Formebrevi Edizioni

Fabrizio Strada, da ‘In male aperto’

Cavallette di mollette

Domenica 170.
Sono giorni che ti aspetto nel vivaio di Stalin.
Dì addio per sempre alla tua vita e vieni con me a fare il
fiore.
La pace è un morbo.
Qui invece facciamo la guerra tutti i giorni
travolti dalle tempeste di polline,
esausti, la sera raccogliamo i corpi dei nostri fratelli
e ci addormentiamo sulle radici,
come in un torrente di vene respiriamo
la materia dei nostri antenati.
L’unica volta che ho accettato il vostro bene,
l’ostia è scesa di traverso,
aprendo un canale di conquiste.

* (altro…)

Viviana Scarinci, Annina tragicomica

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Viviana Scarinci, Annina tragicomica. Prefazione di Anna Maria Curci. Postfazione di Viviana Scarinci, Formebrevi Edizioni
Collana: Prosa | ISBN: 9788894161922 Pagine: 90; € 11

Ha un nome al diminutivo seguito da un aggettivo composto la ricerca di Viviana Scarinci che dà voce allo scarto, al residuo, alla gratuità contrapposta all’immediatamente utilizzabile, catalogabile, smerciabile: Annina tragicomica. Il nome è fortemente evocativo, in più direzioni, dal significato originario dell’ebraico Hannah, che ha a vedere con la grazia, alla spontanea associazione con Anne, Annette, Nannine, Annie, Nannarelle, che popola le nostre teste al solo pronunciare il nome (Anna Frank, Anna Magnani, Anna dei miracoli, Annie Vivanti; ma, innanzi a tutte, Anna Perenna, la sorella di Didone, divenuta divinità proprio nella regione natia dell’autrice, quel Lazio nel quale Marziale, menzionato in quest’opera, collocava un luogo di culto). Annina mette, in piena consapevolezza e quasi con fiera sfida, la maschera del teatrale per giungere a noi e manifestarsi, appunto, con la grazia sublime e la verità misconosciuta che Kleist attribuiva alla marionetta.
Annina tragicomica esplora e invita a esplorare altre modalità di accesso alla conoscenza. Indica subito in un aggettivo, «secondario», il punto di partenza e la meta alternativa. Nell’individuare questo angolo di visuale, Viviana Scarinci da un lato evidenzia espliciti richiami intertestuali in particolare alla sua opera Il significato secondo del bianco, dall’altro si inserisce in una linea di ricerca che la vede accanto a Eva Strittmatter, la quale già nel 1983 aveva intitolato, in maniera divertita e provocatoria, una sua raccolta di testi Poesie und andere Nebendinge, vale a dire “Poesia e altre cose secondarie”, nonché accanto a Felicitas Hoppe, nei cui romanzi Pigafetta e Johanna l’io narrante indaga in «stanze secondarie». (altro…)

Anteprima: Viviana Scarinci, Annina tragicomica

Viviana Scarinci, Annina tragicomica. Prefazione di Anna Maria Curci, Formebrevi Edizioni
Collana: Prosa | ISBN: 9788894161922 Pagine: 90; € 11.

La tragicommedia è un tipo di componimento nel quale a vicende gravi e dolorose proprie della tragedia fanno da contrasto a spunti e procedimenti propri della commedia. Tale mescolanza genera spesso dei risultati sorprendenti sia dal punto di vista narrativo che da quello linguistico. Si inquadra in questa modalità Annina tragicomica, terzo libro di poesia di Viviana Scarinci, autrice tanto poliedrica quanto anticonvenzionale. Nella poesia contenuta in questo suo ultimo libro, Scarinci vede una sorta di rivendicazione sui generis “la poesia può rivendicare il diritto di ognuno ad ascoltare parole diverse da quelle che si aspetta”. In questa tragicommedia che si situa tra prosa e poesia, Anna è l’altra da sé, in ogni caso un’identità femminile “in febbrile attesa di tutte le parole che non sono state ancora pensate” per definirla. “Parole che vengono dal basso, dall’esperienza che di primo acchito è sempre muta, piuttosto che dall’alto, di uno scopo o da un sapere che sa già il fatto suo perché codificato in modo ineludibile» scrive Scarinci nella postfazione. Come afferma Anna Maria Curci nell’introduzione a questo libro: «Annina si oppone alla rinuncia e al soffocamento, alla menzogna travestita con gale e merletti, al trafugare, per distruggerli, i reperti. Sta, imperterrita eppure consapevole del rischio fatale, “molto vicino al bordo”, fruga, un po’ Antigone e pur sempre Anna (sorella Anna?) tra “queste alture brulle” e intanto pensa “dovrebbe cercare tra il cocciopesto, i destinatari di questa maledizione”. Possiede, la sua ricerca, un fondo e un fondamento prezioso, trascurato da molti: “Fremono gli oggetti spiati, sotto l’universo che li ignora.” e, aggiungo io, se la ridono di qualsiasi catalogazione, ché etichettarli come “versi” o “prosa”, come argomenta Viviana Scarinci nella sua Postfazione, è anch’essa manovra fuorviante». Quelli di Scarinci sono versi che denunciando il loro continuo legame con la prosa e con la componente saggistica che ha sempre contraddistinto la scrittura di questa autrice, raccontano da capo più di una vecchia storia ma cercando parole nuove per dirla.

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da Bambole e bambine. Prima parte

20.
La stroncatura aggiunge una differita ai semi del melo che germogliano complici della clemenza di altri allacciamenti. Nascono abiti dagli orli vivi per Eve esposte a un nuovissimo malaffare. E anche queste cercano il loro precariato a partire da un niente, da un dolore da nulla per mangiarsi adagio e dal principio la mela, a fettine sottili.
28
Todos los gestos de mi corpo quest’uomo possiede ed essendo riproducibile qui solo parte dei miei piedi sbiechi, in questo specifico caso sarebbe la mia persona quando si apre come un fiore a rivelare la soglia che non ha caduta avendo fondo rosaceo perché fermo dove sono.
30
Madura e reclusa, pequenina, calada, indifferente. Esterno città a solo un passo. Provare la parte, saperla: calata da altre mani, come carta da gioco su un tappeto di cardi mariani, abbandonato il capo che è possibile immaginarti nell’istruzione di stare ferma.

*

da Annina tragicomica. Seconda parte

4
All’inizio succedute cose erano timidi progressi, fattezze pronte e contigue a disserrare la stessa agonia, io – noi, non che osassimo sfiati descrittivi a divaricarne il glossario ma contare avremmo dovuto, patire racconti nel numero dato anziché collezionare garze, guanciali che il battiloro riduceva spessi il micron dell’ennesima defezione, contigui l’altra durata dei giorni, liminari il loro ammanto di battigia non combaciata.
11
Annina sapeva ciò che si doveva fare: non svagarsi con lo sversamento di qualche liquidità, dibattere con l’apparente assenza di avvenimenti, rivendicare con tutt’altro dalle parole. Ma improvvisamente accadde che le cose bruciate dall’incendio e quelle che smisero di funzionare, persero anche la sventura del deperimento e sopraggiunse il problema di doverle smaltire.

***

L’AUTRICE
Viviana Scarinci (1973) Vince nel 1995 il Premio Grinzane Cavour, per la sezione Scrivere i Colori. È due volte vincitrice del Premio Lorenzo Montano (nel 2014 sez. raccolta inedita e nel 2016 sez. una poesia inedita). È autrice di poesia con La favola di Lilith (ARK Records, 2013) e Piccole estensioni (Anterem, 2014). Curatrice de L’isola di Kesselring (Apeiron, 2002) e dell’edizione italiana di Rakasta minut vahvaksi, Amami per rendermi forte di Aino Suhola (L’Iguana Editrice, 2013). Per la saggistica è autrice di un ebook monografico su Elena Ferrante (Doppiozero, 2014). Suoi testi sono presenti in numerose antologie. Ha scritto tra gli altri per Nuovi Argomenti, Nazione Indiana, Leggendaria, Doppiozero, Il Segnale, L’Ulisse. Si occupa del fondo librario di poesia di Morlupo. È co-redattrice di Formebrevi Edizioni. Gestisce il Centro Culturale Libellula.

COPERTINA
La copertina di Annina tragicomica è di Klaudia Ka. Nata nel 1984 a Varsavia, dove vive e lavora, oltre che di pittura, si occupa anche di graphic designer. I suoi quadri si trovano in collezioni private in Polonia, Regno Unito, Belgio, Germania, Italia, Macedonia, Canada e Stati Uniti. Il suo sito web è: http://klaudiaka.art.pl

“La ferita distorta dell’agire” di Giovanni Duminuco (con una nota di Viviana Scarinci)

La ferita - cover

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Giovanni Duminuco, La ferita distorta dell’agire, Formebrevi Edizioni, 2016

Di spazi subalterni alla parola tra le pieghe consumate del sonno annovera l’errore il divenire nel mare mostro fino alla linea del nero: adombra il tratto del volto al cospetto del mondo, la fuga capovolta negli occhi ripresa la spalla ossuta del tempo: trattiene il lascito tra queste corde maledette che ci legano alle cose nell’attimo che trafigge il senso per abitare il nulla, nel verso di rassegnazione.

***

È breve il tragitto della pioggia nel valico del sangue, tra le maglie di un corpo parlato ai percorsi della materia: divide il dire, scompone la scia ripercorsa, la piega invernale sulle assi scorticata, i gusci di pietra in un angolo per farne un fuoco, incendiarne i pori lungo la via dell’errore, nell’intreccio delle vite o nelle viti nodose che divorano le finestre: implora il canto, l’arco, la lira nella quiete scomposta avulsa ai mutamenti, l’ellisse vacante districata nel lungo oblio dell’ombra, ai sospiri sottomessi alla pausa del corpo per sottrazione di essenza.

***

Sono le strade da percorrere, i nomi della morte lamenti di ruggine restituiti all’incastro dei corpi: tu dovevi ed io nascondevo le parole nel gelo dei giorni divorando la pioggia tra le foglie, dimenticando il nome, la voce spezzata nei versi che scorrono il vento.

***

Quale mare dovevi navigare sulla zattera di pietra, quale lido mortale approdare nei giorni del nero? Nella notte riparata dal sonno dei giardini percorsi dalle mani, inseguendo gli sguardi che imprigionano l’abitudine della fine, mai compresa, nell’ora che insegue il tempo del ricordo, le increspature dell’acqua, il fuoco e la tenebra (giardino di memoria, dove riposa il sangue) nella notte che morde la voce dei tuoi passi, quale mare volevi annegare?

***

Sul muro oltre il bianco dell’occhio travolge il senso attraverso una sequenza ininterrotta di atteggiamenti del corpo, lo spazio assecondato una presenza senza posa nella dimensione di un attraversamento dell’altrove: ripercorrere i presupposti della beatitudine, la parola soffiata alla luna che muove nel bianco lattescente (le ossa del tempo, una rotula contesa a morsi).

***

Il corpo che mi apri trattiene il graffio nella forma di artiglio, l’ombra che abita dentro nei tagli sulle braccia la fronte non possiamo che fingerla nel nome che altri dicono, scoprendo le direzioni dei sorrisi immaginati, la tenebra nella calma australe delle spighe inginocchiate al lamento della tempesta imminente.

***

Ricordo il cielo trafitto dalle mani, nascosti tra le mura ora sotto la scala incendiata nel tremore degli inverni improvvisi: il cielo che incombe sulla testa la pioggia pesante, la testa mai svuotata. Preferisci andare oltre, verso la consolazione dell’oblio, scacciare il peso della bestia che divora lo specchio d’acqua dove ogni cosa annega e nel veleno che sgorga dagli occhi piangere lacrime di pietra per ricomporre lo spazio disgregato, tagliare in due quel nome che non è mai stato.

***

Solleva lungo il sentiero pescoso le mani esposte all’onda i lamenti dell’errore alterni al male, nutriti ai declivi della sera. O questi giorni dissennati lontani dalle cose cominciate, nel guizzo che attraversa i passi inesplosi le parole incrociate nell’angolo dove muore il senso e incombe il respiro contraddetto, gridato alle nebbie insonni, per andarsene al buio senza saluto.

***

Rivela la forma nel vuoto traverso
del gesto silente ai ventri rigonfi
di sabbia, appesi alle corde dei giorni
gridati dell’ultimo grido (appreso)
tra ruvide braccia di madre che smembra
patisce le doglie del nome mai stato
tenuto sepolto nel fango, ingrato
alle voglie dei vinti. Ascolta il frastuono
del vento che giace tra queste parole,
invoca il ritorno per chiedere il conto
del sonno: di ciò non abbiate timore
né d’altro, se non del vivere invano.

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L’arte della separatezza – di Viviana Scarinci

Il primo disagio che affaccia al momento della lettura de La ferita distorta dell’agire di Giovanni Duminuco è che questo libro dichiara apertamente la necessità di negare l’apparenza delle cose, o, meglio, di separarle da quanto si ritenga di poterne dire. Quello che Peter Carravetta nella postfazione dichiara essere un passaggio “dalla riflessione storica già teologizzata al nichilismo” appare per altri versi una volontà del poeta di separare prima di tutto la parola da quel tempo che sembra in qualche maniera determinarla e contenerla.
Già attraverso l’opera prima Dinamiche del disaccordo, con la quale nel 2013 l’autore si aggiudicava la XXVII edizione del premio Lorenzo Montano, veniva ratificata la possibilità di una dinamica altra. Si trattava di una scrittura che risuonava in modo profondamente diverso: esemplificato fin dentro la forma del testo, il linguaggio finiva per ricoprire un ruolo inedito nell’ambito del discorso poetico. Come indicava Giorgio Bonacini nella postfazione, una poesia, quella di Dinamiche del disaccordo, posta in modo “disarmonico” rispetto all’apparenza.
Se per certi versi è il processo di identificazione a determinare l’efficacia di un testo, il disagio di cui sopra è stato anche ciò che mi ha consentito di superare quella pretesa identificativa che da lettrice, quasi inavvertitamente, richiedo al linguaggio dell’altro, in modo che questo mi rassicuri dicendomi quello che anche io riscontro nelle apparenze e quello che già so della realtà.
Invece lo scenario alterato illustrato da questa separatezza che Duminuco sembra usare come vero e proprio assunto del libro non consegna lettrici e lettori né a un tempo storico riconoscibile, né tantomeno a quel mondo surreale, cui spesso si pensa quando appare chiaro che chi scrive orienta la sua ricerca parallelamente a quanto ci è noto e si vede, “[f]rammenti in estasi sul volto murato inganna l’attesa lo spazio coscritto al lascito inerme, immemore fuga tra i volti compiuti nei rivi abitati per forza di cose” (p. 77).
In queste pagine capiamo che non si tratta di una registrazione subcosciente esercitata da una ragione che ammicca nei confronti di una certa rarefazione del reale. Rarefazione a volte compiuta dall’immaginario poetico per superare ciò che è negato allo sguardo di chi legge, pur restando il movente non dichiarato di chi scrive. Non abbiamo in Duminuco insomma nessuna ricostruzione alternativa di quanto la storia o l’individuo ritenga di dovere metabolizzare attraverso la letteratura.
Quella che leggiamo in questo libro è una poesia priva degli accapo, giocata di seguito sul rigo o meglio lanciata dal poeta alla ricerca di un incontro con il senso e con la scansione ritmica che chi legge è chiamato ad attribuire alla pagina, senza in effetti la presenza di alcun parametro di riferimento. Tuttavia il senso ignoto di tanto dolore non viene aggiudicato da una partita, disputata tra l’autore e chi legge. Il guadagno proposto da questa lettura, semmai, riguarda un aggiustamento, necessariamente ipotetico, tra il proprio e l’altrui che necessita di svolgersi in un ambito non particolarmente libero. Ed è infatti l’assenza della scansione del verso a condizionare quell’aggiustamento meglio che nel rigore di altre scelte poetiche, “[d]iventa impraticabile la strada dei nutrimenti quando il verbo espone al gioco degli strazi, attenua la visione dell’esistere in un bagliore inconsistente per sua natura o per nostra voluttà di esporci alle contraddizioni, ricercando il nome là dove si consuma ogni cosa” (p.70).
Senza indugiare in una rarefazione di maniera che mitighi l’assunto di base, Duminuco presenta un significato antagonista rispetto a quello del sapere discorsivo, ma anche rispetto a chi intende il linguaggio alla stregua di una stella fissa e ben localizzata, reperibile entro un orizzonte in cui l’a priori è la visibilità e non la separatezza necessaria a una vera ricognizione dell’ignoto. Sia che si tratti di una ricognizione storica che di un passaggio individuale analizzato entro il proprio linguaggio poetico, quella condotta in questo libro è un’operazione complessa atta a scindere le parole dal sottile travaglio linguistico che potrebbe riconsegnare l’esperienza al passato piuttosto che al futuro.
“Divarica il sonno ad occhi aperti ricercando un riparo tra le ossa, le carenze della notte il fine ultimo rappresentabile nel ricordo lontano dove ogni cosa muore e nella morte rievoca il nome che siamo stati, in un tempo restituito alle ombre” (p. 31). L’autore rivela che può accadere una divaricazione tra il linguaggio che esorbita mentre dice e l’agire che esemplifica soprattutto un’ipotesi relativa ai propri trascorsi. Questa separatezza attuata pagina dopo pagina serve a dimostrare che le azioni più sorvegliate linguisticamente sono quelle in cui la ferita è più tracciabile nel momento esatto che determina una sorta di cronicità tanto degli atti che nel linguaggio poetico, “[d]el corpo che non siamo, del vuoto che restringe la ferita, il non essere cantato dai poeti lì nel vortice dove finge il pensiero e la parola espone al vento tra le cose ripiegate nel cerchio la rivolta dei corpi” (p.53).
Se a monte c’è il linguaggio che, articolato da una ferita, ha appena la possibilità di denunciare la propria inattendibilità, a valle non può esserci che il corpo dalla stessa ferita che oscura ogni visione plausibile di sé stesso. Ciò accade pressoché sempre, salvo quando il modo di guardare la realtà non venga modificato da un linguaggio che prenda progressivamente atto di questo agire distorto. A me sembra che Duminuco spesso riesca nell’ingratitudine di questo proposito.