Festivaletteratura Poetarum Silva

Festivaletteratura: Finale #FestLet

20150913_132434

Sembrerebbe che quest’anno, almeno in base al colore, se io scendessi sul campo di calcio potrei soltanto ammonire. Invece nulla è cambiato rispetto al rosso-espulsione del pass precedente. Certo, ho avuto il coraggio di attaccare il laccetto non regolamentare che vi avevo promesso durante il primo post. La chiavetta che vedete, invece, apre la catena di una bici: quest’anno mi è stato dato un piccolo aiuto a realizzare il mio sogno mantovano di ubiquità. Anzi, tutt’altro che piccolo: la volantina rossa che inforco per passare il ponte dal campeggio alla città ha l’arietta dolce di una qualsiasi nonnina inglese ma in realtà è Miss Marple. All’inizio avevo una mountain bike bianca, in realtà, ma il ghiaino ha deciso altrimenti; una squadra di volontari ha provveduto a darmi un altro mezzo in (li ho cronometrati) sei minuti e tre. A questo proposito: quando sono arrivata, alla consegna della tenda mi è stato dato un materasso (vi prego: un materasso, non un tappeto). Ci sono stati ragazzi che hanno ritardato il pranzo per tenermi d’occhio un cellulare in ricarica, e volontari che si sono offerti di fotografare per me eventi troppo affollati perché io potessi entrare. La maggior parte di loro era così giovane da darmi, con mio sommo sconcerto, del lei. Lo ripeto anche quest’anno chiedendo un applauso a tutti loro, poi la chiudo qui: la Mantova del Festivaletteratura non è solo il luogo in cui strade e piazze e chiese e cortili offrono ogni scelta di eventi di grande spessore, ma un laboratorio di complicità, dove si gode del dovere civico di mettersi a disposizione e lasciarsi semplificare la vita. (Per non parlare della festa di chiusura dei volontari, di cui non posto fotografie del risotto alla mantovana per non suscitare invidie.) (altro…)

Festivaletteratura: Rondò #FestLet

COtiwKXWsAAiMT4

Ecco, parlerò in prima persona, e sarò intima e anche brutale.
Ieri ho fatto poco i compiti, ve lo devo confessare. Mi ero data molti appuntamenti, ma mi sono limitata a soffermarmi su Florence Delay e i suoi portacenere (i frutti li vedrete presto qui), ad ascoltare Covachic parlare di Pippa Bacca e dell’artista che si mette in gioco rischiando che gli si dica che se la va a cercare, a lottare contro le api (e io sono allergica come la metà dei personaggi di Stephen King) che si erano affezionate ai miei riccioli di zucca.
Sono animali superiori, io l’ho sempre detto.
Tutto il resto del tempo l’ho passato a riflettere su un incontro che pensavo festoso e vivace, dimenticando dove affondava la mia passione per il tema affrontato. Fin da bambina io ho la fobia dei vulcani: ero cucciola quando ho gironzolato per i Campi Flegrei, visitato le zone dell’Averno, passeggiato per Pompei, e fin da bambina ho capito che la Natura aveva un amico per ignorare la nostra sopravvivenza mediante tutti e quattro gli elementi in contemporanea. Da allora ho un terrore profondo e un grande amore, e ascoltare Alberto Angela parlare di un evento potente quanto cinquantamila bombe di Hiroshima, con colate di fango e venti da burrasca che hanno inghiottito in tre giorni una città, è stata un’esperienza bella e disturbante.
Potrei tenerla per me, direte (giustamente) voi. Sono io che mi sto godendo questo ritorno all’infanzia, proprio nella città dove è nato quel Virgilio che ha vissuto dove io vivo ed è sepolto dove sono nata. Sono io che chiudo i cerchi (sepoltura a Mantova a parte).
Invece voglio collegarmi a quanto detto ieri sull’esattezza, sulla testimonianza e sul senso di umanità.
Esattezza. Qualche mito da sfatare. 1) Il vulcano che conosciamo non esisteva il giorno dell’eruzione; al suo posto, un “monte basso” coperto di verde che nessuno sapeva conservasse una bomba. 2) In compenso c’erano stati segnali: case già piene di calcinacci per le continue scosse di terremoto, acquedotti che non portavano acqua (niente terme, quindi, né aristocratici né banchetti). 3) C’erano sempre stati segnali: si sa che nel ’79 d.C. mancava un’intera generazione, quella degli adolescenti, perché i potenziali genitori erano morti sotto il più violento dei terremoti precedenti all’eruzione, circa sedici anni prima. 4) Nessuno sta rimproverando i pompeiani del tempo di non aver colto i segnali; stiamo rimproverando le majors di Hollywood di non aver colto il tempo dei pompeiani. 5) Anche a postilla del punto 4, non è mai arrivata una goccia di lava.
Ora, Angela è un divulgatore; Alberto e suo padre Piero sono per molti persone di famiglia, con cui si cena ascoltando scampoli di realtà di altissimo spessore raccontati come in una chiacchierata. C’è un’enorme generosità nel lavoro del divulgatore. E Alberto Angela, ieri, ha parlato di una virtù dell’homo sapiens, l’empatia, e di come possa essere attivata attraverso i canali di divulgazione come libri e tv.
Nessuno di noi ha trovato truculento, né soltanto scientifico, sapere che una mattina di (probabilmente) ottobre i pompeiani si svegliano vedendo una nebbia seduta sul “monte basso”, con una polvere bianca e tuoni sordi e uno strano rumore di fondo. È andata così: a ora di pranzo, il vulcano apre il camino con una cannonata di polvere e gas che raggiunge i 14 Km di altezza (un aereo vola a 10), una nuvola nera attraversata da lingue rossastre. Il fornaio corre fuori lasciando il pane, il restauratore copre l’affresco con la calce per non farlo seccare convinto che una volta uscito a controllare tornerà al lavoro; non avevano finestre, semplicemente erano stati spaventati dalla rottura del muro del suono. Nessuno ha trovato gratuito sapere che la pomice non fa male ma fa affondare nella fuga, né che le rocce sfondano, e che a stare fuori ci si graffia la gola respirando vetri ma chiudersi in casa vuol dire finire sepolti. Nessuno ha trovato macabro sapere che quando la colonna arriva a 32 Km collassa: il suo nome scientifico in quel momento, magnifico, è “nube ardente”, e al suo cadere gli uomini di Ercolano, fuggiti sulla spiaggia, cadono all’istante come burattini.
Alla sesta valanga di fango il vulcano si svuota. Tito non vuole ricostruire la città, che resta un bosco fino al suo ritrovamento casuale. Una delle prime cose a essere trovate sono state i corpi.
Durante l’intero racconto, dettagliato, rispettoso e corretto, abbiamo provato la più ferma empatia verso «uomini come noi che hanno vissuto un momento terrificante.»
Ecco, conclude Angela: sapere che l’anidride solforosa a contatto con le mucose diventa acido solforico può aiutare, prima di farsi un selfie con quelli che un tempo erano uomini.

© Giovanna Amato

Festivaletteratura: Minuetto #FestLet

Da "La Belle Joyeuse" - monologo di Anna Bonaiuto, regia di Gianfranco Fiore

Da “La Belle Joyeuse” – monologo di Anna Bonaiuto, regia di Gianfranco Fiore

«L’autobiografia è un grandissimo atto d’invenzione», ricorda la scrittrice Chiara Valerio presentando Michele Mari e il suo Asterusher – Un’autobiografia per feticci (Corraini 2015)Un volume snello e verticale, dove alle fotografie di Francesco Pernigo si intrecciano brevi lampi di testo in cui Mari racconta ambienti e oggetti familiari, cedendo a volte il passo ad autori che hanno trattato le case come labirinti, propaggini, gioielli: da Borges a Poe (da Asterione a Usher, appunto), passando per Huysmans, Proust, Gozzano e altri, Mari mappa la necessità propria dell’uomo di affidare molto di ciò che gli appartiene alle forme da cui è circondato. La tentazione comune di essere conosciuti attraverso ciò che si sceglie, raccontati dalla maniera in cui lo si è usato. Infatti Chiara Valerio lo pungola, lo incalza, chiede affettuosamente se il suo può essere un tentativo bimbo di razionalizzare la propria esperienza di vita, ma Mari inchioda il punto: «gli oggetti cui ho dato mi hanno sempre restituito qualcosa, come fossero stati radioattivi; sarà solo dopo di me che regrediranno a cose.» Qualche incontro più tardi, la scrittrice e accademica francese Florence Delay, che con I miei portacenere (Nottetempo 2015, trad. Laura Barile) ha tracciato un catalogo amoroso della sua collezione, avrebbe detto: «sento il rimprovero dei portacenere che non ho descritto.»
L’oggetto può essere pretesto narrativo, ma l’esattezza dello sguardo ha una spinta etica: far brillare la forma come si fa con un luogo cui si associa una canzone, o una casa che resta infetta dei libri che vi sono stati letti. Un episodio raccontato da Mari mi ha particolarmente colpito: dice del suo primo giorno alla radio – è al microfono, parla di soldatini giocattolo, all’improvviso vede la redazione svuotarsi e dei colleghi fargli segni con il braccio; li raggiunge allo schermo, allora, e osserva cadere le Torri Gemelle, pensando di aver parlato di soldatini di plastica fino a un attimo prima. Ho ricordato, con questo episodio, il bel libro di A. M. Homes La sicurezza degli oggetti (Minimum Fax 2001, trad. Martina Testa, qui per la recensione apparsa su questo sito), un grande esempio di come si possa rimescolare il simbolo con l’icona, aggrappare l’occhio a un unico dato di realtà e a partire da quello spalancare un intero vissuto.  Certo il libro della Homes è feroce, e ha una tesi: a tenere insieme i racconti è l’assunto che siamo divorati dal terrore di perdere gli oggetti che possediamo (e che quindi finiscono per possedere noi); il libro di Mari vuole essere testimonianza di sé attraverso gli oggetti e degli oggetti attraverso di sé. Ma è comune l’accanimento (amoroso, feroce) a rendere osservabile quello che si tocca, e tangibile quello che si osserva.
La realtà, la testimonianza, la spinta etica che può riguardare la scrittura (chi scrive pensa che ogni scrittura e nessuna scrittura siano civili), sono stati grandi temi dell’incontro “Meglio di un romanzo (in bozze)”, in cui due ragazze giovanissime hanno sottoposto altrettanti progetti di reportage al giornalista Francesco Erbani e – ancora – a Chiara Valerio. «Non è un talent», ha immediatamente specificato il moderatore Christian Elia, e non lo era affatto: i testi sono stati sottoposti a un rapido, finissimo lavoro di valutazione ed editing, più rivolto alle potenzialità giornalistiche con Erbani e più verso armonia di registro e composizione con Chiara Valerio. Si è discusso di tono e di sguardo, del confine tra l’uso e l’abuso dello strumento-lingua per catturare l’empatia del lettore e, ancora, si è discusso di esattezza. «La metafora non consente esattezza linguistica, bisogna essere bravissimi per permettersi di usarla», suggerisce Chiara Valerio. «Scrivete pure di quello che immaginate», interviene una donna dal pubblico, «ma poi andate a conoscerlo, ascoltatelo, passateci del tempo e poi scrivete di nuovo, e vi verrà qualcosa di diverso e più bello.»
È un senso di pulizia che dà sollievo quello di rifiutare gli eccessi chiassosi e amare quelli silenti, coltivare la natura del proprio sguardo e sottrarsi a ogni aspettativa ipocrita, abbattere la retorica e incantarsi per quello che è vero, che sia amoroso o feroce.
Anna Bonaiuto, ad esempio, ieri sera si è finta per un’ora Cristina Trivulzio di Belgiojoso, per cui «la verità non vive che un minuto». Ogni minimo gesto che muoveva sul palco era vero.

© Giovanna Amato

Festivaletteratura: Ouverture

2014

Lo so, l’anno impresso su quel badge è sbagliato. Ma volevo vedeste uno degli oggetti più cari che ho. Lo conservo attaccato a un tubo cui appendo giacche e cappotti, in bella vista per chi apre la porta di camera. Dietro di lui – dietro la cover di plastica, intendo – c’è il mio nome, la nostra testata e il logo della scorsa edizione del Festivaletteratura. Ma più dentro ancora, mentre lo tenevo al collo chiedendomi se sarebbe stato fuori ordinanza cambiare il laccetto con uno coi baffi che mi ha regalato mia sorella, questo badge conteneva una delle più grandi esperienze che io abbia mai fatto. Chi scorra il programma, chi guardi com’è dislocato il festival, la sua offerta, la sua chiarezza, la sua accessibilità, sa di trovarsi di fronte a un momento di democrazia della bellezza. Tutto è ovunque, raggiungibile e a portata di mano. Si cerchi un vetro oscurato per le strade della città; si cerchi un evento cui si tiene molto che non sia a portata di tasca; si cerchi una mezza giornata in cui non esiste qualcosa che non valga la pena vedere. Buona ricerca, non darà risultati.
E in questo guardare, si cerchino i tanti ragazzi con un badge simile al mio, ma di un altro colore: sono i volontari che rendono possibile tutto insieme con gli organizzatori, che danno nel momento in cui ricevono, che si suddividono compiti e lavorano senza risparmio, e l’ultima sera ballano alla mensa felici di aver partecipato a qualcosa di grande.
È così che Mantova mi ha fatto sentire: assolutamente felice di essere lì.
Nel momento in cui scrivo, manca ancora qualche ora alla partenza. Nel momento in cui questo post partirà, starò litigando con il bagaglio da svuotare. Nel momento in cui leggete, il Festival starà per cominciare. Vi piacerà, vedrete.

© Giovanna Amato

Poetarum Silva al Festivaletteratura di Mantova

festival2015

Siamo felici di annunciare che, anche quest’anno, Poetarum Silva sarà al Festivaletteratura di Mantova. A seguirlo e a raccontarlo per noi e per voi Giovanna Amato.

Tutto il PROGRAMMA qui

FESTIVALETTERATURA
XIX edizione dal 9 al 13 settembre a Mantova

SI PENSA AL FUTURO GUARDANDO AL PASSATO

Milano, 25 giugno 2015 – Scrittura è la parola chiave di questa diciannovesima edizione di Festivaletteratura che si terrà a Mantova da mercoledì 9 a domenica 13 settembre: scrittura – come segno grafico, rappresentazione simbolica, trasposizione fisica del pensiero, strumento cognitivo, espressione inequivocabile della personalità – e ricerca sul linguaggio. Festivaletteratura, ancora una volta sperimenta, lavora sulle possibilità di nuovi linguaggi, e al contempo valorizza il suo passato, la quasi ventennale materia storica del suo archivio, che non è solo memoria, ma serve a innescare nuovi progetti culturali.

In questa edizione del festival si parlerà dunque del futuro della scrittura con prototipi, il cantiere progettuale che parte già dal 24 agosto: uno spazio per immaginare nuovi supporti al racconto in cui 10/15 giovani saranno chiamati ogni anno a progettare e – se possibile – a realizzare un prototipo (una forma di neo-libro?) che sappia cogliere tutte le potenzialità offerte dalle nuove tecnologie per la produzione di nuova letteratura e per la trasmissione del sapere.
E insieme al futuro, anche il passato si radica e struttura, e finalmente diventa fruibile l’immenso materiale di chi ha lasciato il proprio segno grafico e di presenza al festival in tutti questi anni, con l’apertura dell’archivio di Festivaletteratura, attraverso l’Opac. Un catalogo on-line di foto, video, registrazioni sonore e molto altro consentirà a tutti di prendere coscienza del notevole patrimonio documentario sulla letteratura contemporanea raccolto e di utilizzarlo come partenza per nuovi progetti culturali. A questo scopo, il nuovo sito riprenderà articoli, discussioni, commenti, produzioni originali, costruendo “racconti” di scrittori e temi di cui si tratterà, e che permetteranno ai suoi visitatori, già nelle settimane precedenti, di leggere, confrontarsi, partecipare alle riflessioni e ai pensieri che animeranno il Festival.

Quest’anno a Festivaletteratura si ritrova la bellezza e il senso della scrittura manuale, la sua storia e il suo futuro, con i laboratori di calligrafia tenuti da Ewan Clayton, il passaggio dal segno manuale al carattere tipografico – con la rivoluzionaria invenzione del corsivo a stampa di Aldo Manuzio nel 500esimo anniversario della morte  –, gli incontri con il maestro indiscusso della grafica internazionale Giancarlo Iliprandi, la scrittrice designer tedesca Judith Schalansky, il giovane designer polacco Jan Bajtlik.

E c’è sapore di antico e insieme contemporaneo nella scrittura in scena con gli autori più apprezzati del teatro italiano di oggi – Lucia Calamaro, Laura Curino, Letizia Russo, Fausto Paravidino e Michele Santeramo – a cui si aggiungerà uno speciale incontro con il premio Nobel Wole Soyinka, grande drammaturgo africano contemporaneo. Sull’onda della scrittura in scena, sono numerosi gli appuntamenti del Festival 2015 proposti in forma scenica o di conferenza/spettacolo, molti dei quali dedicati a figure della storia e della letteratura, opere o eventi del nostro passato più o meno recente. Così Anna Bonaiuto ripercorrerà sul palco del Teatro Bibiena la straordinaria vita di Cristina di Belgiojoso; Guido Ceronetti riprenderà appositamente per Festivaletteratura Quando il tiro si alza, lo spettacolo sulla prima guerra mondiale portato in scena con il suo Teatro dei Sensibili. Si cimentano invece con le Scritture, Sandro Veronesi con un monologo sul Vangelo di Marco e Davide Longo rivisitando con drammatizzazioni e musiche la storia delle Nozze di Cana. (altro…)