Francesca Lazzarato

Marcelo Cohen, L’illusione monarca

cohen

Foto di Martina Mantovan

Marcelo Cohen, L’illusione monarca, trad. di F. Lazzarato, Gran Via 2016, € 14,00

di Martina Mantovan

Marcelo Cohen con il suo romanzo L’illusione monarca pone il lettore di fronte a un esperimento sociologico in vitro: un carcere spalanca le sue celle su una spiaggia, uno sbocco sul mare e ciò che vi potrebbe essere oltre a esso. In un confronto costante con le potenzialità salvifiche e mortifere dei flutti, i detenuti sono costretti a oscillare tra il terrore e la speranza, protagonisti forzati di un laboratorio biopolitico.

Tra i detenuti spicca Sergio. Mente irrequieta e lucida, Sergio guida la narrazione con le sue costanti riflessioni. Egli è la mente che domina il corpo, colui che osserva stando ai margini dell’organizzazione sociale della spiaggia, con le sue lotte e i suoi equilibri precari. Sergio è protagonista nel carcere in quanto mente: all’interno di un dispositivo che mira ad assoggettare i corpi egli è la mente che disciplina il corpo attraverso la scansione rigosa delle azioni; è colui che sottrae il corpo al dispositivo sovrano per riscattarne il dominio. Sergio osserva il mare e soppesa l’orizzonte, calcolando le possibilità.

All’inizio il mare è come tutti i mari. La spiaggia, quel che la spiaggia racconta, è un’altra cosa.

A cento metri dalla costa, tre boe arancioni a forma di trottola suggeriscono un messaggio che a volte scompare, quando le onde le nascondono, e riappare ritmicamente nelle creste, sempre trasformato. Può darsi che le boe significhino qualcosa.

Hanno la dolce costanza dell’ammiccare di un idiota.

In uno scenario statico e definito, compreso e compresso tra due mura e una distesa d’acqua, accade l’azione: Marcelo Cohen non smette mai di rendere ben visibile e onnipresente la violenza del dispositivo carcerario. È l’ideologia della condanna, dell’ineluttabilità della condanna a farsi protagonista silente e strisciante nelle menti dei protagonisti di questa grande e inquietante farsa. Diviene sempre più esplicita l’introiezione del sistema di controllo punitivo: il carcere diviene l’unico territorio in cui il detenuto sente di poter vivere, il solo luogo in cui è in grado di gestire la paura. Davanti a lui vi è l’acqua: utopia e dubbio che ondeggiano sull’abisso della sconfitta. Lo scandirsi delle ore della detenzione è un continuum temporale su cui non cala mai il sipario: il carcere è una scenografia del mondo inflazionario, di un mondo che gestisce e governa i corpi con lo stoccaggio, merce eccedente e caotica.

(altro…)

Una frase lunga un libro #1: Silvina Ocampo – La promessa

ocampo_flaneri-395x600

 

Una frase lunga un libro #1: Silvina Ocampo – La promessa – La Nuova Frontiera, 2013 (trad. di Francesca Lazzarato)

 

Alina Cerunda era bella, nonostante i suoi settant’anni. Chi dice che non lo fosse, mente. I vecchi, tuttavia, sembrano sempre travestiti e questo li rovina. So da buona fonte che non faceva mai il bagno. Impeccabilmente pettinata, con i capelli cotonati anche quando dormiva, sembrava pulita. Ho visto Alina Cerunda a letto, come un quadro.

Chi è Alina Cerunda? Non sappiamo nulla di lei, eppure ci pare, subito, di conoscerla. Anzi, ci pare di ricordarla, così come la sta ricordando la protagonista de La promessa di Silvina Ocampo. Qual è l’idea che abbiamo dei vecchi? Intanto, qual è l’età giusta per dire vecchio? Non certo, non più, quella dei settant’anni di cui scrive la Ocampo. Il vecchio per noi è, forse, un’età più avanzata, ma noi vediamo perfettamente Alina, e la vediamo vecchia, vecchia di quel tempo, nel tempo per lei pensato dalla scrittrice argentina. Vecchio che ci appare magico e, addirittura, logico. La Ocampo fa, molto spesso, in tutta la sua opera, il gioco di mettere e togliere, di verità e finzione, caro a lei e al suo grande amico ed estimatore Borges. Ci dice che Alina è vecchia e bella, ma sottintende che qualcuno sostiene il contrario, mentendo. Nega, un momento dopo, la bellezza, I vecchi, tuttavia, sembrano sempre travestiti. La loro rovina. Sono i volti o sono gli abiti? La protagonista sta ricordando: con che occhi ricorda? Quelli da bambina o da adulta? Dove finisce il ricordo e dove comincia l’immaginazione? La Ocampo prosegue, un’altra voce (è un pettegolezzo?) sostiene che Alina non facesse mai il bagno, e un attimo dopo ritorna il ricordo che è l’opposto: Impeccabilmente pettinata… anche quando dormiva, sembrava pulita. E chiude con ciò che chiarisce o confonde del tutto: Ho visto Alina Cerunda a letto, come un quadro. La Cerunda non è più soltanto una persona, ma un’immagine dipinta in un quadro, e in quel quadro, in quello spazio, tutto è vero. Possono coesistere il non lavarsi e il sembrare pulita. Il verbo sembrare potrebbe dirsi il preferito da molti scrittori sudamericani. La bellezza e la rovina del travestimento.
(altro…)

La domenica (certe case) e Silvina Ocampo

 

Era la casa della mia zia più anziana, dove mi portavano in visita tutti i sabati. Sopra l’atrio con il soffitto a lucernario c’era un’altra casa misteriosa, dove si vedeva vivere attraverso i vetri una famiglia dai piedi aureolati come santi. Lievi ombre salivano sul resto dei corpi proprietari di quei piedi, ombre appiattite come le mani viste attraverso l’acqua del bagno. C’erano due piedi piccoli e tre paia di piedi grandi, due con tacchi alti e sottili dai passi brevi. Viaggiavano bauli con rumore di temporale, ma la famiglia non viaggiava mai e continuava a star seduta nella stessa stanza spoglia, dispiegando giornali al suoni di musiche che sgorgavano incessanti da una pianola che si impuntava sempre sulla stessa nota.

Desideravo spesso scendere dalla nave e inoltrarmi in quella misteriosa distesa dove non c’erano erba medica, né grano, né girasoli, né lino, né fango, né terra arata, né creta, né alberi, né uccelli, né bovini, né greggi, ma solo acqua azzurra, acqua verde, acqua nera e spumosa.

***

Silvina Ocampo – Un’innocente crudeltà – La nuova frontiera – traduzione di Francesca Lazzarato