Fleur Jaeggy

Ritorno a Freiburg. Nota a ‘Una sognatrice a Trieste’ di Claudio Segat (di Luca T. Barbirati)

Claudio Segat, Una sognatrice a Trieste, Treviso, Santi Quaranta, 2017, pp. 174, € 13

Dove stiamo andando?
Sempre verso casa
Novalis, Enrico di Ofterdingen

Perché si può desiderare la fuga dal proprio paese? Cora Sorgfalt, l’indimenticabile illustratrice botanica di Claudio Segat, non teme la sincerità e, fin dall’inizio del romanzo, confessa di essere fuggita perché si sentiva in pericolo. Alla fine degli anni ’90 del ‘900, nel Baden-Württemberg non c’era la guerra, non c’era una violenza sulle donne maggiore a quella di qualsiasi altro periodo, né tanto meno c’era la povertà. Tuttavia, nonostante questo, mancava l’essenziale che per Cora vuol dire il suo spirito creativo, la sua esistenza interiore e, in definitiva, la sua utopia. Anche se questa utopia, vale il caso di dirlo, sconfina il campo semantico comune e copre quello che altri autori hanno chiamato felicità (Guido Morselli), consolazione (Stig Dagerman) o trentesimo anno (Ingeborg Bachmann).
È la necessità di fuggire al già visto, al già vissuto. È l’innamoramento sbagliato che ti traghetta verso l’amore di sempre. Fuggire è l’inizio del viaggio che ti porta a casa. Cora lo sa, o meglio Claudio Segat lo sa e grazie alla sua maestria – paragonabile solo a quella di Fleur Jaeggy – ci dona un gioiello perfetto che ci fa sperare, ridere e piangere a fianco della dolcissima Cora. È questo il compito della letteratura. Il suo tourbillon – complicazione delicata quanto geniale – non è dissimile a quello dei suoi predecessori letterari, uno su tutti all’Io bachmanniano del racconto Il trentesimo anno.
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Nuovi giorni di polvere di Yari Bernasconi. Nota di Federica Giordano

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Yari Bernasconi apre la raccolta poetica Nuovi giorni di polvere (Edizioni Casagrande, 2015) con un tono che si impone all’attenzione e che colpisce per maturità espressiva, soprattutto se riscontrata in un autore nato nel 1982.
Il prologo della Lettera da Dejevo pone il lettore nel bel mezzo di una narrazione storica che, per la sua essenzialità, sembra guardata da molto lontano e con occhi puliti. Questo testo mi ha ricordato moltissimo il gusto del poeta Reiner Kunze, in particolare la poesia Die Mauer. Come per Kunze, anche per Yari le architetture fisiche, i muri e le loro ombre sembrano diventare metafore della condizione esistenziale dell’uomo e delle sue esperienze.

Un muretto si tiene in piedi, quasi fiero.
Come in attesa di un’esecuzione.

La prospettiva neutra da cui Yari guarda e racconta è quella di una Svizzera osservatrice e mai partecipe, di cui l’io narrativo è portavoce. Si oppone a questo, un “tu” impersonale multiforme, un altro da sé che continuamente porta alla vista i resti delle devastazioni, mostra come una guida gli itinerari altri che hanno portato alla morte. Si rileva dunque in questo confronto una colpa, una malcelata condanna di questo comportamento che si potrebbe definire “politicamente omertoso” e di cui il singolo porta il peso.

M’accompagni fra le macerie come si fa con i bambini:
lo sguardo teso ad una mia colpa vaga,
levigata dal tempo e dai luoghi. Non vedi?

Il freddo della città estone e il suo viso deturpato vengono rievocati con la semplice elencazione delle strutture devastate, quasi come se l’autore riuscisse a descrivere le cose semplicemente nominandole. Emerge da queste pagine una cittá-corpo, i cui pezzi vengono passati in rassegna chirurgicamente, in modo che il resto non sembri mai fossile, bensì pezzo macabro e mutilato. Leggiamo di “costole di case”, “esofago di terra”, “tubature sradicate” etc. Anche a questo proposito tornano alla memoria delle pagine di poesia tedesca: mi sembra pertinente il riferimento a Porzellan – Poem vom Untergang meiner Stadt del tedesco Durs Grünbein. Anche per questo episodio poetico, l’autore si avvale di immagini geografico-corporee che hanno come fine quello di enfatizzare efficacemente il senso di morte della città, e quindi, di morte collettiva. Il popolo muore insieme con il suo luogo.
Grünbein e Bernasconi condividono anche il movimento pendolare della memoria, passando da un prima ad un dopo il momento della tragedia, che rappresenta la cesura storica e personale. Per Durs, il momento viene stigmatizzato dal crollo della Frauenkirche, la più bella chiesa barocca di Dresda, che era rimasta “in piedi con la spina dorsale rotta” dopo il bombardamento. Per Bernasconi la visione è invece quasi sempre postuma, guarda con gli occhi di chi sopraggiunge dopo, e può solo ricordare o ricostruire uno scenario precedente.
Leggendo questi versi, ho ripescato dalla mia memoria musicale la Trenodia del compositore polacco Penderecki. Questo musicista realizza una musica bifronte: dissotterra la storia descrivendola come una cronaca e scandaglia pericolosamente la psiche. Il procedimento e la scelta espressiva, a mio parere, non sono dissimili dagli intenti di Bernasconi, che usa parole anziché suoni.
Una poesia per la galleria ferroviaria del San Gottardo e Sul treno per Zurigo sono a mio parere i testi dove meglio si interpreta l’origine dell’autore. Al di là del contenuto, qui Yari lascia liberamente affiorare il carattere svizzero, sale leggermente la temperatura affettiva dello scritto. C’è un legame particolare con i treni e con le case che si vedono dal finestrino. Yari stesso mi dice che è proprio nei treni che gli svizzeri trascorrono la maggior parte della loro vita. E proprio questo aspetto colpisce se si pensa a quanto nel treno si sia spettatori e null’altro del viaggio che si staglia davanti a noi. Notevole il testo Warschauer Strasse, dove l’autore scrive:

senza tornare né arrivare:
essere a casa, qui con te, sentirlo
da una lingua straniera.

La dimensione dell’andare diventa radice di appartenenza al punto tale da trovare l’Heimatgefühl in una lingua straniera. A proposito di ciò, va detto che il bagaglio espressivo degli autori sembra arricchirsi della lingua straniera che padroneggiano, quasi come se prendesse voce in qualche modo anche il “possibile dire in altro modo”. In Nuovi giorni di polvere i fantasmi delle lingue straniere appaiono spesso tra i versi dello svizzero Bernasconi.
L’atmosfera è morigerata in tutto il libro. La lingua di Yari non cede alla seduzione estetica, è una lingua che ricorda a tratti la prosa di Fleur Jaeggy, solo meno delicata e più maschile, con qualcosa di più perentorio. La cifra irrinunciabile di queste pagine è la sospensione dell’effetto speciale e il coraggioso abbandono del morboso per destare nel pubblico\lettore\fruitore una reazione immediata, a vantaggio di una lucida osservazione che non rinuncia tuttavia al commento. In altre parole, l’asetticità dello sguardo di Yari non cade nell’afasia, anzi riduce il pensiero all’essenziale. Ed è proprio in questo aspetto, che trovo Bernasconi abbia dato un interessante contributo: mi sembra molto onesto avvicinarsi alla storia in questo modo e credo che come tutta la buona Letteratura, questo libro ci porti all’attenzione un importante atteggiamento etico che per sua natura, sfugge dal singolo per risuonare nella sfera dell’universalità.

© Federica Giordano