festival di sanremo

Oppure no. Di Sanremo e del significato delle canzoni.

fonte alessandrobono.com

fonte alessandrobono.com

Oppure no. Di Sanremo e del significato delle canzoni.

(racconto ispirato a “OGNI GIORNO CHE VA VIA È UN QUADRO CHE APPENDO” di Mauro Covacich, In “La sposa“, Bompiani, 2014)

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di Raffaele Calvanese

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Mi piace vivere, mi piace scrivere, mi piace ascoltare canzoni, mi piace parlare di canzoni.

Sono un fan delle canzoni.

Ma di che cosa parla veramente una canzone?

Se lo chiedevano anche i Tre Allegri Ragazzi Morti in coda al disco Nel giardino dei fantasmi. Una canzone parla di mille cose e di niente. Spessissimo parla di cose infinitamente lontane dal pensiero di chi l’ha scritta. Perché ci sono strade che arrivano da lontano per incrociarsi inaspettatamente in un punto e non c’è mai un momento giusto ed uno sbagliato per arrivare a quegli incroci, ci si arriva e basta.

Dopo la pubblicità appare il segnale dell’Eurovisione e subito di nuovo lo studio. Milioni di persone in tutta Europa, affondate nei loro divani, stanno osservando la panoramica a volo d’uccello sulla platea, l’orchestra, il palcoscenico, poi l’inquadratura in piano americano che trova il presentatore e la sua valletta…

Sanremo invece arriva sempre puntuale, più o meno a metà Febbraio, come una settimana sabbatica in un anno di frenesie, uno dei pochi momenti in cui che ne parli bene o male, comunque se ne parla. Quando ero molto piccolo lo guardavo senza pormi nessun problema, lo guardavo con mia madre, lei nemmeno si poneva alcun problema. Mio padre invece era iscritto alla scuola di pensiero di quelli che lo reputano il fondo del barile musicale, di quelli della contestazione, di quelli che la musica è altrove e per questo non lo ha mai amato. Ha sempre tenuto quella posizione più o meno in modo intransigente. Anche io ho attraversato quella fase, in cui mi credevo al di sopra delle parti, in cui vedevo musica solo altrove. Inevitabilmente però ho una serie di ricordi personali legati alle canzoni del festival, come la prima volta che ho suonato una batteria durante l’ora di musica e ho sprecato questo momento storico per la mia vita in un accompagnamento di “Strani amori” di Laura Pausini.

Poi dopo un po’ di anni che bazzicavo il mondo della musica, un anno sul quel palco è arrivato un ragazzo che avevo avuto la fortuna di conoscere prima di arrivare al grande pubblico e questa cosa ha cominciato a farmi vedere il Festival con occhi diversi. Si incrinava quella posizione di superiorità che tutti nel mio giro avevano nei confronti di Sanremo. Perché quando c’è Sanremo tutti credono di sapere tutto di quello che succede, ognuno ha in tasca la sua verità. Quando ho incominciato a scrivere di musica l’ho fatto per piacere, prima di tutto il mio, e solo dopo per il piacere di quelli di cui scrivevo. Non l’ho fatto per soldi, e per questo ho quasi sempre scritto di cose che mi piacevano e persone a cui volevo bene, perché credevo nel loro lavoro, conoscevo i sacrifici che c’erano dietro. Col passare del tempo mi sono sentito ripetere sempre la stessa cosa “ci vuole più cattiveria, più cinismo”. E quindi anche io ho pensato che dovesse essere così, ho cominciato a scrivere anche di Sanremo e dei suoi protagonisti con cinismo, con cattiveria, aspettandomi sempre di più, sempre qualcosa che non sapevo spiegare ma che non vedevo arrivare. Ne ho scritto ai limiti dell’acidità. Non so bene chi mi abbia convinto di essere su un piedistallo per poter guardare e commentare quelle esibizioni, forse i social network, che danno questo senso di ebbrezza, forse la frenesia generale che porta con sé Sanremo.

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Le cronache della Leda #2 – La torta, Pavese e Sanremo

Mina_San_Remo_'60 -foto wikipedia

Le cronache della Leda #2 – La torta, Pavese e Sanremo

Ci sono cose che faccio ma che non dico. Non che siano proprio dei segreti inconfessabili, ma ci sono persone che mi immaginano e mi conoscono in un certo modo; non voglio creare scompensi e preoccupazioni: che continuino a vedere ciò che vogliono vedere. Prendete la questione della torta che ho preparato per questo pomeriggio. Alle cinque vengono l’Adriana, la Luisa e la Wanda. La Wanda è la quarta del nostro gruppo, esce poco perché ha dei problemi a un’anca, quando posso la coinvolgo in questi pomeriggi da tranquille anziane e lei con l’aiuto della Luisa, che passa a prenderla, si trascina fino a casa mia, che c’è l’ascensore.

Quando vengono, di solito il martedì pomeriggio, io faccio trovare loro una piccola torta, del giusto formato da dividere per quattro. Né troppo piccola, né troppo grande. A volte al cioccolato, altre alla crema, una volta il tiramisù; la torta alle carote, per oggi pomeriggio, è già lì sul tavolino del soggiorno in attesa. La signora Gianna me l’ha portata alle due esatte, appena sfornata. La torta che ho preparato l’ho comprata. Ecco, ho confessato. Naturalmente nessuno eccetto voi deve saperlo. Tutti si aspettano che una signora della mia età, ho settantasei anni, sappia fare i dolci, lasciamoglielo credere. La signora Gianna è la proprietaria del più antico laboratorio di pasticceria del paese, ci conosciamo da molto tempo. Saranno, ormai, una decina d’anni che prepara le torte per me all’insaputa di tutti. Lei prepara, io dispongo, lei porta, io pago, entrambe manteniamo il riserbo. Ci salutiamo con sorriso cospiratorio quando arriva fingendo di portarmi il pane che tanto è di strada. Trovate che sia disdicevole? Io no. Tutti hanno ciò che vogliono: Gianna i soldi e il gusto dello spionaggio, le mie amiche hanno la loro amica che sa far le torte, io ho la torta e la storia della torta da raccontare. Per ogni dolce la signora Gianna mi fornisce anche la ricetta e i tempi di cottura: siamo una squadra che funziona.

Prima delle cinque mi resta ancora un’ora, posso dedicarmi all’altra mia passione, la lettura. In questi giorni sto rileggendo Lavorare stanca del Pavese. Poche cose sanno portarmi lontano e tenermi compagnia come le poesie del Pavese, certi versi li ho imparati a memoria, come questi: Val la pena esser solo, per esser sempre più solo? / Solamente girarle, le piazze e le strade / sono vuote. Bisogna fermare una donna / e parlarle e deciderla a vivere insieme. Questo libro poi è un regalo. Era di Giovanni, un vecchio moroso delle superiori, me lo regalò prima di trasferirsi con sua moglie a Brisbane in Australia. Ah, Giovanni, quanti ricordi, è morto dieci anni fa, un attacco di cuore. Sua moglie è stata carina, mi ha mandato un biglietto, conservo anche quello. Ci sono un sacco di faccende che si conservano nei vecchi bauli. Ho sempre pensato che conservare, in qualche maniera, potesse preservarmi, anche se non so bene da cosa. Sono fatta così, meglio tenere, che a buttare si è sempre in tempo. Ma mi sono distratta, suona il citofono, eccole. Metto via Pavese che è meglio non disorientare le ragazze, lascio sul tavolino, accanto alla torta, soltanto il Sorrisi e Canzoni, l’argomento di oggi è Sanremo: la Luisa attaccherà con la sua adorazione per Fazio che sembra così tanto un bravo ragazzo, la Wanda che i veri festival erano quelli degli anni sessanta, l’Adriana (che da giovane ha studiato musica) dirà  che non esistono più le melodie. Io sorriderò sorseggiando il tè, quello so prepararlo, zucchero e limone come piace a loro, e penserò che questa combriccola di vecchiette scalmanate è una cosa che somiglia al mio baule. Una cosa da tenere.

Leda

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@ Gianni Montieri

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Le cronache della Leda #1

Solo 1500 n. 36 – Il thriller di Pupo

Solo 1500 n. 36  – Il thriller di Pupo

Si corrono grossi rischi a girare per le librerie del centro di questi tempi. Sabato scorso, sbirciando qua e là, a caso, mi imbatto in questo libro: La confessione di Enzo Ghinazzi. Ghinazzi? Ma non ci posso credere, è Pupo. Lo conferma la fascetta gialla sulla copertina, a firma di Mogol: “Anche con la penna in mano Pupo resta geniale…” la casa editrice è Rizzoli, tanto per dire. Pare si tratti di un thriller e pare che circolino foto di Pupo in pullover a collo alto scuro e occhiali da intellettuale. Non leggerò il libro, naturalmente. Non è possibile che sia bello, semplicemente. Il dramma comunque non è questo, il dramma è che Rizzoli l’abbia pubblicato solo per il nome, solo perché si pensa che Ghinazzi potrebbe vendere un bel po’ di copie. Gli editori pensano a quanto si potrà vendere, non a quanto valga una storia e meno ancora a come sia scritta, perciò teniamoci Pupo edito da Rizzoli e bene in vista sugli scaffali. L’originalissima trama pare si dipani alla vigilia del festival di Sanremo (ma che strano), uno dei cantanti più famosi viene ucciso misteriosamente (non l’avrei mai detto), ad indagare sarà un commissario un po’ ciccione, sfigato, separato o in crisi con la moglie ecc.. (anche questa non l’avete mai sentita). La domanda è perché? Ma mentre me la faccio cammino dentro la libreria e un paio di scaffali più in là, mi rispondo: esposto c’è il romanzo di Arisa (wow) ed. Mondadori. Parlare di editoria oggi è parlare di nulla, meglio cantare: “su di noi nemmeno una nuvola, su di noi l’amore è una favola”.

Gianni Montieri

Solo 1500 n. 35 – Marta portami via

Solo 1500 n. 35 – Marta portami via

Si chiamava Ciro Sebastianelli, napoletano, cantante. Alcuni brani trash, a cavallo tra gli anni settanta/ottanta. Canzoni in italiano che a volte sfociavano nel dialetto, “Je nu c’ha facc’ chiù lassame perder’”. Mi è tornato in mente settimana scorsa, mentre su Facebook impazzavano gli status sui commenti al Festival di Sanremo. Sono andato a cercare su Youtube la sua canzone più famosa: Marta, Marta. Sanremo, 1980. Ricordo un episodio legato a quel festival: mia madre (non avevamo ancora il Tv Color, l’avremmo comprato per i mondiali del 1982) chiedeva alla sua amica Dina di che colore fosse la giacca indossata la sera prima da Sebastianelli. Dina rispose: Color ciliegia. Meraviglia. Cioè, non solo il fatto che lui avesse una giacca di quel  colore ma che la gente si telefonasse per raccontarselo. Io avevo nove anni e le canzoni le imparavo a memoria, belle o brutte che fossero. “Marta” è una pietra miliare del Pop Trash degli anni ottanta. L’attacco fa: “Marta, portami via dalla libertà, che non è sempre poesia”. Secondo me qui ci troviamo davanti a qualcosa di grandioso, mica una roba banale. “dalle stelle di stagnola, dalle lenzuola di carta vetrata”. qui è racchiuso tutto il meglio, tutto ciò che bigazzi-tozzi sublimarono nel famoso “guerriero di carta igienica”. Per arrivare alla vera chicca “Marta legami agli occhi, uno sguardo chiaro sui miei vizi barocchi”. Solo lo sguardo chiaro dell’amata può liberare l’uomo dai propri vizi? Secchiate di carnevali veneziani, libertini del seicento, dame con profonde scollature. Fantastico e perduto. Sebastianelli è morto nel 2009, forse ne ho scritto per questo. O per mia madre e la sua amica. Forse per lui e perché Marta la sapevo a memoria.

Gianni Montieri

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