Francesca Rimondi

Due manifestazioni a cura dell’Associazione culturale Luigi Bernardi (10 e 11 gennaio)

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Siamo orgogliosi di annunciarvi che sabato 10 gennaio a partire dalle 17.30 inaugureremo il Fondo Luigi Bernardi presso la biblioteca dell’Alliance Française di Bologna, in via de Marchi 4. Si tratta di 800 titoli in lingua francese di genere polar, comprendenti intere collane, alcune storiche (come la Série Noire di Gallimard, la Rivages Noir, la Suite NoireFuturopolice, i mitici Bouiquins e tante altre ) e finora introvabili in Italia. Ci saranno Marcello Fois, Pino Cacucci, Emidio Clementi, Francesca Rimondi e Doug Headline, figlio dello scrittore Jean-Patrick Manchette.

Nell’occasione verrà inaugurata anche una mostra di tavole ispirate ai racconti di Pallottole vaganti, realizzate da artisti vicini a Luigi, come Otto Gabos, Onofrio Catacchio, Andrea Accardi, Roberto Baldazzini, Grazia Lobaccaro, Giancarlo Caracuzzo, Enrico Fornaroli e studenti del corso di fumetto e illustrazioni dell’Accademia delle Belle Arti di Bologna.

 
Di seguito il programma dettagliato dell’evento.
17:30 Benvenuto di Martine Pagan, direttrice Alliance Française
17:35 Interventi di Marco Bernardi, Enrico Fornaroli, Francesca Rimondi
18:10  Letture a cura di Pino Cacucci, Marcello Fois, Emidio Clementi, Doug Headline. Letture in lingua francese e italiana a cura di Annachiara Masetti e Silvia Lamboglia
18:45 Musica a cura del duo Camera80
19:10 Francesco Mastria presenta il lavoro di catalogazione. A seguire inaugurazione della targa per Luigi Bernardi in biblioteca.
19:30 – 20:30 Inaugurazione della mostra “Pallottole vaganti” a cura di Otto Gabos e Onofrio Catacchio. Cocktail con playlist in sottofondo.
 
 
Domenica 11 gennaio, invece, presso la biblioteca del comune di Ozzano, si terrà la manifestazione “Ricordando Luigi Bernardi”, pensata in contemporanea all’evento di sabato presso l’Alliance Francaise.
A partire dalle 17.30 verrà inaugurata anche qui la mostra ispirata a Pallottole vaganti, alla presenza di Otto Gabos, curatore, e realizzata dagli studenti del corso di fumetto dell’Accademia delle Belle Arti di Bologna.

MACAO inEdito 2014 – Raccontare Obliquo

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Il 23, 24 e 25 maggio M^C^O ospita la seconda edizione di InEdito, festival di editoria indipendente.

Dopo l’edizione dello scorso anno, caratterizzata da una riflessione politica e culturale relativa al mondo dell’editoria, InEdito propone quest’anno una dimensione che richiama, più che al dibattere, al raccontare; un “Raccontare obliquo” – ripreso dai versi di Emily Dickinson “Di’ tutta la verità, ma dilla obliqua”.

Obliquo non è una formula, ma tante forme. Obliquo è il rumore che fanno in noi le cose di cui ci appropriamo (almeno in parte), leggendole. Obliquo è lo sguardo trasversale che si spinge dal minuscolo al gigantesco; obliquo è per dire e lasciar insieme spazio per capire.

Raccontare obliquo è uno spazio che si concede a diverse forme di narrazione, in cui ognuno può trovare qualcosa per sé.

InEdito è:

Raccontare – Raccontarsi: un narrare di sé, della propria storia, della propria soggettività

Raccontare – Disegnare: raccontare per immagini

Raccontare – Scrivere: che non ha bisogno di essere spiegato

Raccontare – Giocare: con le parole

Raccontare – Ricordare: il racconto soggettivo di qualcuno o qualcosa.

Programma in PDF

Guida alle singole giornate

Venerdì 23 Maggio (Livio Sossi, Wu Ming, Frankie Magellano, Martina Testa, Paolo Cognetti, Alessandro Raveggi, Tito Faraci, Paolo Castaldi)

Aspettate che accada. E mentre giocate comincerete a pensare in modo del tutto diverso. È come se ce l’aveste dentro, il campo da tennis. La palla smette di essere una palla. La palla comincia a essere una cosa che voi sapete dove dovrebbe essere in aria, a ruotare. (David Foster Wallace – Infinite Jest)

Sabato 24 Maggio (Lea Meladri, Lisa Biggi, Letizia Iannaccone, Massimo Vitali, Libri Finti Clandestini, Paolo Pasi, Mendo, Paolo Agrati, Guido Catalano, Paola Ronco, Antonio Paolacci, Alessandro Zannoni, Nicoletta Vallorani, Barbara Garlaschelli, Alessandra Terni, Nicoletta Bernardini, Giuseppe Merico, Anna Toscano, Rosario Palazzolo, Silvia Tebaldi, Gianni Montieri, Otto Gabos, Francesca Rimondi, Livia Satriano, gianCarlo Onorato, MisS xoX, Carlo Casale, Steve dal Col, Johnny Grieco, Massimo Giacon, Ivan Carozzi, Oderso Rubini, Ariele Frizzante, Federico Fiumani, Davide Toffolo)

La città non si emoziona, le città non si emozionano mai, come fossero fatte della stessa pietra fredda che chiude le sue case. La città non si emoziona, neppure oggi che i presupposti ci sarebbero tutti. […] La città non si emoziona, la città sono i cittadini, e i cittadini hanno ormai l’abitudine di farsi gli affari propri, ognuno dentro un confine personale, sempre più stretto, ogni giorno più inviolabile. (Luigi Bernardi – Crepe)

Domenica 25 Maggio (Filippo Parodi, Anna Giurickovic, Andrea Staid, Massimiliano Tappari, Lidia Cirillo, Thomas Pololi, Alessandro Gallo, Patrizia Valduga)

 

Il programma dei Workshop

 

(Poetarum Silva sostiene M^C^O ed è partner di InEdito. Vi aspettiamo)

 

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Francesca Rimondi – Attività alternative dei figli nelle ore pomeridiane

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affori – foto gm

 

Attività alternative dei figli nelle ore pomeridiane

Ci sono questi genitori, no. Questi genitori molto fieri.
Gli piace un sacco, a questi genitori, che i propri figli giochino. E i loro figli, effettivamente, giocano.
Mio figlio non gioca.
Sta sempre in panchina. In panca come dicono loro. I genitori fieri.
Io di solito mi porto un libro. L’anno scorso ho letto tutto Mailer. Per dire.
Adesso non riesco a leggere niente, perché questi genitori parlano e parlano. Parlano, dicendo cose contro l’allenatore che non sa fare squadra, e l’arbitro che non può fischiare proprio tuttotutto, e la dirigente che non sa scrivere i tabellini e poi è cicciona. E guarda che gonne si mette, la dirigente, ma non lo vede che è cicciona.
Dove ha gli specchi in casa, ahahah.
Suo figlio, poi. Il Figlio della Dirigente. Il FdD gioca, chissà perché, tutti e quattro i quarti della partita. E non è capace, dio santo quanto non lo è.

“Cosa uhm leggi” prova a chiedermi Harry o Henry, non ho ben focalizzato il nome, che sarebbe il padre di Cip o di Ciop, cioè di uno dei due, Harry o Henry è il padre o di Cip o di Ciop, non saprei bene quale, dato che poi sono sovrapponibili. Sono tutti sovrapponibili.
Cip e Ciop sono alti un metro e sessanta in due. Però giocano. Sovrapponibili. Vanno a canestro che sembrano dei fulmini.
Mio figlio non gioca.
Sempre panca.
Cip (o Ciop) ha appena fatto passi.
“PASSI! DEFICIENTE!” gli urla il padre Harry o Henry.
Cip (o Ciop) si gira verso il padre e gli fa scusa con la manina ciccia.
Gli fa scusa.
Mio figlio sbadiglia in panca.
“AIUTATE MIO FIGLIO!” urla una madre improvvisamente arbitra, improvvisamente tragica, mentre il figlio è a terra, palla in mano, aggredito da due avversari.
Son cose che capitano, mi dico chiudendo il mio Faulkner, attenta a metterci il dito dentro, a non perderci il segno. Se ti butti nella mischia, dico.
“AIUTATELO” continua.
Aiutate quel ragazzo. Per favore.

Una volta, da piccola, mio padre mi iscrisse a danza classica.
Alla quinta lezione la maestra mi buttò fuori dall’aula, perché alla sbarra, durante un jambqualcosa, davo i calci a quella davanti. Eravamo settanta bambine in un’aula di due metri per due, e tre sbarre sole.
Mia nonna stava facendo la maglia lì fuori, contornata da madri. Mia nonna scosse la testa. “Vestiti su. Andiamo” disse, infilando tutta la maglia nel carrellino.

Poi mi vennero gli orecchioni.
Feci un saggio di danza – il mio ultimo saggio di danza – con gli orecchioni. Un dolore lancinante alla base del mento. Ronzii dappertutto. Mi tiravo via imperterrita le mutande del tutù dal culo. Mi grattavo la testa, lo chignon, tutte quelle mollette conficcate nel cervello.
“Ritiratela” disse solo mia nonna.

Non venite mai con noi alla pizza dopo, mi fa Henry.
No, rispondo io.

Mio figlio quando era piccolo che lo portavo ai giardinetti aspettava sempre che lo scivolo fosse vuoto. A volte stavamo lì fino a sera, ai giardinetti, calava il buio e lo scivolo era vuoto. A quel punto mio figlio scivolava due tre volte, poi andavamo a casa, per mano, zitti e felici.

La cosa più bella era quando gli sfregavo l’accappatoio sui capelli. Forteforte, il cappuccio dell’accappatoio. Sui capelli.
Portavo un giorno sì e uno no mio figlio agli allenamenti. Dopo, gli sfregavo la testa come una madre, con il cappuccio dell’accappatoio. Poi andavamo a mangiare il panino col wurstel dentro, della pasticceria di fronte.
“Oggi quarantanove vasche” diceva lui.
Durante gli allenamenti, dal vetro separatorio lo guardavo. Prima di entrare in vasca, appoggiava gli occhiali dentro alle ciabatte. Non entrava mai nella piscina senza occhiali.
“Non vedo le corsie” spiegava. “Non vedo_”
“Ok ok.”
“Non li pesto.”
“Ok, stai tranquillo.”
Ha sempre nuotato lentamente. Come a onorare quell’acqua che lo teneva su. Di fianco a lui, i bambini colpivano furiosi e li vedevi, sbracciare e sobillare tutta quell’acqua.
Mio figlio no.
A bordo vasca, un uomo urlava cose, ma era come se lui non le sentisse. Lui nuotava da solo, lentamente. Senza occhiali, gli occhiali appoggiati nelle ciabatte.
Poi un giorno mi ha detto: non ci voglio andare più.
Ma ti asciugo i capelli io, dico io.
Non mi importa, dice lui.
Il nostro momento, dico io.
Me li potrai asciugare a casa, dice lui.
Non ci siamo andati più.

Dopo è arrivato l’altro mio figlio.

Ho anche un figlio piccolo, adesso. Un figlio molto piccolo, che non fa niente.
“Noi andiamo a musica il giovedì pomeriggio. E il sabato mattina andiamo a psicomotricità. Sono bravissimi, sai” mi dice una qualche mamma, fuori, lì fuori dall’asilo, mio figlio molto piccolo che raccoglie foglie secche. Bravissimi chi.
“Noi niente” faccio io.
Non facciamo niente. Torniamo a casa, mangiamo una merenda – la seconda merenda, importantissima – ci mettiamo lì sul divano e leggiamo, o facciamo i massacroni o giochiamo con la macchina che fa rumore. Figlio grande studia, oppure sta di là, si arrangia come può dentro ai suoi tredici anni. Ogni tanto esce per andare a basket. Figlio piccolo gioca o legge o si fa massacrare da me. Poi io prendo un libro e leggo, oppure prendo il piumone, quando fa freddo, e ci mettiamo lì sotto, buoni buoni. E aspettiamo.

Dopo quando viene cena ci prepariamo la cena e apparecchiamo e mangiamo. Ma mai, mai che ci sia venuto in mente una volta di andare a psicomotricità.

“Stasera c’è l’ultima pizza. Chiusura del campionato” mi fa Henry guardando in campo. Non mi guarda mai diritto negli occhi, Henry.
“Ma perché te lo dico” aggiunge poi, “È IL QUARTO FALLO, SCEMO, tanto non ci venite, STAI ATTENTO, NON FARE FALLO NON FARE FALLO dai venite, almeno stasera”
Suo figlio, Cip o Ciop, fa il quinto fallo. Proprio lì sotto i nostri occhi.
Mio figlio è sempre in panchina. Non gioca, si spulcia le orecchie, conta le travi del soffitto delle palestre di tutta Bologna, conta le pecore a volte, conta i passi del’allenatore, quanti passi fa prima di infuriarsi e urlare PASSA PASSA QUELLA PALLA.
“Mio figlio non so se c’ha voglia.”
“Cinque falli ha fatto, madonna d’un dio” mi dice piano per non far sentire al figlio il nome di Dio invano. E neppure quello della Madonna. “Tu hai voglia?” mi chiede. Stavolta mi guarda.
Sua moglie è sugli spalti là dietro. Noi appoggiati alla rete di bordo campo. Lei sugli spalti, le mani a cucchiaio sulla bocca, urla al figlio di asciugarsi e di bere un po’ dall’acqua che le ha portato lei, dai dai che sei stato bravo, dice.
Henry continua a fissarmi.
“Non ci vengo. Scusami. Vado fuori a fumare” dico.

Io quei pomeriggi, di lunedì e giovedì, quei pomeriggi di danza, atroci pomeriggi autunno inverno primavera, sempre sempre, tutte quelle maledette stagioni che dio cristo mandava giù in terra, quei pomeriggi me li ricordo come atroci sofferenze, angosce inumane, atroci supplizi, lunedì e giovedì, ticchettavano lì nella testa, cristo, dovevo-andare-a-danza.
Mia nonna mi ci portava. Lenta e solenne come solo le nonne.
Prendeva la maglia, il carrellino, ci fossero stati i ghiaccioni per terra su viale Guinizzelli, o i tigli in fiore che mandavano fuori l’odore delle sere di maggio a Bologna, alle sei in punto mi portava, carrellino rotolante, odori, freddo, vento, niente, niente ci fermava.

“È un principio di cappottino bianco” diceva mia nonna, mostrando il filato alle altre madri curiose, lì intorno. Tutte che aspettavano. “Sapete, mia figlia non ha tempo. Allora la porto io, qui.”
Uscivo dall’aula. Le calzamaglie di filanca bianche lucenti che tiravano sulle ossa. Mangiavo poco. Non mi fregava niente della grazia.
Tornavamo a casa, sui ghiaccioni o tra i tigli, io e mia nonna. Mia nonna dava tutto a lavare alla Silviona, “aspettiamo che torni il nonno” diceva. Lavati, adesso, diceva.
“Dov’è il nonno?” chiedevo poi, insinuando cose.
Al Circolo, era il nonno. A sentire un quartetto d’archi.
“Voglio andare con lui.”
“Magari il sabato, ti ci può portare.”
“No. Ci voglio andare il lunedì e il giovedì. Voglio andare col nonno.”
“Se fai la brava.”

Quella volta degli orecchioni e del tutù nel culo, mia nonna tornò a casa, mi riportò a casa, e quando tornammo prese in mano il telefono. Ritiratela, disse solo a mio padre.

Quella volta della sbarra, che davo i calci a quella davanti, mia nonna si era vergognata.

[Al quinto fallo di Cip, mio figlio si alzò dalla panchina, attraversò tutto il campo, invisibile, innocuo, arrivò alla rete dove c’ero io e mi disse: Andiamo a casa.
L’arbitro non lo aveva fischiato, la dirigente non lo aveva punito, nessuno lo aveva sgomitato, quando si era alzato piano, era sceso in campo, l’aveva attraversato tutto per venirmi a dire: Andiamo a casa.
Andiamo a casa, mi disse quindi.
E io lo riportai a casa.]