filosofia

Credere. Dopo la filosofia del XX secolo – Dario Antiseri

Dario Antiseri, Credere, Armando Editore, € 15,00

Si pone alla nostra attenzione, in questa nuova edizione 2017, un importante libro di Dario Antiseri, uscito sempre per Armando Editore la prima volta sullo scadere del secolo scorso.
Pensare entro i limiti a noi posti dalla nostra stessa debolezza, dalla nostra contingenza, dall’inquietudine che incarniamo, è il cuore di quest’opera. Antiseri ci porta a considerare questi limiti come un’unica, grande, direi anche “gioiosa”, possibilità. Più che “dopo” la filosofia, come recita il sottotitolo, le pagine di Credere invitano ad andare “oltre” il pensiero, a sperare “oltre” la filosofia. L’autore si rivolge essenzialmente alla nostra coscienza. Alla filosofia, alla ragione, chiede “soltanto” e con forza, di tener viva e aperta la Domanda metafisica fondamentale: perché l’essere e non il nulla? Nasce da qui tutto un groviglio di domande: perché il mondo anziché il non-mondo? Perché il non-senso quando siamo inevitabilmente protesi a cercare il Senso Assoluto? Il mondo e la vita, dunque, che senso hanno?
Quanto più siamo disposti a riconoscere l’alto grado di presunzione che la ragione ha esibito nel forgiare quelli che il filosofo definisce gli “assoluti terrestri” (positivismo, idealismo, marxismo, in primis; ma non solo), tanto più ci troviamo a recuperare l’inestinguibilità di quella Domanda, esaltata nell’irriducibile desiderio d’infinito che avvertiamo, nella perennità dell’assenza di una risposta, con la potenza dell’angoscia che soffia sui nostri giorni.
La scienza affronta il “tutto-della-realtà”, si spinge più in là possibile nel dirci come è il mondo. Spiega la realtà empirica, certo, eppure «ciò su cui la scienza tace è quanto più conta per noi», conclude Antiseri. Nemmeno la filosofia, veramente, spiega. Tantomeno salva. La Domanda, allora, e tutto il groviglio di domande che da essa discende, è appunto inestinguibile, inestricabile, e s’impunta sempre lì, “semplicemente” sul chiedersi perché è il mondo.
I confini del “visibile” sono gli stessi confini dell’esistente. Quindi giudico per quello che vedo, ma proprio lì è il mio limite. E oltre il visibile? Posso escludere l’esistenza di altro, fuori da ciò che vedo? O ancora: parlo, vivo nel limite del dicibile, del pronunciabile. Ma ecco, ciò che sfugge è l’ineffabile. E qui dobbiamo giustamente tacere, proprio perché nell’ineffabile e nell’invisibile si apre lo spazio della fede.
C’è la realtà da spiegare, visibile e invisibile, e c’è il dolore.
Tra Otto e Novecento abbiamo conosciuto addirittura la rivolta contro Dio, fino a negarlo. Pagine memorabili che sono in Dostoevskij, in Camus, o nella testimonianza di Elie Wiesel: quanto si è offerto ai suoi occhi ad Auschwitz non è cancellabile dalla memoria. Per questo, di fronte a una sofferenza indicibile, al tremendo, Wiesel è arrivato a cancellare Dio dalla propria anima.
Il dolore e il Senso abitano dunque l’ineffabile. È un nodo eminentemente poetico.
Particolarmente illuminante, in questo senso, è un passaggio di Luigi Pareyson che Antiseri riporta: «per il Dio dell’esperienza religiosa assai più che i concetti specificamente filosofici appaiono adeguati e significativi i simboli della poesia e le figure antropomorfiche del mito».
Allora serve davvero guardare “dopo la filosofia del XX secolo”, cioè indietro, a Kierkegaard e soprattutto a Pascal (ai quali vorrei permettermi di aggiungere Spinoza). La fede è una scelta umana e insieme un dono divino; il cristianesimo è una verità sofferente. A noi, misteriosamente, serve. Per comprendere, abbracciare, un disegno.
Proprio un poeta grandissimo, Mario Luzi, nel saggio intitolato L’inferno e il limbo, scriveva: «L’uomo (…) desidera una salvezza fondata sulla qualità del proprio dolore. Tale speranza è l’unica munita d’una forza capace di vincere la disperazione e nello stesso tempo non tradirla: solo essa poteva avere una dignità agli occhi di Pascal o a quelli di Leopardi».

Cristiano Poletti

L’eredità di Eis Heauton di Spengler

di Pierluigi Boccanfuso

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Eis Heauton (tradotto per Adelphi forse un po’ impropriamente come A me stesso)[1] di Oswald Spengler (1880-1936) è tra le autobiografie frammentarie più intense e disperate del Novecento, vero e proprio scrigno, prezioso ed essenziale, di lapilli sensoriali dell’autore de Il tramonto dell’Occidente, apoftegmi memorabili sulla “germanità” del suo tempo, sulla città di Monaco alla quale rimase intrinsecamente legato per tutta la vita, sugli spiriti letterari a lui affini e no, sulla scrittura, sulla famiglia, fatti scorrere in un involontario stream of consciousness che, da una parte, mostra tutta la labilità dell’esperienza giovanile, tutta la sofferenza come anche una già ferma e pessimistica visione delle cose del mondo, scandita da una acutissima profondità, e, dall’altra, l’aspetto rivelatore che questi appunti, anche solo per accenni, avranno negli anni della loro stesura, tra il 1911 e il 1919, gli stessi della concezione del Tramonto dell’Occidente.
È lo Spengler meno noto e più “umano”, o meglio, umanizzato, quello che traspare in quest’opera; ci viene mostrato con tutte le insicurezze, le paure, le cautele, i pudori verso, a esempio, la principale e più ripudiata delle attività: la scrittura. Il disgusto massimo che ne scaturisce, il non poterne fare a meno e la resa volgarissima che ha quando deve manifestarla o, inevitabilmente, trovare accoglimento presso gli altri, quel genere umano che, da buon sprezzauomini qual è (senza far nulla per smentirlo), non può fare a meno di detestare e allo stesso tempo contemplare, in una mancata semplicità del suo imo, del suo essere più radicato e strutturato, quella genetica spiritual-filosofica che lo condanna, così come lo eleva al di sopra della mediocrità che la fa da maggiore, attorno al suo vivere “maledetto”.

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da A me stesso: 

Frammento 4c
Sguardo d’insieme sulle discipline scientifiche del tempo.
Di contro Ibsen, Nietzsche, Tolstoj. Socialismo, anarchismo, eccetera. Le Gutkin.[2] Ma non ne ero convinto, cercavo solo una liberazione interiore dalla famiglia e dalle lezioni.
Sono sempre stato aristocratico. Nietzsche per me era un’ovvietà, prima ancora che sapessi qualcosa di lui. (altro…)

Intervista a Massimo Donà su filosofia e poesia

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Massimo Donà, filosofo, musicista, professore ordinario presso l’Università San Raffaele di Milano, dialoga con Francesco Filia su poesia e filosofia. Qui il suo sito personale.

  1. Una delle prime testimonianze del rapporto tra filosofia e poesia è il frammento 42 di Eraclito: “Omero è degno di essere scacciato dagli agoni e di essere frustato, ed egualmente Archiloco”. Da questa affermazione lapidaria, sembra che tra poesia e filosofia, più che un dialogo, si sia instaurato subito uno scontro violento. È così? Per quale motivo?

Certo… d’altronde, anche Platone avrebbe parlato di palaia diaphorà, ossia di “antica inimicizia” tra poesia e filosofia. Insomma, quella del rapporto tra parola poetica e parola filosofica è una questione tanto antica quanto l’Occidente. Una questione intricata, tutt’altro che semplice. E in ogni caso, il fatto che la filosofia abbia sempre visto con sospetto il linguaggio dei poeti non può non far riflettere; e soprattutto, che addirittura Eraclito e Platone temano così tanto la poesia non può certo essere un caso. Evidentemente il dire poetico trasfigura e rende in qualche modo pericolosamente “equivoche” le parole della scienza e della filosofia; quelle parole, cioè, che scienziati e filosofi vorrebbero rigorose, precise, soprattutto perché, solo grazie a questa precisione, ci avrebbero consentito di comunicare e di intenderci, rendendo la vita sulla terra sempre più agevole. Solo il rigore della filosofia, e quindi della scienza da essa derivata, avrebbero consentito di accumulare, nel corso dei secoli, anzi dei millenni, tutto quel sapere sempre anche “pratico” che avrebbe dato vita all’attuale civiltà della tecnica, consentendoci di debellare malattie, di allungare la durata della vita, e di trascorrere un’esistenza sempre più confortevole e salubre. Certo, con tutte le controindicazioni del caso (vedi: rottura degli equilibri dell’ecosistema, omologazione e artefazione della rete alimentare, nonché progressiva crescita dell’inquinamento e della potenza distruttiva degli arsenali militari… comunque – mai dimenticarlo! – sempre direttamente proporzionali al progressivo potenziamento della scienza medica, dell’efficacia dei mezzi di locomozione, della salubrità degli ambienti di vita…. etc. etc.). Mentre, il dire poetico e le immagini dell’arte si sono evolute per conto proprio; non curandosi affatto di corrispondere alle esigenze del progresso tecnico e del sapere scientifico-filosofico che l’ha reso possibile. Sembrano provenire da una sorta di ‘incantamento’… che avrebbe reso certuni quasi ossessivamente intenti a trastullarsi con una bellezza “vaga”, che si sarebbe lasciata interpretare nei modi più diversi, indipendentemente da qualsiasi criterio di giudizio… in modo, almeno apparentemente, del tutto libero. I più direbbero… quasi a casaccio.

  1. Sia la filosofia che la poesia hanno a che fare con il discorso (con il logos) e quindi hanno una struttura radicalmente relazionale. A suo giudizio in che modo questa struttura relazionale si differenzia nella parola filosofica e in quella poetica?

Se dovessimo dire in sintesi cosa può aver reso così difficile e doloroso il rapporto tra poesia e filosofia potremmo evocare (ancora una volta, per l’ennesima volta) il famoso decimo libro della Repubblica, quello in cui Platone ci fa capire in modo molto chiaro per quale motivo gli artisti (o perlomeno, certi artisti) dovevano essere considerati pericolosissimi per la società e dunque per la polis: Platone ci spiega che gli artisti e i poeti, in virtù del proprio fare, “separano” ed “isolano” gli essenti. Perché li liberano dai legami grazie ai quali, solamente, i medesimi sembrano poter avere il significato che siamo soliti attribuire loro. Ecco, così facendo, il poeta e l’artista darebbero forma ad essenti che, non significando nulla (in quanto sorti da un gesto separante, volto a rompere i legami che costituiscono la prima condizione per poter aver a che fare con una cosa “dotata di un certo significato”), sono come puri phantasmata (fantasmi, realtà apparenti, che “non sono mai quello che sembrano essere”), costitutivamente “ingannevoli”. Anche Leopardi sapeva bene che proprio a questo avrebbe dovuto mirare il fare del poeta: a trasfigurare la significazione sempre precisa e ‘praticamente’ verificabile…. tanto cara al linguaggio comune e a quello della scienza, in un suono vago, indeterminato, intonato al fine di contrastare radicalmente la precisione di cui hanno invece bisogno gli uomini di scienza e i soggetti che vivono inscritti in una dimensione fondamentalmente pratica, come quella della quotidianità (dove una macchina per il caffè deve funzionare e riuscire a farci bere un buon caffè, dove una bicicletta o un’automobile devono funzionare consentendoci di accelerare o quanto meno rendere veloci i nostri spostamenti). Dunque, il linguaggio dell’arte, prima di istituire nuove e magari sorprendenti relazioni tra le cose del mondo, non dimentichiamolo mai: “rompe le relazioni” che consentono agli esseri umani impegnati nella prassi (al fine di raggiungere scopi più o meno nobili) di fare quello che di volta in volta di propongono di fare. L’arte e la poesia de-cidono, nel senso che recidono i legami sempre anche semantico-sintattici che danno forma al mondo per come tutti noi lo conosciamo. Producendo oggetti isolati; che chiamiamo opere d’arte – le quali, non a caso, vengono rinchiuse in quella sorta di spazi neutri e neutralizzanti, destinati ad isolarle… che tanto assomigliano ai campi di concentramento o ai manicomi di un tempo… spazi che chiamiamo musei, fondazioni, gallerie…. o libri, nel caso della poesia, che ci accompagneranno all’interno di un mondo inesistente, o di un’isola che non c’è, come quella governata dal mago Prospero (della Tempesta shakespeariana), in cui accadranno cose in grado di farci liberamente piangere o ridere senza che i fatti per i quali ridiamo o piangiamo ci coinvolgano personalmente, secondo quanto accade invece quando piangiamo o ridiamo nella vita reale.

  1. Forse un aspetto che non si mette mai sufficientemente in evidenza è che sia la filosofia che la poesia, essendo pensiero che si dice in parole, sono prima di tutto suono e quindi musica. È possibile ritenere che esista un fondo musicale, oltre che della parola, anche della parola che si fa pensiero o del pensiero stesso?

Certo, perché l’isolamento prodotto dal fare artistico, liberando l’essente dai condizionamenti che di norma lo vincolano al proprio significato (tendenzialmente univoco), irrigidendolo in una afasìa priva di risonanze, gli consentiranno nello stesso tempo di liberare il “proprio suono”. Di risuonare, cioè, cor-rispondendo ad una molteplicità che non la costringerà più a funzionare nel modo imposto da questa o quella significazione, ma al contrario gli consentirà di portare alla luce sempre nuove relazioni e di scoprire inedite consonanze… che consentiranno ad ognuno di noi di dare vita ad una vera e propria sinfonia. Alla luce della quale lo stare insieme delle cose tra loro e con noi potrà finalmente scoprirsi mobile, dinamico… libero di essere condotto lungo diverse direzioni, a seconda delle suggestioni che una rete mai statica di relazioni renderà di volta in volta percorribili. D’altro canto, l’aveva ben capito Merleau-Ponty, che anche nella vita pratica, in verità, se feriamo la coltre di nebbia che ci tiene lontani dal vero, lo vediamo bene… che le relazioni entro cui si disegna e si costruisce la nostra esistenza sono determinate, prima che dai significati (immobili o tendenzialmente statici come le idee platoniche), da accenti, ritmi, anticipi, ritardi, movenze – che, solo, ci consentono di riconoscerci ed intenderci. Rendendo per ciò stesso possibile una vita davvero unica e realmente irrinunciabile. Dove l’individuo non sia costretto a risolversi in un bene comune che sarà di tutti solo in quanto non sarà, in verità, di nessuno. Dove ogni minima inflessione del timbro e del ritmo possa liberare un essere irriducibile a qualsivoglia essenza, in quanto mai vincolabile al significato che purtuttavia ogni volta vorrebbe farci credere essere “il suo”. Consentendoci per ciò stesso di fare esperienza di quell’essere in quanto essere che Aristotele avrebbe voluto consegnare alla cosiddetta filosofia prima.

  1. Lei spesso si è confrontato con alcuni tra i massimi autori della poesia italiana, come Leopardi, Zanzotto, Luzi, per fare alcuni nomi. Cosa l’ha spinto a interrogare la parola di questi autori? Cosa ha cercato di trovare? A quali domande hanno contribuito a rispondere?

Proprio per quanto appena detto; cioè per il fatto che solo la parola poetica (e più in generale il linguaggio dell’arte) porta alla luce il puro essere delle cose; ossia, l’oggetto privilegiato della metafisica o filosofia prima. Insomma, credo che nulla possa rivelarsi così interessante, per lo sguardo filosofico, delle cose dell’arte, e quindi della parola dei poeti; che ci conduce appunto al cospetto dell’essere in quanto essere. Facendoci altresì fare reale esperienza dei paradossi connessi a questo medesimo essere; e innanzitutto alla sua aporia di fondo… in virtù della quale si dovrebbe riconoscere che davvero l’essere non si distingue mai da quel non essere da cui nello stesso tempo esso deve anche distinguersi. L’arte e la poesia ci mostrano cioè cosa comporti davvero quanto, dal punto di vista puramente speculativo, potrebbe anche venire concepito in modo puramente astratto: ossia cosa comporti, in rebus, il fatto che l’essere si dica solo nel suo originario negarsi (come ho cercato di mostrare nei miei lavori teoretici più impegnativi – come L’aporia del fondamento, Sulla negazione e Il tempo della verità). Cosa comporti cioè che, vedere e incontrare l’essere, significa incontrare la sua aporia originaria. E come, solo in virtù di questo negarsi, l’essere possa dirsi e mostrarsi in molti modi (per dirla con Aristotele). Perché, proprio per il fatto di non essere mai quello che pur sempre esso anche è (stante che, se non lo fosse, anche – l’essere che è –, non potrebbe neppure costituirsi il suo negarsi… come potrebbe darsi infatti una negazione senza il positivo in essa e per essa negantesi?), l’essere può venire colto davvero solo là dove, dei significati che sempre e comunque finiremo per incontrare, si saprà riconoscere il loro costituirsi innanzitutto come espressioni del loro originario non essere quello che sembrano essere. Ogni cosa, infatti, nelle parole di Luzi, di Zanzotto, ma anche di Leopardi, mostra insomma il proprio non dire mai quel che, di sé, ogni volta, comunque, finisce per dire. Ogni cosa, nella loro opera, diventa come un impenitente Jago (uno dei protagonisti dell’Otello di Shakespeare) che, pur dicendosi come ‘pipa’, dice sempre anche di non esser una pipa (Magritte queste cose le aveva capite molto bene!). Non a caso un grande poeta come Pessoa poteva chiedersi: “Dire cosa? Insomma, cosa ci è realmente concesso di dire? Cosa diciamo quando diciamo? L’uomo è libero sin tanto che dice, e può dire, sin tanto che non teme di dire – ma cosa, tale dire gli consente davvero di testimoniare? Le sue idee? Qualcosa relativo al mondo? Una verità? Solo menzogne? Il fatto è che, se non ci si decide a rispondere a queste domande, a rimanere del tutto vaga e improbabile è qualsivoglia supposta istanza di libertà connessa al coraggio ed alla capacità di dire. E se nelle cose non ci fosse ‘niente da capire’?” (in Il guardiano di greggi).

  1. Parlare è soprattutto correre un rischio. Correre il rischio di essere fraintesi, anzi del fraintendimento radicale, eppure dalle sue riflessioni il fraintendimento assume anche la luce di una possibilità. In che senso questa possibilità può manifestarsi?

Certo, e anche qui il discorso riprende da dove l’avevamo lasciato. Gli interrogativi posti da Pessoa lo mostrano con grande lucidità… che forse (come diceva anche Francesco De Gregori) non c’è proprio niente da capire… nel senso che, forse, da capire, c’è innanzitutto questo: il niente che in ogni positività è originariamente custodito. Non essendo, quest’ultima, mai quello che dice di essere. Senza peraltro volerci dire di essere, piuttosto, “qualcos’altro”. Ché di qualsivoglia altro significato si dovrebbe tornare a dire il suo non dire quel che dice – e quindi il non essere quel che il medesimo dice appunto di essere. Ma, se così stessero davvero le cose – come io credo –, allora il fra-intendimento apparirà come l’unico vero modo di intendersi. Di intendersi, cioè, abitando il frammezzo in cui l’uno non è mai uno, e neppure l’altro è mai altro; in cui ognuno, dunque, è il proprio altro. Dove, ci si fraintenderà davvero (nel senso di trovarsi condannati a prendere fischi per fiaschi), piuttosto, ogni volta che si cederà alla tentazione di intenderci attribuendoci questo piuttosto che quel significato, in modo pressoché univoco. Dove cioè si finisca per credere davvero che l’uno è uno e l’altro è altro. E dunque ci si allontani da quel “fra” in cui solamente si è ‘insieme’. Certo, dunque, il linguaggio della poesia è sempre foriero di fraintendimenti; ma questi fraintendimenti la poesia non li teme affatto, anzi li cerca, potremmo dire… li alimenta, li produce. Al contrario di quanto accade nel linguaggio quotidiano, dove si fa di tutto per cercare di non venire fraintesi… generando proprio per questo i più tragici fraintendimenti… che la realtà non si esime dal farci sperimentare con la potenza tragica che tutti abbiamo in qualche modo conosciuto. Capirsi, dunque, nel linguaggio della poesia, non significa riuscire ad individuare il corretto significato delle parole, sì che ci si possa intersoggettivamente accordare e stare tranquilli, senza rischiare che là dove io intenziono “una rosa” tu stia intenzionando “un sentimento amoroso”… (da fiorista, ad esempio, dovrò venderti una rosa, sapendo bene di venderti solamente una rosa, magari bella, di gradevole aspetto, cioè non avvizzita, senza volermi spacciare per venditore del sentimento che tu, compratore, magari vedi e riconosci in quella rosa… ché, se guardassi al sentimento che tu in essa e con essa vuoi significare, potrei tranquillamente venderti anche una rosa avvizzita… ché tanto non è la rosa che a te interessa, ma il sentimento che vuoi comunicare). Nel linguaggio della poesia non si comunicano dunque significati ma fraintendimenti, cioè modi di stare “fra” i significati, modi di stare insieme, che, in quanto consapevoli del niente che in essi ha sempre luogo, corrisponderanno ad un esaltante sentimento di “libertà” (stante che libertà significa non essere vincolati da nulla, o meglio non essere vincolati se non al nulla che rende ogni realtà paradossalmente capace di liberarci, innanzitutto, proprio dal suo “significato”).

  1. Nel famoso passo sulla ‘meraviglia’ (thauma) Aristotele afferma che essa è all’origine sia del mito, che nella Grecia si manifestava prevalentemente nella parola poetica, che della filosofia. Come, a suo giudizio, questo stato d’animo fondamentale viene declinato nelle due dimensioni?

Diciamo che mentre la poesia corrisponde alla meraviglia originaria “imitandola”, nel senso buono del termine… ossia ripetendola identica e limitandosi dunque a fare eco alla medesima… come per un riverbero destinato a propagarsi all’infinito, per cerchi concentrici mai esauribili….la filosofia, di fronte al mostrarsi come non essente da parte di quel che è (perché infatti ci meravigliamo di fronte ad una finestra, ad un tavolo o ad una rosa? Perché, se non per il fatto che quella finestra, quel tavolo e quella rosa ci dicono di non essere quello che sono, ossia, una finestra, un tavolo e una rosa? Non c’è infatti nulla di meraviglioso nell’essere finestra da parte di una finestra, che in quanto riconosciuta come tale, è nota, e dunque non può affatto meravigliarci – essa può dunque meravigliarci solo là dove si manifesti, “miracolosamente”, almeno rispetto alla doxa, come finestra che, di sé, dice appunto di non essere una finestra), si chiede come sia possibile che quel che non è (quel che è) sia. Perché l’essere e non il nulla? Si sarebbero chiesti prima Leibniz e poi Heidegger. Se le cose non sono, da dove, per esse, la possibilità di essere? E di mostrarsi come finestre, tavoli, rose, etc. La poesia, come già abbiamo cominciato a dire, “non si interroga” (perciò Leopardi la riteneva capace di rallegrare l’animo, nonostante ci mostri la medesima nullità messa in luce dalla filosofia – appunto perché non si trova condannata a vedere non corrisposta una domanda di senso come quella in cui la filosofia trasforma in ogni caso la domanda originaria “perché l’essere e non il nulla?”). La poesia, dunque, si limita a fare eco al niente delle cose… un’eco che può assumere infiniti timbri, infiniti ritmi… perciò la poesia e l’arte non si esauriranno mai.

  1. A suo giudizio è possibile per l’uomo contemporaneo, dominato dall’apparato tecnologico, un reincantamento verso il mondo, magari a partire proprio dal thauma?

Certo, è sempre possibile. Non c’è mondo che possa impedire che ci si incanti di fronte all’esserci di quel che c’è… che possa spegnere questa scintilla – in noi sempre viva, perché connaturata al nostro stesso essere non-essendo – da cui, solamente, arte e poesia possono scaturire… e talvolta diventare necessari quali condizioni di autentica libertà. Quella libertà che piace tanto al mio amico Giorello (un tema, quello della libertà, al quale il filosofo milanese ha dedicato di recente un gran bel libro)… e per cui tanti uomini hanno dato la vita, non verrà mai spenta, sin tanto che avremo occhi capaci di cogliere lo sconcertante esserci di quel che, propriamente, non c’è… eppur tanto ci coinvolge, seducendoci con una potenza tale da rendere spesso inessenziale tutto quel che l’anima “pratica” (di cui siamo sempre anche fatti) non può fare a meno di desiderare e cercare con tenace perseveranza. Si tratta infatti di una libertà che, come sapeva bene anche Kant, costituisce un’evidenza in base alla quale non potremo mai accontentarci della conoscenza dei fenomeni e delle loro leggi necessarie e necessitanti; perché il fenomenico, in cui pur siamo inscritti, non potrà mai esaurire i bisogni che ci chiamano dal profondo, e che non sono mai bisogni di questo o di quello (come quelli pratici), ma ci muovono sempre ed irresistibilmente a tentare un’esperienza che troppo spesso il mondo che abitiamo da “soggetti” sembra rendere impossibile. E che forse lo è, anche – almeno, da un certo punto di vista -, ma che nondimeno agli occhi del filosofo e del poeta (sia pur nella loro diversa declinazione) apparirà sempre assolutamente necessaria.

  1. In ultimo, il confronto con la poesia e con le forme d’arte in generale come si inscrive nel suo percorso filosofico?

Si tratta di un confronto che ho sempre avvertito come ineludibile; o quanto meno assolutamente centrale per la mia ricerca. In effetti io mi sono sempre mosso oscillando tra un interesse teoretico o metafisico e uno più specificamente estetico; appunto perché ho sempre riconosciuto nell’esperienza dell’arte una possibilità unica e decisiva per restituire alla mia ricerca una prova del fatto che quel che vado pensando ha qualche ragione per essere pensato. Del fatto che, ad esempio l’aporia del fondamento di cui ogni cosa mi sembra perfetta espressione non parli di qualcosa di evanescente e fumoso, privo di riscontro nella realtà, ma trovi proprio nelle parole della poesia e nelle immagini dell’arte la prova più eclatante della propria plausibilità. E che, ad esempio, quella “negazione” che da tempo cerco di ripensare, liberandola dalla nefasta opera di riduzione con cui la si continua a far valere come semplice indicazione di una generica alterità, trovi una perfetta esemplificazione nel “non” in virtù del quale ogni vera opera d’arte rifiuta di farsi irretire entro uno schema concettuale volto ad esplicitarne il supposto autentico “significato”. Insomma, per me il confronto incessante e ravvicinato con le grandi espressioni dell’arte è momento essenziale di una ricerca che rimane comunque “metafisica” e volta a cercare di testimoniare quella verità che, per quanto si continui a ripetere che mai potremo trovare e catturare, deve venire comunque riconosciuta come quel massimamente noto (e che debba essere concepita come il massimamente noto è ricavabile dal semplicissimo fatto che non avrebbe alcun senso riferirsi ad una verità che ricercheremmo senza sapere nulla di essa… d’altro canto, se davvero nulla sapessimo di essa, non avrebbe alcun senso considerarsi filosofi, ossia amanti di una verità che significherebbe per noi tanto quanto abracadabra)… che, spesso proprio perché così noto ed evidente, fatichiamo a riconoscere. Così come fatichiamo a riconoscere il senso autentico di quell’arte che pur si palesa ogni volta, e con la massima evidenza, quale perfetta testimonianza di una verità che, proprio come la lettera rubata di Allan Poe, forse, non vediamo mai… proprio perché l’abbiamo sempre davanti agli occhi.

Grazie.

La curva del giorno, Biagio Cepollaro. Nota di lettura

la curva del giorno

La curva del giorno di Biagio Cepollaro  L’arcolaio 2015, pp. 125, Euro 11,00 – è il secondo capitolo della trilogia de Le qualità, il primo capitolo è stato edito nel 2012 (Le qualità, Edizioni La camera verde). Il testo è composto da un Prologo (Attraversare il bosco), da due parti centrali (Luce dell’immanenza e Alacrità del vuoto) e da un Post scriptum,  e si presenta come una vera e propria meditazione sull’immanenza del mondo e della vita nel mondo, come si evince esplicitamente dalla prima sezione del libro. Si può (altro…)

Suggestioni del cadere (di Denise Celentano)

Suggestioni del cadere
(Denise Celentano)

Gustavo Doré, La caduta di Lucifero (1865) Illustrazione per "Il paradiso perduto" di Milton

Gustav Doré, La caduta di Lucifero (1865)
Illustrazione per “Il paradiso perduto” di Milton

 

Una passeggiata a briglie sciolte nella trama di suggestioni evocate dal cadere.

 

Il corpo. Cadere è perdere l’equilibrio, a seguito di un impatto con un ostacolo imprevisto; cadere è l’interruzione, più o meno brusca, di un movimento. È una cesura fra un prima e un dopo, è un incidente – come qualcosa che potenzialmente incide, può lasciare un segno. Il corpo può infatti conservare memoria della caduta, come cicatrice a indelebile testimonianza di quel venir meno del controllo che è l’atto del cadere: a ricordarti che basta un non visto qualunque per togliere ai tuoi passi il loro ritmo regolare. Tutti presi dalla res cogitans, quando inciampiamo siamo costretti, più o meno violentemente, a ravvederci della nostra elementare sussistenza come res extensa. Cadere ci riconduce cioè all’irriducibile corporeità dell’esistenza: nell’esperienza del cadere ci si vive come corpo. Perciò, nel cadere sperimentiamo un’imprevista parità ontologica col mondo delle cose. Ci riscopriamo materia nella materia, oggetto fra gli oggetti, dotati di confini e quindi intrinsecamente suscettibili di scontro. Cadere è l’inciampo imprevisto nella materia di cui il corpo stesso in caduta è parte: è fare inavvertitamente esperienza della forza di gravità, la quale silenziosamente governa l’universo senza che questo se ne accorga. Di qui la vecchia sinonimia fra corpi e gravi. Come a dire che i corpi sono tali proprio in quanto dotati della caratteristica fondamentale di pesare: in quanto intrinsecamente soggetti a gravità e come tali suscettibili di caduta. Ma in senso figurato i corpi sono gravi anche in quanto intollerabili – è perché siamo corpo che siamo caduchi, soggetti alla decadenza e alla morte; e quello del corpo come prigione dell’anima costituì a suo tempo un topos.
Da un lato, l’impatto improvviso e non cercato contro qualcosa che investe il corpo. Dall’altro, l’irruzione del caso nella catena causale lineare dell’azione cosciente. Non deve allora passare inosservato che caduta traduca il latino casus. Un’affinità in effetti profonda: dal momento che, a guardar bene, cadere non è che un modo di fare esperienza del caso.

Sono cose che non sfuggono ai poeti. La sensibilità di Valerio Magrelli nel captare il significato dell’imprevisto, della rottura, del non lineare, delle zigzagature dell’esistenza, di cui il cadere è figura emblematica, emerge fra l’altro in Amo i gesti imprecisi [da Poesie (1980-1982), Einaudi, Torino 1996]:

Amo i gesti imprecisi,
uno che inciampa, l’altro
che fa urtare il bicchiere,
quello che non ricorda,
chi è distratto, la sentinella
che non sa arrestare il battito
breve delle palpebre,
mi stanno a cuore
perché vedo in loro il tremore,
il tintinnio familiare
del meccanismo rotto.
L’oggetto intatto tace, non ha voce
ma solo movimento. Qui invece
ha ceduto il congegno,
il gioco delle parti,
un pezzo si separa,
si annuncia.
Dentro qualcosa balla.

L’intera esistenza che cos’è se non una grande aritmia, una gigantesca discontinuità, il farsi e disfarsi perenne di nessi, l’incastrarsi irregolare di aggregati. Un ballare: come tremore inconsulto, come danza e movimento. Tutto questo è «familiare», è nella natura stessa delle cose. La poesia di Magrelli è un inno ai gap dell’esistenza, ai territori del venir meno del controllo. Questo ci conduce direttamente all’etimologia, per così dire esistenziale, del cadere.

Etimologia esistenziale. A riprova del legame col movimento, in latino caduta si traduce anche con lapsus, da labi, scivolare. (Si pensi anche alla parola affine collasso – collapsus –, concetto associato a uno shock, a riprova del carattere di incidente del cadere). Con lapsus s’intende l’errore non voluto, l’inciampo verbale: il detto che non andava detto. C’è un piccolo venir meno della volontà nel lapsus, che significativamente può essere reso anche come scivolone. Il termine è tipicamente associato a Freud, che nel lapsus ha rinvenuto un anello di congiunzione tra il mondo conscio e quello inconscio, tra il visibile e l’invisibile dell’io: fra il giorno e la notte delle persone. Per Freud nessun lapsus è irrelato o privo di ragioni. Questo caso che è il cadere come lapsus, cioè, è tutt’altro che casuale. Una precisa causalità vi presiede: il lapsus esprime un atto mancato, un’istanza inconscia repressa che trova soddisfazione espressiva nell’errore. È l’inconscio che fa irruzione nel conscio, strappandogli per un attimo il controllo. Si apre così una fessura attraverso cui guadagnare accesso verso quel mondo sommerso che sarebbe l’inconscio.
A cadere non è soltanto l’individuo umano: cade anche quello che gli sta intorno, nella misura in cui non è scelto ma subìto. Si pensi alla parola accadere: quello che succede, in qualche modo, è qualcosa che cade; almeno, se non si è agito in prima persona questo accadere. Ha le caratteristiche dell’inciampo. Lo stesso vale per quel bellissimo, ambiguo verbo, che è occorrere, usato in inglese (to occur) nell’accezione proprio di accadere, avvenire, come anche nell’italiano più formale (“un fatto occorso di recente” – benché sia decisamente più utilizzato nel senso di “avere bisogno di”). È interessante notare che il verbo accadere è spesso usato nella forma passiva: “cosa ti è accaduto?”. C’è una sfumatura che richiama il subire un avvenimento, di cui si è spettatori e non attori. O, meglio, diciamo così: inciampatori. (altro…)

Simone Consorti è oscenamente onesto (di Massimiliano Damaggio)

Simone Consorti, Nell'antro del misantropo, L'arcolaio, 2014C’è una cosa che viene rimarcata qua e là, quando si scrive di libri – specialmente di poesia. C’è un giudizio che riguarda il contenuto. Si è fortemente contro, almeno a livello inconscio, a ciò che non presenta vie di fuga. Sembra proibita la poesia che non ha uscite di emergenza. Pare che la poesia, in qualche modo, debba espletare un ruolo moralistico, addirittura edificante. Debba “costruire”. C’è chi fa commenti sull’assenza di una non chiara pars construens dopo essere passati per la pars destruens – come lessi qualche tempo fa in un commento su un blog. Ma chi scrive poesie non è – e sarebbe meglio non lo fosse mai – un filosofo – altrimenti tanto varrebbe scrivere un trattato di filosofia. Il contenuto di una poesia non è soggetto ad interpretazioni personali, e deve essere preso per quello che è – piaccia o non piaccia, poco importa. Perché la poesia non si struttura su tesi e antitesi filosofiche, non è politica, non è pensiero. La poesia è antecedente il pensiero e solo a volte gli è propedeutica. Così, ci sono testi che mi colpiscono anche se hanno un contenuto che non condivido – per la forma, per la potenza o, addirittura, per il suo proprio opposto. Non mi sembra compito della poesia portarmi su un terreno di argomentazioni filosofiche – e se non ne condivido il contenuto, posso sempre andare a bermi una birra e non farla tanto lunga. Nell’antro del misantropo è appunto uno di questi libri, dove non c’è alcuna pars construens – ma molta pars destruens – almeno così può sembrare. Forse è meglio che sia più chiaro: non c’è nemmeno alcuna pars destruens ma una visione soggettiva dello sfacelo, proprio e altrui. Lo sfacelo non è positivo né negativo: è. Uno sfacelo piacevole, ironico, fine a se stesso – una scrittura che rimesta la sporcizia inevitabile e che in tutti i modi vogliamo mascherare con la creazione di tesi costruttive per qualcosa che, semplicemente, si avvia verso la decomposizione. Dico “piacevole” perché piacevole è il linguaggio di Consorti, ironico sempre, a volte giocoso – questa la migliore modalità per rendere fulminante un concetto:

Oggi ho piantato un sasso
innaffiandolo e parlandoci
dandogli semi e cercando
il terreno adatto
Il mio sogno è che cresca come
un Partenone
Oggi ho piantato in asso
un fiore per un sasso

(altro…)

Cosa germoglia – filosofi per la poesia

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(…) Che fummo?
Che fu quel punto acerbo
Che di vita ebbe nome?

 

Zanzotto, in questi versi tratti dal Coro dei morti nello studio di Federico Ruysch, vede il più alto testamento di Leopardi. Riconosce qui in particolare quattro parole cardine della sua poesia, che sono del resto autentiche gemme per la poesia in generale: punto / acerbo / vita / nome. Di queste, il compimento, la fioritura potremmo dire, è ‘nome’.[1] Da intendersi, meglio, in senso più ampio, Logos: «forza, energia che raccorda, germinare primo di ogni linguaggio. Logos è ciò che dona parole (nomi e pensieri-nei-nomi).»[2] Senza nome, senza Logos, tutto ciò che viene prima (il punto come termine istantaneo e fisso, l’acerbo che dovrà maturare, la vita intera nel suo sostanziarsi) non avrebbe peso.
Il poeta, in fondo, diffida delle parole. Le ama, certamente, perché gli mancano e non può che cercarle, ansiosamente. E forse non se ne diffida mai abbastanza,[3] nei loro confronti spesso non si pone la giusta distanza. D’altronde, il poeta che viene dal fastidio di parlare, come da un immenso campo scuro, sa bene che è tutto scorgere, magari balbettando poco prima sull’orlo dell’afasia, uno scintillio.
In questo consisterebbe la resistenza, ancor oggi, della poesia: cercar luce, e corrisponde questo all’inesausto compito di recuperare ciò che è adveniente. Chiedendosi: cosa germoglia (o può continuare a germinare) verso il futuro, una volta anticipata consapevolmente la morte, possibilità estrema verso cui l’esserci si spinge?[4] Tutto muove a partire da questo interrogativo, così come da quelli posti nei versi iniziali di Leopardi… Cos’è? – domandiamo in continuazione – mentre subito in questo s’inanella un altro “cos’è”; portatori di domande dentro la domanda, di fronte a noi campeggia una permanente insufficienza di risposta.
Interrogativi – è bene evidenziarlo – declinati al passato. Necessariamente, perché il poeta parla sempre al passato, costitutivo di tutto, del presente come del futuro. Vuole sempre l’origine, il germoglio appunto. E lo fa cantando. «Cantare… segno di timore», scrive Leopardi nello Zibaldone.[5] Cantare, già: un’intonazione del dolore, potremmo dire – dolore che viene essenzialmente da quell’assenza di risposta, col fine di zittirlo, di superarlo con la musica.
Seguendo le indicazioni del filosofo Carlo Sini,[6] pensiamo a come con parole rese rivelative ed evocative, e mediante il canto, il poeta faccia accadere i nomi delle cose, faccia apparire le cose. E come continui oggi in qualche modo a farlo, evocando fedeltà all’antica oralità, resistendo così all’altrettanto antico assoggettamento, compiutosi con l’avvento della scrittura, della poesia alla filosofia. O forse nella contemporaneità riconosciamo come il poeta sappia resistere “fabbricando” la particolare, personale disposizione grafica della “pagina poetica”, attraverso quel “foglio-mondo” dove continuare a produrre il reale, cercando in questo modo di contestare la pratica della scrittura (e quindi quell’antico assoggettamento) agendo proprio sul corpo stesso della scrittura. Si tratta in definitiva dell’idea e dell’auspicio che il “miglior fabbro” possa ancora inventare la lingua attraverso la lingua.
Quel germinare, dunque, non sarebbe possibile senza scavo della lingua, della voce e del canto, e senza attraversamento del dolore, senza luce. Luce di trascendenza, evidentemente, qualora dovessimo pensare, per esempio, a un poeta come Mario Luzi; ma in ogni caso di luce religiosa si tratta, ammesso che essa sia il traguardo auspicato a seguito di una vera, autentica ricerca poetica.[7]
Proprio a proposito della poesia di Luzi, Massimo Cacciari scrive: «Non ci si eleva, nulla si erige, se non sul fondamento di ciò che si è abbattuto. La resurrezione è compimento, non superamento della croce».
[8] L’uomo – afferma infatti Luzi – «desidera una salvezza fondata sulla qualità del proprio dolore. Tale speranza l’unica munita d’una forza capace di vincere disperazione e nello stesso tempo non tradirla: solo essa poteva avere una dignità agli occhi di Pascal o a quelli di Leopardi.»[9]
Davvero, senza spiraglio di luce,
[10] senza possibilità di canto, sarebbe davvero destinata al silenzio la nostra sofferenza. Il nostro parlare, ugualmente, si limiterebbe anch’esso a tornare prima al balbettio e poi al silenzio.
Scavo, si diceva, attraversamento, necessari. «Poeta è colui che attraversa queste stratificazioni come un palombaro,  in discesa e in ascesa, e prova un’irresistibile vocazione a rendere conto di queste discese-ascese», per dirla con Antonio Porta.[11] La parola poetica, ecco, vive paradossalmente, elevandosi alta sul mondo ma del mondo allo stesso tempo nutrendosi, abitando le sue immagini.
«Solo la parola del poeta – continua difatti Cacciari – in quanto puro ad-verbum può custodire il paradosso (…) Parola concretissima, idea della cosa, della più vicina presenza, ma detta ad Altro, significata alla più lontana assenza. Questo far segno della destinazione dell’esserci all’Aperto della sua provenienza costituisce l’essenza dell’ad-verbum: parola destinata alla Parola, luce che si “invia” alla Luce. Ma l’ad-verbum è veramente tale quando ri-vela questo “destino” nel volto stesso della creatura, quando ne fa segno semplicemente nominandola».[12]
Luce: germoglio, nome.

Cristiano Poletti


[1]  A. Zanzotto, Scritti sulla letteratura, vol. II, 2001.

[2] M. Cacciari, Per Zanzotto, in L’immaginazione, 2007.

[3]  L. F. Céline, Viaggio al termine della notte: “Dunque, non si diffida mai abbastanza delle parole, è quel che concludo”. 

[4]  Esplicito qui il riferimento alla “decisione anticipatrice” nel pensiero di Heidegger.

[5]  G. Leopardi, Zibaldone, 3527.

[6]  C. Sini, Il foglio-mondo della scrittura poetica, in Materiali di Estetica, 2002

[7]  Religione, da re-légere, significa “guardare con attenzione” / “aver cura”; da re-ligàre: “unire insieme”.

[8]  M. Cacciari, Insostenibile incarnazione in Nuova corrente XLVI, 1999.

[9]  M. Luzi, L’inferno e il limbo, 1964.

[10] Luce chiarificatrice, che dà ragione. Si pensi, ad esempio, ai versi di Nell’imminenza dei quarant’anni di Luzi: «…è questa l’opera / che si compie ciascuno e tutti insieme / i vivi i morti, penetrare il mondo / opaco lungo vie chiare e cunicoli / fitti d’incontro effimeri e di perdite / o d’amore in amore o in uno solo / di padre in figlio fino a che sia limpido».

[11] A. Porta, Nel fare poesia, 1985.

[12] M. Cacciari, Insostenibile incarnazione, op. cit.

Roberto Carifi – A Vincennes sognando il Buddha – di Anna Toscano

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Roberto Carifi, A VINCENNES SOGNANDO IL BUDDHA

Settegiorni Editore, 2007, Pistoia, 6euro

A Vincennes sognando il Buddha è l’autobiografia letteraria di Roberto Carifi, un testo  narrativo che prosegue le tematiche e le riflessioni delle due precedenti raccolte di versi, La solitudine del Buddha del 2006, e Frammenti per una madre del 2007 (ma anche il precedente La pietà e la memoria del 2005). Già ne La solitudine del Buddha appare come predominante il concetto dell’“appartenenza al dolore” come un luogo dove trovare i mezzi per superare la sofferenza, attraverso meditazione e preghiera. Nel successivo Frammenti a una madre la solitudine e il dolore iniziano un dialogo che travalica i confini della morte; un dialogo che si fa immagine a due, un album di fotografie tra figlio e madre in una sorta di preghiera salvifica. Dalla solitudine al dialogo, fino all’autobiografia A Vincennes sognando il Buddha nel percorso di un poeta che è prima di tutto filosofo.
Il librino si apre così: «Nel ’77 non avevo un soldo, avevo una laurea in filosofia ed ero ossessionato dalla psicanalisi», e da qui parte un cammino intellettuale che viene segnato da grandi maestri: Lacan, Deleuze, Boutang, Cioran, Derrida, Jabès, Beckett, Duras. E poi il ritorno in Italia e l’incontro con Crocetti, e tutti i poeti che gravitavano intorno a Milano, e poi Ferruccio Masini, Piero Bigongiari, Piero Marinetti. Incontri con persone o con la loro opera, incontri con città che divengono anima e corpo nel comporre una storia: una vita a tappe, ogni maestro una tappa, ogni maestro e ogni luogo un ritratto, immagini fatte di parole e suoni. Parole che si fanno persone e persone che si fanno parole, suoni, o anche risata, come nel caso di Marguerite Duras, o di una sola domanda e una sola risposta in mezzo a molto silenzio, come nel caso dell’incontro con Beckett.
Il tempo e il luogo e le persone in un percorso che, a un certo punto tragico dell’esistenza, si rivela come sopravvivenza, necessaria reazione al baratro, l’accettazione dell’appartenenza al dolore  e il suo superamento. La filosofia, la psicanalisi, la poesia, la religione: destinazione di arrivo il buddhismo, in quel processo che segna sempre la vulnerabilità della domanda come energia di un dono tra il sé e l’altro.
La questione etica è una questione che pervade tutto il testo, in molte possibili declinazioni e domande: quale sia la questione etica della filosofia, il compito etico della filosofia, fino all’assunzione di una frase epifanica di Lévinas: «L’etica, già di per se stessa è un’ottica.»
Un percorso che si fa luce, un viaggio che ne è il frutto e un frutto che si fa viaggio, con una fedeltà al tempo che nel racconto si fa clessidra non implacabile, ma fedele compagna nella solitudine. Solitudine che è tempo e luogo, un quando e un dove del poeta, che si domandava «cosa significasse per un poeta andare per le strade giuste.» Ci verrebbe da accogliere la vulnerabilità di questa domanda e l’energia del dono che essa offre, per rispondere, senza tanto pensare ché non siamo purtroppo Beckett, «significa andare per le tue strade che hai percorso e che percorri, che portano al Buddha da Vincennes.»

Anna Toscano

MIRANO OLTRE (LIBRI & MUSICA) 2013: DAL 27 GIUGNO AL 23 LUGLIO, TEATRO, FILOSOFIA, POESIA E JAZZ NEL CENTRO STORICO DI MIRANO (VE)‏

LocandinaMiranoOltre2013

con il Patrocinio del Comune di Mirano

Caligola Circolo Culturale e Libreria Mondadori Mirano

MIRANO OLTRE (Libri & Musica) 2013

“Mirano Oltre 2013” parte giovedì 27 giugno con Natalino Balasso, voce narrante del poemetto pseudo–omerico che fu tradotto e diffuso in Italia da Giacomo Leopardi dal titolo “La batracomiomachia” o “La battaglia dei topi e delle rane”. Il testo, probabilmente di epoca ellenistica, è uno dei pochi pervenutici integri di quel filone di poesia parodica che deve aver avuto una grande diffusione in tutti i periodi della letteratura greca e che, come molti testi antichi, conferma ancor oggi la propria attualità per temi, scene e motivi. Funzione parodica ha soprattutto il lessico, anch’esso derivato dalla tradizione epica, ma rielaborato con iperboli e procedimenti di accumulo congeniali alla recitazione dell’attore, autore e comico rodigino, tra i più popolari e stimati della sua generazione; sul palcoscenico con lui e parte integrante dello spettacolo un eccellente trio jazzistico formato da Pasquale Mirra, vibrafono, Claudio Carboni, sassofoni, e Carlo Maver, bandoneon.

Il secondo appuntamento, in programma venerdì 5 luglio, presenta “La filosofia di Topolino” raccontata dal filosofo Giulio Giorello. Il titolo è tratto dall’omonimo volume pubblicato quest’anno da Guanda e scritto a quattro mani con la giovane Ilaria Cozzaglio. Il celebre “filosofo della scienza” ed epistemologo racconterà come Mickey Mouse (Topolino) sia il più provocatorio pensatore del Novecento, nobilitando così anche il genere del fumetto, prodotto che ha in passato cresciuto intere generazioni di lettori e che si è scoperto essere una sua grande passione. Accompagneranno le sue parole la musica di un quartetto proveniente da New Orléans e guidato da Marcello Benetti, batterista miranese trasferitosi da ormai due anni nella città della Louisiana. Il suo è un jazz aperto e onnivoro, contaminato da blues, funky e klezmer. Il quartetto, completato dagli americani Rex Gregory, clarino, e Jeff Albert, trombone, nonché dalla violoncellista di origine belga Helen Gillet, presenterà l’album «Shuffled» (Caligola Records).

Come nelle precedenti edizioni, almeno un evento della rassegna è dedicato alla poesia. Davvero importante è quello in programma venerdì 12 luglio con la poetessa Patrizia Valduga, che presenta il reading “Uno strato di buio uno di luce” affiancata dal celebre bandoneonista e compositore marchigiano Daniele Di Bonaventura, fra i protagonisti del jazz italiano degli ultimi anni, abituale collaboratore, fra gli altri, di Paolo Fresu. Quella della Valduga è una delle voci più importanti del secondo Novecento italiano; poetessa e traduttrice, è originaria di Castelfranco Veneto ma da anni risiede a Milano, dove ha vissuto con il compianto poeta Giovanni Raboni. Poetessa lirica che ben s’inserisce nella tradizione, Valduga è stata a lungo etichettata come “poetessa erotica”, perché in grado di dar voce all’amore in termini anche di “amore per la parola”. La sua è una poesia vitale, che trova energia, linfa e riverbero nella vita stessa, così come scrive in alcuni versi tratti dalla sua più recente raccolta Libro della laudi (Einaudi, 2012), che le è valsa il prestigioso premio Cetonaverde 2013.

La rassegna si chiude martedì 23 luglio con un altro appuntamento poetico Pierpaolo Capovilla che legge il Pier Paolo Pasolini poeta in “La religione del mio tempo”, spettacolo che da più di un anno sta girando con successo in tutta Italia. Il frontman e cantante della celebre rock band veneta Il Teatro degli Orrori porta in scena un reading sonorizzato, che raccoglie alcuni testi fondamentali del grande poeta, scrittore, saggista e cineasta friulano, affiancato in quest’occasione dal musicista Kole Laca (tastiere, live elettronics) che collabora con Il Teatro Degli Orrori e fa parte dei 2Pigeons. La religione del mio tempo è una raccolta edita da Garzanti nel 1961 e dedicata ad Elsa Morante, in cui si intrecciano i temi del doppio binario critico “passione” e “ideologia”. Pasolini, autore fuori dagli schemi, sempre in grado di leggere il suo tempo, ma di avere anche, come pochi altri intellettuali dell’epoca, uno “sguardo al futuro” quasi premonitore, mette qui in luce la frustrazione derivata dagli effetti del neo–capitalismo e della desistenza rivoluzionaria fra anni ’50 e ’60, tracciando la strada di una tematica civile nella sua poetica, che da allora si nutrirà sempre di realtà.

giovedì 27 giugno
Giardino di Villa Belvedere
NATALINO BALASSO
La battaglia dei topi e delle rane
con Natalino Balasso (voce narrante), Pasquale Mirra (vibrafono), Claudio Carboni (sax), Carlo Maver (bandoneon)

venerdì 05 luglio
Piazza del Campanile del Duomo
GIULIO GIORELLO La filosofia di Topolino
Marcello Benetti “Shuffled Quartet”
con Rex Gregory (clarino), Jeff Albert (trombone), Helen Gillet (cello), Marcello Benetti (batteria)

venerdì 12 luglio
Calle Ghirardi
Uno strato di buio uno di luce
la poesia di PATRIZIA VALDUGA
con Daniele Di Bonaventura (bandoneon)

martedì 23 luglio
Calle Ghirardi
PIERPAOLO CAPOVILLA legge Pier Paolo Pasolini La religione del mio tempo
con Kole Laca (pianoforte, live electronics)

Info: Caligola, info@caligola.it, fax 041.962205, tel. 3403829357 / 3356101053 – Libreria Mondadori-Alfanui Mirano, libreria@alfanui.it, tel. 0414355707

Pagina Facebook della rassegna: https://www.facebook.com/MiranoOltre

FESTIVAL DEI MATTI 2012 – 16, 17 18 NOVEMBRE A VENEZIA

FESTIVAL DEI MATTI 2012 – quarta edizione

Vedo dal buio
come dal più radioso dei balconi.
Il corpo è la scure: si abbatte sulla luce
scostandola in silenzio
fino al varco più nudo – al nero
di un tempo che compone
nello spazio battuto dai miei piedi
una terra lentissima
– promessa.

Antonella Anedda

Diciamo “mentale” il dolore dei matti ma, nel perimetro angusto della mente, quel dolore appare rarefatto, frantumato, solo alluso. Il suo grido non ferisce i nostri timpani. Diciamo “mentali” lo squilibrio, lo smarrimento, l’esuberanza, le figure lievi della follia, ma anche qui è un dire difettoso, sottrattivo, fuorviante. Occorre allora smontare l’equazione che riduce la follia a fatto della mente, ricominciando a interrogare “carne ed ossa” perché non ammutolisca questa condizione umana che più di ogni altra si inscrive nel corpo e del corpo forse sa parlare. Parleremo di corpo e di corpi, della loro ambiguità costitutiva, del loro scampare alla gabbia muta dell’oggettività, del loro ribollire di un sociale fatto di moltitudini, bisogni, conflitti, ma anche di complicità e di alleanze. Delle loro anime plurime. Del “corpo a corpo” che li abita.

È dunque questo il tema della quarta edizione del Festival dei Matti, quello del ‘corpo’ che è stato oggetto di dibattito in tutto il Novecento. Dimora intrascendibile dell’uomo,   contemporaneamente interno ed esterno, dentro e fuori, il nostro corpo  è la prima interfaccia con il resto del mondo, ma anche “luogo”  della follia e motore artistico senza confini: una qualità che contiene le altre due, per una tre giorni di eventi diversi che intrecceranno la presenza di ospiti di pregio e mostre, laboratori, incontri e spettacoli teatrali, che invaderanno alcuni spazi della città di Venezia tentando di dipanare questo fil rouge che ha troppo spesso avuto declinazioni dicotomiche. Il ‘corpo’ sarà perciò smontato e ricucito, perché dire ‘corpo’ è nominare contenuto e contenitore assieme, perché il corpo è “la scure”, check-point aperto tra l’io e il mondo, ossia quella terra promessa che diventa sua mèta.

Il Festival durerà tre giorni, venerdì 16, sabato 17 e domenica 18 novembre, ed è realizzato con il patrocinio della Regione del Veneto, della Provincia di Venezia e dello Iuav. È una manifestazione ideata dalla Cooperativa Con-tatto, in collaborazione con il Comune di Venezia – Assessorato alle attività culturali, di ForMatArt, Università Ca’ Foscari di Venezia, Venezia Marketing & Eventi, HelloVenezia, media-partner Sherwood.

Nelle giornate di giovedì 15 e venerdì 16 novembre il festival è anticipato e affiancato da una due giorni di ‘poesia diffusa’ tra i campi e campielli veneziani ad opera degli studenti dei licei Tommaseo di Venezia e Stefanini di Mestre, un reading itinerante che invaderà gli spazi cittadini! I ragazzi leggeranno poesie legate al tema del corpo.

***

Si inizierà venerdì 16 novembre alle 10.00 con l’inaugurazione di due mostre; la prima sarà La Cervia Eustachea.  Atelier dell’Errore a S. Stae, a Venezia” a cura di Atelier dell’Errore ONLUS. Si tratta di un progetto site-specific che mette in relazione la leggenda di Sant’Eustachio, cui la chiesa veneziana sul Canal Grande è dedicata, con il lavoro grafico e video di Atelier dell’Errore. Atelier dell’Errore, nato dieci anni fa, è un progetto di scultura sociale  ideato dall’artista visivo Luca Santiago Mora per la  Neuropsichiatria Infantile dell’AUSL di Reggio Emilia. Domenica 18 novembre alle ore 14.30 si terrà presso la chiesa una lezione magistrale tenuta dai piccoli professori della Libera Università dell’Atelier dell’Errore (il corpo docente è costituito da tutti i ragazzini inviati in atelier dalla Neuropsichiatria) in cui verrà presentato il progetto per San Stae e la filmografia completa di Atelier dell’Errore. L’incontro sarà condotto da Cristiano Dorigo, autore e scrittore.

La seconda è invece “BISOGNA AVERE LA STOFFA!” aperta venerdì 16 (18-20.00) e sabato 17 (10-17.00) presso la Sala San Leonardo, con opere realizzate dalle donne della cooperativa Blu Cammello di Livorno. Il progetto di ‘riciclaggio della stoffa’ è da anni condotto da Clara Rota e Riccardo Bargellini, maestri d’arte convinti che il lavoro di gruppo sia contatto di “corpo e corpi”. Durante la convivenza lavorativo-artistica, le donne della cooperativa hanno realizzato delle creature di stoffa a partire dai disegni dell’artista Riccardo Sevieri, che emanano un umorismo ludico, tragico e tenero che spiazza lo spettatore: questi manufatti sono diventati “oggetti sentimentali” marchiati “ZERO FOLLIA”.

Il laboratorio “ANTICORPI” di Clara Rota che si terrà venerdì 16 presso la Fondazione di Venezia (10-16.30) è rivolto a chi a voglia mettersi in gioco. Anticorpi, necessari per combattere la paura. L’indifferenza è un velo che invade il nostro campo visivo, insinuandosi nel nostro quotidiano, Il laboratorio è una sorta di vaccinazione collettiva. Un laboratorio dove attivare il corpo per mettersi in con-tatto, un corpo a corpo che crea il piacere della condivisione per scoprire la forza miracolosa del gruppo. Per uscire dall’isolamento, per provare esperienze collettive artistiche e rituali, per ritrovare nuove armonie, alla ricerca di una convivenza possibile per dare spazio alla poetica di quella strana condizione umana chiamata follia.

Altro laboratorio sarà “ArtEducazione. Danza, Capoeira e Musica” a cura di Progetto Axé Italia, destinato a bambini ed adolescenti, che si terrà sabato 17 novembre presso la Fondazione di Venezia dalle ore 14.00, preceduto al mattino da un incontro rivolto a educatori, insegnanti ed operatori sociali e al quale interverrà lo stesso fondatore e attuale Presidente di Progetto Axé, l’italiano Cesare de Florio La Rocca. Progetto Axé è nato nel 1990 in Brasile per dedicarsi a bambini e ragazzi di strada attraverso l’ArtEducazione. Progetto Axé opera oggi anche in Italia guardando all’esperienza dell’arte collocata in una dimensione sociale rivolta al recupero dei giovani in difficoltà e proponendo la metodologia pedagogica sviluppata in questi 22 anni in Brasile con oltre 20.000 giovani come modello applicabile anche alla realtà del nostro Paese per il miglioramento della vita dei tanti ragazzi emarginati e a rischio.

Gli incontri del festival si articoleranno durante tutte e tre le giornate.

Il Telecom Italia Future Centre ospiterà venerdì 16 novembre alle 16.30 l’evento “Il corpo delle parole” con Alberta Basaglia, Maria Grazia Giannichedda e Peppe Dell’Acqua, e la presentazione della collana 180, Archivio critico della salute mentale e in particolare, della stessa collana, Franca Ongaro Basaglia, Salute/Malattia, Alphabeta Verlag, 2012. La collana intende rimettere in gioco ricerca, memoria, tensioni, intorno al singolare cambiamento che il nostro paese ha vissuto, negli ultimi 50 anni, nel campo della salute mentale, ripercorrendo lo spessore delle parole che hanno scritto questa storia, la contesa dei significati che le ha attraversate, le vie d’uscita che hanno impedito o reso possibili.

Sabato 17 novembre alle 11.30 invece, presso il Teatro Goldoni si terrà “in carne ed ossa“, l’incontro tra Alice Banfi e Michela Marzano con moderatrice Anna Poma. Una giovane artista ed una filosofa ci raccontano di un male di vivere che fa del corpo il suo campo di battaglia, terra di lacerazioni e di digiuni, di sfide urlate contro un mondo incapace di ascoltare, incapace di vedere. Un mondo chiuso,  violento, rinsecchito, diafano, che tuttavia, da qualche parte e ad un certo punto, torna a “fare spazio” per tornare in carne ed ossa ad abitarlo. Come testimoniano i recenti romanzi e racconti autobiografici delle due autrici (M. Marzano, Volevo essere una farfalla. Come l’anoressia mi ha insegnato a vivere, Mondadori; A. Banfi, Sottovuoto, Nuovi Equilibri)

Su una linea comune per certi versi anche i doppi incontri di domenica 18 novembre. Alle 10.30 presso il Teatro Goldoni, “L’anima in corpo” con ospiti Massimo Cirri e Umberto Galimberti; il loro sarà un excursus  attorno al millenario dualismo platonico anima-corpo, in cui psicologia e filosofia s’incontreranno ad indagare questa dualità, ma anche a smontarne gli assunti e rimontarne l’enigma, restituendo l’anima a quel corpo che fa dell’uomo il solo e irriducibile ‘animale sociale’. Ecco dunque che l’appuntamento del pomeriggio si coniuga con il precedente: alle 16.30 presso l’Ateneo Veneto si terrà “Corpi sociali” con ospiti il sociologo Aldo Bonomi e lo psichiatra Franco Rotelli. Percorsi tangenziali di ‘corpi-altri’, laddove lo “sfarinamento dei legami” nella società porta a rifugiarsi o a virare verso una sofferenza che finisce per configurarsi come “malattia sociale”. Bonomi è anche autore del recente Elogio della depressione (Einaudi 2011), scritto con lo psichiatra Eugenio Borgna.

I due spettacoli teatrali, unici eventi a biglietto, saranno incentrati sul motivo della mente- corpo, messa in scena e spogliata in “UNO STUDIO PER LA NAVE DEI FOLLI” di Elisa Roson e Federica Di Rosa e a cura dell’Associazione FormAttArt, in programma sabato 17 novembre al Teatro Goldoni.  Una storia di terra e mare. Di una nave ancorata ai confini del mare, una fusta disonorata, sottratta alla benevolenza. Di uomini legati mani e piedi nell’isola di San Servolo nel 1901. Delle vite dei dimenticati, rinchiusi nel silenzio dei manicomi giudiziari, nell’anno 2012. Tre luoghi, lontani nel tempo, che sono però la rappresentazione di uno stesso luogo, arcaico e disumano: prigioni costruite dagli uomini savi per ingannare il proprio sguardo, per allontanare la paura.  Lo spettacolo, curato dall’Associazione ForMattArt, vuole ostinatamente tenere desta la memoria delpassatoe mostrare il presente così com’è, con i suoi orrori, le sue aberrazioni, nella folle speranza che tutto questo presto finisca. E non accada mai più.

E così avviene anche per Kociss di Giovanni dell’Olivo, in scena al Teatro Goldoni domenica 18 novembre, uno spettacolo che mette al centro la vicenda dell’omonimo e famoso bandito veneziano, ricordato di recente anche nel film-documentario di Carlo Mazzacurati Sei Venezia (2010). Protagonista sarà dunque la voce di dell’Olivo che ‘si fa corpo’, per dare vita al personaggio del celebre Kociss in forma di teatro-canzone, con l’accompagnamento del collettivo Lagunaria.

Festival dei Matti 2012
Quarta Edizione
CORPO A CORPO

16-17-18 Novembre
a Venezia
http://www.festivaldeimatti.org

Info
http://www.festivaldeimatti.org
info@con-tattocooperativa.it