fiaba

I poeti della domenica #234: Giorgio Vigolo, Fiaba

FIABA

A San Pietro di sera
le fontane in fiore
mille veli e manti
vestivano e spogliavano
al continuo tessere
e disfarsi d’un abito
che in nuvola cadeva
sull’ascoso sorgente stelo.

Quante volte ho guardato
quante fontane e quante
a seconda dei giorni
immagini vi conobbi.
Ma questa sera a una
lungamente gli occhi poso
mentre scende la notte
e il biancheggiare cresce dei suoi veli;
la guardo e un senso nuovo
vi scopro, un dolce atto,
una presenza cara di persona.

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Giorgio Vigolo, in «Mercurio», Anno V, numero 35 – febbraio 1948

Questo Natale #14: Giovanna Iorio, Il muschio

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IL MUSCHIO

 

Quell’anno non eravamo riusciti a trovare abbastanza muschio. Era la Vigilia di Natale  e tutto era pronto: le montagne di carta pesta, le cascate di stagnola, i rami, le casette di cartone, l’ovatta bianca. Mancava solo il muschio per il pascolo degli animali e i rifugi dei pastori. Volevamo uscire a cercarne ancora ma mia madre ci fermò ordinandoci di pulire tutto perché presto sarebbe stata pronta la cena.
Mio fratello non rispose, finimmo di sistemare e poi mi disse sottovoce:
– Andiamo.
Lo seguii su per le scale e, senza far rumore, lo vidi aprire la porta della soffitta. Mi faceva paura quella stanza e non ci ero mai entrata.  Ci ritrovammo in un luogo freddo e buio, senza pavimento né intonaco, pieno di cianfrusaglie e una finestrella priva di infissi dalla quale entravano il vento e l’ultima luce del giorno.
–  Ci scommetto che sul tetto c’è il muschio, – disse mio fratello. Mi indicò il passaggio angusto e poi aggiunse:  – Tocca a te andare a prenderlo,  io non ci passo.
Cominciò a battermi forte il cuore ma non dissi che avevo paura e che non volevo andarci.

Salii su una vecchia valigia e poi sulle sue spalle. Ero leggera, una bambina di sei anni con le ossa cave come gli uccelli che rischiava di volare via con una folata di vento. (altro…)

Francesco Scaramozzino. L’incantesimo dell’asino e della sinalefe. Nota di Lucetta Frisa

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Francesco Scaramozzino, L’incantesimo dell’asino e della sinalefe, CFR, 2014

Nota di Lucetta Frisa

 

Chi si ricorda cos’è la sinalèfe? Subito non lo ricordavo ma, chissà perché, la trovavo parola molto affascinante, musicale – per il mistero quasi esorcistico che sprigiona – e ben appropriata alla parola “incantesimo” e “asino”, quell’animale tanto simpatico e terragno che spesso appare nelle fiabe, da Apuleio in poi. E proprio da Apuleio si parte, dato che Scaramozzino di questa fiaba iperceleberrima estrae l’essenza, “rivisitandola” in modo soggettivo. Fiaba di una metamorfosi, quella del giovane e curioso Lucio in Asino e dall’Asino nuovamente in Lucio. E quante avventure e disavventure deve attraversare Lucio, stregato da un incantesimo, prima di riprendere le proprie spoglie umane e quindi la propria lucidità, la coscienza umana e razionale (e viene subito in mente il nostro Pinocchio collodiano che, da incosciente burattino, diventa ciuchino e poi di nuovo Pinocchio adulto). Un processo di iniziazione in cui psicologi, psicoanalisti e non solo – a cominciare da Jung – hanno letto, appunto, il lento e travagliato processo di individuazione di una creatura umana, prima di arrivare a conoscersi, a “risvegliarsi” e quindi vedersi davvero nel profondo. Ho poi  anche chiesto  spiegazione – e quindi il senso della parola sinalèfe – al grande libro delle Magie della lingua italiana – il vocabolario – e grazie ad esso vengo a sapere (cito letteralmente) che la sinalèfe è la pronuncia monosillabica di due vocali o dittonghi appartenuta a due parole diverse venute a contatto nel verso, per es. nell’endecasillabo dantesco… “e quindi uscimmo a riveder le stelle”. In breve, un legame che si crea tra vocali staccate e  attigue  che hanno bisogno di “legarsi” l’una all’altra per la fluida scorrevolezza del verso.
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