Francesco Iannone

Premio “L’albero di rose” – La premiazione

 

Appuntamento ad Accettura il 9 agosto alle ore 18.00, presso l’ex Cinema De Luca, per la serata conclusiva del premio “L’albero di rose”, giunto alla sua terza edizione.

La premiazione si svolgerà alla presenza dei giurati e dei vincitori.

Di seguito gli esiti del concorso:

 

Sezione I – Poesia inedita Festa del Maggio e culti arborei

1° classificato Valeria Vecchie – Matriarcato

2° classificato Giuliana Abate – Abbraccio immortale

3° classificato Ione Garrammone – Il maggio

 

Sezione II – Poesia inedita “Leonardo Sinisgalli”

1° classificato Marco Mittica – Il cuculo

2° classificato Francesco Iannone – Anelli di fuoco

3° classificato Vincenzo Ferretti – La casa dei nonni

 

Sezione III – Poesia edita

1° classificato Cristina Polli – Tutto e ogni singola cosa

2° classificato Nily Raouf – L’innocenza dell’incertezza

3° classificato Pietro Russo – A questa vertigine

Pietra lavica di Francesco Iannone (nota di Enzo Rega)

pietra lavica

Nella sua postfazione, Giovanna Rosadini colloca la poesia di Francesco Iannone (Pietra lavica, Nino Aragno Editore, Torino 2016, pp. 107, € 10,00), pur con una sua specificità, nella reazione euforica che dagli anni Settanta va a contrapporsi a una reazione disforica: la prima (Alda Merini, Patrizia Cavalli ecc.) si caratterizza per la propria emergenza emotiva scegliendo forme vicine alla lingua parlata.
Esempi del genere infatti non mancano in questo volume, come anche il richiamarsi a una sorta di grado zero della scrittura: «Devi fare/ voce piccola/ se vuoi davvero/ che il bambino/ impari/ a schioccare/ la prima sillaba dalle labbra» (p. 94). Il lemma “bambino” compare più volte, e proprio in questo testo – come in altri – la versificazione si articola in tre, due o addirittura una parola per linea, come a riprodurre lo stesso linguaggio olofrastico e telegrafico infantile. Il poeta si fa sempre all’origine del linguaggio: «Chi sono io?/ Il bambino balbuziente […]» (p. 84) si è chiesto poche pagine prima. Ma anche in questo caso la metafora del bambino alla scoperta del mondo si attaglia alla funzione del poeta che scopre-riscopre.
Questa ‘originarietà’ si riverbera anche nello spazio che la natura ha nel libro: «Tu impara dai pesci, impara/ dagli uccelli. Impara» (p. 87). (altro…)

Sulla poesia di Giacomo Viti (Nota di Francesco Iannone)

 

Chi è Charlie?
Un interlocutore che sosta fra una piega e l’altra dei versi di questo giovane poeta.
Charlie ci guarda e sembra volerci forare la pelle con un chiodo.
È cattivo, Charlie, o forse è la mano che regge l’argine del lago attorno a cui il nostro autore sembra compiere un giro.
Charlie è un compagno ma è anche l’altra faccia della speranza e della disperazione.
Un muro, le sue fondamenta, e noi sopra, con le bocche agganciate all’intonaco, con le dita fra le crepe della casa. Tutto questo è Charlie ed altro ancora.
Queste di Giacomo Viti sono poesie di un viaggio quieto e col tormento di un orizzonte offuscato davanti. Viti non è un esploratore eccitato dalla scoperta, nessuna euforia nel deporre la parola sulla pagina. Penso più che altro allo scultore, al suo sguardo acuto, alla sua visione tridimensionale e al vigore con cui posiziona lo scalpello sulla pietra: c’è la precisione del gesto, la forza calibrata esattamente, la giustezza nel sottrarre materia all’intero.
Ma dov’è Charlie? Charlie è in “ogni odore/ dei fiori” che lo “narra in silenzio”, lui che non sa “restare lontano da questa rupe” presta la sua ombra al nostro autore e lo costringe a guardare giù, ad abbracciare la sua vertigine.
Si esiste “in cianfrusaglie”, si rimane un passo indietro all’essenziale, perduti nella folla. E cosa resta di Charlie alla fine? Un segno, una traccia, sovrabbondanze di mondi sconosciuti, il “sapore di legno bagnato”, fragore di schegge, “frantumi”.
Il mondo ha un peso e il nostro autore è “stanco”, e Charlie sembra volergli porgere il fianco, tendere la mano. Charlie sente il rumore del sangue che scorre sotto i nostri piedi, le pulsazioni delle arterie che traghettano con mite saggezza le parole da una riva all’altra. Ma forse Viti ne ha terrore, e perciò si scherma lo sguardo con le mani.
Eppure dai versi si alza potente un grido che non è mai urlato, ma è tutto raddensato nelle vene; Charlie ha un desiderio e una speranza: non vuole “tramontare qui”, ma sarà necessario ancorarsi ad un suono, un movimento, farne incessantemente memoria: “Lo senti?/ È il ritmo che non potrai scordare/ filo cui si lega ogni tuo punto”.

© Francesco Iannone

Charlie, sono stanco. Scrivo dal vetro
di una casa che ho incontrato
dopo essermene andato. Lisa
è stata rinchiusa in quel posto
fuori città, fuori mano. Ho fame,
troppa, per andare a salutarla.
Vedeva demoni. Fossimo stati
meno attaccati alle serate,
lo sai, li avremmo presi per noi.
Fossimo stati… (altro…)

#PietraLavica di Francesco Iannone

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Francesco Iannone, Pietra lavica, Nino Aragno Editore, 2016, € 10,00

Resto indifferente a certe letture arzigogolate che di un libro riescono a dire niente nel tentativo di dissimulare il fatto di non avere compreso molto di ciò che si è letto. Ed è un bene, perché questo tipo di letture guastano irrimediabilmente il piacere della scoperta. Ma la poesia è poesia sempre e comunque, anche quando è espressione di un sentire distante dal mio, endemicamente distante.
Non resto perciò indifferente alla ‘parola’, la mia unica fede, e siccome non c’è credo che non si fondi sulla parola, perché gli è strettamente necessaria per giustificare la propria esistenza, ecco che alla fine l’unica divinità è la necessità dell’uomo di manifestare sé stesso attraverso ciò che di più potente ha, ossia la parola. Ed ecco allora che io ‘credo’ alla poesia di Francesco Iannone per le stesse ragioni per le quali ho creduto e credo ancora alla poesia-parola di Mario Luzi.
Non chiamo subito in causa Luzi – più di Bigongiari disturbato da altri – solo per riempire l’attacco farneticante di questa breve nota; richiamo Luzi perché la sua poesia è talmente presente tra le trame dei versi di Iannone da farmi pensare (e forse mi traggo in inganno da solo) che la lezione del fiorentino sia stata la strada necessaria per trovare il proprio ‘dire’, uno «stare/ nel gesto paziente/ della maturazione», un rispondere umilmente a una domanda venuta da lontano, un ‘dire ubbidiente’, rendendo così immediata definizione la breve poesia che apre Pietra lavica, l’ultima raccolta di Francesco Iannone. (altro…)

“Il buio altrove” di Francesco Iannone (inedito)

FRANCESCO IANNONE

IL BUIO ALTROVE

 (inedito)

Chi ha osato respingerti
oltre le tendine del mio bene
dietro il vetro di un richiamo solo mio
fortissimo ti amo anche se non sono
del tutto pulito del tutto deterso
non del tutto
sano.
Il tempo ci chiede il ricamo delle prigioni
dove i giorni resistono alle cose da fare
e l’amore diventa la pazienza del tessitore
chino sul telaio e il filo di lana
da snodare.
Che volgare ruvida nervatura corre in su
dalla mano
si vede che da giovane facevo rotolare
cocomeri
è inutile adesso imitare finezze
intellettuali
sono grezza materia
come dici tu
sono uno stomaco una sacca
di fitti tessuti molecolari
il fianco grosso del mulo
che strattona
che sferraglia il suo maleficio
in un calcio o un raglio peggio ancora
di quelli che smantellano
l’udito
e fanno terremoto
giù per la campagna.
Ora la smetto
questa poesia
questa lagna
che non scala vette
(io che ho sempre amato prodigi e altezze
non ammetto riduzioni di stile
non metto sgambetti alle parole)

.

I bambini galoppano il buio
sono gli ussari della notte
i guerrieri dell’altrove.
Lo so, un giorno arriverai
col tuo esercito di infanti
le spade tutte lucenti
porteranno il qui della luce
i lampi sotto gli elmetti
sgusceranno come timidi segreti
non detti.

Riempi i miei cesti di crisantemi
riempili tutti con le mani
le mie dispense di conserve utili
per gli inverni a venire
e fissami dal lato
più alto del tuo bene
dove il mio nome luccica
come un’orma nella neve.

.

Non avere paura delle parole
verità bellezza dolore
senti come tuonano
amazzoni che frustano l’aria
come forzano guerriere
i limiti del sangue
le inossidabili catene.

Non avere paura delle parole
e che ogni verso sia un inchino
sii un amante servile
uno schiavo obbediente
sii la natura slargata della partoriente
che se ne frega di soffrire.

Poeta ti prego
più carità più carità
più obbedire più dire
sono tuo Amore.

. 

Uccello analfabeta che mai verso
cantò
sono qui per i suoi prodigi di acrobata
incantatore
per le sue prodezze alate.
Steli lunghissimi premonitori
di bellezza tronchi altissimi perché
solo altissima può essere la gioia
infinite scie in corsi d’acqua
di corpo che annaspa e aggancia
il suo grosso dorso
alla scogliera
di un desiderio di roccia.
È tutto così volgare se vive disgiunto
il silenzio del bosco
è inaccettabile senza l’invocazione
dell’animale
molto volgare non nascere facile
come qualcosa che non c’era
e all’improvviso appare.

Oh moltitudine di cose innamorate
che tutte vi atteggiate nel vanto
della neve
la luce qui, il buio altrove.

.

Cresce in me il debito del pane. Lievita
la mollica sotto le scorze dure. Il pane gentile
delle nonne la mattina alle 6.
È inutile che porti la luce. Il pane
sa crescere al buio dei lini. Il pane cresce
già nei sacchi sulle spalle degli uomini
rudi. Il pane è già la foglia di spighe, l’acino
macinato già si sente pane.
Tutto è alla portata della mia comprensione.

.

Francesco IannoneSulla scia del discorso avviato con Pietra lavica (“Poesia”, nr. 281, aprile 2013) questo inedito in cinque movimenti si propone quale manifesto (su tutti il primo movimento) di una poetica paradossalmente in fieri dove l’unica certezza è quel punto fermo della chiusa, quel “debito del pane” che volge lo sguardo nella direzione opposta al vettore figlio-padre: qui il debito si esprime nella direzione padre-figlio.
Il canto dalla partenza artificialmente atona (si guardi la sequenza dei versi da «Ora smetto… / […] / non metto sgambetti alle parole» del primo movimento) progressivamente — nei successivi due movimenti — si libera di ogni scoria grezza e lascia posto a una sorta di ricerca di una dimensione umana da riconquistare che è appunto quel “debito del pane” che occupa tutto il quinto e ultimo movimento. Il debito contratto da Iannone è perciò di segno diverso, malgrado alcuni tratti in comune, a quello di Lorenzo Mari, perché qui si guarda ai figli e non ai padri; è il limite dell’imperfezione umana a essere cantato: l’incapacità di rendere per intero quanto viene all’uomo donato dalla vita proprio nel momento in cui la vita si dona. Lo scarto tra ciò che viene restituito in minima percentuale rispetto al dono ricevuto genera il debito. E se guardassimo alle poesie di Pietra lavica non potremmo non notare quanto questo inedito prenda le mosse proprio da quel primo germe, a partire dal rovesciamento della direzione del vettore che nella poesia “Parli al padre…” indicava la centralità della ricerca non nella presenza-assenza della figura paterna bensì nel riconoscersi figli e padri a propria volta: «Parli al padre – ma tu chiami padre / gli alberi e la bianchissima cascata / che soccorre le radici padre / la pietra sistemata a segno della strada / quando passi l’accarezzi e unisci / le mani a fare più vera la preghiera. // […] // Padre dolcissimo / ho imparato a bere / il bianco dei tuoi occhi / ho succhiato tutto il liquido dai bulbi, / ora vedo me attraverso le cose, il mondo». [fm]

Francesco Iannone (Salerno, 1985) ha pubblicato la raccolta Poesie della fame e della sete (Ladolfi, 2011; premio come opera prima ai premi “Solstizio” e “L’Aquila”; finalista ai premi “Penne” e “Beppe Manfredi). Altri suoi componimenti sono apparsi in antologie e riviste. Un’anticipazione del suo prossimo libro è stata pubblicata nel fascicolo nr. 281 (aprile 2013) della rivista “Poesia”.
Francesco Iannone è redattore della pagina on-line della rivista “Atelier”.