Firenze

A mare Firenze

Ho letto con piacere questo libro del giornalista e scrittore Simone Innocenti anche perché si inserisce perfettamente in un percorso analitico che avevo iniziato a definire in relazione al rapporto tra la città di Firenze e le acque non solo nel “difendere” il senso dei gommoni su Palazzo Strozzi del discusso Ai Weiwei, ma soprattutto in continuità con il bel lavoro di Simona Baldanzi. Se nel caso del cammino di Simona, una volta arrivata a Firenze prosegue lungo il suo Arno fino alle foci nei pressi di Pisa (città che almeno da qui, sembra aver perso il suo rapporto con le acque), in questo caso l’altrettanto bel lavoro di Simone Innocenti esplora Firenze alla ricerca di quelle tracce dimenticate o rimosse di una città che con le acque, salate o meno, ha sempre convissuto. Confesso subito che provo spesso un po’ di prurito quando “sniffo” aria di campanilismo, ma in questo caso, pur essendo palese e finemente esibita la fiorentinità dell’autore, è assolutamente vero che la sua presenza nel narrare ci conduce dentro una Firenze che può anche “deludere” perché “elude” il suo rapporto con il “museale”, con il cielo dei terrazzi e la sporgenza terrosa dei bugnati, per calarsi nella città reale, quella delle storie piccole, quotidiane, attraverso lo scorrere acqueo dei marciapiedi, dei muri, delle finestre. Diciamo pure che per questa navigazione Innocenti si presenta come il migliore dei timonieri arrivando a proporre un lavoro assolutamente preciso e accurato. L’impressione che salta subito agli occhi è che in questo lavoro, a differenza dello scritto “politico” e militante della Baldanzi, la ricerca di Innocenti (che ricordiamolo è innanzitutto un giornalista) sia più tesa al rimettere assieme tutti quei frammenti che si sono dispersi nella crescita di una città che ricorda se stessa solo per cartoline e mai per esperienza vissuta. Firenze Mare è il lavoro di un “cittadino” che ricostruisce attraverso una memoria culturale e popolare una nuova interpretazione per una città complessa come Firenze.
Torniamo però al principio, perché ho veramente letto con piacere questo testo che riesce a presentarsi non come l’ennesima nuova Guida ai misteri di Firenze, ma cerca stimoli, tracce, indizi della suggestiva ipotesi dell’essenza marina di Firenze, non solo tra strade, canti e ponti ma anche nella tradizione culturale di una città che è stata veramente “attraversata” per secoli, e il libro in questo senso si presenta come un mappa letteraria in cui ogni angolo sembra essere stato tracciato, narrato, descritto da chi inconsciamente sperava di trovare il mare dietro ogni piega di strada. Ecco questo libro può essere una lezione per noi profani, viaggiatori, immigrati, viaggiatori, turisti a cui Firenze ancora resta come una città di pietra, le cui strade sembrano intagliate e scavate. Ecco, ci dobbiamo arrendere a questa nuova sana liquida percezione che non è solo un modo di mostrare “affetto” al luogo in cui il narratore è cresciuto, ma anche una lettura che dovrebbe fare aprire occhi e orecchie a chi “usa” una città solo sulla base della certezza di un cammino saldo su pietre e senza il coraggio invece di provare ad attraversarla bagnandosene.

Simone Innocenti, Firenze mare,  Giulio Perrone editore 2017

© Iacopo Ninni

A passo di fiume

baldanzi_maldifiumeQuando da queste parti piove tanto a lungo, il primo pensiero dei più anziani va soprattutto al fiume. La Sieve in realtà non fa più tanta paura, ma vederla gonfia infilarsi sotto il Ponte a Vicchio in direzione di Pontassieve dove cederà all’Arno il carico suo e degli affluenti, qualche pensiero poco leggero lo lascia sempre, e anche voi che restate ancora allibiti davanti alle foto di quella Firenze annegata, non lasciatevi confondere perché anche qui basta poco per rinnovare il ricordo di quel novembre del 66 quando anche e soprattutto la Sieve, contribuì a quell’inferno. Maldfiume, sicuramente il migliore dei libri di Simona Baldanzi, non esce a caso nell’autunno del 2016 perché dopo 50 anni è doveroso ricordare e farsi carico di un’ondata di dubbi, di paure, di incertezze che ancora devono necessariamente ripartire da un antico rapporto uomo-fiume che è stato anche territoriale, denominativo, progettuale.

Maldfiume è la narrazione di un cammino, esce per Ediciclo editore all’interno della collana “La biblioteca del viandante” diretta da quell’infaticabile camminatore che è Luigi Nacci. Un percorso che nasce sul Passo della Calla, Monte Falterona e a passo di fiume (in)segue il corso dell’Arno fino a Pisa, portandosi dietro tutti gli incontri, i dialoghi, gli scorci, i ricordi che sono legati al fiume.
Con questo libro Simona Baldanzi esce (finalmente?) dal Mugello e dopo averci narrato il declino economico e ambientale di queste terre (Figlia di una vestaglia blu, Fazi editore), superata la Via degli Dei (Il Mugello è una trapunta di terra, ed Laterza), superata la Sieve, arriva alle sorgenti dell’Arno per iniziare a raccontare un rapporto uomo-natura che non è più solo locale, ma diventa patrimonio culturale, ambientale, mnemonico, sociale di una comunità più ampia. (altro…)

Di gommoni, arte e alluvioni

image1Ora che è stata inaugurata l’attesa retrospettiva di Ai Weiwei, svelando quindi l’incanto a cui lo spettatore potrà e dovrà abbandonarsi; pensiamo sia giusto dare un contributo al dibattito che si è acceso attorno all’ennesima polemica gigliata sulla possibilità di integrare in ambito artistico ciò che è legato alla storia e ciò che è contemporaneità e innovazione. Senza ripetersi molto su tematiche già affrontate, vi rimandiamo all’interessante articolo uscito su il giornale dell’arte.com, che traccia con lucidità una storia impietosa del faticoso rapporto che ha la città museo con il contemporaneo, a partire  da quella querelle quasi dimenticata (dico quasi, solo perchè risorta improvvisamente dalle ceneri dopo anni di silenzio) a proposito dell’episodio della loggia di ingresso per il Museo degli Uffizi assegnata nel 1998 (sic!) ad Arata Isozaky vincitore del concorso internazionale, ma mai realizzata, grazie anche alla stroncatura imposta da Vittorio Sgarbi. Mentre quindi, col passare degli anni il tono del dibattito attorno alla loggia oscilla tra il politico e l’artistico, noi ci ritroviamo oggi ad affrontare il dubbio relativo alla coerenza e utilità culturale e sociale dei gommoni di Ai Weiwei posti sulla facciata di Palazzo Strozzi, immagine iconica fortissima che oltre a scatenare temuti sensi di colpa e “memento” della contemporaneità, tanto irrita anche chi probabilmente neanche sa o ricorda chi ha progettato e costruito il suddetto palazzo. Se sono assolutamente “parole nel vuoto” il provare a evidenziare l’equilibrio e la coerenza con gli archi di Benedetto da Maiano, diventa surreale in un dibattito così sbilanciato indicare la suggestione necessaria e imposta da parte dell’artista, affinchè la città intera diventi spettatrice di se stessa con uno sguardo “attraverso” i gommoni e imparare così a non dimenticare mai. Certo, parliamo di tradizione, di Rinascimento, qualcuno potrebbe forse attaccarsi al fatto che gli Strozzi fossero mercanti ma non navigatori. Ma se proprio dobbiamo evitare un qualsiasi confronto artistico (tormentone assai radicato nella Firenze moderna e contemporanea) e non addentrarci nella forza iconica delle installazioni di AI Weiwei (gli zainetti del progetto “So sorry” alla Haus der Kunst di Monaco di Baviera e i 15000 giubbotti di salvataggio sul colonnato della Konzerthaus di Berlino) possiamo con molta serenità affrontare il dibattito sulla “tradizione” e approfondire il rapporto storico che potrebbe avere Firenze con quei gommoni. Parliamo di storia allora, parliamo dell’antico rapporto conflittuale tra Firenze e le sue acque. Città attraversata da un fiume il cui sbocco al mare venne strappato alla nemica Pisa solo nel 1406, oramai troppo tardi per approfittare dei porti per traffici già affollati, un Arno tanto benigno quanto feroce, che più volte nel corso dei secoli ha invaso la città e le cui acque nel 1966 non mancarono di stigmatizzare la loro presenza su palazzi, persone e opere d’arte. Così quei gommoni oggi nel loro “sstampa-dellalluvione-del-1864tare” in maniera assolutamente indolore, senza lasciare ferita o traccia irreversibile, (ma arrivano o partono?) non possono che arricchire di memoria anche i pochi giorni che mancano a un doloroso cinquantesimo anniversario a cui la città sta inconsapevolmente andando incontro. Che si voglia o no, i gommoni di Ai Weiwei fanno comunque bene: che siano un memento perpetuo di partenze o arrivi o in una visione alla Saramago, siano appoggiati lì come solo un avvertimento, una precauzione per il futuro.

© Iacopo Ninni

Al diavolo, ovunque sia.

Marradi 23 01 1916

Se dentro una settimana non avrò ricevuto il manoscritto e le altre carte che vi consegnai tre anni sono, verrò a Firenze con un buon coltello e mi farò giustizia dovunque vi troverò.
Dino Campana

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Dino Campana, Al diavolo con le mie gambe, L’orma 2015

La raccolta di lettere di Dino Campana che Chiara di Domenico ci presenta nel volumetto Al diavolo con le mie gambe,  inserito nella collana “I pacchetti” di Orma Editore, offre un ritratto del poeta che rende nuovamente giustizia al guastafeste che cento anni fa comparve come un fulmine nel ciel sereno di una Firenze abbottonata e culturalmente bigotta per esplodere poi, postumo ma necessario e fondamentale nel dibattito culturale degli anni successivi alla sua morte. Gli episodi legati al rapporto con Sibilla Aleramo e le leggende associate alla sparizione del manoscritto originario rischiavano di delimitare la sua poetica e la carica culturale nei confini di una figura problematica, di passaggio: il paesanotto, il violento, il vagabondo, l’esiliato, la macchietta destinata a scomparire entro breve nella sua stessa incostanza.  Il Dino Campana che emerge da questa selezione è sì una figura tormentata, incostante ai limiti dell’incoerenza all’interno delle stesse poche righe, ma le cui argomentazioni, le riflessioni, la volontà di ricerca e di espressione, appaiono dolorosamente e consapevolmente schiacciate tra  la coscienza spesso sarcastica di essere perennemente in fuga da prigioni (la Marradi natia, il liceo di Faenza, l’ambiente culturale fiorentino, la terapia e l’internamento definitivo)  e il muro di gomma della compassione se non della derisione. La consapevolezza dolorosa emerge, riga dopo riga, data dopo data, ma non dà mai adito alla disperazione e alla rassegnazione; è una lotta fino alla fine quella che avrebbe volontariamente potuto consegnare al diavolo Campana, una lotta sedata dalla trappola sociale più violentemente banale; l’internamento, la reclusione fino allo spegnimento e la morte. (altro…)

Cartoline persiane#4 – di Andrea Accardi

Sandro_Botticelli_-_La_nascita_di_Venere_-_Google_Art_Project_-_edited

Caro Rhédi,

l’Occidente crede molto nell’emancipazione delle genti attraverso la cultura. Lo dimostra la fila interminabile che c’è sotto il sole di fine giugno davanti agli Uffizi di Firenze, dove si può ammirare tra le altre cose la Donna sulla conchiglia di tal Botticelli, maestro del Rinascimento italiano. Dopo avere aspettato per ore sudando e sbuffando, sono finalmente entrato. I quadri erano naturalmente sotto vetro, ma una disposizione strana delle luci rendeva impossibile vederli interamente. Da vicino, comparivo io in primo piano, sovrapposto al dipinto. Mi sposto, e metà tela è coperta di riflessi. Mi allontano ancora, ed eccomi di nuovo, stavolta rimpicciolito di sbieco, come quel pittore spagnolo che aveva inserito sé stesso in una propria opera di corte, leggermente defilato. Diventavo così un marinaio fiammingo, uno spettatore del Calvario, l’incarnazione di una Virtù… Mi trasformavo insomma in un personaggio per ogni quadro, e tutto grazie a quell’eccentrica illuminazione. Vedi, Rhédi, quelle che sembrano apparentemente sviste e strafalcioni in realtà sono il modo italiano per raggiungere la perfezione. Pensaci, l’America non è stata scoperta navigando nella direzione sbagliata? E la stessa Torre di Pisa, non deve forse alla stortura la sua fama? Qui ogni errore umano è in realtà qualità aggiunta, colpo d’ali, rivelazione del genio. Questo sì che è Umanesimo!

Ps: Nei prossimi giorni prenderò da Livorno la nave per la Sicilia… Chissà dove arriverò in realtà!

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Del suicidio di razza.

L’atto del commettere suicidio nasce, si sviluppa e si compie attraverso una complessità di dinamiche, che sono superficialmente riconducibili all’idea generale del senso di colpa: sia esso generato verso se stessi, verso l’altro, verso gli altri.

Non può quindi passare inosservato nel momento in cui l’atto in sé può diventare testimonial di un senso di colpa collettivo, per il valore della causa apparentemente scatenante e soprattutto per il grado di interazione con l’altro da sé; elementi che d’altra parte, inevitabilmente contribuiscono all’annullamento definitivo della persona.  Il suicidio diventa quindi “notizia del suicidio” e va ad assumere una sua valenza nella giustificazione collettiva; sia esso atto di disperazione o atto purificativo.
Quanto di più rassicurante il suicidio del violentatore o dell’omicida, quanto di più confermante il suicidio dell’imprenditore fallito o del disoccupato, quanto di più pietistico il suicido della madre depressa che si uccide col figlio.

Quello che è successo giovedì a Firenze, non apre un nuovo “filone”; facilmente si inserisce in quella disperazione, che oggi è naturale affidare a chi non riesce a stare al passo. Quello che invece spaventa e che trova conferma in un esemplare articolo di Andrea Inglese uscito su Nazione Indiana (la frase nazi) è la permanenza non più latente  di un pensiero a mio parere comune, che si avvicina all’idea nazista di razza, tale per cui ogni atto sociale, viene attribuito o valutato in relazione alla cultura presunta che lo potrebbe generare. Andiamo ai fatti:  un ragazzo di 31 anni, africano, arrivato in seguito ad uno dei tanti sbarchi e che viveva in un palazzo occupato della periferia fiorentina, si toglie la vita gettandosi sul cortile. In mancanza di cause certe o scritte, se non è per espiazione  di un qualche peccato, niente di più naturale,  matematico, che assicurare le ragioni di questo suicidio, alla necessità di un permesso di soggiorno. Questo ci fa sentire complici  del dramma in sè, attribuendo la nostra idea di pietà all’assolvimento di un destino e contemporaneamente  ci rassicura pensare che l’atto compiuto trovi fondamento nell’impossibilità di assolvere un aprioristico dovere legale che retoricamente, formalmente, apparentemente  rende una persona degna di equa pietà e dignità: le parole non nascono a caso, stiamo parlando di PERMESSO: cioè dell’autorizzazione ad essere presente o meno in quel luogo.
Il problema nasce quando tale causa viene sfatata. Lo status di rifugiato era stato o no concesso? Quanto di più destabilizzante per il pensiero comune (i quotidiani parlano infatti di “mistero”) pensare che un 31enne, africano, formalmente “illegale” possa essere degno della stessa pietà che si concede alla disperazione di un imprenditore fallito o della madre che si butta col figlio dal balcone. Del resto il ragazzo in questione, viveva in un palazzo occupato, dormendo su un materasso, i suoi compagni raccontano che soffriva di depressione.
E allora dove sta il mistero? Non è che forse permane il bisogno di giustificare razzialmente, culturalmente anche quest’atto?  L’articolo di Andrea Inglese in questo caso è fondamentale perchè scardina dalla latenza un pensiero fin troppo scontato di relativismo antropologico, che non si ferma solo all’identificazione culturale di un reato (lo stupro), ma anche a quella del Diritto ed è presumibile pensare che ancora, quando parliamo di Africa, sia sempre più rassicurante immaginarsi il negretto che vive nella capanna, e che sia quindi naturale  pensare che si possa sopravvivere in situazioni tali o peggio ancora immaginare il fatto che sia socialmente impensabile che il destino di chi reputiamo “inferiore” non possa dipendere esclusivamente che da noi.

Jacopo Ninni

Luce prigioniera

Fine pena mai

Non c’è lieto fine
nella malta che
si sgretola sotto colpi di
luce.
Noi abbiamo seguito
a tentoni
la processione di porte
lasciando brandelli
di pugni
sulla pelle dei muri

              …Bella mia
Ti scrivo da un luogo
che non esiste più
non è un’amnistia di ricordi
solo un rancore dissolto
che si libera
nella sospensione di polvere.

Iacopo Ninni

Sar6Nel 1883, l’antico monastero delle Murate di Firenze, che vide tra le sue “ospiti” Caterina de Medici, poi regina di Francia, è stato trasformato in carcere, diventato poi durante il ventennio e fino alla liberazione di Firenze, luogo di raccolta e interrogatori di prigionieri politici e partigiani.

Un luogo chiuso, segretato alla città, da sempre destinato alla detenzione, il cui nome stesso “Murate” non può concedere altra chance.

Nel 1985, in seguito alla costruzione del nuovo carcere di Sollicciano, il complesso delle Murate che copre un’area di circa 2700 mq tra Via Ghibellina e via dell’Agnolo, venne abbandonato. Solo nel 2001 sono iniziati gli interventi di restauro che lo hanno trasformato in un’area residenziale e commerciale.

Prima dell’inizio dei lavori, 12 fotografi fiorentini furono invitati a documentare ciò che era rimasto della struttura. Le opere furono presentate in una mostra curata da Mauro Magrini dal titolo Luce prigioniera, a cui si aggiunse un gruppo di poeti per commentare le fotografie.

10 anni dopo, il Caffè letterario delle Murate, Mauro Magrini e Elisa Biagini, che ha curato gli interventi poetici, hanno riproposto Luce prigioniera.

solo 1500 n. 56 – Poveri pioppi, povera poesia

solo 1500 n. 56 – Poveri pioppi, povera poesia

Eravamo tutti pronti a sorbirci la solita estate di polemiche letterarie, di Tizio che rispondeva a Caio, da tal quotidiano all’altro. Eravamo pronti a lamentarci: “Vabbè le solite balle, d’estate non sanno come vendere i giornali, da una parte il calciomercato, dall’altra le polemiche letterarie”. Invece con una mossa a sorpresa, a Firenze,  si inaugura il primo Parco Poetico. Venti massi, piazzati ai piedi di altrettanti pioppi bianchi (che temo non sopravviveranno), con sopra attaccate targhe (che ricordano le lapidi o i riconoscimenti dei premi letterari di infima categoria), sulle quali sono incise venti poesie sul tema della natura. Vi basterà leggere il testo della foto per capire di cosa stiamo parlando. L’iniziativa è a costo zero (per il Comune) (ma non a impatto zero) e ci mancherebbe pure che qualcuno avesse tirato fuori soldi pubblici per questo scempio. Ma davvero la poesia deve ridursi a questo? Veramente possiamo permettere che un’iniziativa talmente indegna possa restare impunita? Ma poi a Firenze come si permettono? Dante dovrebbe averla resa immune da tali scempiaggini. E nemmeno un minimo rispetto per Mario Luzi, che proprio dall’altra parte dell’Arno abitò? Cosa facciamo?  Ci si arma di trapano come suggerisce Alessandro Raveggi “come farebbero i poeti veri, se ancora ci fossero” oppure si va sul posto a protestare (iniziativa promossa da Martino Baldi, leggete Qui)? Nel frattempo speriamo che la poesia non soccomba e che i pioppi resistano, turandosi il naso. (e ricantiamo “una canzone triste, triste, triste, triste, triste, triste, triste come me”).

Gianni Montieri

Remo Fasani sul carteggio con Cristina Campo (intervista di Laura di Corcia)

Da dove partire, per costruire un edificio, se non dalle fondamenta? E, giacché l’uomo di pensiero può essere accostato per somiglianza a uno stabilimento fatto e finito, possiamo tranquillamente utilizzare questo paragone per introdurre un capitolo della lunga storia di Remo Fasani che secondo noi possedeva già in nuce tutto il suo percorso futuro, di uomo, studioso e poeta. Trattasi del soggiorno fiorentino (dal 1950 al 1951), un anno importantissimo e costellato da amicizie – intellettuali e affettuose – che l’allora studente, fresco di laurea, si portò con sé una volta rientrato in Svizzera, in quei Grigioni che già gli avevano dato i natali, prima, e poi a Neuchâtel, dove insegnò per anni letteratura italiana all’Università. Fra tutti questi rapporti, spicca per intensità e durevolezza quello con la poetessa Vittoria Guerrini, alias Cristina Campo, autrice di saggi e di raccolte di valore come La Tigre Assenza, sofisticata traduttrice di Hölderlin, John Donne e Simone Weil. Remo Fasani l’aveva conosciuta grazie all’intermediazione del suo compagno Leone Traverso, che con lui condivideva la passione per la traduzione dei poeti germanofoni, primo fra tutti Hölderlin. Durante il soggiorno fiorentino, i due si frequentarono assiduamente, quasi tutti i giorni. Una volta tornato in madrepatria, non ruppero i rapporti, ma anzi li nutrirono con un carteggio assiduo e profondissimo, intellettualmente sofisticato. Le lettere che Fasani scrisse alla Campo sono purtroppo andate perse a causa dell’incuria degli eredi della poetessa, venuta a mancare prematuramente già nel 1977, a Roma, dove viveva con il compagno Elémire Zolla. Invece le missive della poetessa sono state gelosamente custodite dallo studioso svizzero, che poi decise di affidarle alla Biblioteca di Lugano, dove esiste un fondo a suo nome. L’anno scorso, per le edizioni Marsilio, hanno rivisto la luce, grazie al generoso lavoro della curatrice, Maria Pertile. A margine della pubblicazione, intitolata Un ramo fiorito, siamo andati a trovare lo studioso Remo Fasani, che, dopo aver vissuto lunghi anni a Neuchâtel, ora abita a Grono.

Professor Fasani, lei frequentò molto Cristina Campo da giovane. Il carteggio è una testimonianza di questo affetto e di questa stima. Come la definirebbe?

Intensa. Nella conversazione era molto affabile, aristocratica. Anche se c’era sempre in lei qualcosa di impulsivo che non riusciva a frenare. Forse la condizonavano anche le sue origini ebraiche; ma a dire il vero durante gli anni fiorentini la religione aveva un ruolo marginale. Ripeto, Cristina Campo era intensa. Intensa fino alla violenza, a volte.

In che senso?

Nelle lettere a un certo punto si vede che ci fu un raffreddamento dei rapporti. Il motivo fu la sua insistenza. Pubblicò un saggio a mio nome, Dell’attenzione (ora contenuto in Gli imperdonabili, ndr), senza prima chiedermi l’autorizzazione. In realtà il saggio era molto profondo e le idee che aveva esposto mi trovavano d’accordo. Quindi mi sarei dovuto sentire onorato da questa attribuzione. Ma mi arrabbiai per le modalità; avrebbe prima dovuto verificare la mia disponibilità. E non lo fece.

Per quale ragione agì così?

Le faceva comodo avere la firma di un uomo. Quelli erano anni in cui la questione delle donne non era ancora stata affrontata. Se la cavò con una scusa. Visto che aveva citato solo le mie iniziali, attribuì lo scritto a Renzo Fiamma e chiuse così la questione. Ma io mi indispettii in ogni caso.

Non ci furono episodi analoghi?

Leggendo le lettere si può notare quanto insistette perché mi recassi a Firenze a vedere la mostra sui grandi pittori del Quattrocento da lei stessa curata.

Il suo rapporto amoroso con Leone Traverso fu molto travagliato. Con lei ne parlò mai?

Sì, si sfogava molto. I due erano in crisi ma lei sosteneva ancora quella relazione per una sorta di idealismo. Si vedevano raramente, ma lei mi ripeteva sempre che quella relazione non fosse ancora giunta a conclusione, su un piano spirituale. Soffrì molto per questa faccenda.

E come mai, a suo parere, questa poetessa è stata esclusa dal Parnaso dei grandi poeti del Novecento?

Potremmo parlare della sua conversione e di questo lato caratteriale, ma in realtà si trattò anche di una questione politica. Non è mai stata accolta nelle antologie del Novecento perché aveva una cultura di destra, mentre a quei tempi l’intellighenzia letteraria di profilava più a sinistra. Comunque è inconcepibile che sia stata esclusa in questa maniera. Le poesie prima della conversione sono meravigliose. Io credo che sia una delle voci più autorevoli del secolo passato. E non parlo solo della sua poesia, anche della prosa. Alcuni suoi saggi sono perfetti, il massimo che ci si possa aspettare.

Dal carteggio possiamo evincere anche un brillante confronto sulla vostra produzione poetica.

Sì, Cristina Campo mi aveva eletto a suo lettore ufficiale, anche su pressione della madre. Teneva molto al mio giudizio. Mi sottoponeva qualsiasi testo scrivesse. E anch’io le sottoposi parecchie poesie.

A Firenze incontrò anche altri intellettuali. Chi le rimase nel cuore?

Mario Luzi. Anche con lui ebbi uno scambio abbastanza importante. Gli sottoposi le mie poesie e lui le apprezzò (la raccolta Qui ed ora, ndr). Col tempo capii che il suo tempo era limitato e che non riusciva nell’intento di seguire bene il cammino poetico altrui.

Com’era Firenze, in quegli anni?

La guerra era finita da poco, erano anni tranquilli. Mi è rimasta nel cuore. C’erano maestri importanti, come Roberto Longhi, Attilio Momigliano. Seguivo le lezioni di De Robertis e di Migliorini. Seguivo le loro lezioni con molto interesse. Ma avevo capito che avevano dei limiti. E che in Italia esistevano dei baronati inattaccabili. Per esempio, Gianfranco Contini. Nessuno poteva permettersi di confutare le sue tesi. Io lo feci scrivendo un saggio sul Fiore, da lui attribuito a Dante. Nel mio studio spiego che la cosa è impossibile, perché l’Alighieri morì prima che il poemetto fosse scritto.

© Laura di Corcia

(pubblicata su ««Cenobio»», rivista di letteratura del Canton Ticino)

Solo 1500 n. 41 – Firenze lo sai (o-scurantesimo)

Solo 1500 n. 41  – Firenze, lo sai (O-scurantesimo)

Ammettiamo che tu abbia comprato una piccola casa, accollandoti un cospicuo mutuo, ammettiamo che questo mutuo sia composto da rate mensili, oscillanti tra i 450 e i 600 euro, ammettiamo, in alternativa, che tu sia in affitto, stesso esborso mensile più o meno. Aggiungiamo, naturalmente, che tu abbia delle bollette da pagare, abbonamento ai mezzi pubblici, treni ecc.; mettiamo il caso che tu abbia bisogno di mangiare. Facciamo (per ipotesi) che tu sia un precario oppure un lavoratore a tempo determinato, e che il tuo stipendio mensile sia di poco più di mille euro. Ci sei fin qui? Bene. Diciamo che tu sia uno scrittore o aspirante tale, e che abbia un romanzo o  una raccolta di racconti pronta. Tu pensi che sia il momento di pubblicarla, che il tuo lavoro valga ma non sai come fare, non sai a chi rivolgerti, oppure l’hai fatto ma senza risultati. Mi segui? Perfetto! Stai tranquillo, da oggi, i tuoi problemini da piccolo scrittore saranno risolti dal Festival dell’inedito. Come? Molto semplicemente, tu ci mandi il tuo manoscritto e noi lo esaminiamo, lo valutiamo, ti consigliamo, ti abbracciamo, ti diamo uno stand, una penna bic, un paio di quaderni, un panino con la salamella e qualche gadget. Fico, vero? Ti chiediamo, soltanto, un piccolo sacrificio  da fare in nome della cultura, se preferisci chiamalo: investimento per il futuro; per un mese dovresti non pagare l’affitto, o non mangiare, o farti prestare dei soldi (avrai un amico no?) perché noi costiamo più o meno 500 euro. Molto poco non trovi? Che ne dici? Ma che fai, canti? “Per questo canto una canzone triste, triste, triste, triste, triste come me”.

Gianni Montieri

qui un articolo di Jacopo Ninni sull’argomento

qui la lettera aperta degli scrittori fiorentini (e non)

Se Milano piange, Firenze non ride

Il 21 marzo si è celebrata la giornata mondiale della poesia; in un modo nell’altro, per dovere o per necessità, ci si ritrova a parlare di poesia, per rileggere poesie note e per proporne di nuove, per ascoltare le voci di altri o per ricordare voci (ahimè troppe) appena andate. Questo accade in un momento in cui a Firenze per esempio, dopo ben nove edizioni che hanno portato poeti italiani e di tutto il mondo a leggere i loro testi dalle Oblate a Villa Romana, dalla Villa Medicea di Castello alla Badia Fiesolana, “Firenze Poesia.Voci lontane-Voci sorelle” rischia di morire. Attenzione però, stiamo parlando di Firenze, città che quanto meno per tradizione, dovrebbe mantenere il ruolo di culla della lingua, città che ospita la Biblioteca nazionale, città che raccoglie centinaia di migliaia di turisti, studiosi e viaggiatori attorno ad un patrimonio storico, culturale e architettonico unico al mondo. Attenzione dunque perchè, se da una parte possiamo provare ad immaginare che un festival perda i finanziamenti per “la crisi” e per la scarsità di fondi, uno può provare a mettersi l’animo in pace, turarsi per un attimo il naso e adeguarsi per un periodo, si spera limitato a quel principio che ha dominato la nostra terra negli ultimi 15 anni tale per cui, la “cultura non porta ricchezza” e provare ad attendere albe migliori. Poi però ti guardi attorno e non solo vedi che sono sparite iniziative molto meno costose come “Ultra”, ma che improvvisamente, udite udite, compare dal cappello di qualche geniale creativo, un’iniziativa chiamata “Il festival dell’inedito” (http://www.festivaldellinedito.it/), una kermesse a cui dovrebbero partecipare autori esordienti selezionati da nomi più o meno legati al panorama letterario. Cito dal sito: “Un anno di Festival, tre giorni di mostra, incontri, presentazioni, per scoprire nuovi scrittori e sceneggiatori, nuovi stili e contenuti inediti.
Diciamola tutta, una sorta di Xfactor della letteratura per un paese dove il merito sta nel voto popolare ma soprattutto nel pollice ritto del benevolo “uomo pubblico del mestiere”, in questo caso personificato da Antonio Scurati.
Forza allora, voi scrittori in erba, poeti, narratori, sceneggiatori, tutti voi talenti incompresi che vi ostinate a mandare i vostri manoscritti a case editrici o a case di produzione che non accettano il vostro capolavoro, (…ma come è possibile: su facebook ho 200 mi piace e tu non mi pubblichi?), approfittate di questa mirabile iniziativa per assicurarvi il futuro e la fama e il tutto dopo un’iscrizione di soli 130 euro (e meno male che con la cultura non si mangia…)
che dà diritto alla lettura dell’opera e ad un giudizio qualitativo. Poi potete sperare di passare la selezione e allora con soli 400 euro potrete avere ADDIRITTURA uno stand dove pubblicizzare il vostro mirabile prodotto.Restiamo però coi piedi per terra, noi poveri illusi della poesia da leggere, noi che prima di scrivere amiamo ascoltare altri poeti e capire, confrontarci. Noi che pensiamo che in questo momento di disagio storico-culturale, la parola poetica sia necessaria come stimolo a un ragionamento sul linguaggio e sulla realtà: noi che crediamo che sia uno spazio di riflessione sociale,  politico ed estetico, non un allontanamento dal reale, ma un essere nel mondo, pienamente e consapevolmente, come sottolinea Elisa Biagini nella sua lettera allarme a proposito della probabile chiusura dell’evento. Ecco noi, per un attimo, valutiamo la realtà per quello che è e proviamo a pensare che in fondo ci troviamo davanti alla classica kermesse a cui siamo abituati, una deviazione di quell’altro baraccone che è il “Festival della creatività”, che se nel primo anno lasciava ben sperare, poi è diventata la fiera del “che si fa oggi pomeriggio?”. Proviamo a riderci su e sperare che forse anche per noi c’è o ci sarà spazio nel portafoglio di questa e altre amministrazioni. Proviamo, ma per farlo dovremmo evitare di leggere chi sono i membri che fanno parte della giuria che selezionerà i futuri letterati, perchè una volta che alla testa del cosiddetto “comitato dei garanti”, leggiamo il nome del sindaco, allora no, allora si capisce che qualcosa si è definitivamente rotto, che c’è veramente poco da ridere.