Franca mancinelli

Antonella Palermo, da “La città bucata”

 

La città sdogana all’alba
le sue tangenziali.
Ne imbocco una a caso
per passare sopra
ai nostri malintesi,
in fretta.

 

La pelle gonfia dei muri
sfarina i divisori.
Battagliare a ferri scoperti,
con l’anima a vista.

Cadi tu, troppo sporgente.

Io sono il cuore mordente
con l’intonaco marcio
in queste mani.

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Franca Mancinelli, da ‘Libretto di transito’ (Amos edizioni)

 

Franca Mancinelli
da Libretto di transito (Amos edizioni, 2018).

Collana A27 a cura di Igor De Marchi, Sebastiano Gatto e Giovanni Turra
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Non è solo preparare una valigia. È confezionarsi, vestirsi bene. Entrare nella taglia esatta della pena. Gesti a una destinazione sola. Calzando scarpe che non hanno mai premuto la terra, dormiremo nel centro dello sguardo, come neonati.

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A volte un breve annuncio ricorda la linea gialla, a volte è soltanto un rumore che si avvicina. La fenditura che si apre dev’essere arginata subito con le mani che si aggrappano a qualcosa, gli occhi chiusi. Ci si stringe alla panca, agli oggetti che si hanno con sé, fino a che il treno trascorre al nostro fianco. Con il tremore di qualcosa di enorme, per cui dobbiamo ancora aspettare.

 

*
Viaggio senza sapere cosa mi porta a te. So che stai andando oltre i confini del foglio, dei campi coltivati. È il tuo modo di venirmi incontro: come un’acqua in cammino, diramando. Guardando dal finestrino, ti ho letto nel viso finché c’era luce.

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foto di Sara Santana

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Libretto di transito è la storia dell’attraversamento di una faglia interiore. Seguendo il filo sussultorio di un viaggio in treno, per fotogrammi e sequenze sospese tra prosa e poesia, affiora la trama di un vissuto che si disfa e rientra nella natura. Come in un rito di passaggio, lasciandosi visitare dalle ombre, Franca Mancinelli ricompone i frammenti di un’identità aperta, che non ha mai abbandonato l’origine.

Franca Mancinelli (Fano, 1981), è autrice di due libri di poesie, Mala kruna (Manni, 2007) e Pasta madre (con una nota di Milo De Angelis, Nino Aragno, 2013), uscito in anticipazione in Nuovi poeti italiani 6, a cura di Giovanna Rosadini (Einaudi, 2012). Una sua silloge è compresa, con introduzione di Antonella Anedda, nel XIII Quaderno italiano di poesia contemporanea, a cura di Franco Buffoni (Marcos y Marcos, 2017). Le sue brevi prose sono raccolte in Libretto di transito (Amos edizioni, 2018).

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Per informazioni sulla collana A27:
http://www.amosedizioni.it/Sito/collana_A27_poesia.html

XIII Quaderno di poesia contemporanea: un corridoio d’acqua

CopertinaQuaderno

Tredicesimo quaderno italiano, Marcos y Marcos, 2017, € 25,00

Ho scelto l’acqua per attraversare il XIII Quaderno italiano di poesia contemporanea.
L’acqua è un elemento che compare in quasi tutte le poesie di Agostino Cornali (1983); una presenza costante, persistente. Il campionario è vastissimo: si tratti di rogge, fossati, pozzanghere, sorgenti, marcite, vasche, ghiacci, torrenti, laghi, fiumi, mari, proprio attraverso l’acqua sembra dettarsi, prima di sciogliersi nel nulla, la sua (sua e potenzialmente di ognuno) “geografia dell’io”. Dirò meglio: Cornali prova a pescarsi in una toponomastica che gli serve da puntellamento esistenziale e immaginativo, e l’acqua è un contorno fondamentale. Siamo in presenza di una ricerca e di una fantasia dell’io. I luoghi e le situazioni di Camera dei confini sono dunque punti, nomi che diventano tracce di epifania, perché del suo io avvenga l’annullamento. Cornali è autore anche di prosa, ama l’invenzione e lo scavo di Mari, ama l’asciuttezza e l’essenzialità di McCarthy. Così tutto è un confine nella sua poesia, che si muove tra storia, leggenda (come quella del Lago Gerundo col Drago) e la quotidianità di tutti. Cosa resta, alla fine? Una grandezza, una vastità sognante, potremmo dire, tra antichità e futuro dell’io, in una poesia che ci fa toccare magnificamente solitudine e abbandono.

                                           Chieve

È il respiro del drago Tarantasio
che fa tremare le persiane
nelle notti di febbraio

e sulle barche che solcano il lago
i nostri antenati longobardi
si alzano in piedi, tremanti sulle prue,
le spade e gli scramasax in mano

guardano la testa crestata del mostro
che emerge lentamente dalle acque,
i suoi occhi accesi nella nebbia
le fauci spalancate

e allora divampa
il fuoco sulle torri
dei castelli di pianura
e il pianto dei bambini risuona sulle coste
da Fara Gera d’Adda ad Acquanegra.

Di quel lago maledetto
che dà il nome alla tua via
è rimasta una piccola pozza
che non riesce ad asciugare
in un campo di frumento.

Ma tu, nel sonno, continui a tossire.

 

Il nome di Franca Mancinelli (1981) è un nome già affermato, saldo nel panorama della poesia contemporanea. Tasche finte, dopo i libri Mala kruna e Pasta madre, è il contributo di novità che si offre in questo Quaderno. Ha ragione Antonella Anedda, introducendo l’opera, nell’evidenziare quanto il gerundio sia venuto in soccorso in queste ultime prose poetiche (o possiamo forse dire: “false” poesie). Interessa notare il procedimento creativo di Mancinelli, come le immagini cioè diventino incisioni, e come il gerundio, in effetti, consenta in modo efficace e affascinante un rallentamento nel farsi di queste immagini: raffinate immagini  che pian piano si disegnano, entrano in un disegno filmico, entrano nella nostra mente, depositarie di una delicatezza (ma non disgiunta dalla forza) che le distingue e le esalta. Scelgo ancora l’acqua, come dicevo, per poterci inoltrare nella sua poesia. Fin qui, dove l’approdo è appena oltre il silenzio:

Qui ciò che cade indurisce nello spazio assegnato dal caso o dal destino. Cadendo si abbandona, perde ogni appartenenza. Iniziano a crescere radici, sottili come capelli. I tuoi, sul pavimento, nella polvere. Ma oggi il tempo è entrato, risuonando sui vetri. Le pareti si sono fatte sottili. La casa di membrana. Ogni stanza entrava nell’altra, sovrapposta come in un gioco di dimensioni perfette. Ne restava una sola alla fine, profonda di tutte le altre. Vi entrava anche il giardino, con gli alberi, la strada di auto lente, il canale. Ti stava facendo questo, pazientemente, la pioggia. Aprendo una sillaba all’infinito fino all’inizio dell’articolazione di un suono. Portandoti appena dopo il silenzio. In quella durata dove potevano fare ritorno, trovare luogo le cose.

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Trevigliopoesia, presentazione del XIII Quaderno di poesia contemporanea

TRP 2016 - Cartolina Quaderni

 

Dopo dieci anni di attività, Trevigliopoesia, festival di poesia e videopoesia, chiude i battenti. Almeno per il momento. Un’esperienza a suo modo difficilmente ripetibile. Tantissimi gli incontri con protagonisti della scena poetica nazionale e internazionale che nel tempo si sono sono succeduti.
A dire il vero, non chiude del tutto. Attualmente è in fase finale di realizzazione un documentario su Fabio Pusterla, firmato da Francesco Ferri, un film nato e coprodotto da Trevigliopoesia.
Ma intanto l’ultimo degli incontri previsti vedrà Cristiano Poletti e proprio Fabio Pusterla presentare il XIII Quaderno di poesia contemporanea edito da Marcos y Marcos. Saranno presenti quattro dei sette autori inclusi in questo Quaderno: Cornali, Mancinelli, Pini, Ramonda, per una lettura a più voci. Mai prima d’ora era stato presentato a Treviglio uno dei Quaderni curati fin dal 1991 da Franco Buffoni. Sarà dunque questa l’occasione, insieme ai saluti finali, per una riflessione comune sulla vitalità della poesia italiana contemporanea.

Giovanni Turra: Con fatica dire fame (recensione di Franca Mancinelli)

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Giovanni Turra, Con fatica dire fame. Poesie 1998-2013, La vita felice, Milano 2014, pp. 85, € 13,00

Il titolo del secondo libro di poesia di Giovanni Turra, Con fatica dire fame, conduce a una pronuncia lenta, a una cadenza franta: come tornati a un tratto infanti o strappati a un’afasia. Sillaba dopo sillaba le parole giungono alle labbra, quasi dovessimo riappropriarci di una lingua che ha perso il suo più proprio e pieno senso; una lingua che non è più in grado di congiungerci a noi stessi, a ciò che muove e regge il nostro corpo: i nostri istinti, la nostra parte animale. Per questo, quella che denuncia, è una fame antica, con la quale ogni autore italiano ha dovuto, anche ignorandola, fare i conti. Turra la vive pienamente, sentendo tutto il peso di questa mancanza che preme sulla lingua interrogandola sulla sua effettiva possibilità di raggiungere le cose, di condurci agli altri. Questo libro è attraversato dalla disperazione, subito trattenuta dall’ironia, di chi crede così fortemente nella poesia da calarsi corpo a corpo nel fare poetico, fino a immedesimarsi in uno stremato animale da soma. Scritto in quindici anni quasi contro se stesso, con la sorda pazienza di un artigiano che non chiede ragione del suo lavoro perché è in quel suo stesso fare, in quella sua immersione e dedizione alla materia la sola ragione, testimonia un’etica della scrittura come opus e costruzione di sé condotta fino al suo estremo limite. L’accanito sfibrante lavoro sulla lingua sfocia infatti in una discesa nell’inorganico, in ascolto di quella «voce che parla senza voce / e ci ammonisce docilmente», in una nostalgia per il silenzio come appartenenza all’indistinto della natura con cui si conclude il libro.

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Lo sguardo delle donne de-scrive le Marche – per una lettura dell’antologia “Femminile plurale”

di Marco Di Pasquale

femminile plurale

Quando si parla di un’opera letteraria che sfugge alle solite categorie sembra fuor di luogo iniziare introducendo uno dei più vieti luoghi comuni, ma è un fatto acclarato che le Marche sono contemporaneamente una ed innumerevoli regioni, intrecciate come una trama tessuta da un pettine di colline digradanti verso il lago-mare Adriatico che a noi, suoi abitanti, fa da consolante confine e rampa di lancio verso il futuro. In questa variabilità di paesaggi e di contesti, chi vi abita finisce per assumere caratteri diversi e acquisire molteplici prospettive, come innumerevoli e disparati sono gli sguardi e le sensibilità che la poeta e studiosa di letteratura marchigiana Cristina Babino, ha voluto raccogliere nel volume antologico Femminile plurale – Le donne scrivono le Marche, uscito sette mesi fa per la casa editrice maceratese Vydia, riunendo in queste pagine diciassette voci di donne che vivono e riflettono quotidianamente sui simboli, i caratteri e su un’ipotetica comunità antropologica, sociologica e culturale di questa terra.

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La punta della lingua 2014

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La Punta della Lingua – Poesia Festival (IX ed.)

Ancona e Parco del Conero, 24-29 agosto 2014

PROGRAMMA

 

domenica 24 agosto

Portonovo, Chiesa di S. Maria

ore 18.45: Reading di Durs Grünbein

In collaborazione con FAI Marche

Portonovo, La Capannina

ore 20.00: Cena a buffet

In collaborazione con Slow Food Ancona e Conero

Portonovo, Chiesa di S. Maria

ore 21.30: Poeti da antologia

Reading di Milo De Angelis

Interventi musicali Cesare Malfatti (La Crus)

Introduce Massimo Raffaeli

In collaborazione con FAI Marche

lunedì 25 agosto

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Acqua in bocca – Argo a Bologna

Sabato 7 dicembre 2013 – ore 21.30
Libreria Modo Infoshop, via Mascarella 24b, Bologna

ACQUA IN BOCCA

Il collettivo ARGO presenta il romanzo collettivo d’esplorazione «H2O»

Argo

Tuffatevi nell’acqua bene comune che dà la vita e gettate un ponte sull’acqua che separa e uccide, con gli Argonauti (da tutta Italia) – Valerio Cuccaroni – Rossella Renzi – Silvia Albanese – Tommaso Gragnato – Gianni Montieri – Lorenzo Franceschini, il Movimento Acqua Bene Comune Bologna e gli scrittori Giovanni Fierro, Franca Mancinelli, Luciano Mazziotta. In collegamento Skype da Parigi: Filippo Furri (Argo) e Andrea Inglese (Nazione Indiana)

Proiezione dei video // Watershape project:
“Aria #1”, 2011 di Sebastiano Luciano / Musica: Andrea Buratta aka NovembertraumMonochrome Circus / estratto da “水の家 / Water House” / Coreografia: Kosei Sakamoto / Ballerini: Yuko Mori, Hirokazu Morikawa / Premiere: Atelier Gekken, Kyoto, 2005

La rivista d’esplorazione ARGO ha dedicato il suo diciottesimo volume, H2O, al tema multiforme e fluido dell’acqua. H2O è un romanzo di esplorazione che interroga la relazione dell’umano con l’elemento vitale per eccellenza: acqua come fonte primordiale di vita, acqua come vettore e frontiera dell’orizzonte umano, acqua come risorsa e limite. Dopo un numero oscuro e ctonio, dedicato alla morte (VIXI, n. 17), H2O diventa dunque un inno alla vita ritrovata, alla forza generatrice e rigeneratrice della natura, ma anche un’inchiesta sui conflitti provocati dalla volontà di controllarla.

Argo H2O è consultabile in creative commons su http://www.argonline.it/

Franca Mancinelli, Pasta Madre (di C. Gallo)

Mancinelli

Franca Mancinelli, Pasta Madre, Nino Aragno editore, 2013

Recensione di Carmen Gallo

 

Leggere e rileggere le pagine dell’ultimo libro di Franca Mancinelli, Pasta Madre, pubblicato per Aragno editore (Torino, 2013) significa partecipare a un rito antichissimo, rinnovato da una scrittura estremamente personale, lucida, seppure nel vortice di procedure metaforiche potenti e mutevoli che animano il continuo rivolgersi all’altro, e il descrivere trasfigurato dell’intorno.
Un rito che mai si stanca, ma trova vitalità ed energia nelle rapidissime cadute e nelle prudenti e meditate riemersioni dal mondo familiare e straniante della natura: un entrare e uscire attraverso gli strati metamorfici (dal minerale al vegetale, dall’animale all’umano) dell’esperienza del vivere accompagnati da un linguaggio insieme misurato e onirico, concreto e fortemente lirico.
In questo spazio, la caduta si rivela subito come l’esperienza fondante: spinta inerte, deriva, volontà verso il basso, ritorno all’orizzontalità della terra e della morte, che custodiscono i semi e le promesse di una rigenerazione, di una rinascita che si profila come scelta da meditare (“Dovrai seppellirti/ tornare calda radice”), più che come tappa di un procedere naturale.
È attraverso la sospensione – il perdersi e il disseminarsi sotto il peso della gravità dell’essere – da un lato, e il contatto con la terra e le sue profondità dall’altro, che la poesia di Mancinelli diventa il luogo miracoloso, corporeo, di ibridità antichissime tra l’umano e il naturale, che si scambiano continuamente i contorni, i confini, le porte:

Quanti animali migrano in noi
passandoci il cuore, sostando
nella piega dell’anca, tra i rami
delle costole, quanti
vorrebbero non essere noi,
non restare impigliati tra i nostri
contorni di umani.

E ancora:

con la costanza degli insetti
torniamo contro questa
luce che non si apre, che ci spezza
quanto ancora busseremo
al vetro che divide
l’ossigeno dal cuore?

L’umano diventa così misura e condizione poco più che arbitraria: “un colpo di fucile/ e torni a respirare./ Muso a terra, senza sangue sparso”: muso a terra, è questa l’unica posizione possibile per provare a osservare dal fondo ultimo delle cose il mondo di ciò che si vede e di ciò che si sente. Dalla terra, dall’animale, dalla condizione ancora orizzontale di chi si abbandona alla caduta e sopravvive all’urto:

ho smesso di reggere i muri
donandomi ai crolli
ricomincio, abbreviata
torno a quello che sono:
una lucertola che si divide
a metà con la morte.

Quella di Pasta madre è una voce poetica che vuole cadere per farsi superficie e interlocutrice dei segreti di verità e sopravvivenza che la terra da sempre conserva. E più che il rito eliotiano della rinascita mitica, qui le immagini di Franca Mancinelli sembrano richiamare i riti pavesiani di rivivificazione di una storia diventata improvvisamente passata ed estranea, di una natura che si è a un certo punto configurata come luogo represso di metamorfosi cicliche e di sofferenze antichissime.
E da questa orizzontalità cui la vita sospesa costringe – e che assomiglia alla lucidità della veglia e all’attesa consapevole della morte – si può riemergere solo ricordando e imparando di nuovo a rendere prossimo, naturale, il dolore che ci trascende, o ci trascina.

padre e madre caduti
frutti che non potevano
marcirmi attaccati
mentre nudo imparavo
a reggere il cielo
come un uccello sul dorso, lasciando
campi e case affondare.
L’azzurro torna
a coprire la terra. Trattengo
nel becco il ricordo,
il seme che sono stati.

Nelle poesie di Pasta madre, istantanee che fermano attraverso immagini del limite e del passaggio il senso della vita in quanto forma, Franca Mancinelli attraversa e ricostruisce a propria immagine e somiglianza le tappe di una vita e di un sentire in precipitosa e lucidissima evoluzione, che non si affida alla percezione dei sensi o all’osservazione distaccata della realtà, ma assume su di sé e incarna, con un’inquietudine urgente, i pieni dell’esistere e i vuoti d’aria del ciclo infinito e astorico dell’inizio e della fine, della caduta e della rinascita, del “cadere, mimando la fine”.
Questo il punto più alto della raccolta: mimare la fine, osservandone da vicino e dall’interno le maglie più strette, e in questa finzione che è poesia ricostruire senza timori la propria inequivocabile, friabile umanità.

La paura per faglie sottili
scenderà fino a perdersi.
Allora ci rialzeremo
con occhi che non rimargina
il buio non medica.

© Carmen Gallo

Nota: recensione scritta per il Premio Castello di Villalta

Mala Kruna di Franca Mancinelli

Immagine 002Titolo:  Mala Kruna

Autore: Franca Mancinelli

Editore:  Manni Editore, 2007

Sono già trascorsi quasi sei anni da quando è uscito il primo libro di Franca Mancinelli Mala Kruna, che in croato significa “piccola corona di spine”.  Fra qualche mese vedrà la luce il suo nuovo libro, che contiene le poesie scritte in questi ultimi anni. Sono già apparsi alcuni inediti, sia in importanti antologie come La generazione entrante. Poeti nati negli anni Ottanta, a cura di Matteo Fantuzzi (Ladolfi editore, Borgomanero 2011) e Nuovi poeti italiani 6, a cura di Giovanna Rosadini (Einaudi 2012), che su importanti riviste come Poesia Luglio/Agosto 2012 N.273 dell’editore Crocetti.

In sintesi la poesia della Mancinelli si fortifica nel tempo, diventa più materica. Per questo, parlare dell’opera prima Mala Kruna, connessa all’intervista rilasciata dalla stessa autrice a Lorenzo Franceschini, assume un’importanza notevole ai fini della comprensione. Si spiegano i punti di svolta, gli attimi del cambiamento, e anche i luoghi verso cui la poesia della Mancinelli potrà spingersi.

Mala Kruna rappresenta un’opera prima di impatto, compie una metamorfosi che attraversa le prime età della vita, un libro guida per una crescita interiore dove il corpo non solo è prolungamento del proprio essere, ma anche e soprattutto contatto primario con la terra, con la materia. L’esergo che apre il libro sono dei versi tratti dal ventiseiesimo canto dell’Inferno Dantesco: “né dolcezza di figlio, né la pieta/ del vecchio padre, né ‘l debito amore”che narra gli abbandoni degli affetti per conoscere il mondo, per attraversare quello che siamo attraverso il ricordo: “dal giorno che non rispondi allo sguardo/ cresce la ruga sul gomito il ricordo,/ sui tavoli dell’asilo non segui/ l’impronta non pensi/ che oltre la giostra/ c’è ancora lui che dorme in fondo,/ e non lo vuoi svegliare”.

Il libro sembra costituito da stazioni letterarie precise, che scandiscono non solo le età e il viaggio verso la stagione adulta, ma anche la regolarità della vita, i suoi progetti interiori spesso abbandonati o ripresi in altre sfaccettature. Una delle cose più importanti e ricorrenti che trapelano in Mala Kruna è  il traguardo dell’accettazione di sé.

Il primo capitolo del libro “Oltre la giostra” tratta gli spazi dell’infanzia, le sue innumerevoli fantasie, le sue radicali aperture al mondo. “questo paziente ostinato amore/ nel gesto che fai di muovere passi/ avanti e indietro nella sala, mentre/ col braccio e un ginocchio fingi/ di addolcire una cuna sulla sterrata/ come dondola il mondo e le cose/ di nuovo tremano, anch’io/ sarò nel buio”. Il colloquio sembra animato da una proiezione di sé e dalla figura astratta di un adulto, che é una bussola, un punto di riferimento e smarrimento costante: “sospeso nel volo breve di un cenno/ “stanco e non torno indietro”/ nitido lo starnuto/ del cuore. “Prendi una medicina”/ ma lui guarda lontano/ l’orizzonte senza credermi/ e non so quale lotta poi continui/ più grande, e che gli ricolmi un giorno./ Restano i suoi occhi lontano,/ oltre la linea mobile del grano.” O anche come nella delicatissima Certezza: “ lui ancora veglia ogni vena sul viso/ cauto che il pianto di smorfia o febbre/tacesse custodito/ nell’abbraccio che è il vestito/ macchiato di ogni giorno”. Quest’ultimo è l’unico testo del libro che porta un titolo, come se sottolineasse una sicurezza. La poesia di Franca Mancinelli si propone a frammenti, come un grande poema fatto da piccoli tasselli di energia, pieni e completi.

Il secondo paragrafo Il mare nelle tempie si apre alla scoperta del corpo, non più verso di sé, come può valere nel periodo dell’infanzia, ma verso gli altri, nelle grandi reazioni dell’adolescenza. “un filo di luce da vetro a porta/ teso a farmi parlare dentro l’ago d’amore/ all’inizio del corpo”. Così ogni cosa si modella nel vivere e la lingua si risveglia dalla sua antichità per ritrovare il passo e la durezza del descrivere. Ogni domanda non può ottenere risposte ma quello che conta è esserci, poter invadere lo spazio con il proprio corpo che è in costante trasformazione, diventando vera materia, osso, parte del mondo. “Hai baciato il mio osso sporgente/ l’anca ramo ricurvo:/ svanisce il filo di sassi sulla schiena/ e ti siedo di fronte/ a radici aperte./ E’ un’immagine chiara, a lungo/ devo sfogliare prima che combaci/ ma ora che ricordo sono io:/ i lobi luccicanti appena incisi,/ un sorriso di fortuna/ dalla sua mano un fiore s’avvicina,/ apro gli occhi al lampo, e il taglio/ della luce è mio.”

Nei testi ci si trova spesso davanti ad un reale franato, che precipita nell’incertezza continua. L’amore verso l’altro è la conquista di una passione, di uno spazio proprio; conquista dell’istante esatto in cui le cose hanno gli accenti giusti per parlare e muoversi nelle possibilità, negli occhi pronti per guardare. “nella notte un estuario le tue braccia/ sono rami di quercia/ setaccio senza fondo/ sasso chiaro che precipita/ un granulo di terra che ci scioglie/ sono sempre stata qui/ all’inizio della vita/ guardando queste cose/ muoversi nei tuoi occhi”.

Con il terzo capitolo Nel treno del mio sangue, le domande iniziano ad ottenere le prime risposte, i pensieri si sciolgono, diventano promessa di vita, l’esistenza si può iniziare a concepire come esperienza comune. “quando mi dormi in mente/ la stanza ha il tuo profilo/ ed ogni cosa un posto/ come le vene./ Sei il figlio, e il piccolo animale/ fermo sulla terra/ annusata cercando la radice/ la traccia, la coda di una promessa/ che trattengo, fino a che è rotto/ questo bavaglio, e il pensiero/ si disegna nella linea/ aperta delle nostre mani”.

Tutto questo può anche finire o fermarsi, ma il viaggio è vita, non si può arrestare in nessun modo e per nessuna ragione. Bisogna in ogni istante di resa, rialzarsi, rimodellarsi al vivere, al quotidiano sempre più ordinario e ostile. “che qualcosa finisca/ e non resti l’affetto/ come spina nella bocca./ Così sciolgo la veste che le labbra/ fanno col buio punto dopo punto;/ sono in strada, tra le spalle non trovo/ un davanzale dove respirare/ intreccio le mani sul ventre e sono/ creta sul letto di un fiume di passi.”

L’ultimo capitolo di Mala Kruna si intitola Un rudere la casa e segna in modo indelebile la fine di un primo lungo viaggio, il compimento di una tappa tanto attesa.  Il ritorno ad un luogo primo, unico, come rudere, come luogo di appartenenza e di continua deriva e frammentazione. Ma queste frane sono fatte per smuovere, per collassare nelle parole dove il corpo diventa un’infinita costellazione di sensi e la sacralità degli atti acquista nuove forme e nuovi disagi. “ora in te è un rudere la casa/ franata in una notte, ora/ la betoniera mastica la calce,/ il tetto spiovuto, la preghiera/ che mantenevi aperta con le mani./ Di tutte le stanze resta/ l’incavo intonacato dello stomaco./ Tu pesti le sue pozze d’acqua stagna/ e la saliva che discende/ per essere inumata.”

In ultimo, la fine di ogni viaggio è una nuova partenza, come la conclusione di ogni libro o di ogni poesia, è sempre andare oltre, in ricerca costante. Non c’è altro che tornare e pestare con voglia estrema questa terra, questa materia che per Franca Mancinelli è la vita stessa: “guardo il buio con queste/ corde che si muovono, e ascolto/ la nave luminosa che si ferma./ Prenoto e annuncio ancora il mio partire:/ oltre la grata della porta il vuoto/ s’alza come una torre; e un altro/ vicino a me é ancorato/ e si sbriciola in passi sulla strada. E io non so/ se salgano o scendano le corde/ da questo pianerottolo, ma vedo:/ l’immagine di me che si spazienta/ entrare con i piedi su una terra/ morbida e pestata molte volte.

Clicca qui per leggere l’intervista a Franca Mancinelli

Qui puoi scaricare il pdf dell’articolo

Dialogo tra Andrea Cati e Franca Mancinelli

 

Andrea Cati dialoga con Franca Mancinelli

Cara Franca, leggendo le tue poesie mi sono ritrovato come costretto ad ispezionare la mia vita. La parola, per te, mi pare un modo per scavare alla ricerca di ciò che autenticamente sei. Ad una prima lettura in superficie, molti versi sono scritti con fulminea decisione – «quello che sono è una finestra» o «Maria come mi chiamo / nel profondo e più nascosto / viso» –, sembrano descrizioni della rappresentazione che hai di te; invece, più torno sui tuoi versi, più la tua assomiglia ad una poetica onirica, della soglia, in bilico tra la veglia e il sonno. Il viaggio di Mala Kruna (primo libro edito da Manni nel 2007) si fa sempre più una serrata introspezione attraverso il mezzo della parola. Ma in quale direzione sei diretta veramente? 

Dopo Mala kruna mi sono accorta che, in qualche modo, la pietra che pesava sulla mia vita era stata sollevata, spostata. Ne uscivo come quelle strane piccole creature che vivono negli interstizi, incerta se cercare di nuovo un nascondiglio o andare nella luce, cambiando pelle. Sono avvenute, credo, entrambe le cose: per quanto avrei voluto uscire con gli occhi nel mondo, mi sono ritrovata, inizialmente, murata in una stanza. Pochi gesti ripetuti all’interno di uno spazio chiuso che si confonde con il mio stesso corpo. Una situazione di asfissia e di prigionia, patita come una sorta di condanna, di dovere a cui tenere fede. È un po’ come mi fossi stretta le mani al collo, togliendomi la voce. In questa ritualità quasi ossessiva in cui sentivo di sprofondare, mi sono aggrappata al sonno come all’unica porta che si apriva. Così ho oltrepassato le pareti, mi sono ricongiunta agli altri. È vero che lo sguardo continua ad essere volto su di me, ma spero in un altro modo, rispetto a Mala kruna: forse ora meno legato ad un punto di partenza autobiografico, per quanto asciugato e incenerito già da allora.

Sono con te: sarebbe riduttivo sostenere che le tue poesie sprigionano la loro forza da un  piano meramente autobiografico; non si può nemmeno dire che non parlino di te o che l’io lirico sia assente. A me sembra che il tuo sguardo sia aperto alle cose che fanno parte del tuo vivere quotidiano, ma a ciò si integra una “riflessione poetica” sulle questioni universali dell’uomo: quali sono le “questioni aperte” alle quali concedi la tua voce?

Credo che dietro a questa concentrazione dello sguardo sui minimi gesti di ogni giorno ci sia una fortissima ricerca di senso. Un senso del vivere, dell’esistere, cercato nella sequenza di azioni che dobbiamo compiere quotidianamente, una volta usciti dal sonno e messi i piedi a terra. Fuori dal letto si aprono cunicoli, percorsi obbligatori, attraverso cui siamo spinti e dai quali usciamo, spesso con occhi ormai ciechi, solo verso sera (così nella poesia è il carnefice che ti alza presto). È come se dietro ogni gesto si avvertisse la possibilità di liberarsi dal gorgo, e insieme la possibilità di disfarsi, di disperdersi nello spazio. Appena fuori dal rito o dal cunicolo, si è sulla soglia di un annullamento. Quello che in Mala kruna era sentito come un “franare” e uno “scucirsi” interno, un venire meno delle difese contro la parte più oscura che portiamo in noi, qui è come una sottilissima faglia aperta sulla terra, che può diramare e crepare tutto il suolo.

Leggendo le tue parole capisco che per te la poesia, in questo momento, è uno strumento utile per divincolarsi dalla routine quotidiana. Ma più in generale, per te, cos’è poesia?

Non intendevo proprio questo. Non credo che la poesia sia un “divertere”, un deviare dalla nostra quotidianità. Credo anzi il contrario, che la poesia possa condurci nel profondo delle azioni e dei gesti che fanno la nostra giornata. I versi si scrivono in me, spesso, proprio mentre sto facendo qualcosa come lavare i piatti, spazzare, camminare, guidare. È come se calandosi nella densità sorda della materia ci sia data ad un tratto la possibilità di risalire stringendo qualcosa che assomiglia a un inizio, a un’esca. In un verso può aprirsi una grande riserva di gioia, di bene. È la nostra occasione per tornare, senza inquietudini e debiti, in un silenzio animale.

Il discorso diventa interessante. La poesia sembra che per te nasca da una sorta di ispirazione, che poi diventa parola, corpo lessicale ritmato in una sua forma precisa. Baudelaire, criticando i poeti romantici, sosteneva che “l’ispirazione è lavorare tutti giorni”. Credi anche tu nel lavoro del poeta che non si sottomette all’ispirazione miracolosa, ma fa in modo che essa accada, venga incontro alla sua volontà?

Sì, certamente. Bisogna essere così ostinati da sparire dentro quello che si aspetta, come certi cacciatori che finiscono per perdersi tra i boschi, si lasciano inghiottire dai cespugli. Bisogna mettere in conto questo rischio. E alla fine accettare l’idea di avere ucciso (e di essere stati a nostra volta, in parte, uccisi). Di un fiore ci resteranno quattro petali secchi in mezzo a un libro, del volo di una farfalla due ali infisse a uno spillo. Tutto il lavorio che viene dopo la “cattura”, la cosiddetta “officina” del poeta, si regge, per me su un filo sottilissimo teso tra istinto, ossessione e pazienza. La poesia è così viva che può sembrare una presunzione contenerla in una forma definitiva. E, una volta compiuto questo difficile e duro lavoro, ci si trova a guardarla con lo stupore e la pena con cui si torna a fare visita agli animali in gabbia, augurandosi che non si ammalino, che la loro esistenza continui il più possibile felice, adattandosi ai confini di quel nuovo spazio.

Dopo l’officina del poeta, dopo la preparazione del corpus testuale, la poesia è sottoposta alla lettura e all’ascolto di critici letterari, amici, lettori e poeti. La pubblicazione rende condivisibile la propria arte e soggetta al giudizio dell’altro da sé. C’è chi relativizza l’importanza del pubblico e scrive per se stesso o per una propria e pura ricerca, chi cerca di immedesimarsi nel solco di una tradizione letteraria, chi, ancora, per una stretta cerchia di critici letterari e poeti. Tu, invece, a chi ti rivolgi? Ha senso, oggi, proporsi a un pubblico vasto di lettori?  

Può sembrare un atto di ostinazione senza speranza scrivere poesia nei nostri anni. Una stupenda poesia di Giovanni Giudici, Alcuni, dice bene l’insania tenace che muove alcuni fragili e solitari, sordi ai richiami della concretezza. Ed è “pensando a loro”, intingendo la penna in questa piccola cerchia di consanguinei e fratelli, che è possibile scrivere, nonostante tutto. Un altro maestro in questo ostinato andare controcorrente è Fabio Pusterla (vedi il suo ultimo libro, Corpo stellare).

Non si può ignorare la forte barriera di silenzio che c’è attorno alla parola poetica. Dunque scrivo respirando questo vuoto che la circonda e pensando ai maestri che lo hanno attraversato. Quel tu a cui mi rivolgevo in Mala kruna pretendendo una vicinanza che venisse anche prima della parola, proiettando una richiesta assoluta di riconciliazione e di amore, ora credo sia infranto.

Grazie a Franca Mancinelli per il tempo dedicato. 

Andrea Cati

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Franca Mancinelli è nata a Fano nel 1981. Ha pubblicato un libro di poesie, Mala kruna (Manni, San Cesario di Lecce 2007; premio opera prima “L’Aquila” e “Giuseppe Giusti”). È inclusa in diverse antologie, tra cui Il miele del silenzio. Antologia della giovane poesia italiana, a cura di Giancarlo Pontiggia (interlinea, 2009), La generazione entrante. Poeti nati negli anni Ottanta, (Ladolfi editore, 2011), e Nuovi poeti italiani 6, a cura di Giovanna Rosadini (Einaudi, 2012). Collabora come critica con «Poesia» e conaltreriviste e periodici letterari.

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da Nuovi poeti italiani 6, a cura di Giovanna Rosadini Einaudi, Torino 2012 

secchi sparsi nella stanza,
quaderni vuoti.
Lo sai che torneranno
a frantumare come infiltrazioni
ma piangi pure e impara
dalle grondaie colma
acquasantiere
sulla porta dove ognuno
si medica le mani.

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lasci la pelle sul lenzuolo
come una biscia al cambio di stagione
e un sacchetto di semi
per il deserto che sta arrivando
oltre le reti, le dighe
colme senza rimedio.
Dovrai seppellirti
tornare calda radice.

**

dormivo su una pagina ogni notte
bianca. Il mattino
un’ombra del mio peso, alcune pieghe
e subito voltava: proseguire
è questo a capo del principio,
bocca che passa calore
all’aria come potesse svegliarsi
essere ancora salvata.