filosofia barbara

Paolo Triulzi, Filosofia barbara #2

Paolo Triulzi

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INFERNO GIALLO

 

Aprii gli occhi con la radio sveglia. Davano Condemnation dei Depeche Mode. Avevo dimenticato di abbassare le tapparelle e la stanza era piena di una luce gialla. La musica mi prese allo stomaco, non riuscivo a ricordarmi che giorno fosse. Avrei detto domenica, anche per via della nausea. Se la sveglia suonava però non poteva essere, era programmata per non accendersi la domenica.

Mentre familiarizzavo con l’idea che probabilmente non era domenica, quella luce gialla mi confondeva e faceva paura. Poi, dato che la radio continuava a suonare, mi girai a guardarla. Erano le sette, del mattino. Ricordai che non lontano da casa uno stabilimento aveva preso fuoco di recente. Il giorno prima forse, non avrei saputo dire.

C’era una luce da incendio, infatti, come quando le colonne di fumo coprono il sole. Aprii la finestra. Non si sentiva niente. Il silenzio più assoluto. Un odore di detriti nell’aria, quello però capita spesso d’estate nelle zone limitrofe di Milano. Pensai che forse, mentre dormivo, il mondo era finito, che forse erano tutti morti. Feci una doccia, mi vestii con giacca e cravatta e uscii per andare in ufficio. Da casa alla stazione del treno non incontrai nessuno.

Sceso a Cadorna il sole, grosso e potente, mi colpì in faccia. Misi i miei Persol nuovi e abbassai la testa. Avviandomi verso l’altro lato della piazza notai che la mia ombra era stesa per terra davanti a me. Controllai di nuovo che il sole fosse di fronte e infatti c’era. Camminando piano in mezzo alle corsie che tagliano la piazza mi guardai intorno. Le cose buttavano ombre in ogni direzione. I lampioni tutti a destra, le persone un po’ a caso.

La luce non era più gialla ma bianca, bianchissima. Qualche giorno prima ero a pranzo con Davide. Gli avevo chiesto se non gli sembrava che ci fosse sempre meno gente in giro. Ne parlammo, lui non era d’accordo. Dove avrebbe dovuto essersene andata la gente? Anche quella mattina non c’era in giro nessuno. Poche auto, poche persone. Mi sembrava Gorizia una notte che c’ero stato nei primi anni duemila: una città fantasma. Lì però si sapeva la gente dove se n’era andata.

Su Facebook i miei post avevano sempre meno like. Anche i miei contatti che di solito avevano un sacco di like ne avevano sensibilmente meno. Altri poi non pubblicavano neanche più da non avrei saputo dire quando. Spariti. Camminando per una via che portava fuori dalla piazza mi guardai nei vetri di un’auto parcheggiata per accertarmi di avere i capelli in ordine. Non vidi niente. Né la mia faccia, né altri riflessi. Solo una specie di arcobaleno da benzina.

Erano le lenti dei miei nuovi Persol, secondo me. Quando li indossavo non vedevo un sacco di cose. Neanche dentro gli schermi dei telefoni o delle pubblicità vedevo. Solo arcobaleni della benzina. Ne avevo parlato con Fabrizio una notte, qualche settimana prima. Hanno le lenti di vetro, gli spiegai. Non plastica, vetro. Cazzo me ne frega se hanno le lenti di vetro, disse. Neanche lui era d’accordo con me. Sono pericolosi, disse. Non avevo capito in che senso.

Fino al lavoro non incontrai più nessuno. Mi tolsi i Persol prima di entrare e mi specchiai nella porta a vetri dell’ingresso. Timbrai il cartellino e salii le scale. Tutti erano già ai loro posti, piegati sulle scrivanie o catatonici dentro al monitor del pc. Di quelli, a differenza di tanti altri, non ne scompariva mai neanche uno. Arrivai nel mio ufficio e la luce era di nuovo gialla. Rimisi i Persol, controllai in giro, li tolsi di nuovo.

Subito dopo di me entrò nella stanza il capo. Si mise a parlarmi, a parlarmi molto. Misi a posto la borsa e appesi la giacca alla gruccia e lo guardai. Non avrei saputo dire di cosa stesse parlando, forse mi aveva fatto una domanda. Non risposi niente. Considerai se rimettermi i Persol e cercare di far scomparire anche lui. Non lo feci. Accesi il computer, la stampante e la fotocopiatrice. Quando finalmente alzai gli occhi e lo guardai si interruppe e mi osservò strizzando gli occhi. Che faccia da cazzo hai? Mi chiese.

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Paolo Triulzi, Filosofia Barbara #1

foto di Paolo Triulzi

PANTALONI CHIARI

Indossavo dei pantaloni chiari comprati un paio di anni prima e già andati fuori moda. La cosa mi metteva a disagio. Passavo il tempo a guardare compulsivamente i pantaloni chiari degli altri. Consideravo di non essere mai riuscito a somigliare a niente. Quando compro le cose che vedo in giro, poi su di me fanno sempre un’altra figura. Il risultato non raggiunge mai l’effetto desiderato.

È il punto di vista soggettivo che cambia la prospettiva. Mi ostinavo a cantilenarmi in testa questo. La settimana precedente l’avevo trascorsa considerando se suicidarmi, il problema di questa erano i pantaloni.

Mi misi in coda a uno dei bancomat presenti in stazione per prelevare cinquanta euro. Mentre ero in coda venivo pian piano avvolto dall’odore di alcol economico e fumo rancido dei barboni che campeggiavano sotto le tettoie della stazione. La mattina si mettevano a far colazione con birra e sigarette seduti sulle sedie smaltate di verde all’interno. Investivano con le loro folate quelli che arrivavano dai tornelli dei binari.

Presi i soldi dalla fessura di metallo e me li infilai in tasca. Me ne andai reprimendo un conato di vomito. Un barbone grasso con una gran barba nera, dopo essersi seduto a due metri da me, si era tolto le scarpe.

Uscito sul piazzale della stazione considerai se bere un caffè, ma avevo la gola sigillata dalla nausea. Soffiava finalmente un venticello fresco. Mentre attraversavo la piazza mi aspettavo che qualcuno mi fermasse per parlarne. Erano tre settimane che faceva costantemente un caldo afoso e impossibile e la gente non parlava d’altro. Ora che stava smettendo non fregava più a nessuno.

Attraversai la strada cercando il mio riflesso nelle vetrine circostanti. Volevo controllare ancora come mi stavano i pantaloni. Di merda, mi sembrava. Considerai se comprare un pacchetto di sigarette.

Arrivai in ufficio con dieci minuti in anticipo, la palazzina era vuota. Subito arrivò anche il mio collega. Non hai la cravatta, mi disse per prima cosa. L’ho dimenticata. Andiamo a bere un caffè, mi disse per seconda cosa. Al bar mi informò che il capo non ci sarebbe stato. Manco a farlo apposta, risposi. Programmi? Ho un paio di cose da sbrigare, per il resto pensavo di farmi i cazzi miei. Benissimo, risposi.

Dopo quattro ore ero di nuovo nella piazza della stazione. Volevo mangiare un panino. Forse un gelato. Camminai piano fino al centro della piazza, dove c’erano degli alberi e dei tavolini pubblici con le sedie.

A uno dei tavolini stava seduto un barbone piegato in due. Lui era seduto sul sedile mentre la sua faccia stava appoggiata al tavolo. Non si capiva se era vivo o morto. Inoltre fra la sua faccia e il tavolo c’era una pizza. Una pizza da asporto dentro un cartone aperto. Evidentemente la stava mangiando quando qualcosa era successo e lui ci era finito dentro con la faccia. In testa aveva ancora un cappello con la visiera.

Mi fermai a guardare la scena, domandandomi se l’uomo fosse vivo o morto. Considerai se non fosse il caso di chiamare il 118. Poi vidi che come me c’erano diverse persone in piedi intorno ai giardinetti a guardare.

Pensai, come probabilmente chiunque in quel parchetto, che l’ambulanza l’avrebbe potuta chiamare qualcun altro. Mi misi a studiare i dettagli della scena. Tipo quanti morsi mancassero dalla pizza. Oppure il grado di penetrazione della visiera nello strato di formaggio. Incredibile come il cappello fosse rimasto perfettamente calzato sulla testa. Mi distrassi un paio di volte sui pantaloni chiari di un tizio lì a fianco.

Poi il barbone tirò su la testa di scatto. Dei filamenti di formaggio gli pendevano dalla faccia rossa. Prese una gran boccata d’aria e starnutì. Le palpebre gli rimasero a mezz’asta. Tutti se ne andarono via.

Mi avviai verso la vetrina in cui mi ero specchiato la mattina. I pantaloni mi stavano ancora una merda. Forse  la settimana successiva forse avrei ricominciato a pensare al suicidio.

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