su questo indirizzo:

http://en.support.wordpress.com/suspended-blogs/

in cui vi verrà richiesto di inserire il vostro nominativo e il vostro indirizzo e-mail, specificando nello spazio destinato all’URL del sito in sospensione l’indirizzo web: http://rebstein.wordpress.com

Hello, I am writing this one as an occasional contributor and regular reader of the italian blog “La dimora del tempo sospeso”, hosted by you at URL http://rebstein.wordpress.com/

Such blog has recently been suspended for a claimed violation of terms; please note that this blog is solely devoted to Italian contemporary poetry and literature, and doesn’t mean to host or promote any materials in violation to your terms of service.

After being in talks with the administrator Francesco Marotta I assume that he has already sent three feedbacks via your form without any response from you, and he’s now clueless. Therefore I kindly ask you to clarify asap with the admin the exact nature of such eventual breach, and make every possible and prompt effort to reactivate this blog which, with dozens of essays and ebooks donated by poets, constitutes a vital resource for anyone who’s interested in taking a snapshot of italian contemporary poetry.

Sincerely yours,

e la vostra firma

*** *** ***

Chiunque voglia sostenere la riapertura del blog di Francesco Marotta, può inoltre lasciare un messaggio e la sua firma nei commenti aperti in calce a questo post e sarà cura della nostra redazione farne un unico file da indirizzare come petizione alla sede di WordPress Italia.

Concludo questo post con una foto a me cara, una foto in cui è visibile la pericolosità eversiva dell’uomo che mi è stato e mi è maestro di poesia e vita

Grazie,

natàlia castaldi

12 giugno 2011, Verona, alla Fiera dell'editoria poetica si aggiravano loschi e pericolosi individui.

12 giugno 2011, Verona, alla Fiera dell’editoria poetica si aggiravano loschi e pericolosi individui: Enzo Campi, io, Francesco Marotta e mio figlio.

 

Poesiafestival 12 – “assonanze” – Sabato 29 settembre, Spilamberto (MO)

poesiafestival 12
“assonanze”

Sabato 29 settembre ore 16.00
Cortile della rocca
Spilamberto (MO)

Letteratura Necessaria – Esistenze e Resistenze
Azione N° 21
Il Baratto
Libera veicolazione di parentele elettive e letterarie
su progetto e concertazione di Enzo Campi

Luca Ariano, Vincenzo Bagnoli, Giorgio Bonacini, Enzo Campi, Patrizia Dughero,
Loredana Magazzeni, Silvia Molesini, Jacopo Ninni, Simone Zanin

interpreteranno brani di

Ingeborg Bachmann, Dino Campana, Giorgio Caproni, Thomas S. Eliot,
Aloiz Gradnik, Durs Grünbein, Andrea Inglese, Edmond Jabès, Francesco Marotta,
Pier Paolo Pasolini, Marge Piercy, Ezra Pound, Sally Read, Arthur Rimbaud,
Roberto Roversi, Adriano Spatola, Wallace Stevens, Emilio Villa

***

Qui il programma completo del Festival

***

Nell’ambito delle iniziative del progetto nazionale di aggregazione letteraria denominato Letteratura Necessaria – Esistenze & Resistenze, inaugurato il 31 ottobre del 2011 a Bologna, e in vista di una ri-definizione delle possibilità divulgative e performative, a partire dalla fine di settembre del 2012 prenderà il via una nuova fase in cui, oltre ai reading cosiddetti “regolari”, si cercherà di realizzare una serie di eventi in cui sperimentare direttamente dal vivo la plurisignificanza dei termini “aggregazione” e “condivisione”.
Il nuovo corso verrà inaugurato il 29 settembre a Spilamberto (MO), nell’ambito delle iniziative di “poesiafestival12”, con l’azione N°21 denominata “Il Baratto”.
La cosa è molto semplice e parte dal presupposto che gli autori cosiddetti contemporanei debbano anche mettersi in gioco attraverso il confronto con altre voci diverse dalle loro. In poche parole, ogni autore che parteciperà agli incontri non presenterà i propri testi, ma una breve selezione di testi di autori cosiddetti classici o anche contemporanei ma comunque conosciuti ai più, che rappresentino per loro un’idea fattiva e concreta di letteratura. A ciò si aggiungerà, per ogni autore, la lettura (interpretazione, drammatizzazione, performance…) di almeno un testo di un altro degli autori presenti all’incontro. Tutto ciò per far sì che i propri testi vengano presentati, filtrati, interpretati attraverso voci diverse, e quindi per donare al pubblico varie possibilità di approccio.
In poche parole: viene messa al bando qualsiasi situazione di autoreferenzialità e agli autori verrà chiesto di esporsi attraverso le parole di altri autori per dare al pubblico presente un’idea di quella che potrebbe essere la propria personale concezione di “letteratura necessaria”.

In Apulien, 1 – Taranto

In Apulien, 1 – Taranto

Trommeln in den Höhlenstädten trommeln ohne Unterlaß

weißes Brot und schwarze Lippen

Kinder in den Futterkrippen

will der Fliegenschwarm zum Fraß

 

Tamburi nelle città cave rullano senza sostare

pane bianco e labbra nere

nelle greppie bimbi a schiere

vuole di mosche il nugolo gustare

 

Ingeborg Bachmann, In Apulien

(traduzione di Anna Maria Curci)

 

Questa rubrica propone itinerari di lettura tra voci della terra di Puglia. Alcune di queste sono note, altre meno, altre ancora sono state troppo presto dimenticate.

La prima tappa è a Taranto,  duplice e inusuale nel capitolo tratto dal romanzo Scirocco di Girolamo De Michele, punto di partenza per un confronto intra-regionale e interlinguistico nella poesia L’arie, scritta nel dialetto di Ruvo di Puglia da Vincenzo Mastropirro.

Girolamo De Michele

4. La politica è sporca e fa male alla pelle

(da Scirocco )

Taranto, città vecchia, ore 6.30.

Nella cesta Giovanni ha messo una grasta di cozze, una busta piena di ghiaccio e una bottiglia di bianco di Martina Franca. Il ghiaccio viene da una cassa di pesce, perché qua e là c’è qualche gambero, un paio di granchi, un pescetto sfuggito alla pesa. Il ghiaccio finisce in un secchio di plastica, il bianco dentro il ghiaccio: non sarà Alessi, ma è un signor secchiello per il bianco gelato.

Un po’ più grosso, un po’ più rosso (sarà il sole d’estate), la pelle un po’ più bruciata dal sole salato, qualche segno all’angolo degli occhi: per il resto Tore è sempre lui. Gli uomini possono invecchiare, non i miti.

E ’sta uagnedde? – chiede indicando Lara.

Lara non capisce neanche il suono di questo dialetto troppo duro per le sue orecchie: credo che abbia chiesto chi sei. Chi è questa ragazza, se mi ricordo qualcosa. Si chiama Lara, Tore: è la mia ragazza. Tore allarga le braccia e ci sommerge in una stretta collettiva, tutti e due: una specie di drago buono che coccola i figli di Laocoonte, invece di stritolarli. Con due braccia così, è una fortuna averlo per amico, uno come Tore.

Da dove si comincia a raccontare vent’anni?

Dal vino ghiacciato dei trulli martinesi, naturalmente.

E dalla colazione in casa di Tore. Che non ammette discussioni.

– Stai scherzando? – dice Lara stupita. – Cozze crude a quest’ora!

Tore fa sì con la testa, mentre la macchina del mitile ha già preso l’avvio: cozza nella mano sinistra, coltellino ad hoc – ’a crammèdde, una specie di coltellino per il parmigiano – nella destra, leggera pressione del pollice a rompere il guscio, la punta della crammèdde entra e con un solo gesto curva a occhiello seguendo il contorno della valva e al tempo stesso separando il mitile dal guscio, la cozza viene rovesciata nell’altro semiguscio e deposta in un piatto. Il ritmo è da primato: più o meno dieci cozze al minuto, senza smettere di parlare. O meglio: di ascoltare Lara che cerca di spiegargli il rischio del colera, del tifo e di altre malattie derivanti dall’abitudine di mangiare pesce e molluschi crudi. Poi tutta la sporcizia filtrata da questi spazzini del mare che lascia residui, senza contare che…

Uagne’, m’e ste’ tremende? Ce tte crère, ca n’ ’u sacce?

Lara risponde con lo sguardo perso. Tore capisce: aggie ditte… ho detto: mi hai guardato bene a me? Credi che non lo so? Attáneme… mio padre… je so fìgghie ’e nu piscature: sono figlio di pescatori, uagne’. E allora? E allora pìgghie e sende, po’ vide ce tene ’a dicere, aggiunge porgendo a Lara un guscio pieno.

Io Lara non so come farla smettere, quando parte con le sue tirate. Non che abbia torto, non che non sia d’accordo: però se parte deve finire quando dice lei. Tore allunga una mano che ai suoi tempi ha impugnato diversi generi di strumenti atti a offendere o a difendersi, le porge con delicata fermezza un piccolo guscio con dentro l’oggetto di una tirata che poteva continuare da qui a domani, e la guarda sorridente con i suoi occhioni blu. La cozza dentro il guscio sembra quasi viva, sospesa a mezz’aria nella manona. Lara, lentamente, allunga la sua sottile mano bianca, prende la cozza con attenzione e la lascia scivolare in bocca. L’acqua di mare le riempie il palato come fosse vino: Lara lascia che quel sapore forte la impregni, poi con un colpo secco spezza sotto i denti il muscolo. Resta quasi immobile, poi il sorriso le si allarga piano sul volto, mentre la miscela di sale e cozza scende in gola lasciando un inatteso retrogusto amarognolo che anni di cozze adriatiche e spagnole ci avevano fatto dimenticare, e che Lara non conosceva. Si alza, si avvicina a Tore, gli sfiora le labbra con un bacio, prende un altro guscio, fa scivolare la cozza nella bocca, viene verso di me e baciandomi me la passa. Tore versa dell’altro bianco nei bicchieri.

Me’, uagneddo’: mo’ ce tene ’a dicere?

– Che ti dico? Che non c’è ostrica che tenga, Tore. Mai mangiato niente di simile, – dice ridendo mentre spegne il sale con un sorso di vino che esalta la punta di amaro, sulla quale va ad appoggiarsi la cozza successiva. Tore riprende a sgusciare, riempiendo il piatto: pressione del pollice, inserzione della punta, occhiello, guscio capovolto, cozza a fiore pronta: la gioiosa macchina da guerra dei due mari.

Vincenzo Mastropirro

L’arie

So sapìute ca a Tarante
la génde more pe’ l’arie ‘mbracedèite.

Sacce ca a Riuve
l’arie è pulèite e la gènte se la gode.

L’arie è proprie ‘nu élemènte stròne.

T’avvòlge limpede e naturòle
ind’ a u vùosche ‘mezze a l’arue

t’auànde ‘nganne
‘mèzze a re fabbreche e a re cemenère.

Sèmbe Ièdde è
è vèite… è mùorte…

e l’umene picche ‘nge tìénene
a ‘na ‘bona vèite…a ‘na ‘bona mùorte…

L’aria
Ho saputo che a Taranto/la gente muore per l’aria infradicia.// So che a Ruvo/l’aria è pulita e la gente se la gode.// L’aria è proprio un elemento strano.// Ti avvolge limpida e naturale/nel bosco in mezzo agli alberi// ti prende in gola/tra le fabbriche e le ciminiere.// Sempre Lei è/ è vita…è morte…//e gli uomini poco ci tengono/ a una buona vita…a una buona morte…

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Girolamo De Michele è nato a Taranto nel 1961. Vive a Ferrara, insegna nei licei. Ha pubblicato per Einaudi i romanzi Tre uomini paradossali (2004), Scirocco (2005), La visione del cieco (2008), e per Edizioni Ambiente Con la faccia di cera (2008). È autore di diverse opere di filosofia e storia delle idee, tra le quali Gilles Deleuze.Una piccola officina di concetti (1998), Felicità e storia (2001) e, insieme a Umberto Eco, Storia della bellezza (cd-rom 2002, volume 2004). È redattore della e-zine www.carmillaonline.com .

Vincenzo Mastropirro è nato a Ruvo di Puglia nel 1960, vive  a Bitonto, insegna nella scuola media a indirizzo musicale “Monterisi” di Bisceglie. Qui alcune notizie bibliografiche. Ritengo insieme coraggioso e veritiero – al di là delle mie personali inclinazioni affettive, ché qui si incontrano per me lingua paterna e lingua materna – l’accostamento, suggerito da Francesco Marotta, della poesia di Vincenzo Mastropirro a quella di Albino Pierro:«Sembra di vedere in atto in tutta l’opera, attraverso il rovesciamento dell’ottica cara ad Albino Pierro e alla tradizione dialettale che a lui si richiama (tutta tesa a ricostituire, in funzione “soterica”, un universo dove il fluire del tempo si arresta e le immagini si ritagliano il senza-luogo di una condizione archetipica, esemplare), una lingua che si insegue, che vive e palpita e che, in ogni momento, si incunea nelle immagini per impedire loro qualsiasi stasi, qualsiasi quiete appagante.» (in: Vincenzo Mastropirro, Tretìppe e martidde. Questo e quest’altro. Prefazione di Luigi Metropoli. Nota critica di Francesco Marotta, Giulio Perrone Editore, Roma 2009, p. 123)

 

 

Tra le righe n. 11: Paul Celan, Sprich auch du

Tra le righe n. 11: Paul Celan, Sprich auch du

la traduzione è nella sua essenza plurale etica dell’ascolto

Antoine Berman*

Paul Celan

Sprich auch du

Sprich auch du,
sprich als letzter,
sag deinen Spruch.

Sprich —
Doch scheide das Nein nicht vom Ja.
Gib deinem Spruch auch den Sinn:
gib ihm den Schatten.

Gib ihm Schatten genug,
gib ihm so viel,
als du um dich verteilt weißt zwischen
Mittnacht und Mittag und Mittnacht.

Blicke umher:
sieh, wie’s lebendig wird rings —
Beim Tode! Lebendig!
Wahr spricht, wer Schatten spricht.

Nun aber schrumpft der Ort, wo du stehst:
Wohin jetzt, Schattenentblößter, wohin?
Steige. Taste empor.
Dünner wirst du, unkenntlicher, feiner!
Feiner: ein Faden,
an dem er herabwill, der Stern:
um unten zu schwimmen, unten,
wo er sich schimmern sieht: in der Dünung
wandernder Worte.

Paul Celan, dalla raccolta Von Schwelle zu Schwelle, 1955

Parla anche tu

Parla anche tu,
parla per ultimo,
dai voce alla tua parola.

Parla –
ma non separare il No dal Sì.
Dai alla tua parola anche il senso:
dalle l’ombra.

Dalle ombra a sufficienza,
dagliene tanta,
fino a saperla attorno a te divisa
tra mezzanotte e mezzogiorno e mezzanotte.

Guardati intorno:
vedi come ovunque tutto è vivo –
Vicino alla morte, eppure vivo!
Dice la verità, chi dice ombra.

Ma ora si restringe il luogo dove stai:
in quale posto andrai, spogliato delle ombre, dove?
Sali. Tenditi verso l’alto come puoi.
Più esile diventerai, irriconoscibile, più sottile!
Più sottile: un filamento,
lungo il quale cerca di calarsi nell’abisso, la stella:
per nuotare laggiù, proprio laggiù,
dove si guarda splendere: nella risacca
di parole erranti.

(traduzione di Francesco Marotta, 1984, 2012)

Parla anche tu

Parla anche tu
parla per ultimo,
di’ cosa pensi.
Parla —
ma non dividere il sì dal no
Dà senso anche al tuo pensiero:
dagli ombra.

Dagli ombra che basti, tanta
quanta tu sai
attorno a te divisa fra
mezzanotte e mezzodì e mezzanotte.

Guardati intorno:
vedi come in giro si rivive —
Per la morte! Si rivive!
Dice il vero, chi parla di ombre.

Ma ora si stringe il luogo dove stai:
Adesso dove andrai, spogliato dell’ombre, dove?
Sali. A tasto innàlzati.
Più sottile divieni, quasi altro, più fine!
Più fine: un filo, lungo il quale
Vuole scendere, la stella:
per giù nuotare, giù, dove essa
si vede brillare: nel mareggiare
di errabonde parole.

(traduzione di Giuseppe Bevilacqua, in: Paul Celan, Di soglia in soglia, Einaudi, Torino 1996)

Parla anche tu

Parla anche tu
parla per ultimo,
di’ il tuo pensiero.
Parla — Ma non dividere
il sì dal no
Dà senso anche al tuo pensiero:
dagli ombra.

Dagli ombra che basti, tanta
quanta tu sai
attorno a te divisa fra
mezzanotte e mezzodì e mezzanotte.

Guardati intorno:
vedi come in giro si rivive —
Per la morte! Si rivive!
Dice il vero, chi parla di ombre.

Ma ora si stringe il luogo dove stai:
Adesso dove andrai, spogliato dell’ombre, dove?
Sali. A tasto innàlzati.
Più sottile divieni, quasi altro, più fine!
Più fine: un filo, lungo il quale
Vuole scendere, la stella:
per giù nuotare, giù, dove essa
si vede brillare: nel mareggiare
di errabonde parole.

(traduzione di Giuseppe Bevilacqua, in: Paul Celan, Poesie. Volume primo, Mondadori, Milano 2012, p. 231)

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*Berman, linguista francese, traduttore dall’inglese, dallo spagnolo e dal tedesco, saggista e teorico della traduzione, è menzionato da Maria Luisa Vezzali a p. 8 del suo Editoriale al volume di “Materiali” (pubblicazione semestrale della Bottega dell’Elefante), pubblicato nel dicembre 2007 con il titolo La soglia sull’altro. I nuovi compiti del traduttore.

 

Esilio e desnacimiento, una lettura su “Esilio di voce” di Francesco Marotta – (post di natàlia castaldi)

Esilio di voce – Francesco Marotta

Esilio di voce

Francesco Marotta

Pag. 84

Edizioni Smasher, 2011

Tracciare le coordinate di una poetica complessa come quella di Francesco Marotta, impone un’attenzione che ripercorra la sua vastissima produzione, con la consapevolezza di essere di fronte a un caso letterario, che non può essere “rivelato” e sintetizzato senza che se ne consideri l’intero e continuo percorso poetico, talmente frastagliato di echi e rimandi, da generare una nuova “scoperta” ad ogni “incontro” di senso e lettura.

Nell’approssimarci a un qualunque testo poetico è necessario ricorrere a diversi piani di lettura: un primo piano che ne metta in luce le caratteristiche linguistiche, stilistiche e quindi tecniche; un secondo tipo d’approccio che miri ad esaminarne, analizzarne (o cercarne) il significato, ed un terzo che provveda a sintetizzarne il risultato nella valutazione di come e quanto significato e significante coincidano nella stesura, ma potremmo anche dire nell’esecuzione, di suono e senso in partitura.

Nel caso della poesia di Francesco Marotta, e nel caso specifico di “Esilio di voce”, l’azione che si palesa necessaria è la partecipazione attiva nei confronti della “mise en abîme” che l’autore opera su carta, aderendo dunque all’erranza, al cammino, al suono, alla ferita dell’ombra e della luce, di cui inevitabilmente e soggettivamente ci si renderà attori.

Trovare le chiavi di una poesia, trovarle tutte, per farne un’oggettiva spiegazione, una parafrasi semplicistica, non è salutare e non serve né al lettore né tantomeno alla poesia stessa, ma nel particolare caso della poesia di Marotta, non è proprio possibile, giacché essa nasce da una scintilla così intima e profonda, che non la si può smembrare su carta per analizzarla scientificamente. Scinderla nel suo “inner” come fosse un atomo, una cosa, un nucleo, sarebbe profana vivisezione, che non porterebbe a nulla, essendo questa scrittura talmente sovrastrutturata da far sì che sia sempre il nostro nucleo, la nostra scintilla implosa a riflettersi nel testo – nostro malgrado.

Ed è questo a rendere ad Esilio di voce la sua “aura incantata delle origini[i], ossia quella incontaminata, aurorale purezza di pensiero ed intuizione, che transitando svolge il suo ruolo “materno”, femminile ed originario nel concepire l’esilio come desnacimiento[ii], ossia disappropriazione volontaria di tutto ciò che ci era per nascita e identità, attraverso la perdita, il rifiuto estremo, la separazione ed il distacco, l’assenza.

A farmi sentire questa poesia del “ritorno” come aurorale, nel senso materno e femminile del termine, è stata anche la similitudine presente all’erranza della Pozzi, laddove parlando del ritorno alla montagna/madre aurorale, Antonia definisce il suo “esilio” come condizione luminosa e errante che, ponendola all’orlo estremo dell’attesa che nasca un’aurora fin nel cuore delbrullo ventre perché fiorisca rosai, traduce in gesto di nascita (desnacimineto), quello che poi si rivelerà annuncio di morte.

Difatti, parlando del suo stesso esilio, Maria Zambrano dice che si tratta di “qualcosa di sacro, di ineffabile”, una condizione per cui si esce “dal presente per piombare in un futuro sconosciuto, […] senza dimenticare il passato”, ed ancora aggiunge che esso è il ripetersi di un’ “ora tragica e aurorale” in cui “le ombre della notte cominciano a mostrare il loro senso e le figure incerte cominciano a rivelarsi al cospetto della luce, l’ora della luce in cui si danno convegno passato e presente”[iii]; l’esilio di Francesco Marotta, è bene sottolinearlo, è un esilio di voce nella sua stessa voce, e si compone di tre elementi, che sono incipit e titolo delle tre sezioni del suo errare:

IMAGO

si inciampa in un grido

che si dissangua in luce

ogni volta che guardiamo le stelle

nessuna soglia ci separa dall’assenza

nessuna parola così profonda

da poterla tacere

*

SPECULUM

sarà parola solo l’incompiuto legame

che irrompe dalla cruna delle labbra

e allarma gli specchi del risveglio

indossa l’arte di contarsi ferita

e di affidarsi al flusso interminato

che spazza il sangue in refoli di nebbia

parvenze animate a farsi voce

*

VULNUS

ci vuole la luce violenta di un rogo

per accostare l’abisso di volti che migrano

immaginare una sosta tra fioriture di imbarchi

liberare le tue labbra dal gelo

madre che parli l’infanzia dei giorni

Marotta sembra ripercorrere un cammino di erranza apolide, che rimanda al non-luogo del puro pensare in cui, direbbe la Arendt, l’io consapevole della sua condizione di escluso (“paria consapevole”[iv]), diventa io pensante, ossia quell’essere che privo delle sovrastrutture dell’appartenenza sociale, vive una dimensione atemporale in cui il suo stato di estraneità fa i conti con la sintesi “sospesa” del tempo e della storia (nell’accezione zambraniana). L’esilio di voce in Marotta è silenzio che si fa voce, parola scritta, che in vari passaggi assume il tono di un’accorata preghiera affinché in essa stessa – preghiera e parola – si rinnovi di volta in volta l’erranza, il cammino, il “desnacimiento”.

Al dettato fluido, liquido, si sovrappongono immagini oniriche di quella che ho già definito come una “messa in abisso”,  originando dunque uno sdoppiamento di voce, un canto stratificato tra l’ “io pensante” e la sua “memoria storica e onirica”: le luci si rincorrono in un susseguirsi di tinte che vanno dalle più fosche alle più tenui, e che sembrano trattenere e nel suono e nell’immagine, tutto il carico di vita e di morte che la storia ha strappato al grido dell’innocenza, alla “parola bambina”, alla voce pura.

Labiali, gutturali, liquide, dentali, palatali  sono le vocali e le consonanti, praticamente le note, di una composizione di parole che musicheranno il pensiero – dentro di noi – in  dialogo, affinché avvenga il transito, quale testimonianza, traccia e memoria in cui la componente onirica si manifesta come vettore di creazione poetica, con tutta la carica ancestrale del “sueño creador”[v].

La liquidità della parola, nei versi di Francesco Marotta, si consuma nell’analisi del dolore, nell’avvento zambraniano del “sacrificio”[vi]. Il verso spesso appare sincopato, spezzato, irrisolto e ripreso con profonda consapevolezza nella gestione del verso, che appare ricucito in enjambement, sinafie e sinalefi, che non hanno unicamente il compito “formale” di conferire il voluto ritmo – musicale quanto ottico – al “colon”, ma – ancor più – il senso sciolto dell’affermare il disordine del tutto e del suo stesso contrario nello scorrere del pensiero.

La fusione di suono, senso, visione e significato, in Marotta raggiunge apici talmente elevati da consentire la lettura di più frammenti dell’opera nel loro esatto contrario, dando luogo cioè ad un immagine speculare capovolta:

*

dissipare la memoria di uno specchio

senza tradirsi al pensiero

di ciò che rimane muto in quella fiamma

in quella banda d’illusione

da spremere in profili d’acqua

orbite di scintille e due papaveri

ardenti per occhi e lasciare

che sia questa la sera la lingua

che s’intorbida come un respiro

d’erba sul ciglio delle sabbie

l’oscuro di una donna tra le braccia

in un polverio di sguardi

che recitano rosari di luce

in faccia alla morte nel qui e ora

che tace che si tace insieme

*

sorprendersi nel novero delle ombre

nell’eco che ci volge

al discorrere quieto delle siepi

in tutto quanto va a morte

tra sostanze destinate oscure

e nel folto intuire la traccia

di ciò che ci precede senza parole

di ciò che si mostra senza lasciare

traccia

*

restituire l’immagine

al vuoto che precede alla pronuncia

perduta dove suono e colore

si congiungono indifesi

in ciò che arde senza pensiero

nel bianco che annotta inconsapevole

lungo il filo reclinato della luce

solo l’ombra che resiste intatta

al congedo dalla sua dimora

conserva  legame e distanza

l’eco del sentiero inaugurato

dal passo oscuro della lingua

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Per approfondimenti critici sull’opera di Francesco Marotta, si consiglia la lettura dei seguenti lavori:

– Indecidibili sequenze del sempre (Appunti su Esilio di voce di Francesco Marotta), di Enzo Campi – https://poetarumsilva.wordpress.com/2011/11/11/esilio-di-voce-di-francesco-marotta-con-una-nota-critica-di-enzo-campi/

– Vortice immobile – prefazione a “Esilio di voce”, a cura di Marco Ercolani – http://www.edizionismasher.it/component/content/article/77/122-francescomarotta.html


[i] “Lascia alla parola l’aura / incantata delle origini, / il lume che le compete / per nascita e destino, / il fondo oscuro / matrice d’ogni luce”. Francesco Marotta, Per soglie di increato – Bologna, Edizioni Il Crocicchio, 2006 – postfazione di Luigi Metropoli.

[ii] Maria Zambrano, L’agonia dell’Europa, Marsilio, Venezia 1999.

[iii] Maria Zambrano, le parole del ritorno a cura di Elena Laurenzi, Introduzione di Mercedes Gomez Blesa, Città Aperta, Enna 2003, pp. 24/25

[iv] H. ARENDT, Rahel Varnhagen. Storia di una donna ebrea, a cura di L. Ritter Santini

[v]  F. J. MARTÍN – Università di Siena – El “sueño creador” de María Zambrano – (Razón poética y hermenéutica literaria)  http://cvc.cervantes.es/literatura/aispi/pdf/09/09_229.pdf

[vi] «la categoría de ‘sacrificio’ contiene, a la vez y en unidad indisoluble, un principio de ‘razón pura’ –la necesidad– y un principio de ‘razón práctica’ –la libertad–, una verdad y un valor». J. C. Marset, Hacia una ‘poética del sacrifcio’ en María Zambrano, Cuadernos Hispanoamericanos, n. 466, 1989, pp. 101-118.

[novità editoriali] Esilio di voce – di Francesco Marotta – con nota critica di Enzo Campi (post di natàlia castaldi)

cliccando sulla copertina si accede al sito delle ed. Smasher da cui è possibile ordinare il libro

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Enzo Campi

Indecidibili sequenze del sempre

(Appunti su Esilio di voce

di Francesco Marotta)

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1. La catena patemica. Il tempo.

 

I fattori e gli elementi che concorrono alla configurazione della poetica marottiana sono svariati e andrebbero presi in considerazione prima singolarmente e poi nelle relazioni con gli altri. Si potrebbe parlare di una sorta di catena patemica, e in effetti, a ben guardare, ci sono delle ricorrenze che non esiterei a definire esemplari, talvolta lampanti e, per così dire, in bella mostra, talvolta invece celate all’interno del non-detto poetico. Siamo in presenza (sarebbe più appropriato dire: siamo nell’avvento di una «venuta in presenza») di affezioni e di passioni. Qui si tratta di comprendere l’essenza di un percorso, la natura dell’erranza in cui l’io-particolare cerca di instaurare un rapporto con l’io-universale, o meglio cerca di presentarsi – magari omettendo il suo nome proprio – all’universale per carpirne i segreti e ridefinirsi, ma anche per dileguarsi e sparire. La presentazione di sé è una venuta, è un impadronirsi del luogo. Aver-luogo nel luogo è «venire in presenza». Questo è quello che potrebbe risultare ovvio. Ma anche mettere l’assenza «in presenza» potrebbe entrare a far parte della categoria della «venuta». Cerchiamo di capirci: l’erranza è costituita in egual misura dal qui-agisce e dal qui-giace, non solo dal movimento ma anche dall’inerzia, non solo dal transito ma anche dall’attesa. Marotta, spesso, sembra chiedere tempo al tempo

visitazioni di parole nel tempo  

immaginando cosa nascondono  

di gesti incompiuti le mani  

pietrificate senza lume  

quanta l’incuria  

in calce ai suoni  

ripetuti in forme di abbandono  

fino a scoprire il labbro  

dove ripara un grido  

scampato alle carte della sera  

una dimora d’ombre e fortuna  

in cui si recitano pensieri  

a una corolla il sillabario delle api  

udito alla foce del respiro

Se isoliamo alcune parole possiamo riscontrare la presenza di alcune chiavi d’accesso: visitazione, pietrificazione, abbandono, dimora, sillabario, foce e respiro. In soli tredici versi troviamo una sorta di summa atheologica delle (r)esistenze e delle ricorrenze marottiane, una summa che non è sicuramente esaustiva ma che rappresenta comunque una soglia d’accesso alla sua visione del mondo. Come già detto ci troviamo in presenza di affezioni e di passioni. La cosiddetta catena patemica non si esaurisce nel portarsi in fuori, ma si concede il lusso di programmare il percorso in vista di un ritorno non tanto al sé quanto a un qualcosa che ha preceduto l’esistenza di quel sé, un qualcosa che potrebbe essere definito in vari e svariati modi: nulla, origine, chaos (ma ognuna di queste definizioni apre un infinito ventaglio di accezioni), tanto per abbozzare solo tre terminologie.

2. L’avvento della sabbia. La cancellazione.


Alle sette ricorrenze che formano la nostra summa aggiungeremo adesso un ottavo termine, un elemento oserei dire essenziale per avvicinarsi a questa poetica: la sabbia.

impressioni di sabbia nell’annuncio  

labiale arrecato dal vento  

s’inclina disperso per legge d’isole  

e cielo un vapore dettato da tante storie  

sfigura a brani il percorso dell’occhio

più spesso il corpo di una parola  

porosa che esplode

sanguinante nella mano

Se scrivo sulla sabbia una frase e poi vi cammino sopra, le orme dei miei piedi cancelleranno quella frase. La cancellazione non sarà totale e le orme, mescolandosi a ciò che resta della scrittura, daranno vita a un qualcosa d’informe, privo cioè di una forma specifica e riconoscibile, ma allo stesso tempo depositaria di più forme. In quest’ottica l’informe diviene informale. Svela o comunque lascia ad intendere una molteplicità di fondo che è strettamente riconducibile a quelle tre definizioni che abbiamo abbozzato poco più indietro: nulla, chaos e origine. Ed è all’interno di questa morphé informale che le isotopie marottiane ci fanno comprendere che qualsiasi sentimento d’appartenenza non può prescindere da una sorta di disappropriazione. Così all’interno della catena patemica ogni oggetto diventa soggetto, viene cioè dotato di anima propria. E Marotta, scusate l’iperbole, si fa portavoce della loro voce. Non è raro che nei suoi dettati ci si ponga all’ascolto della voce di una pietra, di una duna, di un’acqua che fluisce, di un fuoco, ecc. Se ogni cosa ha un’anima, la voce di quest’anima ci permette di entrare in contatto non tanto con la cosa ma con il cuore della cosa. Se poesia significa “toccare la cosa delle parole”, ebbene Marotta ci permette di toccare il cuore poematico di tutte quelle cose che, attraverso il suo tocco, si fanno portavoce di poesia. In questa pluralità di voci, nonostante l’infinita propagazione di echi e di risonanze,  vive una sorta di esilio. Perché? Forse perché la ricerca marottiana verte non solo sulla disseminazione di tracce ma, anche e soprattutto, sulla loro cancellazione. Non a caso ho fatto l’esempio della scrittura sulla sabbia che è, a tutti gli effetti, prima una cancellazione meta-poetica e poi una cancellazione metafisica. Cosa si intende qui per cancellazione?

Bisognerebbe che fosse lo stesso Marotta a rispondere (o a riproporre, in termini altri, l’interrogazione). Noi possiamo abbozzare la possibilità che ci si rivolga al nulla da cui si proviene, a un inizio che prefiguri quei processi che andremo a definire come «spartizioni» e «spaziamenti».

all’inizio è una forma d’onda  

una cresta aerea che si offre  

alla spartizione del moto poi  

il caso che si libera tra ipotesi  

ed evento forse la lettera finale  

di un ricordo una vela che si oscura  

negli specchi franati di ieri  

in cambio di un accordo muto

di una lenta consunzione

senza cenere

Evidenziamo almeno due elementi: la “spartizione del moto” che genera tutti gli spaziamenti a venire, e la “lettera finale”, la parola ultima, quella parola che non sarà mai trovata, non alla fine almeno, ma solo nell’«ipotesi» di un nuovo e rinnovato inizio: l’arco arcuato (“forma d’onda”, “cresta aerea”) ove rendere precario il proprio equilibrio. Non la parola ultima quindi ma, forse, la traccia che dissolvendosi ne conserverà la memoria. Siffatta traccia,  sia incoativa che terminativa, è  effimera. Si consegna all’erranza non per sparire del tutto, ma per rinnovarsi, per risorgere dalla sua stessa cancellazione.

3. Fuoco. Cenere. Licura.


Una significativa ricorrenza che certifica il lavoro sulla cancellazione è riscontrabile in un termine che andiamo ad aggiungere al nostro palinsesto patemico: fuoco.

Il carattere fortemente isotopico della poetica marottiana implica la correlazione semantica dei vari elementi e offre la possibilità di una decodificazione lungo una linea (magari non retta, ma pedissequamente e lucidamente smussata) sulla quale l’erranza dell’autore non preclude l’erranza del lettore. Sia l’asse paradigmatico che quello sintagmatico condividono lo stesso spazio, anzi sembrano spaziarsi. Creano come dei buchi, aggiungono spazialità allo spazio, si declinano anche attraverso effrazioni il cui compito principale è quello di rischiare il continuo rinnovarsi di una delle aporie più ricorrenti e significative: luce / buio.

cammina pensando una deriva  

la corrente paziente delle ombre  

il suono che trascorre  

inascoltato  

alle tue spalle immagina  

con quale lingua il deserto  

racconta la piaga dove premeva  

la lama della luce il varco

dove precipita il respiro

di una terra libera dal dolore  

del nome

“La corrente paziente delle ombre” e “la lama della luce” sono qui proposizioni oppositive ma  semanticamente equivalenti perché concorrono alla spartizione e allo spaziamento di un concetto. Ho scelto questa occorrenza perché si confà anche a quanto appena accennato sui buchi e sulle effrazioni : “con quale lingua il deserto / racconta la piaga” ; “il varco / dove precipita il respiro” (ma, naturalmente, le occorrenze in tal senso si moltiplicano a vista d’occhio in tutti i dettati che compongono questa raccolta).

La ricorrenza del fuoco è pressoché lampante: “in lente forme d’incendio” – “per essere ancora fuoco / sotto il foglio che regge il giorno” – “un fuoco che nell’inguine s’accende / come il faro di guardia / a un mare deserto”. E possiamo leggere ancora di un “ritmo del fuoco”, di una “cera bruciata”, della “superficie di una fiamma”, di “fuochi di caduta”.

Ma, al di là delle occorrenze, ciò che vorrei sottolineare è che se il fuoco è luce, la cenere che ad esso sopravvive potrebbe essere considerata come l’elemento che ne certifica la cancellazione. Una doppia cancellazione: il fuoco che distrugge e il fuoco che viene distrutto.

È forse questo il compito della luce?

C’è sempre un dare / ricevere, un agire / subire.

Per dirlo alla Nancy la cenere rappresenta il qui giace del fuoco. Ma è anche vero che in quel qui giace ristagna, solo apparentemente allettata, la possibilità di reiterare il misfatto.

La cenere, come residuo del fuoco originario (della scrittura originaria?), può essere usata come elemento per tracciare una nuova scrittura. Non si tratta di una fenice che rinasce dalle sue ceneri, ma di una fenice che usa le sue stesse ceneri per riscrivere e rinnovare il suo verbo. Un inusitato verbo di cenere destinato, per la sua stessa natura effimera, all’evanescenza, un verbo conscio del fatto che la sua traccia sarà comunque sottoposta a un’ulteriore cancellazione. Sembrerebbe un gioco senza fine, ma la chiave non è il gioco bensì il senza-fine in cui sfinirsi nella riproposizione  – ad aeternum –  dell’interrogazione.

A questo punto bisogna introdurre anche il procedimento della «licura». Cos’è la licura?

Nell’antica Roma si cancellava uno scritto coprendolo con uno strato di cera, per poi riscrivervi sopra (una sorta di gesto della cancellazione dei codici, dei segni, delle rivelazioni che metteva al bando lo scritto originario per favorire la diffusione del nuovo scritto).

In poche parole: cancellare per riplasmare.

E quella “cera bruciata” di cui si è appena accennato non è forse riconducibile anche a questo?

4. Il bianco. Buchi di luce. Sovrascritture.


Jabés: “Un giorno arriveremo a leggere gli spazi bianchi tra le parole, grazie ai quali soltanto possiamo avvicinarle”.

Ho sempre avuto l’impressione che gli spazi bianchi tra le parole marottiane non fossero mere pause del dettato. Quel bianco si concede l’onere e l’onore di farsi depositario del non-detto. Quel bianco si apre accadendosi. Cos’è che accade?

Accade l’accadimento che non è manifestato e che vive all’interno di quei buchi, di quei varchi, di quelle piaghe cui si accennava poc’anzi. Accade la spartizione. Accade lo spaziamento. Accade l’inconosciuto. Accade l’inderogabile, e via dicendo.

È come se quel bianco contenesse i resti di una prima scrittura le cui tracce (impronte), quasi impercettibili, sopravvivono a qualsiasi procedimento di licura. La scrittura di Marotta è, idealmente, sovrascritta sulla scrittura originaria. È questa la sua grandezza.

È difficile trovare una scrittura che cancelli il tempo originario per innestare un nuovo tempo che, a sua volta, tende a ritrovare proprio quel tempo che ha cancellato per meglio cancellarsi. Ma questo è proprio quello che accade, questo è l’accadimento che si apre spartendosi e spaziandosi. Questo è l’accadimento che si consegna, lucidamente, all’inevitabilità di un punto d’arrivo che non potrà mai essere identificato e quantificato.

5. L’erranza. Il dono.


Qui si tratta di certificare l’urgenza dell’erranza e di riproporre un’interrogazione sempre ultima ma mai definitiva. Una poetica fortemente escatologica, ma allo stesso tempo incoativa. L’ennesima aporia da disseminare. Un’aporia fortemente correlata al tempo e ai tempi in cui produrre transiti ed effrazioni.

Questa poetica difatti non può permettersi il lusso di adagiarsi sugli allori della consueta tripartizione del tempo (passato-presente-futuro).

Non c’è un inizio che non sia ri-cominciamento, non c’è una fine che non si ri-configuri nel senza-fine, non c’è un durante che non si presti ad essere ri-attraversato. L’erranza è pressoché continua ed è condizione necessaria anche per il fluire del tempo.

Sembra quasi che sia lo stesso tempo ad adattarsi al fluire di questa poetica, che tenda cioè a ri-modellarsi sulla base degli elementi che Marotta mette al lavoro.

Questo è forse il dono più importante e pregnante: donare tempo al tempo.

Il tempo nuovo di Marotta è un dono per il tempo precostituito, un presente nel presente, lo è “adesso”, in quell’immediato in cui la scrittura si manifesta, e lo sarà in futuro nella sovrascrittura conseguente alla licura dei testi dell’adesso, e tutto questo sempre all’insegna dell’effrazione, in nome di quell’urgenza che non può esimersi di produrre tagli, incisioni, squarci, di scavare e di aprirsi dei varchi.

solo una maglia slabbrata
uno squarcio nella rete del tempo
incurabile misura del guardare

In questo dare/prendere c’è tutta l’apologia del poeta che si priva del suo tempo per donarlo al tempo, o meglio ancora per donarlo al tempo della scrittura e del libro.

6. Femminile-Maschile. Il deserto. Il libro.


“La” scrittura e “il“ libro, una disseminazione al femminile in un «corpo» al maschile. Sulla falsariga delle «ricorrenze» che caratterizzano la poetica marottiana penso, come già accennato, alla cenere («la» cenere) e al fuoco («il» fuoco). Entrambi gli elementi vivono in una sorta di corrispondenza biunivoca, in un regime di co-appartenenza; sembra quasi che ognuno dei due serva l’altro. Se il fuoco si fa tramite per la cancellazione, la cenere (le reste, il resto del tempo che fu, che è stato) non si limita solo a tramandarne il ricordo, ma si fa portavoce di una sorta di resurrezione.

Jabès: “Scrivere, scrivere, per mantenere vivo il fuoco della creazione! Far risorgere, dalla quieta notte dov’erano sotterrate, le parole ancora stupite dalla loro resurrezione!”

Spetta alla cenere, in quanto residuo di ciò che fu, il compito di ri-pervertirsi in fuoco, di riscrivere cioè “il fuoco della creazione”, di ri-celebrare il chaos, lavico e sorgivo, da cui la poetica marottiana è destinata e a cui, nella sua erranza circolare, si destina.

Ma il libro è anche luogo del deserto e la cenere che si perverte in fuoco è la luce che lo investe.

Una luce al nero, una luce che accade, che dissemina simultaneamente fuoco e cenere, che non può concedersi il lusso della sola armonia, che è originariamente portata a disseminare e a far parlare l’esilio dei buchi che la contraddistinguono.

Difatti, in questo Esilio di voce, c’è una certa tendenza a evidenziare gli strappi e le strozzature. Gli enjambements si moltiplicano corposi, non tanto per vanificare un’armonia e una musicalità (che comunque persistono e resistono) ma, forse, per far scendere in campo l’impossibilità di un percorso che sia lineare. Si potrebbe parlare di un’erranza claudicante, fortemente aporetica, caratterizzata da un’indecidibilità di fondo che consente ad ogni singolo passo di interrogarsi in sé prima di esportare verso il fuori il contagio dell’interrogazione.

7. Spartizioni. Spaziamenti


Abbiamo parlato più volte di «spartizione» e di «spaziamento». Questi due termini rappresentano due accezioni del francese partage che viene generalmente tradotto con «condivisione».

Jabès, in apertura de Il libro della condivisione (Le livre du partage), dichiara:

“Molto presto mi sono trovato di fronte all’incomprensibile, all’impensabile, alla morte. Da quell’istante ho capito che niente quaggiù si poteva condividere perché niente ci appartiene…

C’è una parola in noi più forte di tutte le altre – più personale anche. Parola di solitudine e di certezza, così nascosta nella notte che a malapena è udibile da se stessa. Parola di diniego ma, al contempo, del coinvolgimento assoluto. Parola che forgia i suoi legami di silenzio nel silenzio abissale del legame. Questa parola non si condivide. Si immola.”.

Ora, se è lo stesso Jabès a dirci che non tutto può essere condiviso, non ci resta che agire per propagazioni ed estendere le accezioni di quel partage alla «spartizione» e allo «spaziamento».

La poetica di Marotta non cerca solo la prossimità e il contatto tra l’uomo-soggetto e l’oggetto-soggetto, ma cerca anche di mettere a nudo uno scarto, ovvero il dispiegamento degli scarti che intercorrono tra due soggetti: quello che si presuppone pensante e agente e quello che si presuppone invece privo d’anima e inerte. In questa messa a nudo persiste comunque una volontà di condivisione che implica una «spartizione», ed è per questa ragione che il dispiegamento degli scarti produce uno «spaziamento». In questo spartirsi e spaziarsi Marotta crea i suoi buchi, apre i suoi squarci, mette al lavoro le sue lame e comincia a scavare nel cuore degli oggetti-soggetti con cui si rapporta. C’è quindi un doppio movimento di estroiezione verso l’altro e di inframissione nell’altro. Un movimento che si declina ulteriormente perché quell’inframissione nell’altro serve per ritornare al sé e per innestarvi i segni e le tracce accumulate nell’erranza.

8. La lettera finale

Vorrei chiudere riproponendo quella che Marotta definisce “la lettera finale” per metterla sullo stesso piano di quella  che Jabès definisce “parola in noi più forte di tutte le altre”. Entrambe, in un certo senso, non possono essere condivise. Possono solo spartirsi e spaziarsi. Possono solo immolarsi al loro destino di luce. Possono solo consegnarsi alla «venuta in presenza» della cancellazione.

(Enzo Campi – Reggio Emilia –

prima stesura Febbraio 2010 – ultima revisione Ottobre 2011)

Enzo Campi – Trame dell’oblio (per Francesco Marotta)

Enzo Campi

Trame dell’oblio
(per Francesco Marotta)

I)

turbato dall’immobilità del vortice

– là dove l’occhio è solo centro
fulcro nevralgico e punto nodale
ove sciogliere ipotesi di sensi sospesi
nel vacuo cavo dell’isola
qui tramandata ad arte
dall’atavica mano che imprime
la cancellazione del suo nome –

vago a tentoni nella dissolta firma
che rinnova dell’eco l’inestinguibile marca

e mi faccio superficie e ristagno
anticipando stoico il tempo
della levata in cui inabissarmi
ancora una volta e per sempre

chiedo solo l’abbacinamento
e dalla sovresposizione del bianco
estirperò il solo cuore nero
per inchiostrare la voce della vena
che implode nel costato
dettando lingue arcane e irriverenti
volte a cantare del domani l’aporia

.

II)

turbato dall’andirivieni della marea

– là dove la mano è solo un avido simulacro
che ripete a memoria il gesto inconosciuto
disimpegnato a declinare le tesi dell’innato
qui abusato riciclato
come un tutto senza parti
che spia con sana invidia
il senza nome dell’estromissione –

m’abbarbico alla stele ove delocare
del verbo l’incorrotta eternità

e mi metto in abisso e fluisco
ritardando il tempo dell’avvento
se mai invocando il vento
a spazzare l’ingordigia del silenzio

porgo solo la mano qui ora
nel tempo senza tempo di un istante
che precede sempre la mia voce
e dallo stelo qui inalberato
estirperò la sola fulgida spina
per rinnovare il tenue fiotto
volto a imperlare  il bocciolo

.

III)

turbato dal lucore dell’ombra

– là dove il luogo è privo di confini
come sfumato in un anelito di senso
se mai m’accoccolo a disappaiare
una a una le fibre per rendermi
alla mania di silenziare il dettato
del perpetuo ciclo che definisce
il mio gesto erratico e incompiuto –

mi dilato in mille evanescenti circoli
come acqua deflorata dalla pietra

e tocco il profondo e scavo
con la mano contratta
nell’humus della mia unica madre
l’idea di un segno da perpetuare

vedo solo bolle d’aria risalire lente
la china nel tempo fuori tempo
di un attimo che si crede eterno
ritardando l’elegia del dissolvimento
e dall’asfissia qui declinata
estirperò il solo atavico silenzio
in cui urlare l’incoscienza del mio nome

.

LA POESIA NELLA RETE. Due appuntamenti a Vimercate e Verona.

Il 17 aprile a VIMERCATE.

Incontro curato da Sebastiano Aglieco e Francesco Marotta.

Qui il programma completo

http://miolive.wordpress.com/in-evidenza-la-poesia-in-rete-sabato-17-aprile/

IL 24 aprile a VERONA.

Incontro curato da Alessandro Assiri e Claudio Di Scalzo.

Qui

http://www.pickwicki.com/pages/_Events.aspx?BID=5SZDFwzuu5AV6%2bfo3FoAtw%3d%3d&BDATE=24042010

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