fiorenza mormile

Note su “Liriche di tecnologia infranta” di Antonella Bontae (di Fiorenza Mormile)

Liriche di tecnologia infranta, libro di esordio di Antonella Bontae, declina al femminile le assi cartesiane del canone: la crisi dell’età di mezzo che da Dante a Calvino si attraversa sulla pagina e la lirica amorosa dove l’inseguimento dell’oggetto d’amore, descritto in una serrata autoanalisi, dà senso al proprio percorso.
Assemblaggio petrarchesco, secondo e ultimo testo della sezione di apertura Amore, rimanda al Canzoniere (Rerum vulgarium fragmenta) come a voler enunciare il programma di assemblare lacerti lirici per ricomporre i propri “frammenti scomposti” (Alla stazione). Questo sintagma chiave individua la scomposizione che segue alla rottura: le “rime scomposte” di Notte d’agosto, il “viso scomposto” di Tristesse chopiniana, l’“odore scomposto della vita” di Una domenica. Ai fragmenta petrarcheschi rimanda anche il termine “infranta” del titolo.
Per “tecnologia infranta” Bontae intende certa spietata modernità che solo la lirica amorosa può spezzare. Con una specie di ossimoro evidenzia fin dall’inizio la componente violenta di questo amore dalle forme ossessive, denunciandolo come rovescio del disamore di sé “poco ama sé chi/ in tal gioco s’arrischia”.
Se il libro è in gran parte diario di un inseguimento amoroso dove domina la figura dell’altro ingigantita dall’assenza vi si registra anche la graduale acquisizione di un nuovo senso di sé, un’accettazione salvifica dei limiti nell’accettare senza angoscia “la propria finitudine” (Destino), perché “ siamo esseri umani/ e imperfetti” (La vita), deposta “la pressa dell’esistere da prima della classe” (Nessuno). La consegna da madre a figlia in A girl è “donati tanto amore”, riconosciuta come prima condizione di equilibrio esistenziale e di un corretto relazionarsi.
La malattia, ricondotta in Pioggia invernale “all’amore disatteso” che “provoca danni”, da figura reale e simbolica della crisi diventa, superata, motivo di rinascita. “Dopo un breve assaggio di premorte” (L’ospedale) tutto riacquista colore e sapore.
La dimensione autonoma dell’essere si realizza nella natura – quella verde di Essere e In bicicletta, non quella acquatica dai rimandi più cupi – ma anche nella lettura, nel comune sentire con amiche e sodali (Anna, A Virginia Woolf).
Pur non dimenticando lo scarto ineludibile tra persona reale e autorappresentazione letteraria sulla conciliazione prevale quantitativamente l’opposizione, che, come nota la prefatrice Barina è cifra distintiva del libro a più livelli. Senza entrare nel merito semantico di tutte le contrapposizioni basti ricordare qui il contrasto tra remore e sensualità “Da donna stilnovista (…) in un furore di lussuria/ con la mente smarrita/ sogno non un amore furtivo/ ma un amore lecito” (Incantesimo) ed evidenziare in altri due passi irti di antitesi l’autocritica formulata attraverso l’uso del tu: non sai coniugare romanticismo e femminismo (Autunno), “Avanzi/ con uno sguardo immobile/ irto di certezze/ e uno sguardo mobile/ irto di incertezze:/ sei una donna preistorica/ di pelliccia rivestita.” (…) vivi per briciole d’amore”.
L’assunto del titolo si realizza al livello del significante attraverso una sorta di pathos della discontinuità. Su una trama di scrittura contratta e minimalistica, affine alle linee essenziali di Mondrian, subentrano inattesi elementi di rottura: termini più arcaici e letterari, titoli in altra lingua, inversioni. Lacerare la pelle del testo con questi minimi slittamenti stilistici sembra la modalità prescelta per segnalarci le contraddizioni, l’irrisolto. Bontae non teme di mostrare le sue ferite. Così come non teme di porsi in controtendenza rispetto all’attuale fortuna declinante della lirica.
C’è contiguità tra le pagine che raccolgono l’essudato di confessioni e riflessioni e l’immagine di copertina. Il costume adagiato su un emblematico sfondo rosso rimanda al corpo nudo che ha contenuto e di cui reca memoria. Ne esce un libro personale, autentico e palpitante.

© Fiorenza Mormile

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Assemblaggio petrarchesco

So come Amore saetta
e come vola,
so cosa è l’anima vaga
e vedo a qual servaggio
e a quale morte,
a quale strazio va
chi s’innamora.

Con parole e cenni
vengo legata,
ad ogni altro piacere
sono cieca e sorda,
che il cuore di pensiero di lui
m’empie,
ma di lui di mie spoglie è altero.

So di certe doglie e
d’allegrezze incerte:
poco ama sé chi
‘n tal gioco s’arrischia! (altro…)

Eleanor Wilner, Tutto ricomincia. Recensione

tutto ricomincia wilner poetarum

Eleanor Wilner, Tutto ricomincia, a c. di Fiorenza Mormile. Testo originale a fronte, traduzioni di Maria Adelaide Basile, Fiorenza Mormile, Anna Maria Rava, Anna Maria Robustelli, Paola Splendore, Jane Wilkinson, Roma, ©Gattomerlino/Superstripes, 2016, € 12,00

«now everything is starting/ up again»: da questo verso tradotto il titolo del volume di poesia che presentiamo oggi, una raccolta della poetessa statunitense Eleanor Wilner (classe 1937) a cura di Fiorenza Mormile e con traduzioni di diverse studiose. La «visione culturale e collettiva della memoria» dell’autrice è impressa in quella che il regista teatrale Cesare Ronconi definirebbe come una «lingua verticale misteriosa»; scegliendo di attraversare il tempo, di penetrarlo e osservarlo con una continuità che travalica i secoli, i momenti, le opere citate nel testo, Wilner crea una poesia coerente, in cui la connessione rivelata fra l’uomo e la natura ma ancora di più fra l’autore, il lettore, e i tanti riferimenti bibliografici che nei testi si rintracciano, dichiarano una solida conoscenza della tradizione (più volte rimaneggiata e valicata) − della poesia anglosassone, ma non solo − e una necessità di guardare oltre, per costruire un linguaggio poetico stratificato. È nelle parole degli altri − soprattutto nelle immagini altre − che questa poesia cerca il proprio senso; non al proprio interno, dunque, ma nella visione delle cose. Non si tratta di una poesia che parla del sé (dell’io) e, se lo fa, non smette di tessere la tela che la congiunge al mondo, alla natura, e alla letteratura e all’arte che l’hanno preceduta: da Dante a Vermeer, considerando molti altri artisti. Proprio Fiorenza Mormile segnala, nel suo saggio introduttivo al libro, il superamento della tradizione affermando come Wilner sia in grado di «salvare il futuro riscrivendo il presente»: il titolo della raccolta di traduzioni è legato al testo di Everything is starting, che inizia così:

The snow is filthy now; it has been
drinking oil and soot and car exhaust
for days, and dogs have marked it
with their special brand of brilliant
yellow piss;
……………….for a week after it fell,
the snow stood in frozen horror
at the icy chill, and hardened
on the top, and then, today, the thaw:
now everything is starting
up again −

La neve è sporca ora; da giorni beve
petrolio e fuliggine e gas
di scarico, e i cani l’hanno marchiata
col loro piscio speciale
giallo oro;
…………….per una settimana dopo essere caduta,
la neve rimase in un orrore raggelato
per il freddo glaciale, e indurì
in superficie, e poi, oggi, il disgelo:
ora tutto
ricomincia −

Lo scarto definitivo con la Waste land eliotiana − secondo Mormile − è dato da una neve che porta all’occhio − poi − il disgelo, nuovo “momento” poetico che apre a una prosecuzione del testo.
C’è molta Italia nei luoghi di Wilner; c’è Firenze, e ci sono Pompei e Roma, ma ogni città o spazio è scorciato nel suo presente-passato, come in To Think What We Might Have (Pensare cosa avremmo potuto…): «Today − Pompei,/ on view: the ultimate interruption,/permission to blame nature for the failure/ to finish anything − to bake the bread, to put/ the kids to bed on time, sew the tattered toga, ice/ the wine, draw up your will, take the swill out back/ to feed the pigs, do some small kindness to the poor,/ write you senator (you hear that Rome’s gone/ rotten, and your taxes will be used for yet/ another war)…» (Oggi − Pompei/ in mostra: l’interruzione definitiva,/ il permesso di biasimare la natura per il mancato/ compimento di ogni cosa − cuocere il pane, mettere/ a letto i bambini in orario, cucire la toga strappata, mettere/ in fresco il vino, fare testamento, portare il pastone/ ai maiali, fare un po’ di bene ai poveri,/ scrivere al tuo senatore (senti che Roma si è/ corrotta e le tue tasse saranno usate per/ l’ennesima guerra). Il luogo fa da sfondo a un dire che conduce verso un altro dire: come se diventasse universale − e non solo particolare − il luogo che si sceglie.
Scrive ancora Mormile che il “confessional” è estraneo a Wilner, come si è già detto: una sottrazione rispetto a molte altre voci della sua generazione, dichiarata, ad esempio, nell’incipit di The interview:

Q. Who are your influences?
A. The poet who dressed in white and stayed in her room,
The one who wore a turban, rings, and famously took to her bed,
The one who killed herself, again and again, till she got it right:
These are the ones who showed me what I should not do.

D. Da chi è stata influenzata?
R. La poetessa vestita di bianco che se ne stava nella sua stanza,
quella con un turbante e gli anelli che non si alzò più dal letto,
quella che si uccise, più e più volte, finché non ci riuscì:
sono state loro a mostrarmi cosa non fare.

Le distanze di Wilner si moltiplicano qui così, assumono misure diverse, anche definitive, in rapporto al tempo e all’altrove, al dove ritrovare e ritrovarsi per osservare il mondo che ingloba il sé, fotografarlo e restituirlo ai versi; perciò il sé non è l’io poetico proprio ma la sua immagine, la sua proiezione in terza persona, che denuncia appunto una non appartenenza nei confronti di chi ha preceduto l’autrice e la poesia che l’autrice scrive. Un distacco nei confronti del proprio sesso anche, che Mormile ravvisa come un prendere le distanze dal “genere”, e che introduce un problema di “voce narrante” in quest’autrice. Eppure la voce narrante nella poesia di Wilner risuona limpida e comprensibile, verticale, coerente, perentoria ma in grado di accogliere, anche quando il punto di vista è sfocato o si fatica a cogliere. Ed è forse quest’ultima una le qualità più interessanti di questi testi che, in traduzione, non risultano mai tradire l’intenzione dell’autrice.

© Alessandra Trevisan

La tesa fune rossa dell’amore. Recensione

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AA.VV., La tesa fune rossa dell’amore, a c. di L. Magazzeni, F. Mormile, B. Porster, A. Maria Robustelli, Milano, La Vita Felice, 2015, pp. 268, € 18,00. I testi e le traduzioni sono delle singole autrici e traduttrici.

Tante autrici e tante traduttrici per costruire un’antologia che, da circa un anno, circola grazie alla pubblicazione de La Vita Felice: La tesa fune rossa dell’amore è una raccolta preziosa curata da Loredana Magazzeni, Fiorenza Mormile, Brenda Porster, Anna Maria Robustelli, che riuniscono tante voci quanti sono i modi – pensati, scelti, detti – per raccontare, in versi, il rapporto delle donne con il materno. Della complessità e del legame con la madre ha, sempre e spesso, parlato con più frequenza la prosa, non soltanto in Italia e l’ha fatto non soltanto il romanzo ma anche il diario – e, più in generale l’hanno fatto le scritture private anche, che sono state in grado di dare molto in questi termini. Molto ha dato anche l’immagine – e non si può fare a meno, in questa sede, di citare di nuovo il documentario del 2002 di Alina Marazzi, Un’ora sola ti vorrei, che ricostruisce la memoria del materno sul piano filmico ma lo fa servendosi di porzioni testuali private (i taccuini materni); lo fa attraverso l’immagine muta che prende vita grazie alla voce narrante della figlia (ne abbiamo parlato qui). Quale valenza abbia un documento come questo nel nostro presente non è difficile a dirsi: mantiene vivo il legame con ciò che manca, nel caso di Marazzi una madre – Liseli Hoepli – morta suicida nel 1972, quando colei che poi sarebbe divenuta regista era troppo piccola per comprendere il significato del loro legame ma non per intuirlo.
Anche nel libro di cui si sta parlando si può dire che il fattore “mancanza” sia determinante; si parla in assenza, in esclusione, da un ‘circuito’ (quello tra «fusionalità e separazione», Mormile) e da un discorso, quello che vede al centro l’identità. Ciò che si trova importante è l’aver saputo riportare l’attenzione sulla poesia e sul valore che questo genere ha nel poter tracciare i contorni della problematicità che la relazione con la figura, con il corpo, con la lingua delle madri pone al centro della vita delle autrici scelte. Inglese e italiano, ma una diversa provenienza geografica, non strettamente di area anglosassone (ci si spinge fino all’India, al Pakistan) danno le direttrici secondo cui l’opera si sviluppa, in tre sezioni (Lasciarle andare; Nelle stanze della memoria; Retaggi, lignaggi) che permettono di collocare i testi e dar loro una scansione chiara, eppure giocano sulla metafora delle «matrioske russe» ben enunciata nella prefazione di Silvia Vegetti Finzi – e tra i punti cardine del suo pensiero sul femminile, che vede le donne essere «acqua nell’acqua». Le poesie scelte, inoltre, coprono l’ultimo quarantennio con qualche escursione fino agli anni Sessanta: rivelano cioè un racconto del materno e della figlitudine vicino nel tempo, dentro lo ieri e l’oggi. (altro…)