francesca woodman

Lella De Marchi, Paesaggio con ossa

Lella De Marchi, Paesaggio con ossa, Arcipelago Itaca 2017

Da un incontro che l’autrice stessa definisce nell’introduzione, con le parole del famoso saggio di Freud, “perturbante”, sgorga il flusso di Paesaggio con ossa di Lella De Marchi. È l’incontro con Malina, o, per essere più precisi, la visione di Malina, «nuda e distesa nella roulotte», il punto dal quale si diramano le considerazioni che vanno a comporre un poema, il cui titolo, così come si ma­nifesta fin dal primo componimento, altro non è se non la natura di questa visione: «Malina nuda e distesa nella roulotte è un immenso paesaggio/ con ossa, vita che vive senza ornamenti, vita che vi­ve solo di sé.» Oltre il dato di fatto, vale a dire l’aver portato del cibo, nel contesto dello svolgimen­to di lavori socialmente utili, a una giovane tossicodipendente, dal corpo magrissimo e coperto di ecchimosi a causa di un recente stupro, ospitata temporaneamente in una roulotte, su “un giaciglio malsano”, si innalza e si modula la testimonianza di una contesa sfiancante e permanente tra bellez­za e sfacelo, tra puro e turpe. Malina «sembrava la regina dolente di un regno invivibile», afferma Lella De Marchi nell’introduzione. Il poema che narra di questa regina e di questo regno, narra an­che di chi ha visto e ne dà testimonianza.
Vivido e vuoto sono aggettivi che si alternano, si affiancano in questa visione rivelatrice e rinnova­ta, con esplicita allitterazione o con tacito richiamo. Vita nonostante il vuoto, la deprivazione di ogni ornamento, vita che vive di una bellezza che si afferma per contrasto, rovescio e capovolgi­mento di ogni orpello. Quel nome, Malina, giunge alle mie orecchie con un carico antico e un fasci­no sempre nuovo, dalla fiaba Jungfrau Maleen (La vergine Malvina), che apparve fin dall’edizione del 1850 delle Fiabe dei fratelli Grimm. Malvina è una principessa bellissima, punita per il suo amore e costretta, da una sentenza del proprio padre, tanto crudele quanto ingiusta, a trascorrere set­te anni murata, nell’oscurità e con la sola compagnia di un’altra fanciulla, l’affezionata cameriera, nella stanza di una torre. Quando insieme all’amica – resistenza e tenacia si daranno il cambio per sostenersi vicendevolmente – riuscirà ad aprire una breccia nel muro e insieme, oltre le rovine del mondo in cui erano state murate, cercheranno e non troveranno accoglienza, si nutriranno di ortiche, diventeranno sguattere, gli stenti e le privazioni non avranno turbato la bellezza di Maleen/Malvina. Sia il suo silenzio, sia il suo canto distingueranno il suo cammino fino all’avventuroso incontro con l’amato. Paesaggio con ossa – il richiamo ai montaliani Ossi di seppia, come ricorda Caterina Da­vinio nella sua nota Il corpo come paesaggio, postfazione al libro, è una delle numerose e feconde suggestioni di questo libro – di Lella De Marchi, proprio come la fiaba riportata dai fratelli Grimm, ha l’incanto doloroso di un viaggio di scoperta che si nutre dell’incontro, dell’accadere del prodi­gioso, di ciò che suscita stupore e meraviglia. Davvero si ha l’impressione che l’io lirico, dal prolo­go menzionato in apertura, Malina distesa nella roulotte è svegliata da noi dal nostro, per tutte le quattro parti, Movimenti, Astuzie, Deliri, Gesti, che compongono il poema e precedono l’Appendice, si configuri progressivamente come quella compagna di sventure e avventure di Maleen/Malvina nella fiaba, dalla prigionia, agli stenti, alla testimonianza di una bellezza inusuale e misconosciuta, di una gloria calpestata, ma non annullata. (altro…)

Francesca Matteoni (selezione di testi editi e un inedito)

La stanza immaginaria
Francesca Matteoni

 

I

Dai rigagnoli il fiume incrosta le scarpe –
il residuo di scantinati molli
di stalattiti sciolte nelle condutture.

Le case grandi, abbandonate sanno
di pioggia, di bosco inesplorato, cattedrali.
Gocciano nei capillari la trama
di un’ignoranza fitta, primordiale.

Un telaio esile di branchie
si difende dal bianco del tuo seme –
la colonna spinale spinta al muro
la geometria di un pesce sottostante.

 

II
autoritratto a tredici anni

La luce – e poi la polvere
spiccata dalle sedie, dalle linee
delle braccia non raggiunte.

La stanza ha un suo rifugio, un tratto
regolare di cornice, di panno
appena mosso immateriale. Entro
come soffiando al basso nei capelli

– una lentezza d’ombra sul cemento.

Tu non tieni le parole stipate
nelle vesti, il suono solido
disposto negli oggetti.

Il volto staccato degli spettri.

 

III
rondine

Il corpo non resiste dentro gli ossi
ghiaccia come acqua in superficie
è l’occhio frazionato nelle lastre.

Scrivere – è questo perdere peso –
le ali stese stracci di bucato
la polpa diradata dalle arterie.

Un pendaglio sospinto malamente
nel foglio dove schiarisce, allarga
la colla stinta sulle ragnatele.

 

IV
un altro giorno sola tra queste sedie bianche

Sola tra queste sedie bianche
sto impressa, ritagliata nei filtri
delle serrature.

Sono una sagoma prodotta
dallo spazio – il lucore dei pulviscoli
la forma dei denti sul tuo cibo.

Questa è la calce sgranata, la tela
dove si sporca il mondo, si attutisce.

Il tempo non si accoglie, ma precede
in un divario nitido di terre
lo spostamento delle gambe strette
fatte flusso, schermo di pelli interne, chiodi –
il lacerarsi basso del respiro.

 

V
essere un angelo

Ti spalanco la bocca dissonante
deviandola sui seni cocci bianchi
il fiato denutrito nei tuoi denti.

C’è un atrio dove dormo sulle assi
le fenditure dritte di capelli
l’alba si tarma di segni, pietrisco –

fa questi cerchi, corde sopra il collo.

 

VI

Se vieni nel mio corpo come un ramo
residuo di radici amputazioni
nel sole fatto straccio sopra l’acqua.

La pelle è un sudario tra le cinghie
i fianchi stanno estorti accatastati
convulsi come rane nell’arsura.

Le costole corrose fino a spilli
mi puntano nel secco di uno specchio –

le orbite divelte nel tuo viso
le tue braccia-serpente il tuo bruciore.

                              

 VII
casa

Gli alberi si sfogliano nella finestra
corteccia d’epidermide invecchiata.
Crollano in silenzio sulle scarpe.
Nero di fibbia sotto la caviglia
……………………..spiraglio d’osso.

Escimi disperso nel sudore
nel sale slavato delle mura.

I polmoni – elastici sfondati.
L’intonaco si asciuga, mi risucchia
gonfia di nylon e d’elio.

 

VIII

Pelle immaginaria è il tuo amore
scoperto sulle colpe.
Folletti subacquei aprono e chiudono gli occhi
buchi grigi tra i corpi distesi.

L’anima si scompone, scompare
correndo nella voce.
Tu volti la nuca – hai la bocca
piena di sputo.

Si espelle da dentro il cuore, poi s’allunga –
un vortice nero d’anguilla.

 

Testi ispirati alle fotografie di Francesca Woodman.
Apparsi in Tam Lin e altre poesie (Transeuropa, 2010)

Woodman: http://www.heenan.net/woodman/
Tam Lin:  http://www.inaudita.it/dettaglio_libro.php?id_libro=5
Blog Francesca: http://orso-polare.blogspot.com

 

da Ragazzo Volpe
poesie di Francesca Matteoni
foto di Benedetta Matteoni

Abitavamo nel bosco.
Percorrevamo vene di terriccio
o su per ore umbratili
le code spenzolanti, il legno azzurro.

Genti di pelle e nuvolaglie.
Gli occhi dei rapaci erano bianchi
lumi ossuti nella notte.

Rocce, resti, ramaglie.
Nel mezzo della pietra stava l’acqua
sospinta sulle sagome del mondo –
una nerezza antica dal fondale.

Io l’annusavo corrermi nel volto
dentro il corpo rotto, arborescente.

L’erba che si fa limpida e tagliente.

 

per T.

Cercavo un luogo sicuro
nella radura dei castagni
il cielo stava a pezzi sulle cime.

Tu lo crederesti – tutto questo sarà scordato
e la capanna in pietra, il tavolo,
la lampadina scarna – le cose
che pure qui si annidano inutili
(un dio indù, il mucchio stantio delle coperte)
staranno lievi nei ricci che si staccano
fanno un tonfo cieco sul terreno.

La stufa di smalto traccia un’ombra del passato.
Dentro la stessa legna di boscaglia antica
la massa nodosa nella fiamma.

Questo mio silenzio è un non esserci, quasi
o un prender parte
ai solchi stretti dei tronchi
l’ovale delle foglie-penne indiane –
quel verde  nel pietrame che si accende.
Un segno d’ala, un graffio di rumori.

Odori. Altari. Alfabeti.

Torri (Volotto), 11 ottobre 2009

 

Ha parole perfette chi è lontano
le porta come l’aria della neve
acquosa sulle voci, sulla bestia dell’umano.
Le stende sopra il sasso fratturato del vivente.

Quando sarà trascorsa la distanza
gli alberi copriranno il fiato delle case
larghi cerchi numerici nei tronchi
masse pulsanti dentro i rami morti.

Vorrei avere pelliccia, l’olfatto
umido dei cani e invece ho mani
ho questi verbi che colano
dal morso come un male, si storcono
sui codici, la mappa della specie.

Ed il ragazzo volpe ancora scruta
metà-linguaggio, metà-terra di bosco
le ripide fessure della notte
che gettano le stelle sui sentieri.

 

NOTA
Le foto e le poesie provengono dal paese di Torri, nella Sambuca Pistoiese, sono uscite in un piccolo libro per le edizioni Gattili nel 2011.

da Il sentiero di sassi e di spine (inedito)

 

Pienezza si è fatto il vento nella vena –
hai soffiato sulle stanze
la discarica dei doni, denti
di tappi-stella che smaltano la rena.
Prendere così la tua vita
il bello scrivere, l’ornamento –
violare le gole roride, polari.
Lo straniero che spezza l’osso in bocca
non lo temi. Temi il sedimento
non frangerti e senza tenerezza
farti oscura alle lingue.
Devi berti le medicine
devi lavarti l’unghie
devi allenarti i muscoli del viso.
Tìrati via le luci dal costato.

E i gatti hanno lanciato
le mezzelune sulle gambe nude.
Sei bestia o sei bambino
sei fame o sei sfamato.

Ti spengono l’azzardo nella mente.
L’orlo ghiacciato del paesaggio
ti ha tremato alle tempie.

C’erano le stagioni, ne pieghi gli abiti
su croste di pellame
ma una è quella che conosci
va sola come i gatti
strappa la neve a brani
la scorza acida dei fiori.

Ha le bellissime mani
con la polvere dentro,
apre il tuo fondamento
fa radura. Stànati dalle cosce
i lividi, i baci dal collo, di dosso
l’amore, le sue splendide ingiurie
lungo i bordi del corpo.
Netto nella sua essenza e triste.

Le prime volte erano sponde di sangue
ti promettevi l’aria nel suo petto
la voce che si placa e si succede
alla sua quieta violenza
ti tiene unita all’uomo che non vedi.
Tutto il difendere è ciò che poi esponi –
i giorni scuoiati nel cerchio degli stracci.

Nella nottata rancida d’estate
le ginocchia annerite, le graminacee alte
sul paese, leggevi
i volti estatici di droghe
le spade bianche di fiamme e cherosene.
Non più adolescente, donna nemmeno
scappavi nelle sue braccia bruciate.
Lui si calava in fretta nel tuo sesso
sulla terra granulosa del campeggio.
Sete della tua sete, la sua muscolatura,
coprirti dal resto delle grida
fuori, che tumulavano i tamburi –
l’accento scozzese, la tela messicana
sul primo freddo, all’alba
sui campanelli della tua caviglia.

Avanzare randagia, defluire –
scagli nel sonno il grumo levigato.
Le solitudini che avvengono
le dita che si spingono –
lasciano impressi i torti, i desideri.
Hai tolto gli amuleti dalle tasche, erano
sassi e nomi. Obbedisci al nascere,
al generare orrore, ai corpi che si incastrano
al suo annaspare. La tua gioia
disarmonizzata, il tuo clamore, il tuo
vivi – e faticosamente vivi. Non c’è
un’infanzia simile ad un’altra,
ma tutte parlano coi morti.
A un’isola ti chiudono, ti tagliano
nelle onde forti.
Il viaggio che declina a rotte vegetali.

I bambini vanno in guerra
per le stelle occidentali.
Affilano sugli alberi i coltelli.
Si vestono di gatto e toporagno
si muta la peluria nel piumaggio
si tatuano con gli aghi sulle spalle.
Si legano fogliame nei capelli –
hanno gli occhi durissimi del sale.
Slacciano il loro tempo-fiume
sulle terapie future, ti accolgono
come squamati fuori dalla pancia.
Il loro ritmo sudicio di lame.

Era un reparto oppure un buco
la faglia, lei stessa divorata
la seduta psichiatrica dei tuoi veleni
come cadevano dal sotterraneo.
Avresti detto tutto, perfino il falso.

Andare in un altro confine –
hai dormito con estranei sui pavimenti.
Non smarrirti, non appartenere
conduciti con ostinazione
incandescente a ogni parte civile.

Rompono ogni prato in un inizio
i bambini, traggono un rumore radente
da strade che si attorcigliano.
Fanno flauti e pulviscolo, s’immergono.

Non arretrare, resta – povera come un’offesa.
Non offrire suono che non sia
parola irreparabile, inattesa.
Nel punto dove hai collocato il cielo
si distinguono i rematori dagli scogli
scorgi le dentature di latte, i volti senza segno
l’acqua che si preannuncia come l’ombra.