Francesco Maria Tipaldi

Francesco Maria Tipaldi, Luca Minola: “Il sentimento dei Vitelli”. Recensione di Gabriele Gabbia

Il sentimento dei vitelli di Francesco Maria Tipaldi e Luca Minola è una delle recenti pubblicazioni delle Edizioni Edb, nella collana di poesia diretta dal poeta Alberto Pellegatta.
La silloge – composta da quindici testi per ciascun autore ed impreziosita da tre disegni di Massimo Dagnino – è, come lo stesso Pellegatta scrive nell’incisiva prefazione, un connubio creativo in cui i due giovani poeti “si confrontano direttamente sul linguaggio, abbandonando intenzioni e teorie letterarie”, accomunando il proprio sguardo concentratosi all’interno di quel trauma continuo, fecondo e propulsivo in entrambi, che è il tema centrale della raccolta.
In tal modo il libro si attesta come viaggio clinico, esplorativo delle viscere psichiche da cui scaturiscono le escrescenze idiomatiche degli autori, in tutta la loro irrazionale, disturbante potenza.
E ciascuno – è bene sottolinearlo – con le proprie definite peculiarità.

Un viaggio in cui Francesco Maria Tipaldi, ad esempio, con le sue immagini rurali e violente, con le sue preci sboccate e primitive, incontra i “culoni delle contadine / dove finisce l’orto”, perché “La terra dà le grida del parto / le carissime doglie” dove “nasce la verzura.”
Un microcosmo verbale brutale e tumefatto, quello tipaldiano (“siedi con me, cosa vuoi che / importi / se la morte ti germoglia sulle mani / o sul viso / io ho il nulla sul letto / e sbadiglia ed ingoia rumore ”) – tuttavia vitalissimo e non privo di sarcasmo, che nulla risparmia, a se stesso e agli altri (“Quando scoprì che la cagna era incinta / morì dal dolore. / L’amava come si ama una donna, / il figlio non era il suo.”), alla ricerca di una verità emotiva e di una onestà intellettuale anzitutto esperite, scontate ed inverate con furia nel corpus poetico proposto qui, dove anche i sentimenti amorosi vengono vissuti, sviscerati e mostrati nella loro impietosa crudeltà, come fossero carne al macello: “perché anima mia, lama di coltello / l’amore non c’avrebbe salvato / l’amore mette le ortiche nelle mutande”.

Diverso e complementare il discorso per Luca Minola, che sembra invece scrivere versi sovrastato da una luce chirurgica, ossessivamente rifratta, intrisa da un’elettricità motoristica e motoria, radiale e pervasiva: “Sono pieni di motori nelle braccia, / cercano di migliorare il cielo /, gli uomini”, perché “Senza le emissioni le vibrazioni dei sessi / rimangono nell’ordine”.
Minola ha la capacità di concentrare in epigrammi puntuti un lirismo denso ed icastico, esplicando in quei pochi centimetri quelle catastrofi che il poeta ravvisa e in cui anch’egli sembra perdersi e ritrovarsi, spaesato e sorpreso – spiazzato dall’acume del suo stesso sguardo, che si autoinferte – che lo ferisce: “Le pupille non trattengono, rilasciano / luce insistente sulle zone, pressioni. / Nel suo tempo migliore, spiega / l’azzardo, le cicatrici dei sensi.”
Anche i luoghi familiari, allora, come la casa o le strade percorse, sembrano dilatarsi nel ricordo e nelle fasi ipnagogiche (“Le sostanze sono chiare, piene di radiazioni, / portano il filtraggio, lo spurgo / (…) E gli occhi sono macchiati di giorni (…) nelle stanze le memorie sono calendari / di luce”), suturandosi in cicatrici ove il passato mnesico dell’autore diviene il baratro in cui tutta la vicenda sprofonda e marcisce, per giungere ai versi: “Dopo si brucia il verde delle foglie / fra estensioni e crampi dilatati nel tempo, / nello spazio ingrossato fra le strade / pronunciate e costruite”, perché ormai “la casa è passata dall’abito / e lo sguardo si carica di effetti nel tempo immobile, / il sonno che riproduce l’abbondanza.”

Gabriele Gabbia

(Francesco Maria Tipaldi)

Angelus

Via dai culoni delle contadine
dove finisce l’orto.

La terra dà le grida del parto,
le carissime doglie, nasce la verzura.
– Sia lode alle molli latrine dei maiali –
la domenica non si lavora,
si posano le zappe e ci si veste per bene.
-Dio presenta al mondo le sue lattughe-
Ai petti tumefatti degli alberelli
Una giostra di fieno, e l’anima uterina che bruca
di dita di pane a sazietà.

*

Glory hole

siedi con me, cosa vuoi che
importi
se la morte ti germoglia sulle mani
o sul viso
io ho il nulla sul letto
e sbadiglia ed ingoia rumore

cosa vuoi che importi sotto il sole (?)
la vita è graziosa
noi avemmo il privilegio di non
durare
ricordi? qualcuno fecondò quelle tue
terre come fosse
un arcangelo

*

Novella prima o della morte per amore

Quando scoprì che la cagna era incinta
morì dal dolore.

L’amava come si ama una donna,
il figlio non era il suo.

*

234

Se un giorno mi perdonerai per essere
morto, senz’avvisarti
animale selvatico
ti restituirò quel bacio e faremo finta
che io viva ancora

perché anima mia, lama di coltello
l’amore non c’avrebbe salvato
l’amore mette le ortiche nelle mutande

*** *** ***

(Luca Minola)

Sono pieni di motori nelle braccia,
cercano di migliorare il cielo
sulla zona addormentata,
giugno, il minore,
il più lungo mese nella luce.

Le pupille non trattengono, rilasciano
Luce insistente sulle zone, pressioni.
Nel suo tempo migliore, spiega
l’azzardo, le cicatrici dei sensi.

Senza emissioni le vibrazioni dei sessi
Rimangono nell’ordine

Ispezionate nel lungo stato di chiarezza.

Non cederà il corpo venuto di pazienza e spazio
Nel legno fra le cose esatte.

(Luce stravolta nello stile).

La sostanze sono chiare, piene di radiazioni,
portano il filtraggio, lo spurgo
dalle lunghe ore di sonno.
E gli occhi sono macchiati di giorni,
di precise intenzioni.

Non ci sono altri oggetti da separare,
nelle stanze le memorie sono calendari di luce.

Negli spazi si individuano le ore dei nottambuli
quando la casa è passata dall’abito
e lo sguardo si carica di effetti nel tempo immobile,
il sonno che riproduce l’abbondanza.

Dopo si brucia il verde delle foglie,
fra estensioni e crampi dilatati nel tempo,
nello spazio ingrossato fra le strade
pronunciate e costruite.

(Nervi)

Francesco M. Tipaldi – Inediti da “Traum” (raccolta inedita)

Francesco M. Tipaldi – Inediti da “Traum” (raccolta inedita)

*

Il tuo azzurro figliolo bambino

Gesù mi ha lasciato
per strada e se n’è andato a pescare
signor Dio, mio Dio della grazia, una donna ha figliato vitelli
non è straordinario?!
Aveva il ventre gonfio e la vagina sporca
era grassa come una vacca e la bocca era immensa
aperta aperta e voleva inghiottire la luna
troia la luna era
nel cielo una compressa effervescente, la notte era un enorme
bicchiere
vodka latte una troia mi ha sputato nella bocca
il seme della morte –


la vita è improbabile, i cessi sono
lontani e pioveva
pioveva la grondaia vomitava furiosamente
Il cassonetto sputava come fosse un drago
i suoi gatti enormi, come fossero
fiamme
– fwhuieiiww –
(i gatti sono persone cattive)

Mentre l’angelo di Dio era lì a guardarmi le spalle
io vi tirai un giavellotto
e lo uccisi,
povero fesso povero fesso
e la grondaia vomitava furiosamente
Qualcuno mi dia un passaggio o dovrò aspettare
che la casa venga in giro a cercarmi
e non credo senta la mia
mancanza

sono bagnato come un rospo
me la sono fatta sotto, sono un fiore
che da solo cammina
sono un fiore con le gambe


glory hole


siedi con me, cosa vuoi che
importi
se la morte ti germoglia sulle mani
o sul viso
io ho il nulla sul letto
e sbadiglia ed ingoia rumore

cosa vuoi che importi sotto il sole (?)
la vita è graziosa
noi avemmo il privilegio di non
durare
ricordi? qualcuno fecondò quelle tue
terre come fosse
un arcangelo



234



Se un giorno mi perdonerai per essere morto, senz’avvisarti animale selvatico ti restituirò quel bacio e faremo finta che io viva ancora

perchè anima mia, lama di coltello
l’amore non c’avrebbe salvato
l’amore mette le ortiche nelle mutande



*



fingere lunghe passeggiate non farà bene

sarò via in eterno, amore
abbi cura dell’esercizio
della memoria, noi fabbricheremo saliva

gli alberi sono rientrati nella terra
i fiori nei rami

ho raccolto i miei denti nella neve
per Dio
ho incontrato persone morte, non hanno
saputo dirmi

chiedono di non morire ancora, vogliono bere
dell’acqua

non ho incontrato lei, non ancora

se tu la incontri
domandale quand’è che il sole morirà,
domandale cos’è la tristezza

le persone morte chiedono di non morire
sono mosche nel latte

sarò via in eterno, amore
ma non smettere d’aspettarmi
sono abbastanza vicino per sentirti respirare,
ma anche abbastanza lontano
perchè tu non mi senta

fingere lunghe passeggiate non farà bene

io tornerò per sentirti respirare
ti bacerò come i morti sanno baciare i vivi
tu non smettere d’aspettarmi

fabbricheremo saliva



la felce maschio



furono giorni salmastri,
poi una mattina riuscì a vomitare
la tenia.

Il colon è stato disinvaso, fate partire
la festa cittadina lecca-lecca
zucchero filato
che arrivano i fiori, che arrivano gli angeli
sopra i carri


Francesco M. Tipaldi nato a Nocera Inferiore nel 1986 ha pubblicato La culla (Lietocolle 2006) e Humus (Arcolaio 2008). Nel 2010 è stato tradotto ed inserito nell’antologia In our own words – A Generation Defining Itself (MW Enterprises) edita negli Stati Uniti. Di recente uscita il volumetto “il sentimento dei vitelli” (EDB 2012) nella collana “poesia di ricerca” diretta da Alberto Pellegatta.