Francesco Aprile

Tra prosa e poesia – un racconto inedito: “Urlo. Disperato Urlo.” – di Francesco Aprile (post di natàlia castaldi)

Allen Ginsberg

Hai calpestato le tue stesse membra. Raccolto il sudore pallido sulla fronte. Eppure le orbite dei tuoi occhi sono ancora pronte a marciare lungo deserti. Sull’altra sponda del mai. A tracciare rotte stellari nel bagliore che ti soffoca. La distanza siderale fra il nostro soffio e l’annunciarsi di ogni nuova ora.

OOOOOOOOOH il buon vecchio Allen. Se solo ci fosse. Avrebbe le parole giuste. Le userebbe nel modo appropriato, mentre io sono qui a strozzarmi di sillabe al vento, nel vuoto di ora in ora, che l’urlo si perde nel soffio di un verbo, nello sciogliersi debole della lingua sotto i colpi dell’incertezza.
Avrebbe sicuramente detto con arguzia poetica dello scandaglio dell’oggi, ancora come ieri, nel vento forte che sfiora il cuore. Sollecita. La sollevazione ormonale delle emozioni.
Avrebbe detto di solchi lungo il corpo nei giorni che corrono, intrepidi, intrecciano il loro scatto con l’insensata cattiveria figlia del crudo poetare dell’asfalto delle strade, refrattarie all’astronomia delle regole, facendosi ritratto adeguato di una vita a sprazzi, schizzi e rutti. E lui avrebbe ruttato, sicuramente, in faccia al mondo, tracotante poesia, stringendo fra le mani la necessaria sensazione di sentirsi al di fuori di tutto. Come una vita che ci scivola addosso. Nel rosso denso che flette l’ansietà del corpo verso percorsi irti di niente.
Avrebbe detto di parole crude che si incastrano con l’oggi in modo perfetto, cesellate l’una all’altra come petali di un fiore.

OOOOOOOOOOOOH il buon vecchio Allen e tutto il vuoto di una cadenza asmatica di emozioni, dell’oggi, senza possibilità di ritorno. Basterà il candido bacio del nulla a spegnere ogni sensazione.
Basterà o magari rafforzerà tutto. Tutto il nulla di una distanza, di uno stupido stupendo tremore delle mani, di quella felicità che ti azzoppa, di quella semenza di viscerale stupore che ti assale nell’attimo finale; l’attimo dell’ora. Le ore passano in fretta, questa è l’ora finale. Fossero le ore come gli inverni, non scorrerebbero mai. Fossero le ore come le distanze, non si affievolirebbero mai. Fossero le ore. Fossero. Semplicemente se fossero, noi non saremmo qui ad abbracciare quel candido pallore che sa di niente, che sa di sale su ferite aperte.
E così mi dicesti, basterà il candido bacio del nulla a spegnere ogni sensazione. Basterà. Ma è vero? Lo senti ancora quel tremore alle mani quando si avvicina la fine di un’ora? Non riesco a farne a meno.
Ti assale ancora quella felicità che al sopraggiungere di ogni fine ti azzoppa? Ti abbraccia ancora quella sensazione? Ti scorre ancora sulle mani quel tremore? E ti manca l’appoggio finale, l’approdo. Non è un porto sicuro. L’acqua è così profonda. Nessuno, nemmeno il lupo tocca. Nessuno. L’acqua è così profonda. L’ora finale. Ti manca l’approdo, l’appoggio finale e allora lo so, lo senti ancora quel tremore alle mani quando sta per finire un’ora. L’ora della fine, perché non tocca nemmeno il lupo, Fenrir, che sta per morire. L’acqua è così profonda e non è un mondo buono nemmeno per i giganti. Non tocca nemmeno il lupo che sta per morire. Basterà il candido bacio del nulla a spegnere ogni sensazione? L’ora della fine. Ci fonderemo col tremore che prende le mani, saremo felicità che azzoppa baciando il niente nell’ora della fine. (altro…)