Fortissimo

Matteo Bianchi, Fortissimo (recensione di Sandro Abruzzese)

Fortissimo

La differenza, quando passavo la sera con l’auto sul cavalcavia dietro casa, stava tra chi credeva che i lampioni fossero solo singoli lumi, alla stregua di soldati messi a forza in riga, piegati sotto il peso del loro cieco obbedire, e chi sceglieva di proseguire, invece, e li vedeva uniti senza i margini degli elmi, o i fili delle lampadine; un flusso indistinto fuori dagli schemi e dall’opposizione cava dell’acciaio.

Dei versi di Matteo Bianchi una volta ho scritto, riferendomi a La metà del letto (Barbera 2015), che hanno il dono di liberarsi subito dell’autore. Il filo dei pensieri, l’ondeggiare di particolare e universale, le lente litanie e le vertiginose accelerate, tutto dopo poche righe diviene nostro e ci lascia proseguire in compagnia di quel filo. Anche Fortissimo è un solco che diventa subito nostro, fatto di labili confini attraversabili, di brevi passaggi leggeri o intensi.
C’è nei versi di questo autore, lo dicevo e va confermato, quell’idea di eterno consapevole che tutto è “uno scherzo, uno sbalzo di stagione”, e pure che ogni inezia relativa all’amore, nella nostra perpetua questione privata che è la vita, rimane tutto.
C’è poi lo sguardo che si fa tangibile e traduce nelle forme plastiche un mondo fatto di oggetti quotidiani e luoghi dall’apparente insignificanza: bollitori, suppellettili, treni.
Bianchi conserva, a distanza di anni, il senso della misura, l’equilibrio, ma in Fortissimo (Minerva 2019) la mescolanza di brevi prose diaristiche e poesie segna un’altra tappa del suo percorso, una sorta di lenta emancipazione, sincera e convincente, dalla forma. O meglio, l’equilibrio della sua frase regge l’assenza di argini e gerarchie, e forse in questo caso riesce ad accentuare ancora quell’oscillare tra profondità e superficie che resta uno dei suoi tratti peculiari. (altro…)