francesco de gregori

Primo Marzo o Lucio Dalla (di R. Calvanese)

banana

Ogni primo marzo, da qualche anno a questa parte, torno a casa e metto sul piatto Banana Republic. Lo ascolto tutto, senza parlare, pensando allo sguardo di mio padre che racconta di quel concerto “con il mitico Lucio Dalla” e con Francesco De Gregori.

 

La fiera del disco è uno di quei mille mercatini sparsi in questo paese dove puoi comprare un sacco di dischi, nuovi ed usati. La fanno a Napoli, un paio di volte all’anno, ed ogni volta è come se fosse la prima per me. I dischi non li compravo da un po’, mi ero perso dietro al formato digitale e forse avevo perso anche un po’ della magia di avere un disco tra le mani. I vinili mi hanno restituito quell’emozione, il brivido e l’attesa, la gelosia per un oggetto, per un feticcio. Ogni volta che posso prendo un po’ di soldi e vado a caccia di musica, specialmente di quei dischi usati che compri a pochi spiccioli. Nessuno ci pensa mai ma quello è l’unico modo di far rivivere la musica. Album con tanti anni sulle loro spalle, dimenticati e coperti da successi e star recenti. I mercatini sono la loro ribalta ed io mi ci immergo come in un enorme Juke-Box in cui ogni volta che sfreghi una copertina è come se potessi sentire una canzone e dare spazio a dei ricordi. Banana Republic l’ho comprato proprio lì, alla fiera del disco. Mi erano rimasti soltanto dieci euro e non avrei potuto spenderli meglio.
Un disco poi ha di bello che non è soltanto la somma ed il contenitore delle canzoni che vi sono incise. Un disco è un biglietto d’entrata in una dimensione altra, quella dell’immaginario che siamo capaci di legare ad esso.

(altro…)

Intervista a Massimo Donà su filosofia e poesia

28891181_mercoled-aprile-la-filosofia-di-leopardi-raccontata-da-massimo-dona-0

Massimo Donà, filosofo, musicista, professore ordinario presso l’Università San Raffaele di Milano, dialoga con Francesco Filia su poesia e filosofia. Qui il suo sito personale.

  1. Una delle prime testimonianze del rapporto tra filosofia e poesia è il frammento 42 di Eraclito: “Omero è degno di essere scacciato dagli agoni e di essere frustato, ed egualmente Archiloco”. Da questa affermazione lapidaria, sembra che tra poesia e filosofia, più che un dialogo, si sia instaurato subito uno scontro violento. È così? Per quale motivo?

Certo… d’altronde, anche Platone avrebbe parlato di palaia diaphorà, ossia di “antica inimicizia” tra poesia e filosofia. Insomma, quella del rapporto tra parola poetica e parola filosofica è una questione tanto antica quanto l’Occidente. Una questione intricata, tutt’altro che semplice. E in ogni caso, il fatto che la filosofia abbia sempre visto con sospetto il linguaggio dei poeti non può non far riflettere; e soprattutto, che addirittura Eraclito e Platone temano così tanto la poesia non può certo essere un caso. Evidentemente il dire poetico trasfigura e rende in qualche modo pericolosamente “equivoche” le parole della scienza e della filosofia; quelle parole, cioè, che scienziati e filosofi vorrebbero rigorose, precise, soprattutto perché, solo grazie a questa precisione, ci avrebbero consentito di comunicare e di intenderci, rendendo la vita sulla terra sempre più agevole. Solo il rigore della filosofia, e quindi della scienza da essa derivata, avrebbero consentito di accumulare, nel corso dei secoli, anzi dei millenni, tutto quel sapere sempre anche “pratico” che avrebbe dato vita all’attuale civiltà della tecnica, consentendoci di debellare malattie, di allungare la durata della vita, e di trascorrere un’esistenza sempre più confortevole e salubre. Certo, con tutte le controindicazioni del caso (vedi: rottura degli equilibri dell’ecosistema, omologazione e artefazione della rete alimentare, nonché progressiva crescita dell’inquinamento e della potenza distruttiva degli arsenali militari… comunque – mai dimenticarlo! – sempre direttamente proporzionali al progressivo potenziamento della scienza medica, dell’efficacia dei mezzi di locomozione, della salubrità degli ambienti di vita…. etc. etc.). Mentre, il dire poetico e le immagini dell’arte si sono evolute per conto proprio; non curandosi affatto di corrispondere alle esigenze del progresso tecnico e del sapere scientifico-filosofico che l’ha reso possibile. Sembrano provenire da una sorta di ‘incantamento’… che avrebbe reso certuni quasi ossessivamente intenti a trastullarsi con una bellezza “vaga”, che si sarebbe lasciata interpretare nei modi più diversi, indipendentemente da qualsiasi criterio di giudizio… in modo, almeno apparentemente, del tutto libero. I più direbbero… quasi a casaccio.

  1. Sia la filosofia che la poesia hanno a che fare con il discorso (con il logos) e quindi hanno una struttura radicalmente relazionale. A suo giudizio in che modo questa struttura relazionale si differenzia nella parola filosofica e in quella poetica?

Se dovessimo dire in sintesi cosa può aver reso così difficile e doloroso il rapporto tra poesia e filosofia potremmo evocare (ancora una volta, per l’ennesima volta) il famoso decimo libro della Repubblica, quello in cui Platone ci fa capire in modo molto chiaro per quale motivo gli artisti (o perlomeno, certi artisti) dovevano essere considerati pericolosissimi per la società e dunque per la polis: Platone ci spiega che gli artisti e i poeti, in virtù del proprio fare, “separano” ed “isolano” gli essenti. Perché li liberano dai legami grazie ai quali, solamente, i medesimi sembrano poter avere il significato che siamo soliti attribuire loro. Ecco, così facendo, il poeta e l’artista darebbero forma ad essenti che, non significando nulla (in quanto sorti da un gesto separante, volto a rompere i legami che costituiscono la prima condizione per poter aver a che fare con una cosa “dotata di un certo significato”), sono come puri phantasmata (fantasmi, realtà apparenti, che “non sono mai quello che sembrano essere”), costitutivamente “ingannevoli”. Anche Leopardi sapeva bene che proprio a questo avrebbe dovuto mirare il fare del poeta: a trasfigurare la significazione sempre precisa e ‘praticamente’ verificabile…. tanto cara al linguaggio comune e a quello della scienza, in un suono vago, indeterminato, intonato al fine di contrastare radicalmente la precisione di cui hanno invece bisogno gli uomini di scienza e i soggetti che vivono inscritti in una dimensione fondamentalmente pratica, come quella della quotidianità (dove una macchina per il caffè deve funzionare e riuscire a farci bere un buon caffè, dove una bicicletta o un’automobile devono funzionare consentendoci di accelerare o quanto meno rendere veloci i nostri spostamenti). Dunque, il linguaggio dell’arte, prima di istituire nuove e magari sorprendenti relazioni tra le cose del mondo, non dimentichiamolo mai: “rompe le relazioni” che consentono agli esseri umani impegnati nella prassi (al fine di raggiungere scopi più o meno nobili) di fare quello che di volta in volta di propongono di fare. L’arte e la poesia de-cidono, nel senso che recidono i legami sempre anche semantico-sintattici che danno forma al mondo per come tutti noi lo conosciamo. Producendo oggetti isolati; che chiamiamo opere d’arte – le quali, non a caso, vengono rinchiuse in quella sorta di spazi neutri e neutralizzanti, destinati ad isolarle… che tanto assomigliano ai campi di concentramento o ai manicomi di un tempo… spazi che chiamiamo musei, fondazioni, gallerie…. o libri, nel caso della poesia, che ci accompagneranno all’interno di un mondo inesistente, o di un’isola che non c’è, come quella governata dal mago Prospero (della Tempesta shakespeariana), in cui accadranno cose in grado di farci liberamente piangere o ridere senza che i fatti per i quali ridiamo o piangiamo ci coinvolgano personalmente, secondo quanto accade invece quando piangiamo o ridiamo nella vita reale.

  1. Forse un aspetto che non si mette mai sufficientemente in evidenza è che sia la filosofia che la poesia, essendo pensiero che si dice in parole, sono prima di tutto suono e quindi musica. È possibile ritenere che esista un fondo musicale, oltre che della parola, anche della parola che si fa pensiero o del pensiero stesso?

Certo, perché l’isolamento prodotto dal fare artistico, liberando l’essente dai condizionamenti che di norma lo vincolano al proprio significato (tendenzialmente univoco), irrigidendolo in una afasìa priva di risonanze, gli consentiranno nello stesso tempo di liberare il “proprio suono”. Di risuonare, cioè, cor-rispondendo ad una molteplicità che non la costringerà più a funzionare nel modo imposto da questa o quella significazione, ma al contrario gli consentirà di portare alla luce sempre nuove relazioni e di scoprire inedite consonanze… che consentiranno ad ognuno di noi di dare vita ad una vera e propria sinfonia. Alla luce della quale lo stare insieme delle cose tra loro e con noi potrà finalmente scoprirsi mobile, dinamico… libero di essere condotto lungo diverse direzioni, a seconda delle suggestioni che una rete mai statica di relazioni renderà di volta in volta percorribili. D’altro canto, l’aveva ben capito Merleau-Ponty, che anche nella vita pratica, in verità, se feriamo la coltre di nebbia che ci tiene lontani dal vero, lo vediamo bene… che le relazioni entro cui si disegna e si costruisce la nostra esistenza sono determinate, prima che dai significati (immobili o tendenzialmente statici come le idee platoniche), da accenti, ritmi, anticipi, ritardi, movenze – che, solo, ci consentono di riconoscerci ed intenderci. Rendendo per ciò stesso possibile una vita davvero unica e realmente irrinunciabile. Dove l’individuo non sia costretto a risolversi in un bene comune che sarà di tutti solo in quanto non sarà, in verità, di nessuno. Dove ogni minima inflessione del timbro e del ritmo possa liberare un essere irriducibile a qualsivoglia essenza, in quanto mai vincolabile al significato che purtuttavia ogni volta vorrebbe farci credere essere “il suo”. Consentendoci per ciò stesso di fare esperienza di quell’essere in quanto essere che Aristotele avrebbe voluto consegnare alla cosiddetta filosofia prima.

  1. Lei spesso si è confrontato con alcuni tra i massimi autori della poesia italiana, come Leopardi, Zanzotto, Luzi, per fare alcuni nomi. Cosa l’ha spinto a interrogare la parola di questi autori? Cosa ha cercato di trovare? A quali domande hanno contribuito a rispondere?

Proprio per quanto appena detto; cioè per il fatto che solo la parola poetica (e più in generale il linguaggio dell’arte) porta alla luce il puro essere delle cose; ossia, l’oggetto privilegiato della metafisica o filosofia prima. Insomma, credo che nulla possa rivelarsi così interessante, per lo sguardo filosofico, delle cose dell’arte, e quindi della parola dei poeti; che ci conduce appunto al cospetto dell’essere in quanto essere. Facendoci altresì fare reale esperienza dei paradossi connessi a questo medesimo essere; e innanzitutto alla sua aporia di fondo… in virtù della quale si dovrebbe riconoscere che davvero l’essere non si distingue mai da quel non essere da cui nello stesso tempo esso deve anche distinguersi. L’arte e la poesia ci mostrano cioè cosa comporti davvero quanto, dal punto di vista puramente speculativo, potrebbe anche venire concepito in modo puramente astratto: ossia cosa comporti, in rebus, il fatto che l’essere si dica solo nel suo originario negarsi (come ho cercato di mostrare nei miei lavori teoretici più impegnativi – come L’aporia del fondamento, Sulla negazione e Il tempo della verità). Cosa comporti cioè che, vedere e incontrare l’essere, significa incontrare la sua aporia originaria. E come, solo in virtù di questo negarsi, l’essere possa dirsi e mostrarsi in molti modi (per dirla con Aristotele). Perché, proprio per il fatto di non essere mai quello che pur sempre esso anche è (stante che, se non lo fosse, anche – l’essere che è –, non potrebbe neppure costituirsi il suo negarsi… come potrebbe darsi infatti una negazione senza il positivo in essa e per essa negantesi?), l’essere può venire colto davvero solo là dove, dei significati che sempre e comunque finiremo per incontrare, si saprà riconoscere il loro costituirsi innanzitutto come espressioni del loro originario non essere quello che sembrano essere. Ogni cosa, infatti, nelle parole di Luzi, di Zanzotto, ma anche di Leopardi, mostra insomma il proprio non dire mai quel che, di sé, ogni volta, comunque, finisce per dire. Ogni cosa, nella loro opera, diventa come un impenitente Jago (uno dei protagonisti dell’Otello di Shakespeare) che, pur dicendosi come ‘pipa’, dice sempre anche di non esser una pipa (Magritte queste cose le aveva capite molto bene!). Non a caso un grande poeta come Pessoa poteva chiedersi: “Dire cosa? Insomma, cosa ci è realmente concesso di dire? Cosa diciamo quando diciamo? L’uomo è libero sin tanto che dice, e può dire, sin tanto che non teme di dire – ma cosa, tale dire gli consente davvero di testimoniare? Le sue idee? Qualcosa relativo al mondo? Una verità? Solo menzogne? Il fatto è che, se non ci si decide a rispondere a queste domande, a rimanere del tutto vaga e improbabile è qualsivoglia supposta istanza di libertà connessa al coraggio ed alla capacità di dire. E se nelle cose non ci fosse ‘niente da capire’?” (in Il guardiano di greggi).

  1. Parlare è soprattutto correre un rischio. Correre il rischio di essere fraintesi, anzi del fraintendimento radicale, eppure dalle sue riflessioni il fraintendimento assume anche la luce di una possibilità. In che senso questa possibilità può manifestarsi?

Certo, e anche qui il discorso riprende da dove l’avevamo lasciato. Gli interrogativi posti da Pessoa lo mostrano con grande lucidità… che forse (come diceva anche Francesco De Gregori) non c’è proprio niente da capire… nel senso che, forse, da capire, c’è innanzitutto questo: il niente che in ogni positività è originariamente custodito. Non essendo, quest’ultima, mai quello che dice di essere. Senza peraltro volerci dire di essere, piuttosto, “qualcos’altro”. Ché di qualsivoglia altro significato si dovrebbe tornare a dire il suo non dire quel che dice – e quindi il non essere quel che il medesimo dice appunto di essere. Ma, se così stessero davvero le cose – come io credo –, allora il fra-intendimento apparirà come l’unico vero modo di intendersi. Di intendersi, cioè, abitando il frammezzo in cui l’uno non è mai uno, e neppure l’altro è mai altro; in cui ognuno, dunque, è il proprio altro. Dove, ci si fraintenderà davvero (nel senso di trovarsi condannati a prendere fischi per fiaschi), piuttosto, ogni volta che si cederà alla tentazione di intenderci attribuendoci questo piuttosto che quel significato, in modo pressoché univoco. Dove cioè si finisca per credere davvero che l’uno è uno e l’altro è altro. E dunque ci si allontani da quel “fra” in cui solamente si è ‘insieme’. Certo, dunque, il linguaggio della poesia è sempre foriero di fraintendimenti; ma questi fraintendimenti la poesia non li teme affatto, anzi li cerca, potremmo dire… li alimenta, li produce. Al contrario di quanto accade nel linguaggio quotidiano, dove si fa di tutto per cercare di non venire fraintesi… generando proprio per questo i più tragici fraintendimenti… che la realtà non si esime dal farci sperimentare con la potenza tragica che tutti abbiamo in qualche modo conosciuto. Capirsi, dunque, nel linguaggio della poesia, non significa riuscire ad individuare il corretto significato delle parole, sì che ci si possa intersoggettivamente accordare e stare tranquilli, senza rischiare che là dove io intenziono “una rosa” tu stia intenzionando “un sentimento amoroso”… (da fiorista, ad esempio, dovrò venderti una rosa, sapendo bene di venderti solamente una rosa, magari bella, di gradevole aspetto, cioè non avvizzita, senza volermi spacciare per venditore del sentimento che tu, compratore, magari vedi e riconosci in quella rosa… ché, se guardassi al sentimento che tu in essa e con essa vuoi significare, potrei tranquillamente venderti anche una rosa avvizzita… ché tanto non è la rosa che a te interessa, ma il sentimento che vuoi comunicare). Nel linguaggio della poesia non si comunicano dunque significati ma fraintendimenti, cioè modi di stare “fra” i significati, modi di stare insieme, che, in quanto consapevoli del niente che in essi ha sempre luogo, corrisponderanno ad un esaltante sentimento di “libertà” (stante che libertà significa non essere vincolati da nulla, o meglio non essere vincolati se non al nulla che rende ogni realtà paradossalmente capace di liberarci, innanzitutto, proprio dal suo “significato”).

  1. Nel famoso passo sulla ‘meraviglia’ (thauma) Aristotele afferma che essa è all’origine sia del mito, che nella Grecia si manifestava prevalentemente nella parola poetica, che della filosofia. Come, a suo giudizio, questo stato d’animo fondamentale viene declinato nelle due dimensioni?

Diciamo che mentre la poesia corrisponde alla meraviglia originaria “imitandola”, nel senso buono del termine… ossia ripetendola identica e limitandosi dunque a fare eco alla medesima… come per un riverbero destinato a propagarsi all’infinito, per cerchi concentrici mai esauribili….la filosofia, di fronte al mostrarsi come non essente da parte di quel che è (perché infatti ci meravigliamo di fronte ad una finestra, ad un tavolo o ad una rosa? Perché, se non per il fatto che quella finestra, quel tavolo e quella rosa ci dicono di non essere quello che sono, ossia, una finestra, un tavolo e una rosa? Non c’è infatti nulla di meraviglioso nell’essere finestra da parte di una finestra, che in quanto riconosciuta come tale, è nota, e dunque non può affatto meravigliarci – essa può dunque meravigliarci solo là dove si manifesti, “miracolosamente”, almeno rispetto alla doxa, come finestra che, di sé, dice appunto di non essere una finestra), si chiede come sia possibile che quel che non è (quel che è) sia. Perché l’essere e non il nulla? Si sarebbero chiesti prima Leibniz e poi Heidegger. Se le cose non sono, da dove, per esse, la possibilità di essere? E di mostrarsi come finestre, tavoli, rose, etc. La poesia, come già abbiamo cominciato a dire, “non si interroga” (perciò Leopardi la riteneva capace di rallegrare l’animo, nonostante ci mostri la medesima nullità messa in luce dalla filosofia – appunto perché non si trova condannata a vedere non corrisposta una domanda di senso come quella in cui la filosofia trasforma in ogni caso la domanda originaria “perché l’essere e non il nulla?”). La poesia, dunque, si limita a fare eco al niente delle cose… un’eco che può assumere infiniti timbri, infiniti ritmi… perciò la poesia e l’arte non si esauriranno mai.

  1. A suo giudizio è possibile per l’uomo contemporaneo, dominato dall’apparato tecnologico, un reincantamento verso il mondo, magari a partire proprio dal thauma?

Certo, è sempre possibile. Non c’è mondo che possa impedire che ci si incanti di fronte all’esserci di quel che c’è… che possa spegnere questa scintilla – in noi sempre viva, perché connaturata al nostro stesso essere non-essendo – da cui, solamente, arte e poesia possono scaturire… e talvolta diventare necessari quali condizioni di autentica libertà. Quella libertà che piace tanto al mio amico Giorello (un tema, quello della libertà, al quale il filosofo milanese ha dedicato di recente un gran bel libro)… e per cui tanti uomini hanno dato la vita, non verrà mai spenta, sin tanto che avremo occhi capaci di cogliere lo sconcertante esserci di quel che, propriamente, non c’è… eppur tanto ci coinvolge, seducendoci con una potenza tale da rendere spesso inessenziale tutto quel che l’anima “pratica” (di cui siamo sempre anche fatti) non può fare a meno di desiderare e cercare con tenace perseveranza. Si tratta infatti di una libertà che, come sapeva bene anche Kant, costituisce un’evidenza in base alla quale non potremo mai accontentarci della conoscenza dei fenomeni e delle loro leggi necessarie e necessitanti; perché il fenomenico, in cui pur siamo inscritti, non potrà mai esaurire i bisogni che ci chiamano dal profondo, e che non sono mai bisogni di questo o di quello (come quelli pratici), ma ci muovono sempre ed irresistibilmente a tentare un’esperienza che troppo spesso il mondo che abitiamo da “soggetti” sembra rendere impossibile. E che forse lo è, anche – almeno, da un certo punto di vista -, ma che nondimeno agli occhi del filosofo e del poeta (sia pur nella loro diversa declinazione) apparirà sempre assolutamente necessaria.

  1. In ultimo, il confronto con la poesia e con le forme d’arte in generale come si inscrive nel suo percorso filosofico?

Si tratta di un confronto che ho sempre avvertito come ineludibile; o quanto meno assolutamente centrale per la mia ricerca. In effetti io mi sono sempre mosso oscillando tra un interesse teoretico o metafisico e uno più specificamente estetico; appunto perché ho sempre riconosciuto nell’esperienza dell’arte una possibilità unica e decisiva per restituire alla mia ricerca una prova del fatto che quel che vado pensando ha qualche ragione per essere pensato. Del fatto che, ad esempio l’aporia del fondamento di cui ogni cosa mi sembra perfetta espressione non parli di qualcosa di evanescente e fumoso, privo di riscontro nella realtà, ma trovi proprio nelle parole della poesia e nelle immagini dell’arte la prova più eclatante della propria plausibilità. E che, ad esempio, quella “negazione” che da tempo cerco di ripensare, liberandola dalla nefasta opera di riduzione con cui la si continua a far valere come semplice indicazione di una generica alterità, trovi una perfetta esemplificazione nel “non” in virtù del quale ogni vera opera d’arte rifiuta di farsi irretire entro uno schema concettuale volto ad esplicitarne il supposto autentico “significato”. Insomma, per me il confronto incessante e ravvicinato con le grandi espressioni dell’arte è momento essenziale di una ricerca che rimane comunque “metafisica” e volta a cercare di testimoniare quella verità che, per quanto si continui a ripetere che mai potremo trovare e catturare, deve venire comunque riconosciuta come quel massimamente noto (e che debba essere concepita come il massimamente noto è ricavabile dal semplicissimo fatto che non avrebbe alcun senso riferirsi ad una verità che ricercheremmo senza sapere nulla di essa… d’altro canto, se davvero nulla sapessimo di essa, non avrebbe alcun senso considerarsi filosofi, ossia amanti di una verità che significherebbe per noi tanto quanto abracadabra)… che, spesso proprio perché così noto ed evidente, fatichiamo a riconoscere. Così come fatichiamo a riconoscere il senso autentico di quell’arte che pur si palesa ogni volta, e con la massima evidenza, quale perfetta testimonianza di una verità che, proprio come la lettera rubata di Allan Poe, forse, non vediamo mai… proprio perché l’abbiamo sempre davanti agli occhi.

Grazie.

Clara Sereni, Via Ripetta 155

afegjp

Si può recensire un libro anche partendo da “ciò che non è”, conducendo un discorso che porta a definire quello che il libro in questione comunica a chi lo legge e ne scrive. E può fare al caso Via Ripetta 155, l’ultimo romanzo-diario di Clara Sereni uscito per Giunti (2015) che attraversa un decennio della vita della scrittrice dal ’68 al ’77, anni legati alla storia italiana ma anche a una storia più intima.
Ogni anno è un capitolo e ogni capitolo un anno in cui si riordinano le carte della vita di Clara ragazza poco più che ventenne, alle prese con la propria indipendenza, l’affrancamento dal padre, le prime esperienze nel mondo e con il mondo.
Si può affermare sin da subito che questo libro non è soprattutto tre cose: una dedica, un catalogo e nemmeno un “romanzo leggendario”, come invece lo sono molti altri volumi che narrano, attraversandoli, – non solo in termini di racconto ma ben più in profondità – gli anni della contestazione studentesca, del Femminismo, del Movimento e del Terrorismo.
Clara Sereni ritorna a parlarci del passato dopo averlo affrontato anche in, tra gli altri, Il lupo mercante (Milano, Rizzoli, 2007), raccolta di racconti che, tuttavia, faceva emergere una dimensione collettiva pregnante e una partecipazione corale dei personaggi, qui quasi del tutto assente.
(altro…)

I Vitellini di Felloni – di Andrea Accardi

de andré pfm

.

La diatriba sui rapporti tra canzone d’autore e poesia andrebbe sempre precauzionalmente evitata. Tanto non se ne esce vivi, tra puristi irremovibili (“la poesia è un’altra cosa!”) e fan semplificatori (“i cantautori sono poeti!”). Possiamo comunque dire che la canzone d’autore ha una stretta parentela con la poesia, pur restando vincolata a una struttura musicale (fuori della quale il testo quasi sempre zoppica), e che i cantautori hanno rilevato il mandato sociale che era dei poeti (la maggioranza dei giovani cita più facilmente Battiato e De Gregori che Montale). I giudizi di valore e le gerarchie nascono dopo, e in fondo non spiegano molto. Una cosa che invece mi sembra sostanzialmente vera è che la canzone arriva in ritardo, ripete cose che la poesia aveva già detto in precedenza, e quindi in un certo modo segue la scia: lo disse Zanzotto a proposito di Conte, trovando nelle sue canzoni “una forma di dolce crepuscolarismo”. Probabilmente è così, ma quanta (buona) poesia di oggi sembra un po’ in ritardo sulla storia stessa della poesia? E quanti poeti sono sopravvalutati soltanto perché poeti?

Un’altra cosa va detta: essere cantautori in italiano è più difficile che in qualunque altra lingua. Questo perché la nostra tradizione fortemente austera e conservatrice ha scavato un solco profondo tra cultura alta e cultura bassa, e tra linguaggio poetico e linguaggio comune. Molto più ad esempio che in Francia o in Inghilterra (dove infatti i cantautori sono visti con molto meno sospetto). La stessa natura polisillabica dell’italiano rende particolarmente difficile adattare un testo “alto” a un’armonia semplice da canzone. Prendiamo il cantautore più importante della nostra tradizione, Fabrizio De André. Bene, prima di trovare nel dialetto genovese una duttilità metrica inconsueta, De André aveva scritto i suoi testi migliori grazie anche al virtuosismo della musica. Nei concept-album dei primi anni settanta, infatti, la collaborazione con veri compositori (Reverberi e poi Piovani) gli aveva concesso una possibilità di scrittura più ampia e complessa che in altri casi, una fuoruscita dalle forme prevedibili della canzone. Non a caso in Storia di un impiegato  il livello letterario è molto alto, così come lo sarà a maggior ragione in Crêuza de mä, dove il dialetto incontrerà la musica di Pagani.

Proviamo però a vedere cosa sapeva fare De André “con pochi mezzi”. Confrontiamo quindi due canzoni musicalmente facili, costruite su un giro armonico, e con testi piuttosto regolari. La prima è La guerra di Piero, una delle sue più famose. Tipica ballata alla maniera degli chansonniers francesi, linea narrativa semplice, immagini misurate e coerenti fra di loro. Alcuni versi sembrano sacrificati sull’altare della rima (“con le stagioni a passo di giava”), altri sono bellissimi, come i due che descrivono Piero più morto che vivo, e ormai incapace di parlare (“dentro la bocca stringevi parole/ troppo gelate per sciogliersi al sole”). Non ci sono molti dubbi, si tratta di una buona canzone, molto tradizionale sia nel tema che nella struttura, e insomma non c’è niente che possa far pensare a una poesia in musica. Qui il lavoro dell’artigiano di canzoni è troppo evidente.

Prendiamone invece un’altra, di molti anni successiva, scritta con Bubola: Rimini. Apparentemente si tratta ancora una volta di una canzone piuttosto tradizionale, con una storia raccontata, e un ritornello in maggiore a intercalare. Teresa, la figlia del droghiere, sedotta e abbandonata da un bagnino quando era ragazza, durante un’estate a Rimini. Questo è il tema narrato. Il colpo di genio di De André è però quello di accostarlo analogicamente, nella strofa centrale, alla vicenda di Cristoforo Colombo, a cui viene peraltro attribuita una sorta di innocenza, storicamente discutibile, rispetto ai massacri dei nativi americani (“per un triste re cattolico – le dice -/ ho inventato un regno/ e lui lo ha macellato/ su una croce di legno”). Ed è per questo che agli uomini dell’equipaggio (a tutti gli uomini di tutti gli equipaggi della Storia) raccomanda dolorosamente: “non regalate terre promesse a chi non le mantiene”.

Un verso del genere, inserito nella Guerra di Piero, l’avrebbe fatta esplodere, andare in mille pezzi. Rimini ha un testo molto più pregiato, e regge. Cos’è avvenuto? Una specie di lapsus, di scivolamento, che dall’espressione lessicalizzata “terra promessa” ritorna alle banali promesse del bagnino: entrambe le cose, le promesse e l’America, non sono state mantenute come dovevano. De André insomma, per dirla con Freud, qui tratta le parole come cose, scivola cioè sulla superficie dei significanti. Freud lo diceva a proposito del comportamento linguistico dell’inconscio e dei bambini, e Lacan andò oltre, scorgendo in tutti i nostri discorsi il predominio della lettera sul significato. Molta poesia di oggi sembra trattare le parole come cose, scoprire (o fondare) significati sulla faccia dei significanti. Lo faceva Zanzotto, non lo ha fatto De André, perché non era quella la direzione della sua ricerca. Eppure anche in una canzone semplice come Rimini può avvenire un’interferenza come quella che abbiamo visto, a conferma che i percorsi della canzone d’autore e quelli della poesia si incrociano di continuo. Se la poesia fosse ancora in metrica, probabilmente la confusione sarebbe maggiore.

De André era d’altronde consapevole di giocare sui due tavoli dell’emotività (le parole e la musica). Molto bella, in questo senso, una sua lettera di ammirazione e di “scuse” a Mario Luzi per il successo raggiunto, assai maggiore di quello dell’anziano poeta. L’unione di timidezza e pubblico è la contraddizione interna a questa nuova figura sociale che è il cantautore, animale ibrido tra l’artista pop e il bibliotecario. De André stesso raccontava di soffrirne molto, e pare che bevesse prima dei concerti per vincere la propria riluttanza alle esibizioni dal vivo. Durante il tour registrato con la PFM, fece così un famoso strafalcione, paragonando l’atmosfera della sua Rimini a quella della Rimini di Federico Fellini, ma invertendo le desinenze di regista e titolo: I Vitelloni di Fellini diventarono così I Vitellini di Felloni. Ecco un altro caso di scivolamento sulla superficie dei significanti, dovuto non all’intuizione poetica, ma all’alcol. E comunque passato alla storia.

Roberto Ciotti: No more blue(s)

foto-roberto-ciotti

“Se dovessi voltarmi indietro, e guardare in faccia la mia vita fino a questo momento, sorriderei. Un sorriso lento e cosciente che si farebbe spazio tra la mia barba. Una smorfia a occhi chiusi, seduto comodo su una sedia, con le gambe stese e le braccia intrecciate. Le direi: non ti ho mai tradita, sono sempre rimasto fedele a me stesso. Lei, calda e sensuale, dura e nervosa. Lei, che si è sempre fatta sentire fin dentro lo stomaco. Malinconica e potente spinta vitale, orgoglio e fatica, gioia e pena. Nessun compromesso, nessun interesse, solo amore, solo passione. Io c’ho creduto. Detta così, la frase sembra banale, ma vi giuro che crederci sempre, anche quando sei solo e fuori è buio, non è mai facile.”

 

mqdefault

 

Sono queste le prime righe di Unplugged – Una vita senza fili, l’autobiografia uscita sei anni fa. Roberto Ciotti voleva fare il calciatore e, invece, è diventato un grande chitarrista blues, sempre controcorrente. Avesse giocato a calcio, oggi si parlerebbe di lui in tutte le televisioni e in tutti i bar. Era conosciuto e apprezzato anche all’estero. Per dirne due, negli anni ottanta fece un tour di quasi due anni con Ginger Baker, il bassista dei Cream, e a maggio ha suonato di nuovo in Senegal.

La sua carriera è iniziata quarant’anni fa, fondando i Blue Morning. Ricordato soprattutto per la colonna sonora del film di Gabriele Salvatores Marrakech Express e per le collaborazioni con Edoardo Bennato e Francesco De Gregori, Roberto Ciotti ha diviso il palco con gente del calibro di Chet Baker, Bo Didley, Joe Cocker e Billy Cobham.

Pochi mesi fa ha pubblicato il disco “Equilibrio precario”; lo stesso che possiamo trovare in molte sue canzoni, tra la precarietà della solitudine e la maturità di una musica che non smetterà mai di emozionare.

Solo 1500 n. 92: Francesco De Gregori (ma dev’essere strada) I e II

01_sulla_strada_de_gregori

SOLO 1500 n. 92 : Francesco De Gregori (ma dev’essere strada) I e II

I

Diamine, Gianni non si è dimenticato. Ora mi tocca scrivere qualcosa sul nuovo disco di De Gregori. Sono quattro mesi che rimando nella speranza che se ne dimentichi ma niente. Comunque è andata bene: sua sorella, di certo, ne avrebbe chiesta una su Ligabue. E pensare che il primo disco del Principe ha (quasi) la mia età. Cioè, ora che ci penso, De Gregori è Sulla strada da quarant’anni (eh, così cito anche il titolo)! Ha intitolato l’album come il famoso libro di Kerouac. Cioè ha letto On the road per la prima volta a sessant’anni e quasi se ne vanta! Magari per il prossimo album si ispirerà a Il Piccolo Principe. A Gianni di sicuro piaceranno i due brani nei quali Malika Ayane fa la corista (parte che le riesce bene) e quello in cui compare Nicola Piovani. Chissà se si è accorto che Omero al Cantagiro ricorda un po’ Miniera di Bixio. Nei testi le solite cose: l’amore che si contrappone alla guerra e alle dittature (La guerra), la voglia di normalità dell’artista (Guarda che non sono io) e nessun accenno all’Italia dei nostri giorni; forse ha perso l’ispirazione. Nove canzoni che parlano di malinconia, di vita quotidiana e delle verità dell’uomo De Gregori, con un accenno a Dino Campana e uno al novecento. Dopo quattro anni di silenzio, un disco che è una sorta di viaggio privato, in cui si fa accompagnare dai soliti musici degli ultimi dieci anni. E che fa scoprire un De Gregori in pace con se stesso e di nuovo On the road. Ma a Gianni che il disco mi piace non lo dirò mai.

Marco Annicchiarico

II

Sulla strada l’ultimo album di Francesco De Gregori è uscito lo scorso novembre, ed è da allora che dico a Marco di scriverne una recensione doppia. Naturalmente ero sicuro che saltasse fuori con il riferimento a Malika Ayane, ha ragione come corista funziona. De Gregori ce l’aveva fatta: tutti questi anni senza leggere On the road, si è rovinato alla fine. A Marco il disco piace anche se non lo ammette, a me piace molto e lo dico senza problemi. Un album intimo, attraversato dalla tipica malinconia di De Gregori, che non dimentica mai di guardarsi indietro: La guerra e Belle Epoque, entrambe molto belle. Guarda che non sono io la ritengo un capolavoro, passerà nell’elenco (già ben nutrito) delle indimenticabili del cantautore romano. Mi pare la canzone che meglio rappresenti il De Gregori pensiero circa l’interpretazione dei suoi testi e il rispetto della privacy. Omero al cantagiro è una canzone sorprendente e geniale (mi sono accorto di Miniera dopo di te Marco). La ricchezza dei testi si integra bene con le musiche e gli arrangiamenti. Un De Gregori più rilassato, lo si nota anche ascoltando i brani nuovi in concerto, forse non particolarmente innovativo ma bravo, sì. Il fatto che i musicisti siano gli stessi da molti anni giova al disco. Chiude l’album una bella canzone d’amore Falso movimento ma la grandezza e l’umiltà di De Gregori stanno tutte in questa frase di A passo d’uomo: “e vado per la vita / a passo d’uomo /altra misura non conosco / altra parola non sono.”

Gianni Montieri

Qui puoi scaricare il pdf dell’articolo

Se lui fosse un angelo…

Il primo ricordo che ho di Lucio Dalla, prima ancora di sapere che lui era quello basso e peloso della copertina di Banana Republic o prima ancora di sapere che alcune sue canzoni le aveva scritte insieme al poeta Roberto Roversi, è un’intervista rilasciata agli inizi degli anni ottanta.

Il giornalista parlava di lui come di un genio, di un artista generoso che aveva aiutato molti suoi colleghi (su due piedi, oggi, mi vengono in mente Luca Carboni e Samuele Bersani, senza considerare le rinascite artistiche di Gianni Morandi e di Francesco De Gregori). Gli chiedeva di raccontare della fatica fatta per imporsi come cantante, sette anni di fischi e pomodori, di ruoli cinematografici e di canzoni scritte per altri, prima di arrivare a Sanremo con “4/3/1943“, canzone (in parte censurata) che l’avrebbe lanciato nell’olimpo del cantautorato.

Ricordo perfettamente che in quell’occasione Lucio Dalla parlò di uno dei suoi brani, uno di quelli ai quali sono più legato: Anna e Marco.

Disse che la canzone parlava di un poeta bolognese e di sua sorella, due cari amici, visti dalla sua prospettiva. Quel suo modo di osservare la realtà che gli stava intorno, rendendola migliore di quella che è, di raccontarla con il filtro di una sensibilità poco comune che gli permetteva di essere più avanti rispetto ad altri autori della sua generazione.

Negli anni novanta, parte di questa magia è andata persa, anche se sul finire del duemila in parte sembrava essersi risvegliata in qualche traccia del disco “Angoli nel cielo”.

E a proposito di cielo, ora che è morto già me lo immagino, alto biondo e invisibilezingaro libero, seduto fumando una marlboro, al dolce fresco delle siepi…


Solo 1500 N. 18 : Poesia e Canzone


 

 

 

SOLO 1500 N. 18 : POESIA E CANZONE 

 

 

 

 

Di tanto in tanto, mai scomparendo del tutto, restando sempre un po’ in agguato, salta fuori il dibattito: Poesia e Canzone. Ovvero se la canzone d’autore, possa essere in qualche maniera definita: Poesia. Quest’anno la discussione si è riaperta in occasione dell’assegnazione, avvenuta pochi giorni fa, del Nobel per la letteratura, che è andato al poeta svedese Tomas Tranströmer. I favoriti della vigilia (oltre al vincitore) erano: il cantautore folk Bob Dylan, il solito Philiph Roth e altri, soprattutto narratori. Le fazioni venutesi a scontrare nei giorni successivi alla premiazione sono state due, chi pro Tranströmer, chi pro Dylan. Nessuno, naturalmente, ha messo in discussione il valore immenso del musicista. La vera questione, posta da molti intellettuali, e che io sottoscrivo, sta in una differenza che non è così marginale. Il poeta ha a disposizione un foglio e una penna, la sua capacità di osservare e le parole. Il suo talento sta nel trovare un’armonia scegliendo o rinunciando ad alcune di queste. Il cantautore pur eccelso nella costruzione di un testo, avrà sempre dalla sua la musica. Per spiegarlo meglio viene in soccorso proprio un cantautore, De Gregori (dvd Left and Right) che alla domanda, se le canzoni d’autore potessero essere accostate alle poesie, rispose più o meno così: “Si tratta di un’invasione di campo non richiesta da parte della poesia, la canzone ha il vantaggio della musica e l’artista la fortuna (se vuole) di poterla cambiare ogni sera”. Conosco meglio le canzoni di Dylan che le poesie di Tranströmer, ma sono felice che abbia vinto un poeta.

Gianni Montieri                                                                                                                                                                                                                                                                                                                    Link ai tre numeri precendenti:  n. 17  n. 16 n. 15

SOLO 1500 N. 4 – Invidia, il quarto d’ora di Francesco De Gregori

SOLO 1500 N. 4  – INVIDIA, il quarto d’ora di Francesco De Gregori

“Una mattina uscendo di casa, ho visto che il marciapiede era pieno di siringhe. Ho pensato non mi riguarda finché mio figlio non si punge lì, giocando. “ La frase è di Francesco De Gregori (intervista di Fabio Santini). Quella stessa mattina De Gregori si siede al piano, attacca un accordo : “La storia siamo noi nessuno si senta offeso”.  Il brano è  straordinario e viene registrato in un quarto d’ora. Chi mi conosce sa quanto mi sia caro il tema dell’indifferenza, del “non ci riguarda”. De Gregori, sempre a Santini, parla, a proposito della canzone,” del disinteresse che la gente crede di potersi permettere, ma poi si scopre sempre che non è vero”. Il senso de “La storia”  e del “siamo noi”è racchiuso in quel  pensiero. Il brano è contenuto in “Scacchi e tarocchi” , album meraviglioso. Naturalmente, la mia invidia a cui fa riferimento il titolo non si riferisce a questa canzone, in particolare, o altre, non potrei invidiare una cosa che amo e che non so fare. Neppure so suonare uno strumento, quindi sarebbe come parlare di nulla. Io a Francesco De Gregori invidio un’altra cosa. Gli invidio un quarto d’ora di vita. Ho immaginato tante volte la scena davanti agli occhi: De Gregori, che passeggia e vede le siringhe, pensa, va a casa o allo studio di registrazione, si siede al piano, comincia a suonare, via il primo verso e la canzone che si scrive da sola. Io a Francesco De Gregori invidio da anni quel quarto d’ora di genio creativo. I quindici minuti che fanno la differenza fra il niente e un capolavoro.

Gianni Montieri

qui una versione live de “La storia”

qui i link alle puntate precedenti

SOLO 1500 N.1   SOLO 1500 N.2  SOLO 1500 N. 3