fiabe

Lella De Marchi, Paesaggio con ossa

Lella De Marchi, Paesaggio con ossa, Arcipelago Itaca 2017

Da un incontro che l’autrice stessa definisce nell’introduzione, con le parole del famoso saggio di Freud, “perturbante”, sgorga il flusso di Paesaggio con ossa di Lella De Marchi. È l’incontro con Malina, o, per essere più precisi, la visione di Malina, «nuda e distesa nella roulotte», il punto dal quale si diramano le considerazioni che vanno a comporre un poema, il cui titolo, così come si ma­nifesta fin dal primo componimento, altro non è se non la natura di questa visione: «Malina nuda e distesa nella roulotte è un immenso paesaggio/ con ossa, vita che vive senza ornamenti, vita che vi­ve solo di sé.» Oltre il dato di fatto, vale a dire l’aver portato del cibo, nel contesto dello svolgimen­to di lavori socialmente utili, a una giovane tossicodipendente, dal corpo magrissimo e coperto di ecchimosi a causa di un recente stupro, ospitata temporaneamente in una roulotte, su “un giaciglio malsano”, si innalza e si modula la testimonianza di una contesa sfiancante e permanente tra bellez­za e sfacelo, tra puro e turpe. Malina «sembrava la regina dolente di un regno invivibile», afferma Lella De Marchi nell’introduzione. Il poema che narra di questa regina e di questo regno, narra an­che di chi ha visto e ne dà testimonianza.
Vivido e vuoto sono aggettivi che si alternano, si affiancano in questa visione rivelatrice e rinnova­ta, con esplicita allitterazione o con tacito richiamo. Vita nonostante il vuoto, la deprivazione di ogni ornamento, vita che vive di una bellezza che si afferma per contrasto, rovescio e capovolgi­mento di ogni orpello. Quel nome, Malina, giunge alle mie orecchie con un carico antico e un fasci­no sempre nuovo, dalla fiaba Jungfrau Maleen (La vergine Malvina), che apparve fin dall’edizione del 1850 delle Fiabe dei fratelli Grimm. Malvina è una principessa bellissima, punita per il suo amore e costretta, da una sentenza del proprio padre, tanto crudele quanto ingiusta, a trascorrere set­te anni murata, nell’oscurità e con la sola compagnia di un’altra fanciulla, l’affezionata cameriera, nella stanza di una torre. Quando insieme all’amica – resistenza e tenacia si daranno il cambio per sostenersi vicendevolmente – riuscirà ad aprire una breccia nel muro e insieme, oltre le rovine del mondo in cui erano state murate, cercheranno e non troveranno accoglienza, si nutriranno di ortiche, diventeranno sguattere, gli stenti e le privazioni non avranno turbato la bellezza di Maleen/Malvina. Sia il suo silenzio, sia il suo canto distingueranno il suo cammino fino all’avventuroso incontro con l’amato. Paesaggio con ossa – il richiamo ai montaliani Ossi di seppia, come ricorda Caterina Da­vinio nella sua nota Il corpo come paesaggio, postfazione al libro, è una delle numerose e feconde suggestioni di questo libro – di Lella De Marchi, proprio come la fiaba riportata dai fratelli Grimm, ha l’incanto doloroso di un viaggio di scoperta che si nutre dell’incontro, dell’accadere del prodi­gioso, di ciò che suscita stupore e meraviglia. Davvero si ha l’impressione che l’io lirico, dal prolo­go menzionato in apertura, Malina distesa nella roulotte è svegliata da noi dal nostro, per tutte le quattro parti, Movimenti, Astuzie, Deliri, Gesti, che compongono il poema e precedono l’Appendice, si configuri progressivamente come quella compagna di sventure e avventure di Maleen/Malvina nella fiaba, dalla prigionia, agli stenti, alla testimonianza di una bellezza inusuale e misconosciuta, di una gloria calpestata, ma non annullata. (altro…)

proSabato: Giovanna Amato, Fiaba del cane e del suo mezzo cuore

a R.B., con il cuore intero.

Ora vedo che sei un uomo e non soltanto un cucciolo.
La giungla ti è preclusa d’ora in poi. Lasciale scorrere, Mowgli,
sono soltanto lacrime.

Il Libro della Giungla

 

C’era una volta un regno. Era una vasta, bianca città circondata da mura di pietra così bianche da sembrare di perla, e al di là delle mura c’era un paese anche lui dalle mura di perla. Anche quello era il regno. E al di là del paese, una vasta campagna dalle case di mura di perla, e anche quello era il regno.
Reggeva quel regno un re che era solo un ragazzo, per questo tutti ancora lo chiamavano principe. Ma nessuno l’aveva mai visto, perché il principe era molto malato.
Se solo di rado si alzava dal letto, e arrivava appena alla finestra per guardare in giardino, era perché il principe aveva nel petto solo metà del suo cuore. L’altra metà l’aveva un cane, un grosso cane che lui chiamava lupo, che viveva ai piedi del suo letto e faceva per lui tutto quello che si può immaginare. Era il cane, al mattino, a uscire per chiedere la sua colazione, ed era lui a dettare parola per parola il volere del principe ai suoi consiglieri. Chiamava la domestica quando il principe voleva vestirsi e lo teneva stretto con i denti alla vestaglia quando lui era in piedi per guardare alla finestra.
Una notte, il cane si svegliò con un senso di allarme, come quelle notti in cui la neve cadeva tanto da far scricchiolare la grondaia. Sollevò il muso e vide che il principe era seduto sul letto, la fronte aggrottata e la mano aperta sul torace. Allora il cane si mise a sedere, pronto a scoprire quale fosse il malessere del suo amato padrone.
«Il mezzo cuore che ho è inquieto» disse il principe.
«Che succede, padrone?»
«Lupo, lupo, tu non senti questo ronzio?» (altro…)

La botte piccola #10: Akutagawa Ryūnosuke, Momotarō

La botte piccola contiene il vino buono, e questo non è, come si può pensare, un malcelato sfottò di consolazione: l’accoglienza costringe ogni minima particola di vino a venire prima o poi a contatto con le note del legno. Il racconto, la meno diluita delle forme, impone a se stesso la medesima procedura. Ci sono storie che pretendono questa e nessun’altra forma: alcuni autori l’hanno accolta come propria lungo l’intera carriera, altri l’hanno esplorata, come prova massima di controllo. Ciascun episodio di questa rubrica analizzerà un racconto, la sua capacità di essere incendiario quanto una poesia e appagante quanto un buon romanzo. Il decimo appuntamento è con il racconto Momotarō di Akutagawa Ryūnosuke. Buona lettura.

Bambola tradizionale raffigurante il Ragazzo Pesca (fonte: wikipedia)

Bambola tradizionale raffigurante il Ragazzo Pesca (fonte: wikipedia)

Per comprendere fino in fondo quanto detonante e profondo sia il racconto breve Momotarōdell’autore giapponese Akutagawa Ryūnosuke (in Italia, in Racconti fantastici, a cura di Cristiana Ceci, Marsilio 1995), occorre fare un paio di premesse.
La prima. Akutagawa (1892-1927) fu un autore votato alla forma breve, alle atmosfere oniriche, surreali, spesso in aperta polemica con le posizioni vicine al naturalismo che sorgevano nei primi anni del Novecento in Giappone; fu inoltre un grande lettore di fiabe e leggende, classici cinesi e giapponesi; fu, infine, un rielaboratore di quello stesso patrimonio di cui si nutriva. La prima parte della sua produzione (e si parla di un autore che morì suicida a soli trentacinque anni) è quasi interamente incentrata sulla riscrittura o l’omaggio a elementi del folclore e della narrativa di leggenda e di fiaba.
La seconda. Nella tradizione popolare, Momotarō è una delle figure più celebri. Una fiaba raccontata ai bambini, dedicata a un bambino nato da una pesca che viene trovato in riva al fiume da una coppia di anziani che non possono avere figli. Il Giappone è pieno di quelli che in Occidente chiameremmo “figli di cesta”, in questo caso figli di pesche o di bambù che vanno ad allargare famiglie ormai impossibilitate a procreare. Anche nel caso di Momotarō, il bambino in questione è destinato a grandi cose. Momotarō parte infatti alla volta dell’isola di Onigashima, dove vivono gli Oni, esseri enormi e mostruosi, e con l’aiuto di tre animali amici – una scimmia, un cane e un fagiano – sconfigge le creature malvagie e si ritira a casa con il bottino, per vivere con la sua famiglia in serenità.
Qui, a gamba tesa, si inserisce la riscrittura di Akutagawa, che stravolge il messaggio del racconto mettendosi non solo dalla parte degli sconfitti, ma aprendo la riflessione a quello che stava diventando il Giappone nel periodo storico che l’autore stava vivendo. (altro…)

Mauro Tetti, “A pietre rovesciate”: una nota e una fiaba scelta

Fabio Tetti, "A pietre rovesciate", Tunué 2016, euro 9,90

Mauro Tetti, A pietre rovesciate, Tunué 2016, euro 9,90

Ciccai a perda furriada, cercare qualcuno o qualcosa rovesciando le pietre come si fa con le anguille che si rintanano in fondo a un torrente. Ed è davvero il frugare il verbo che viene in mente mentre si scorrono le pagine di A pietre rovesciate (Tunué 2016), opera prima del giovane autore sardo Mauro Tetti. vincitore, con il suo esordio, del Premio Gramsci.
Racconto dei racconti, il libro narra delle tante storie con cui nonna Dora incanta e tiene in scacco i ragazzini che le sono affidati, che altrimenti correrebbero a grattare la polvere di eternit dai campanili o a catturare bracciate di maestrale per copiare le prove d’amore degli antichi cavalieri. Giana, Mustafa, e il narratore, ragazzo scapestrato che non si fa problemi a proclamarsi invincibile correndo per i vicoli e schiantandosi contro le auto in corsa, chiedono a nonna Dora di raccontare delle dinastie immaginifiche e immaginarie che hanno governato il paesino di Nur, in sardo pietra preziosa, e lei li accontenta cedendo a volte il passo ad altri narratori, in un movimento a spirale che va dal mito di fondazione alla fiaba e da questa arriva alla storia familiare dei vivi e dei morti, della sorella e dei nonni, fino alla conoscenza con un orco in carne e ossa, come a scivolare progressivamente dalla fiaba alla realtà ma anche a segnare il loro interscambio. (altro…)

Nicola Ponzio, Abracadabra

ponzio

Nicola Ponzio, Abracadabra, Arcipelago Itaca edizioni, 2015

*

I

Infliggere ai due Gobbi tre frustate
Accoltellare Dotto al basso ventre
Molestare la Fata Turchina per tutta l’estate
Squarciare di netto la gola alla Strega dell’Est

Tormentare la Bella e la Bestia con vero diletto
Colpire ai testicoli il povero Cicco Petrillo
Fuorviare l’intelletto al papà di Vassilissa
Danneggiare la Radura Incantata con nafta e diossine

Amputare le mani e le orecchie al vecchio Rink Rank
Vessare metodicamente i Tre Porcellini
Scannare l’oca Marten con la ronca

Mitragliare i Sette corvi con la raffica a ventaglio
Punzecchiare nel vivo il Principe Canarino
Sfigurare la vergine Malvina tenendola al guinzaglio

*

IV

Impalare senza pena il papà di Pelle d’asino
Svaligiare la casetta dei Tre Orsi
Incaprettare il nano ingrato sotto un pino
Costringere il Re di Brobdingnag ad impiccarsi

Angosciare la Strega di Hänsel e Gretel
Diffamare a mezzo stampa la ragazza mela
Malmenare per spasso i Musicanti di Brema
Confinare su Fhobos il Borgomastro di Hamelin

Frodare Bill la Lucertola e il Bruco Blu
Asfissiare l’Usignolo con il Sarin
Legnare sui denti anche Madre Sambuco

Comandare a bacchetta la fata Berylune
Sciupare di proposito le Scarpette Rosse
Contagiare con l’ebola la Bella Addormentata

*

VI

Abbattere gli alberi sacri del Bosco Fatato
Catturare il cane Toto con un cappio
Divorare il Bianconiglio dopo averlo rosolato
Sparare a Peter Pan con una Colt

Fottere a turno le Fate del Fuoco
Mozzare la testa al Cavaliere rosso
Addolorare con gioia la Contadina Furba
Pervertire le menti di Glumdal e Pich

Corrompere la rosa del Piccolo Principe
Bandire Raperonzolo dal regno delle fiabe
Intrappolare i Kalidah senza pietà

Privare della luce l’Uccellin Belverde
Distruggere il Paese delle Meraviglie
Torturare con pinze e tenaglie il Grillo Parlante

*

XII

Assoggettare Lilliput per i secoli dei secoli
Minacciare Cecina con l’accetta
Seviziare col fuoco le Ochine e i loro piccoli
Violare le sorelle della Sirenetta

Schiavizzare ad una ad una le Fatine della Luna
Amareggiare senza crucci Kay e Gerda
Rompere a martellate lo specchio di Alice
Flagellare il fondoschiena agli abitanti di Blefuscu

Imbrattare di vernice la Figliastra diligente
Sbudellare la volpe del Piccolo Principe
Marchiare Melusina con un ferro incandescente

Isolare Gian Porcospino per un anno galattico
Graffiare le guance rosate a Dorothy Gale
Falsare il lieto fine delle fiabe con l’intento di far danno

*

XV

Ammaliare con la musica del Pifferaio Magico
Rapinare i ciuchini e l’Omino di burro
Umiliare senza indugi La bambina dei fiammiferi
Terrorizzare a morte la sorella di Alice

Fregare tra i sogghigni il padre di Bella
Accusare l’Uomo di Latta di un reato inesistente
Spadroneggiare su Laputa, l’isola volante
Inquinare le acque lucenti del Bosco Incantato

Assalire alle spalle il Principe di Raperonzolo
Proscrivere Glinda, la Strega del Sud
Mutilare le sorellastre di Cenerentola

Stuprare in branco Rosabianca e Rosarossa
Disseccare i giardini di alghe brune e verdi
Infettare la Casetta di marzapane con lo Pseudomonas aeruginosa

Questo Natale #13: Laura Liberale, Bianco Natale? (Una fiaba)

foto gm

foto gm

 

Bianco Natale?

‑ Lassù! ‑ gridò un bambino sulle spalle del padre, puntando il dito in alto.
‑ È tornato! Ce l’ha fatta!
Poi le parole, i mormorii, i gridolini s’accrebbero e si fusero in un coro di sorpresa e di eccitazione.
La neve aveva smesso di cadere da qualche giorno, così tutti i nasi intirizziti poterono alzarsi verso quella macchia rossa sospesa in aria.
Ma non era Babbo Natale. Nient’affatto.
Si chiamava Torototea, e questa è la sua storia.
‑ Sei proprio sicura che non le abbiano ancora inventate?
‑ Di nuovo! Hai intenzione di farmi innervosire per davvero? Perché, invece, non le inventi tu, così poi le brevettiamo e magari diventiamo ricchi!
‑ Eppure mi sembrava finalmente di averne vista qualcuna!
‑ Per quel che ne so! Forse ne avrai viste da motocicletta. Togliti dalla testa quest’idea delle catene da neve per bici, una volta per tutte! Ci andremo comunque. In corriera. Tutto freddo evitato!
‑ Ma non è la stessa cosa, lo sai! La bicicletta fa parte dello spettacolo.
‑ Comincio a essere stanca di fare tutti quei chilometri ogni santa domenica! Inverno compreso!
‑ Ma Pupi cara, se continui a essere così bella è anche grazie a tutto il movimento che ti ho fatto fare in questi anni!

(altro…)

Lettera di Camilla Seibezzi #lefiabepertuttiditutti

Un sindaco che decide di ritirare fiabe dalle scuole è molto pericoloso, perciò pubblichiamo la lettera ai giornali di Camilla Seibezzi di Noi, la città. Crediamo che sia una questione che riguardi tutti, a maggior ragione  chi si occupa di letteratura. A fondo pagina, dopo la lettera, troverete i link di che rimandano a due iniziative dei prossimi giorni. (la redazione)

leo

Quando dico che riguarda tutti intendo proprio tutti tutti. (lettera ai giornali di Camilla Seibezzi)

L'”ordine” del Sindaco Brugnaro di ritirare i libri di fiabe del progetto “leggere senza stereotipi” dalle scuole di Venezia è divenuto sintomo agli occhi dell’intero Paese dello stato della democrazia. La circolare indirizzata alle scuole e pubblicata su Internazionale ha toni grotteschi e pare scritta da un marziano. Cosa sono libri genitore 1 e 2 e le fiabe gender? La questione innanzitutto offende e vincola la libertà del mandato educativo di chi opera al servizio della scuola in asili e materne. Gli educatori non sono in grado di discernere gli strumenti atti ad un confronto con i loro piccoli allievi? Offende pure tutti i genitori che hanno scelto di iscrivere i loro figli/e ad una scuola pubblica e per questo presumibilmente laica. Offende tutte le famiglie descritte in quei libri: le realtà più note e quelle meno comuni. Se oggi il Sindaco crede di tutelare solo la maggioranza delle famiglie composte da madre padre un figlio maschio e una figlia femmina subordinate alla procreazione, cosa pensa di fare di tutte le altre? Genitori single, vedovi, famiglie adottive, affidatarie e coppie genitoriali dello stesso sesso? Le confina allo spazio domestico? E se domani volesse rispedire al confino come si è proposto di fare con i migranti anche chi professa una fede diversa dalla maggioranza dei cattolici? I bambini nati con la procreazione assistita li rimettiamo in frigorifero? Ecco che il tema non riguarda “solo” il dibattito sui matrimoni egualitari ed un singolo tratto della vita di una persona, in questo caso l’orientamento affettivo, bensì la libertà di ogni individuo. La chiamata in causa è sconfinata e ne ho misura dalla quantità di lettere e condivisioni che sto ricevendo da tutt’Italia. Chiama in causa la comunità ebraica, musulmana e i rappresentanti delle altre fedi, chiama in causa la scuola e i sindacati, i vecchi e i nuovi partigiani, i partiti di centrosinistra e tutto il mondo di centrodestra che ben annovera nel profondo dell’animo esperienze comuni in tutta la popolazione a prescindere dall’appartenenza partitica. Chiama in causa le persone con disabilità e i loro cari, che non vogliono solo le passerelle sui ponti ma anche il rispetto della pari dignità per tutti. Io mi rivolgo a tutti voi perché alziate la testa anziché distogliere lo sguardo. Perché la lotta alla censura, al segregazionismo e per diritti sono un traguardo comune, un comune modo di stare al mondo. Invito il Sindaco a rendere noti alla cittadinanza i titoli precisi dei libri messi all’indice e ad avere il coraggio di affrontare questi temi con trasparenza in un confronto pubblico.

Camilla Seibezzi, già delegata ai diritti civili del Comune di Venezia

Due iniziative

Leggiamo ai bambini “Piccolo blu e piccolo giallo”

Per giudicare bisogna conoscere: Incontro pubblico a Venezia il 3 luglio

Silvia Vecchini – La bambina dagli occhi storti e dalle parole strane

sampa 2013 - foto gianni montieri

sampa 2013 – foto gianni montieri

 

La bambina dagli occhi storti e dalle parole strane

 

Per via di un parto difficile e di una manovra fatta con uno strumento dal nome sinistro che mi avrebbe perseguitata per tutta la vita, il “forcipe”, sono nata con un problema di strabismo agli occhi. Questo non fu chiaro fin quando non ebbi compiuto due anni. Uno dei miei primi ricordi risale ad allora. Sono in spiaggia con i miei genitori e sto giocando con la sabbia, quando uno ad uno vengono a radunarsi lentamente intorno a me dei bambini che si mettono in cerchio, se ne stanno lì e mi fissano, tra l’incredulo e il divertito, e mentre passano altri bambini li chiamano con un gesto puntando il dito verso di me. Mia madre scoppia in lacrime, corre a prendermi per mano e mi porta via urlando tra i singhiozzi ai bambini: “lasciatela in pace, è solo strabica”. Il fatto è che dovevo essere davvero buffa da guardare, i miei occhietti erano proprio storti, si giravano completamente in dentro, verso il naso, senza che io potessi farci niente.

Da quel giorno “strabica” divenne una delle mie parole strane. Sono strabica. Lo dicevo a tutti, quasi come fosse un vanto. E anche per farmi dare un po’ di tregua, insomma, lasciatemi in pace, non lo vedete che sono strabica.  Io a quel tempo non sapevo assolutamente che diavolo volesse dire. Sapevo che ero strabica. Che era una cosa mia, che mi apparteneva. Come Silvia, era come un mio altro nome.

Più tardi iniziai ad accompagnare la parola “strabica” con quell’altra parola strana, “forcipe”. Ascoltavo spesso mia madre raccontare questa storia del mio parto difficile ad altre persone. Lei diceva che mi avevano tirato fuori con il forcipe, per quello ero strabica. Ma da dove mi avevano tirato fuori? E che collegamento poteva esserci con i miei poveri occhi girati? Non lo sapevo. Non l’avrei saputo per un sacco di tempo. Il primo forcipe lo vidi solo moltissimi anni dopo, nello studio di una ginecologa. Era in una vetrinetta insieme ad altri oggetti che sembravano strumenti di tortura medievale. Solo quel giorno riuscii finalmente a comprendere il significato di quella  parola strana che avevo ripetuto per anni.

Mi piacevano davvero un sacco quelle parole strane degli adulti che non capivo, me le facevo ripetere, le masticavo nella mente e gli davo un significato tutto mio.

Mio padre tutte le sere prima di andare a letto mi leggeva la mia fiaba preferita: Cappuccetto Rosso, ero talmente invasata che la ricordavo a memoria, perfino il momento in cui doveva girare pagina, e glielo dicevo. C’era una frase del lupo vestito da nonnina che mi faceva restare di sasso: Tira il paletto ed entra, disse il lupo guardandola con cupidigia. La “cupidigia”, chissà cos’era. Non me lo feci mai spiegare. Non ero molto interessata alle spiegazioni delle parole. Non mi interessava sapere cosa volessero dire. Preferivo usarle quando mi andava. Così per me guardare con cupidigia era diventato “guardare con un’amica strana”. La cupidigia doveva essere nascosta nel letto con il lupo travestito da nonnina. Forse la cupidigia era nascosta anche nel mio letto mentre mio padre mi leggeva Cappuccetto Rosso. Chissà perché la cosa non mi faceva paura.

Non tutte le parole strane erano innocue, però. Certe erano spaventose. Mia madre che mi sgridava e mi diceva che avevo “torto marcio” mi faceva venire i brividi, per esempio. Per me il tortomarcio era una parola unica, era un mostro a cinque teste, nero e cattivo. E io ce l’avevo dentro quando facevo la birichina. Non so spiegare come ma poi il mostro se ne andava. Non potevo avercelo dentro tutto il tempo. Diciamo che dopo un po’ si stufava e mi lasciava in pace. A volte dopo quelle sgridate mi mettevo a piangere da sola nel mio letto. E piangevo finché non diventava buio. E quando diventava buio arrivava mio padre dal lavoro ed entrava in camera mia, e io ero esausta ma dovevo raccontargli quello che avevo combinato perché mia madre voleva così. E lui mi dava un bacio lo stesso, anche se ero stata molto cattiva, e accendeva l’abat-jour. Ecco, diciamo che ero sicura che il tortomarcio se n’era definitivamente andato quando mio padre faceva click.

Altre volte, alla fine di una discussione estenuante, dopo aver tirato fuori questo tortomarcio, mia madre mi suggeriva anche di farmi un “esame di coscienza”. Per me l’esame di coscienza era il peggiore dei compiti in classe, avevo solo mezz’ora di tempo per farlo, e c’erano delle domande veramente difficili a cui non sapevo rispondere ma dovevo consegnarlo in tempo altrimenti avrei avuto una brutta punizione.

Quando ripenso a queste parole strane mi viene molta nostalgia. Non sono più parole solo mie. E non riesco più a giocarci come prima. Adesso non mi invento più un significato diverso per quelle che non conosco. Le vado a cercare. Ora non sono più strabica. Mi hanno operato agli occhi e mi è rimasto solo quello che il mio oculista descrive come uno strabismo di Venere che è molto attraente. Perché dice che è una leggera imperfezione dello sguardo che attira molto l’attenzione. Sì, lo so benissimo. Ho avuto per anni orde di bambini scemi che passavano il tempo a fissarmi. Adesso so benissimo cos’è lo strabismo, e ho anche visto un forcipe in carne e ossa. Adesso mi faccio da sola degli esami di coscienza, devo dire che ci metto anche più di mezz’ora. Adesso sono io che dico agli altri quando hanno torto marcio, lo dico anche a mia madre con una certa rivincita, ma, ecco, non è più così divertente.

©Silvia Vecchini

Roberta Borsani, La danza della vita

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Come ben mette in evidenza Nadia Agustoni nell’intervista all’autrice pubblicata su Quilibri, Roberta Borsani, saggista, scrittrice, insegnante, affida al suo ultimo  libro La danza della vita un duplice compito: comprendere il femminile attraverso le fiabe e spiegare le fiabe in rapporto al femminile. Un compito complesso e affascinante, simile a quello che Ruth Klüger ha svolto – nelle sue lezioni universitarie e in testi purtroppo non tradotti in lingua italiana – per la letteratura di lingua tedesca, affrontato qui con esiti molto convincenti.

Ecco un estratto particolarmente significativo, insieme a una densa nota di lettura di Nadia Agustoni.

La piccola fata

(rielaborazione di una antica fiaba balcanica)

C’era una volta un re che aveva un unico figlio. Lo amava profondamente e sperava di trasmettergli un giorno il trono e il regno. Quando il principe raggiunse la maggiore età, lui e la moglie decisero di dedicargli una festa meravigliosa. Invitarono perciò a palazzo la gente più nobile, le damigelle più in vista e gli ospiti più garbati. Vennero servite rare pietanze e bevande squisite, mentre esperti musici deliziavano i presenti e li invitavano alla danza. Le damigelle ballarono tutte in onore del principe, gettandogli occhiate languide nella speranza di ricevere un’attenzione particolare che, chissà, avrebbe potuto sfociare in una proposta di fidanzamento e, col tempo, di matrimonio.
La festa durò fino a poco dopo la mezzanotte, quando tutti gli invitati, stanchi del molto conversare o delle danze, lasciarono il palazzo.
Il principe salì nella sua stanza e si mise a letto, ma non riuscì a prendere sonno. Perciò scelse di andare a fare una passeggiata nel bosco quietamente illuminato dalla luna. Il dolce canto di un usignolo insieme all’aroma intenso dei tigli, simile a incenso, ammaliava l’aria. Il principe però camminava pensieroso, quasi senza notare la bellezza incantata del luogo.
Ecco un giovane fortunato. Figlio di re e destinato al trono da un padre che non dubita delle sue capacità e non invidia la sua giovinezza. Peccato che, pur essendo capace di sentimenti tanto nobili, il re sia al contempo così schiavo delle apparenze da organizzare per il figlio una festa sontuosa che lui non desidera e non gradisce. Le graziose fanciulle convocate per il suo piacere lo lasciano, infatti, del tutto indifferente.
La sua sensibilità, è evidente, lo conduce lontano dalle cerimonie fastose e dalle sale sfavillanti: com’è che il re non se ne accorge? Amare il proprio figlio non significa caricarlo di ambizioni e i segni dell’amore hanno ben poco a che fare con i segni del potere e del comando. Forse il giovane sarebbe più felice se il re e la regina gli regalassero un po’ di intimità, scambiando con lui gesti, parole e pensieri semplici e teneri.
Il principe non riesce a dormire. L’insonnia che lo spinge ramingo oltre il bel giardino esprime il vigile tormento di un’anima non appagata dal destino che gli stanno preparando a palazzo e che s’interroga sulla sua vocazione.
Uno spirito insonne è uno spirito vigile e pronto a ricevere la rivelazione che potrebbe introdurlo a esperienze profonde, di carattere iniziatico. Nel gergo massonico, ad esempio, «andare in sonno» significa ritirarsi temporaneamente dall’ordine e sospendere il cammino intrapreso all’interno dell’ordine. Certamente esse avranno a che fare con il femminile che abita in lui: il giardino è un’immagine della vita in perenne rifioritura e del materno che il principe, come disgustato dalla festa a palazzo, cerca spontaneamente. La notte, altro simbolo femminile, è il tempo e il luogo ideale in cui ricevere una rivelazione segreta.
Il giovane sceglie di appartarsi nella quieta magia di un bosco illuminato dalla luce argentata della luna. Risuona la melodia di un usignolo. Una melodia più tenue, più vera di quella dei musici che hanno appena cessato di rallegrare la festa.
Qui regna la bellezza del selvatico, una bellezza riservata a pochi. E non stiamo parlando di un’oligarchia benestante, ben introdotta, laureata. Ma dei pochi iniziati di un mistero notturno, lunare, arboreo. Quello del Nemeton, il bosco iniziatico dove non è raro incontrare creature dell’altro mondo. L’odore dei tigli, «simile a incenso», ne è testimone.
Una sola perplessità: il principe che ha scelto di camminare nel bosco fatica a notare la meraviglia da cui è circondato, perché è troppo preso dai suoi pensieri. Se l’istinto lo porta a cercare questo luogo di pace, il pensiero lo tiene lontano. Questa insonnia non è, perciò, di facile interpretazione. Può esprimere la sete dell’anima che anela al mistero cui solo il silenzio notturno si addice. Ma anche il tormento di chi è assalito da scrupoli e dubbi. E – riflette Shakespeare per bocca del suo Cesare poco prima della congiura – gli uomini che non dormono di notte e pensano troppo «sono pericolosi… non han riposo finché un altro maggiore sta a essi dinanzi».
D’un tratto il principe si fermò pieno di stupore, scorgendo in una radura illuminata dalla luna una minuscola creatura, con addosso un abito ricamato d’oro. Una coroncina cosparsa di gemme le brillava sulla testa bionda, circondandola di un’aura perlacea.
Fu lei a rivolgere la parola al principe, e lo fece con una voce sottile e gaia in cui echeggiava il suono di mille campanelle: «Mio caro principe, per me non è stato possibile partecipare alla vostra festa. Vedete anche voi che sono troppo piccola per danzare con le altre fanciulle. Quindi, vi ho aspettato tutta la notte nel bosco sperando di potervi augurare molti giorni di felicità, come faccio ora, porgendovi i miei omaggi in questa bella notte di luna».
Il principe comprese subito di trovarsi di fronte a una graziosissima fata – la più piccola delle fate. Le si avvicinò baldanzoso e le afferrò con forza la manina, talmente eccitato da non riuscire a parlare. La fatina, però, non sembrò affatto gradire: fece un balzo indietro, poi voltò le spalle e si diede alla fuga, lasciando tra le dita del principe un minuscolo guanto deliziosamente ricamato. Il principe s’accorse presto di non poterlo calzare, tanto era piccolo, se non sul mignolo. D’istinto lo poggiò sul cuore e ritornò sconvolto a palazzo.

(…)

Il giorno successivo parve al principe non finire mai. Aspettava la notte con la speranza che insieme alla notte sarebbe giunta anche la piccola fata.
Quando la luna brillò pallida e strana sul bosco dei tigli, il principe lasciò il palazzo e corse a cercare la straordinaria creatura nella stessa radura in cui era avvenuto il primo incontro.
La fatina, però, non c’era e il principe si stava già abbandonando alla disperazione quando si ricordò del guanto: lo tolse di tasca e lo baciò. Immediatamente le comparve davanti la minuscola fata. Il principe le domandò subito di passeggiare insieme e lei acconsentì.
Camminavano e discorrevano come se si conoscessero da sempre, e piano piano la piccola fata aumentava di statura. Al momento di lasciarsi era alta il doppio di quando si erano incontrati.
Il principe volle restituirle il guanto, ma la fatina non riuscì a calzarlo: era troppo piccolo ora.
«Tenetelo, così vi ricorderete di me» disse, svanendo nel buio.
«Lo terrò sempre sul cuore» promise il principe.

Adesso il principe non è più solo. Il suo arido cuore consumato da un desiderio senza oggetto ha incontrato i battiti dell’amore.
Il giovane è stato dapprima sorpreso dall’apparizione magica della piccola fata, così insolita e lontana dalla sua esperienza di uomo di palazzo. Poi la sorpresa si è fatta desiderio, attesa e speranza. La noia di prima è stata cancellata.
Il guanto agisce come una formula magica, pronunciata nel silenzio del rito. Fa uscire fuori la piccola fata, evocandola come uno spirito: strappata all’invisibile, la fata va verso la sua manifestazione. Nessuno stupore, questo è proprio ciò che lei vuole: uscire dalle foschie del bosco e della notte e farsi visibile, per incontrare il principe. È significativo che essa non compaia in risposta ai suoi pensieri, ma ai baci impressi sul guanto. A un gesto, cioè, molto intimo e tenero, perfino insolito per un personaggio di alto rango – uno di quei gesti, insomma, che non si fanno in pubblico e che rivelano un semplice bisogno di affetto.
Stando vicino a lui, la piccola fata cresce, cresce, cresce. L’atteggiamento di stupefatta ammirazione del principe le trasmette, infatti, il senso del suo valore. La fa sentire bella, importante, necessaria.
Ahimè, c’è qualcosa di inquietante in tutto questo. Qualcosa che rende più fragile la piccola fata nel momento in cui sta per raggiungere dimensioni socialmente accettabili. La sua nuova statura, infatti, sembra dipendere dalla considerazione che le accorda il principe. Se quest’ultimo mutasse propositi e interessi, cosa ne sarebbe della fatina? Tornerebbe a raccorciarsi fino a confondersi come una lucciola nel mistero del bosco?
Il principe però ha il guanto. Il cui compito è, appunto, ricordargli la piccola fata: testimoniare che non si tratta soltanto di un sogno. E ricordare si fa col cuore, più esattamente nel cuore. Il guanto veglia sulla fata come veglia sul cuore (il nuovo cuore di carne) del principe.

1 Il testo qui commentato riprende, rielaborandola, una fiaba serba, tratta da: Nada Curcija-Prodanovic (a cura di), Iugoslavia, Racconti popolari, Janus, Bergamo 1971.

Roberta Borsani

La piccola fata e noi

Vivere nell’ombra: il mito della viola nascosta

Come il sole e la luna: lei aumenta o rimpicciolisce a seconda della luce che lui, l’astro maggiore, vi riflette. Il principe e la piccola fata, protagonisti della fiaba, somigliano fin troppo al modello di coppia nuziale che ci viene tramandata e che trova la sua espressione emblematica nel più noto fra i drammi di Henrik Ibsen, Casa di bambola.

(…)

Se invece si vogliono cercare i caratteri archetipali della donna negletta, la violetta nascosta, la sposa che siede in cucina, è nel mondo della fiaba e del mito che occorre indagare.
Per prima ci viene in mente Cenerentola, la cui umiliazione e il cui oscuramento (sotto la coltre di cenere) non possono non ricordare per analogia il moto dei corpi celesti, tra esilio, caduta, esaltazione e opposizione. In particolare quello della Luna (nuova, crescente, piena e calante), corpo celeste destinato a brillare di luce riflessa e per questo, secondo alcuni, passibile di risentimento e di invidia verso il Sole.
La donna invidiosa del maschio, così strettamente connesso alla manifestazione della forza vitale e generativa: quante volte ce ne hanno parlato, appellandosi magari al mondo degli animali, dove sono i maschi a esibire i colori più variopinti, le corna, la cresta e maggiori dimensioni…

Assecondando la stessa prospettiva, di invidia dell’uomo avrebbe sofferto la biblica Lilith – demone femminile della mitologia semitica – la quale non essendosi rassegnata al ruolo di sorella minore di Adamo lo abbandonò, venendo poi rimpiazzata dalla più docile Eva. Ma spinte dall’invidia del maschio sarebbero state secondo i greci anche le Amazzoni, tutte punite nelle leggende elleniche per la loro ribellione all’ordine «naturale» delle cose e costrette a subire la sconfitta da parte del «sesso forte». Da un secolo, nel linguaggio spoetizzato delle scienze umane, l’invidia di Lilith, che aveva almeno una sua nobiltà, si è ridotta all’«invidia del pene»: invidia del potere fallico maschile. Che tristezza.
Nella fiaba di Cenerentola a esprimere il risentimento femminile per lo splendore negato non può essere ovviamente la protagonista, che deve rappresentare solo la positività dell’archetipo lunare: l’argentata Selene. Sono le sorellastre pertanto a farsene carico, perfide e livorose come la dea lunare Ecate, signora delle lande sotterranee sulle quali proietta la sua squallida luce.
La scarpetta smarrita a mezzanotte non è senza significato da questo punto di vista. Collegata al complesso simbolismo del piede, ne riprende per un verso i significati sinistri (nelle fiabe il ciabattino non è mai una brava persona) collegati a sessualità e potere (prendere piede vuol dire affermarsi) e svela lo stretto legame tra le sorellastre e Cenerentola. Per un altro verso sancisce la loro irriducibile diversità: la scarpetta può essere calzata da Cenerentola e da nessun’altra.
Vincendo l’opposizione delle sorelle, Cenerentola supera e sconfigge il suo lato oscuro: l’invidia che lei stessa cova inconsciamente. In questo modo trova dentro di sé le risorse per brillare nel cielo, più bella del sole. La luce del sole, infatti, non può essere oggetto di ammirazione diretta quando è nel pieno delle sue forze: pertanto non può propriamente essere definita bella e nemmeno può da sola esprimere la bellezza e la meraviglia della creazione. Il sole è fatto per brillare sul mondo e il suo splendore può essere riconosciuto e ammirato solo nel chiarore delle forme che fa uscire dall’ombra. Il sole è un principio di luce che la creazione, attraverso la mediazione di pianeti, satelliti e atmosfera, rivela e modula come «godibile» e accessibile al senso. Fonte di beata contemplazione, meraviglia e piacere.
Chi non ha consapevolezza dei miti e dei simboli spesso tende a identificare l’uomo in carne e ossa nel maschile, la donna nel femminile. Grave errore. Il sole e la luna, la stella e l’astro riflettente, l’oro e l’argento, sono presenti in ciascuno di noi. Questa ignoranza spiega perché le donne siano state spesso confinate nello spazio bigio del gineceo, lontano dalla sala del trono e dei banchetti. Il disprezzo o il mancato riconoscimento delle loro virtù costella tutta quanta la storia. Troppi nomi di uomini, pochissimi nomi di donna. Penelope, che pure tiene testa ai Proci e manda avanti la reggia trascinando fior di guerrieri nell’inganno della tela, non viene adeguatamente celebrata. L’Odissea è storia di Penelope tanto quanto lo è di Odisseo, perché nessuno l’ha mai detto con chiarezza?
E perché, allo stesso modo, nessuno ha mai detto che dietro la sete di gloria e di visibilità dell’uomo si potrebbe facilmente indovinare un’invidia anche maschile? Quella per il ventre colmo, ad esempio, e per un’esperienza di pienezza che all’individuo di sesso maschile è negata. Insomma, perché nessuno ha parlato, e scritto, dell’«invidia del grembo»?
La donna sa benissimo che Cenerentola è destinata, presto o tardi, a rifulgere al centro della creazione. Questa certezza può renderle perfino tollerabile di restare per un po’ confinata nella penombra, di cui conosce la natura illusoria. Rinunciare all’esibizione della propria forza si può. A patto però che quella forza non venga disconosciuta o negata. Che resti oggetto di silenziosa venerazione. Se quest’ultima viene meno, sostituita da un atteggiamento di commiserazione o di squalifica, il femminile si rivolta, percorrendo se necessario le vie dell’autodistruzione, lasciando l’universo in balia del caos e della morte. Pensiamo a Demetra, che «si ritrae» e priva la terra del suo slancio generativo per protesta contro Ade che le ha rapito la figlia Persefone, fiore del suo grembo, e l’ha rinchiusa nello spazio tenebroso degli Inferi (oscurandola, gettandola come una Cenerentola tra la cenere). Persefone e Demetra sono la stessa persona, la prima vista nella fase più giovanile della fioritura, epifania cosmica dal cui riconoscimento dipende il moltiplicarsi del frutto.
Il femminile vuole essere amato e onorato e non smetterà mai di lottare contro il maschile che pretende di eclissarlo. Può restare in parte indifferente ai segni esteriori della gloria di cui il maschile ha tanto bisogno per sentirsi confermato, perché a differenza del maschile ha troppo chiari i segni della sua regalità, scritti uno per uno nel suo corpo.
La Nora di Ibsen, ad esempio, accetta di vivere la propria spirituale superiorità fra le pareti di casa e all’insaputa del marito, il quale neppure si accorge di che nobile tempra sia fatta. Questo finché non avverte su di sé lo sguardo mortificante di Torvald. Finché si rende conto di non essere mai stata capita e amata. Allora la sua reazione è terribile e si rivela capace di una freddezza sconcertante, che la induce a ritirare ogni investimento affettivo, rinnegando gli stessi suoi figli.
A differenza di Torvald, il principe della fiaba di Cenerentola sa riconoscere e amare il fuoco segreto che cova sotto la cenere. Perciò va a cercare la sua sposa fin dentro la casa, nel luogo riposto del gineceo, reggendo una scarpetta di vetro che ben rappresenta l’oscurità degli impulsi bassi, distruttivi (il risentimento, la rabbia generata dall’esclusione) sublimati attraverso la fiamma dello spirito. È evidente che il principe non rappresenta il maschio come individuo, ma l’attività dello spirito che, amando l’intimità segreta ed esclusiva del femminile, la riscatta e la illumina donandola al visibile. Umiltà e segretezza, virtù di chi custodisce la sfera invisibile del mondo interiore, sono infatti altra cosa da irrilevanza e oscurità.

Nadia Agustoni

La regalità

Nota a La piccola fata

L’età adulta non ha il fascino terribile dell’adolescenza, non ha l’innocenza (del resto parziale) dell’infanzia, ma ne ha la crudeltà, nell’affermazione di sé e nel rifiuto dell’altro/a, se ci intralcia. L’individuo adulto di oggi ci appare spesso spaesato, mentre in passato assumeva le sembianze del despota ed era l’erede di saperi e doveri che doveva addossarsi, lo volesse o meno. Il conflitto interiore si manifestava, allora come adesso, nel modo più evidente e più facile, come lotta tra maschile e femminile. Lui e lei non crescono insieme, lui potrebbe non tollerarlo, anzi si prende le sue libertà e a lei non resta che diminuire, sparire. Ombra e luce, divisi apparentemente, o potere e tenerezza non capita. La tenerezza è facile da straziare, il potere nella sua ombra è triste, ma non si ferma. Tutt’al più sospira. E’ come il famoso coccodrillo, può piangere solo dopo. Lei però non combatte; si offende, si sottrae; sceglie l’altra parte dell’ombra: la delusione. Nessuno dei due sceglie la luce; o la regalità. La regalità è dell’età adulta, ha per contrassegno l’attenzione agli altri o per dirla con una parola che fu cara a Luigi Pintor è servabo, non solo servire, ma tenere fede, avere cura. Le fiabe dicono molto, le leggiamo di nuovo e di nuovo ci portano significati. Un tempo erano oralità, raccontare, trama e tessitura di parole, frasi, complessità. Roberta Borsani ce lo ricorda:

L’Odissea è storia di Penelope tanto quanto lo è di Odisseo, perché nessuno l’ha mai detto con chiarezza?

Forse perché non lo sanno e nella dura lotta quotidiana solo ciò che appare di più conta, ma conta solo in termini di “avere” e sappiamo che tutto l’avere può esserci tolto, a parte la nostra intima verità.
Non a caso è la perdita che ci rivela a noi. La perdita non è un pieno, ma un vuoto; lì dove c’è lo spazio, e quindi spavento e incertezza, veniamo rivelati a noi stessi, che è tutto quello che abbiamo, se abbiamo fortuna.

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Roberta Borsani, La danza della vita, Lindau edizioni, 2012

Di là dal bosco (dal blog: Fiabe di Francesca Matteoni)

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Di là dal bosco – Edizioni Le voci della luna – 2012

L’introduzione di Francesca Matteoni

Dove tornano i mondi immaginari

 

“Ci aiuta a vedere il mondo reale / visualizzare un mondo fantastico” ha scritto il poeta americano Wallace Stevens. Il mondo fantastico in cui ci spingiamo ha un rapporto di prossimità con il nostro contingente, avviene in quel luogo dove l’altrove, preconizzato più che manifesto, si incontra con la comune quotidianità – il noto si confonde con l’ignoto, in una zona di confine che non separa affatto, ma si lascia più volte attraversare.
Su questi margini nascono, si addensano le storie.
Su questa vaga frontiera un piede è ben saldo nell’ordinario, l’altro si avventura in una terra interiore. Quale dei due terreni è più stabile, più reale? Ogni nuovo viaggiatore avrà al riguardo la sua opinione. Noi preferiamo indugiare ancora un poco in quello spazio marginale che definisce l’attesa. Attendiamo di addentrarci o di uscire dal bosco. Il rintocco della mezzanotte o un passo straniero. Un animale che ci guidi nell’intrico dei roveti o sulla gigantesca superficie del mare.
Della sostanza di questa attesa sono fatte le fiabe. La loro ricchezza di situazioni magiche, straordinarie e al tempo stesso l’indeterminatezza dei loro scenari ridotti ai nomi comuni – la foresta, il villaggio, il palazzo del re – ne fanno perfetta materia simbolica, esemplificativa di un viaggio esperienziale. Così le fiabe restano nell’immaginario collettivo, anche se non le abbiamo lette, se nessuno ce le ha raccontate da bambini o abbiamo un’idea approssimativa di  chi siano Basile, Perrault, i Grimm, Andersen o Afanasev, per citare i più importanti tra gli autori delle fiabe letterarie. Permangono non tanto per la loro presunta antica origine orale, questione tanto dubbia quanto dibattuta in campo accademico,[1] quanto per la loro capacità di riprodursi da almeno due secoli, trasformandosi fin nella contemporaneità. Che elementi di variegate tradizioni orali sopravvivano congiunti al genio e all’inventiva letteraria degli autori, è in questo senso secondario rispetto all’impatto sulla sensibilità, la fantasia e perfino la memoria di chi nuovamente le incontra. Una fiaba ci immerge in un mondo familiare, improvvisamente ostile o meraviglioso, chiede al suo lettore di guardare sempre un po’ oltre e molto dappresso, qualsiasi cosa accada – di abbeverarsi alla fonte della propria speranza.
Convinta di questo e da sempre innamorata dell’universo fiabico ho deciso, nell’anno che celebra il bicentenario di quel primo volume di ottantasei fiabe a firma dei Fratelli Grimm, di coinvolgere scrittori e blogger in un esperimento online, aprendo, circa un anno fa, il blog FIABE e chiedendo ad ognuno di ripercorrere tramite l’esperienza personale una fiaba, classica o proveniente dalla tradizione locale. L’esperimento non è nuovo: nel 1998 esce Mirror, Mirror on the Wall: Women Writers Explore Their Favorite Fairy Tales, curato dalla scrittrice Kate Bernheimer, in cui note scrittrici come A.S. Byatt, Margaret Atwood o Joyce Carol Oates, tornano sui sentieri delle loro fiabe preferite. Ero tuttavia molto curiosa di vederne i risultati in ambito italiano, dove la fiaba è meno frequentata rispetto a contesti nordeuropei o americani, e, soprattutto, rivolgendomi ad autori nati grossomodo tra la fine degli anni Sessanta e i primi anni Ottanta – un arco generazionale più a contatto con la disneyficazione del fiabesco, o con la sua diffusione tramite altri media diversi dal libro, come le audiocassette Fabbri delle Fiabe Sonore.
Sono arrivati così I musicanti di Brema, vecchi animali malandati, non voluti eppure ancoracon una loro sorte bizzarra da assolvere o fallire, traslocati in una biblioteca di paese nell’Appennino tosco-emiliano di Azzurra D’Agostino; la pericolosità e il richiamo del desiderio, dell’essere altro da sé e in questo smarrirsi, nelle Scarpette rosse di Marilena Renda; una Cenerentola non più sottomessa, ma liberata nella lettura vendicativa di Marco Simonelli, che rende alla fiaba la sua giusta crudeltà; la  Cappuccetto Rosso gioiosa  di Renata Morresi, che si ribella in fuga da tutte le esistenze, le punizioni e le assoluzioni che le sono state attribuite; il conflitto femminile, ma sotto il patronato maschile da cui non c’è scampo, che volge inevitabilmente una donna nella sua rivale, della Biancaneve di Cristina Babino; la sopravvivenza e l’affermazione individuale, attraverso mascheramenti che la portano dall’umiliazione al riscatto, della Pelle d’Asino di Francesca Bertazzoni; il sonno protettivo, epifanico della Rosaspina chiusa in un bosco di rovi, come in una camera infantile, di Franca Mancinelli; la Raperonzolo sapiente e selvatica di Patrizia Dughero in cui si riflettono altre donne fantastiche, da Melusina alle Agane dell’Italia nord-orientale. E ancora il mistero dell’altro bestiale in cui si riconosce la Bella di Mariasole Ariot, disarmata, più che guidata, dalla figura paterna; il disvelamento di tutte le apparenze e il perdurare del mistero, in ciò che del reale si percepisce, ne Il guardiano dei porci di Viviana Scarinci; una fiaba segreta di luce e ignoranza, nel gelo nudo de La chiave d’oro di Tiziana Cera Rosco; o la vicenda de Il tenace soldatino di stagno di Mariagiorgia Ulbar, soldato vero stavolta, che si ripara dalla follia della guerra nella scrittura di un diario. Gianni Montieri e Lidia Riviello si confrontano con la leggenda del Pifferaio Magico, portata nel nostro più immediato e cogente contesto attuale, concentrandosi l’uno sulla prospettiva dei bambini, qui piuttosto adolescenti inquieti, e sulla musica perduta, così come sulla dimensione sognante dell’infanzia; l’altra sulle bugie e gli inganni sciagurati del sindaco della città-paese, che caccia da sé la gioventù e quindi la possibilità di cambiare, diventare migliori perfino. C’è anche chi ha scelto fiabe meno note al grande pubblico, mutuate dalla tradizione popolare italiana: così Chiara Catapano spedisce tre cartoline da Sassolungo, vetta delle Dolomiti che si confonde nella fisionomia di un gigante ladro e bugiardo; mentre Vanni Santoni si cimenta con le variazioni orali e la censura subita in ambito familiare dalla Capra ferrata, spauracchio rimesso in riga da un uccellino linguacciuto. Non fiaba, ma ricca di elementi fiabeschi e assimilata, al pari di altre avventure per l’infanzia, dall’immaginazione occidentale come qualcosa che è “sempre stato lì”, incontriamo anche la Dorothy de Il mago di Oz, rapita o tratta in salvo dalle scimmie volanti nel racconto di Paolo Triulzi. Infine due celebri gatti che diventano a loro modo la parte migliore dell’umano: la partenopea Gatta Cenerentola,  che si mescola al ricordo infantile di  Giovanni De Feo dell’amore per “l’altro” animale, più caro nella sua pelliccia che non nell’abito sociale della famosa ragazza coperta di cenere prima, di ricchezze poi; e la scaltrezza de Il gatto con gli stivali di Vincenzo Bagnoli, maestro dell’invenzione di sé, rocambolesca, rischiosa, temeraria, che permette il ribaltamento ironico del mondo come dei destini – permette al futuro di dover essere ancora sognato.
Le vie fantastiche del blog si sono incrociate con il laboratorio di poesia condotto da Elisa Biagini proprio attorno ad una fiaba dei fratelli Grimm, Hänsel e Gretel, cui io stessa ho dedicato il mio scritto. Per due giorni i dieci partecipanti hanno accettato di perdersi nel bosco come i due bambini, recuperando indizi, la strada di casa, in forma di tracce poetiche, qui incluse nella sezione finale.
Oggi le fiabe fino ad ora raccolte diventano un piccolo libro, un talismano per ripensarci bambini, tornare a quel primo afflato, slancio verso le cose, consapevoli del tremendo che ci circonda come della sorpresa, capaci soprattutto di immaginare il passo successivo, fuori dalla foresta, dal castello, dalla pelle malconcia, dagli stivali vecchi, dalla cenere, dal tornado, dalla neve, dal naufragio, dalle calzature strette, dalla montagna, dal cumulo di neve, dalla stia, dalla lingua attorcigliata – a casa.


[1] Si vedano ad esempio i libri di Ruth Bottigheimer, Fairy Tales. A New History (State University of New York, 2009) e il più recente di Willem de Blécourt, Tales of magic, tales in print. On the genealogy of fairy tales and the Brothers Grimm (Manchester University Press, 2012).

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Elenco Autori

Mariasole Ariot, Cristina Babino, Vincenzo Bagnoli, Francesca Bertazzoni, Chiara Catapano, Tiziana Cera Rosco, Azzurra D’Agostino, Giovanni De Feo, Patrizia Dughero, Franca Mancinelli, Francesca Matteoni,  Gianni Montieri, Renata Morresi, Marilena Renda, Lidia Riviello, Vanni Santoni, Viviana Scarinci , Marco Simonelli , Paolo Triulzi, Mariagiorgia Ulbar.

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Dal laboratorio di poesia Hansel e Gretel a cura di Elisa Biagini testi di:

Paola Ballerini, Katia Ferri, Andrea Gigli, Liliana Grueff, Jacopo Ninni, Caterina Pardi, Brenda Porster, Marco Simonelli, Davide Valecchi, Annarita Zacchi.

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Copertina e illustrazioni di Nicoletta Ceccoli

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per ordinare il libro, scrivete qui:  info@dotcompress.it