festivaletteratura 2015

Festivaletteratura: Minuetto #FestLet

Da "La Belle Joyeuse" - monologo di Anna Bonaiuto, regia di Gianfranco Fiore

Da “La Belle Joyeuse” – monologo di Anna Bonaiuto, regia di Gianfranco Fiore

«L’autobiografia è un grandissimo atto d’invenzione», ricorda la scrittrice Chiara Valerio presentando Michele Mari e il suo Asterusher – Un’autobiografia per feticci (Corraini 2015)Un volume snello e verticale, dove alle fotografie di Francesco Pernigo si intrecciano brevi lampi di testo in cui Mari racconta ambienti e oggetti familiari, cedendo a volte il passo ad autori che hanno trattato le case come labirinti, propaggini, gioielli: da Borges a Poe (da Asterione a Usher, appunto), passando per Huysmans, Proust, Gozzano e altri, Mari mappa la necessità propria dell’uomo di affidare molto di ciò che gli appartiene alle forme da cui è circondato. La tentazione comune di essere conosciuti attraverso ciò che si sceglie, raccontati dalla maniera in cui lo si è usato. Infatti Chiara Valerio lo pungola, lo incalza, chiede affettuosamente se il suo può essere un tentativo bimbo di razionalizzare la propria esperienza di vita, ma Mari inchioda il punto: «gli oggetti cui ho dato mi hanno sempre restituito qualcosa, come fossero stati radioattivi; sarà solo dopo di me che regrediranno a cose.» Qualche incontro più tardi, la scrittrice e accademica francese Florence Delay, che con I miei portacenere (Nottetempo 2015, trad. Laura Barile) ha tracciato un catalogo amoroso della sua collezione, avrebbe detto: «sento il rimprovero dei portacenere che non ho descritto.»
L’oggetto può essere pretesto narrativo, ma l’esattezza dello sguardo ha una spinta etica: far brillare la forma come si fa con un luogo cui si associa una canzone, o una casa che resta infetta dei libri che vi sono stati letti. Un episodio raccontato da Mari mi ha particolarmente colpito: dice del suo primo giorno alla radio – è al microfono, parla di soldatini giocattolo, all’improvviso vede la redazione svuotarsi e dei colleghi fargli segni con il braccio; li raggiunge allo schermo, allora, e osserva cadere le Torri Gemelle, pensando di aver parlato di soldatini di plastica fino a un attimo prima. Ho ricordato, con questo episodio, il bel libro di A. M. Homes La sicurezza degli oggetti (Minimum Fax 2001, trad. Martina Testa, qui per la recensione apparsa su questo sito), un grande esempio di come si possa rimescolare il simbolo con l’icona, aggrappare l’occhio a un unico dato di realtà e a partire da quello spalancare un intero vissuto.  Certo il libro della Homes è feroce, e ha una tesi: a tenere insieme i racconti è l’assunto che siamo divorati dal terrore di perdere gli oggetti che possediamo (e che quindi finiscono per possedere noi); il libro di Mari vuole essere testimonianza di sé attraverso gli oggetti e degli oggetti attraverso di sé. Ma è comune l’accanimento (amoroso, feroce) a rendere osservabile quello che si tocca, e tangibile quello che si osserva.
La realtà, la testimonianza, la spinta etica che può riguardare la scrittura (chi scrive pensa che ogni scrittura e nessuna scrittura siano civili), sono stati grandi temi dell’incontro “Meglio di un romanzo (in bozze)”, in cui due ragazze giovanissime hanno sottoposto altrettanti progetti di reportage al giornalista Francesco Erbani e – ancora – a Chiara Valerio. «Non è un talent», ha immediatamente specificato il moderatore Christian Elia, e non lo era affatto: i testi sono stati sottoposti a un rapido, finissimo lavoro di valutazione ed editing, più rivolto alle potenzialità giornalistiche con Erbani e più verso armonia di registro e composizione con Chiara Valerio. Si è discusso di tono e di sguardo, del confine tra l’uso e l’abuso dello strumento-lingua per catturare l’empatia del lettore e, ancora, si è discusso di esattezza. «La metafora non consente esattezza linguistica, bisogna essere bravissimi per permettersi di usarla», suggerisce Chiara Valerio. «Scrivete pure di quello che immaginate», interviene una donna dal pubblico, «ma poi andate a conoscerlo, ascoltatelo, passateci del tempo e poi scrivete di nuovo, e vi verrà qualcosa di diverso e più bello.»
È un senso di pulizia che dà sollievo quello di rifiutare gli eccessi chiassosi e amare quelli silenti, coltivare la natura del proprio sguardo e sottrarsi a ogni aspettativa ipocrita, abbattere la retorica e incantarsi per quello che è vero, che sia amoroso o feroce.
Anna Bonaiuto, ad esempio, ieri sera si è finta per un’ora Cristina Trivulzio di Belgiojoso, per cui «la verità non vive che un minuto». Ogni minimo gesto che muoveva sul palco era vero.

© Giovanna Amato

Festivaletteratura: Allegro #FestLet

Tracy Chevalier

Tracy Chevalier

Funziona per scintille, dice Tracy Chevalier, che sulla curiosità e l’osservazione di quello che già esiste ha costruito le sue storie. Un innamoramento improvviso per un dato che può sviluppare in narrazione. La scintilla cova, diventa propulsore per l’autore, si riconosce in mezzo al resto del tessuto e fa sì che chi legge resti impigliato, di punto in punto, come in una coperta. Oggi Tracy Chevalier ha iniziato un laboratorio tutto manuale, sta insegnando a tante donne e tanti uomini i rudimenti di un’arte strana: il patchwork. Ma ieri ha parlato di scrittura, e l’ha fatto con la maestria del tessitore. Una storia, in fondo, si cuce, come fa la ragazza muta di L’ultima fuggitiva (The last runaway, trad. di Massimo Ortelio, Neri Pozza 2013) con la sua coperta. «Come ha trovato la voce del personaggio, in un personaggio muto?», chiede Chicca Gagliardo all’autrice; «Passando del tempo mentale con lei». Ci sono romanzieri, sottolinea la Chevalier, che per quanto bravi donano ai loro personaggi sempre la medesima voce, e questo vuol dire non essere arrivati a conoscerli, non avere ben chiara nella mente ogni minima gestualità, anche quella di cucire una coperta.
Il gesto può essere voce: possono coincidere, fare l’una il gioco dell’altro o viceversa. Su che stretto vincolo ci sia tra gesto e voce è stata anche la lezione Giovanni Bietti, che quest’anno ha inforcato pianoforte e lavagna per svelarci qualche altro segreto del linguaggio della musica. Dal Notturno op.27 n.2 alle Mazurke, quest’anno si è parlato di Chopin: la pratica tutta romantica di affidarsi al pedale per controllare il diffondersi del suono, la tripartizione già Beethoveniana tra basso, accompagnamento e melodia, ma soprattutto l’intuizione di fare della musica non un discorso, in cui armonia e melodia si completano, ma un paesaggio. Tutto accade in quello spazio che è tra basso e melodia, tutto si intreccia e insegue per avvicinare le possibilità della musica a quelle della voce. «Bisogna imparare a cantare con le dita», diceva Chopin ai suoi alunni parigini: ognuna di loro possiede una forza diversa, una diversa angolazione, così come ogni pianoforte ha le sue specifiche potenzialità, tutte fisiche e non sindacabili. L’intenzione della voce si intreccia a quello che la materia offre, come il marmo collabora con la mente dello scultore, o gli è ostile.
Non dipende tutto da noi, e io trovo tutto questo molto allegro, quasi miracoloso.

© Giovanna Amato

Festivaletteratura: Ouverture

2014

Lo so, l’anno impresso su quel badge è sbagliato. Ma volevo vedeste uno degli oggetti più cari che ho. Lo conservo attaccato a un tubo cui appendo giacche e cappotti, in bella vista per chi apre la porta di camera. Dietro di lui – dietro la cover di plastica, intendo – c’è il mio nome, la nostra testata e il logo della scorsa edizione del Festivaletteratura. Ma più dentro ancora, mentre lo tenevo al collo chiedendomi se sarebbe stato fuori ordinanza cambiare il laccetto con uno coi baffi che mi ha regalato mia sorella, questo badge conteneva una delle più grandi esperienze che io abbia mai fatto. Chi scorra il programma, chi guardi com’è dislocato il festival, la sua offerta, la sua chiarezza, la sua accessibilità, sa di trovarsi di fronte a un momento di democrazia della bellezza. Tutto è ovunque, raggiungibile e a portata di mano. Si cerchi un vetro oscurato per le strade della città; si cerchi un evento cui si tiene molto che non sia a portata di tasca; si cerchi una mezza giornata in cui non esiste qualcosa che non valga la pena vedere. Buona ricerca, non darà risultati.
E in questo guardare, si cerchino i tanti ragazzi con un badge simile al mio, ma di un altro colore: sono i volontari che rendono possibile tutto insieme con gli organizzatori, che danno nel momento in cui ricevono, che si suddividono compiti e lavorano senza risparmio, e l’ultima sera ballano alla mensa felici di aver partecipato a qualcosa di grande.
È così che Mantova mi ha fatto sentire: assolutamente felice di essere lì.
Nel momento in cui scrivo, manca ancora qualche ora alla partenza. Nel momento in cui questo post partirà, starò litigando con il bagaglio da svuotare. Nel momento in cui leggete, il Festival starà per cominciare. Vi piacerà, vedrete.

© Giovanna Amato