Francesca Santucci

Omaggio a Jolanda Insana

 

Jolanda Insana (fotografata da Dino Ignani)

Jolanda Insana (foto di Dino Ignani)

Perturbato infiammamento

Versi, pensieri, costruzioni per Jolanda Insana a due anni dalla scomparsa

Jolanda Insana l’ho scoperta grazie a un libricino di poesie e prose intitolato Satura di Cartuscelle. Là faceva il contrappunto al De amore di Andrea Cappellano, e con lingua affilata e infaticabile riesumava i propri morti dalle macerie del terremoto di Messina. Da lì è iniziato il lungo viaggio nei suoi versi, tra quei titoli evocativi e impareggiabili (Turbativa d’incanto, La stortura, La tagliola del disamore…) che, mentre venivano letti e molto amati, informavano l’occhio mai sazio che li percorreva come in preda a una febbre felice. Ma ignoravo che le ore passate in compagnia di quei libri dovevano preparare un incontro dalla doppia natura, segnando un inizio e un addio.
2016, è appena passata l’estate. Vengo chiamato a presentare una bella antologia di poesie sul tempo, alla Mondadori di via Piave, a Roma. Non c’è molto pubblico, l’evento è stato sponsorizzato in maniera pessima. In prima fila, Jolanda Insana siede vicino a Elio Pecora – entrambi partecipanti all’antologia. Si parla per quasi un’ora di fronte a molte sedie vuote, si termina l’incontro. Saluto Elio perché già lo conosco; lei no, Jolanda non l’ho mai vista fuori dal rettangolo dei video su Youtube. Ci presentiamo, tiene il viso così vicino al mio, ha un’intelligenza straordinaria negli occhi, un guizzo rarissimo e un sorriso furbo, d’intesa, di un’intesa istintiva. È felicissima, dice, perché “il prossimo anno io compio ottant’anni, e Sciarra amara ne fa quaranta”. Vuole festeggiare, ma non sa ancora come. Però si festeggerà, di questo è certa. È talmente contenta mentre inizia a progettare, ad architettare, e sembra di riuscire a vederle, idee allegre e luminose come bengala, salire dalla bianchissima nuvola elettrica dei capelli esibendosi in saettanti acrobazie. Pure, dice rivolta a me e a Elio, ha dei problemi di salute, “è il veleno delle sigarette”, una tosse che dura da un po’. Usciamo dalla libreria e ci salutiamo, ripromettendoci di sentirci presto. “Io sto in via dei Greci, conosci?” Certo che la conosco; c’è il Conservatorio in quella via tra il Corso e il Babbuino, e camminandovi si è sempre in compagnia di qualche musica di violino, o di pianoforte. In quella via ci sono passato in seguito moltissime volte, ogni volta pensandola. Ma la festa che tanto avrebbe voluta non c’è mai stata, perché il 27 ottobre 2016 s’è stutata la sua candela e via dei Greci ha perso la sua poetessa. Eccoci ora qui, due anni dopo, giovani nomi rispondenti a un invito (proprio come a una festa), per allumarne ancora la fiammella e fare “tappo” alla dimenticanza.

(Giorgio Ghiotti)

 

***

la verità non fluttua sulla terra

ha perso la scatola nera

e però m’afferro all’aquilone

passò di qui qualcuno?[1]

 

(Francesca Santucci)

[1] Quattro versi di Turbativa d’incanto (Garzanti 2012), tratti rispettivamente da: la verità non fluttua sulla terra (p. 13), sbreccata (p. 58), s’infossa il passo e traballa l’orizzonte (p. 7), intorcigliato porta al collo (p. 11).

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Inediti di Francesca Santucci

Madre

Se non rispondo alla tua chiamata è perché
mi piace cercare sullo schermo una fila di quadrati
minuscoli e bianchi disposti a comporre il tuo nome
e il fondo è nero, chiuderti in una sequenza di numeri che
in nessun modo corrisponde alla tua bocca, e
mi piace anche sapere che la casa è tutta deserta, conoscere
con esattezza l’azione che compi in quel pomeriggio
preciso (la mano all’orecchio lo sguardo oltre
il vetro): acquisire i tuoi atti, sottrarti
i miei. La casa è tutta deserta: tu mi chiami e
io lo vedo che mi vuoi parlare.

 

*
Niente separa lo spazio come questo muro
fatto di mattoni rossi e formiche e lì dell’erba:
non c’è intorno la moralità del sonno che merita
il luogo, una vista che non sia la tua a metterlo
nelle tre dimensioni, qualche ombra che si allarghi
e il poco che serve a fare di una giornata
una giornata. Pensi alle cose fatte di immagini semplici
(il contorno delle nuvole col pastello azzurro, e dentro
il foglio è bianco): ti muovi osservando queste linee
elementari, come i bambini quando imparano che dentro
l’obiettivo si sorride, perché lo devi dire
che sei stato felice.

 

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