festival dei matti

Festival dei Matti, VIII Edizione, Venezia dal 26 al 28 maggio

 

Festival dei Matti 2017

Ottava Edizione

Temporali

26-27-28 maggio

Venezia

Di questi tempi sono le emergenze, il dire e il fare nell’urgenza, il tempo stretto che gioca con gli effetti, precipita i discorsi in prese rapide e giudizi senza esitazioni. Di questi tempi è il gioco della fretta, la messinscena subito smontata dall’urgenza successiva, la memoria corta, il senso che paralizza le parole, il netto suddividere le cose, gli uomini e tutto il loro andare. Di questi tempi, bruciati in scorciatoie, quello che ancora resta da capire, che si sottrae, dissente o disattende si attarda e invoca tregue, controtempi che rallentino, temporali che rovescino la scena.

 

Temporali, l’ottava edizione del Festival dei Matti che si svolgerà a Venezia il 26, 27 e 28 maggio 2017, è un invito ad esitare, a far sosta intorno alle parole, ai discorsi, ai gesti che segnano il passo di questo nostro scombinato tempo, sfiancato in gorghi senza attese.

La prima sosta, venerdì 26 maggio alle ore 11.00 al teatrino di Palazzo Grassi, è un Contrattempo, fa inciampare: ci sono Claudia Antonangeli, Arianna Bellano, Chiara Busetto, Alessia Camarin, Maddalena Martini, Alessia Mongelli, Valentina Ruzzi e Lisa Thibault, studentesse di Ca’ Foscari, con le loro domande senza preavviso ai passanti, a ragionare di quanto l’impazzire ci riguardi, di quanto le parole in questo campo fatichino a star ferme, deraglino e ci confondano su ciò che pensiamo di sapere su noi stessi.

La seconda sosta, alle 16.00, è Interruzioni: a interrompersi violentemente, nei tre cortometraggi di Valentina Pedicini, Sergio Bertani e Antonio Fortarezza sono storie minori, stralciate da ragioni forti, giochi di potere, discorsi senza via d’uscita: una gang di ragazzini su una spiaggia del Salento, un giovane uomo in un reparto psichiatrico, quattro ragazzi e quattro ragazze migranti in un Centro di Assistenza Straordinaria. Storie che interrogano come fanno un cielo e un mare sottosopra, un fuori chiuso dentro, un altrove messo sotto gli occhi.

La terza sosta, alle 18.00, sono Scampoli di vite: le vite di Janet Frame e Cesare Pavese, fatte a pezzi dai banchi di ghiaccio dell’incomprensione e del dolore, dalla violenza delle istituzioni, dal gioco rischioso del prender parte alla vita. Vite sottratte, ma poi reimpastate e doppiate in prosa e poesia e nei racconti lievi e accorti delle scrittrici Anna Toscano e Nadia Terranova.

La quarta sosta, alle 21.00, è Grandine, l’incontro con Giulio Casale, seduto da sempre “dalla parte del torto”, a dar corpo e voce al sottosuolo, alle vite sghembe, sbagliate, di risulta, di chi esita e non smette mai di dubitare. E sarà musica comunque, che picchia e lava sulla scena. A chiudere la serata, alle ore 22.15  sarà Doppelgänger, performance di Francesco Wolf  per la regia di Mattia Berto, che mette in scena l’ombra, l’altro che ci abita e la nostra identità che scivola.

La giornata di sabato 27 maggio, all’Ateneo Veneto, avrà tre soste sul fronte dei diritti, a guardare cosa accada oggi, in Italia e nel mondo, a chi s’impiglia nel cono d’ombra di un dolore privato e collettivo che le comuni “buone ragioni” non sono in grado di curare.

Ci fermeremo con i tanti ospiti della mattina e della prima metà del pomeriggio a tracciarne la Meteorologia: parleremo, con Gisella Trincas, Stefano Cecconi, Nerina Dirindin e Tommaso Maniscalco – i familiari, la società civile, la politica – dello scarto persistente tra enunciati e pratiche che ancora fa scempio in Italia di intenzioni legislative illuminate perché è davvero Tempo di cambiare, di cambiare il passo.

Dalle ore 15.00 alle ore 18.00, parleremo poi della Follia degli ultimi, della dannazione che ancora grava in troppi luoghi del mondo sulle vite di chi viene detto matto e scambiato per la parola che lo chiama. A parlarne saranno Angelo Righetti, Luciano Carrino, Giovanna Del Giudice, psichiatri basagliani, da sempre impegnati contro le istituzioni totali e nella cooperazione internazionale e con Grégoire Ahongbonon che sottrae alle condizioni disumane a loro riservate in Africa Occidentale i matti, qui demonizzati, incatenati e abbandonati sulle strade.

Infine, con Roberto Beneduce, etnopsichiatra, antropologo e fondatore del centro Fanon di Torino, e Antonio Fortarezza, videomaker e fotografo, parleremo dei Tempi spezzati delle migrazioni e delle follie che ne vengono: le matrici storiche della sofferenza, i limiti e l’ipocrisia del nostro sapere e delle nostre pratiche “terapeutiche” il dolore irriducibile di chi si porta addosso lo strazio di indicibili sopraffazioni e violenze e il carico disumano di impunità senza ritorno.

La sosta che chiude il pomeriggio di sabato è letteraria: Gianni Montieri, poeta e scrittore, incontrerà Filippo Tuena, autore “ipnotico” che aggrega storia, fantasmi, incubi e polvere di sogni, desideri che perdono la strada, ebbrezze diurne e notturne miscelate.  E ci trattiene, senza farci male, all’ordinaria follia del nostro stare.

A chiudere la giornata del 27 maggio alle ore 21.00, nello splendido Chiostro del Liceo Marco Foscarini, saranno Massimo Cirri, scrittore e conduttore di Caterpillar e Lucia Goracci, inviata sui fronti di guerra di Rai News24 a parlare di Cataclismi, dello scandalo delle guerre, del terrorismo, di scenari in cui lo sgretolamento dei diritti e le follie collettive sono il solo ordine del mondo.

La mattina di domenica 28 maggio al Teatrino Groggia, ispirandosi alla Ballata del vecchio manicomio, la lirica dirompente di Paolo Universo, Mattia Berto, regista, attore e padrone di casa, terrà un laboratorio teatrale aperto al pubblico insieme a Pascale Janot, curatrice e traduttrice del volume omonimo di poesie in francese.

Il pomeriggio dalle 16.00 la presentazione dei lavori del laboratorio, e poi Peppe Dell’Acqua, direttore della Collana 180 e Pietro Del Soldà, conduttore di Tutta la città ne parla a parlare di Tempi rubati con Alberto Fragomeni e la prosa mozzafiato dei suoi Dettagli inutili (una storia che a un certo punto impazzisce ma non si ferma lì) e con Alberto Gaino, che ricostruisce la storia oscena e irrimediabile del Manicomio dei bambini, luogo di annientamento sistematico in cui, fino agli anni ottanta, sono stati inghiottiti migliaia di bambini giudicati ineducabili.

Alle 18.00 la sosta Tempi che corrono vedrà il sociologo Alessandro Dal Lago, a raccontare di come cambia la nostra percezione del pericolo al tempo del Califfo, del montaggio di ostilità diffuse e personali contro i migranti, i diversi, i nuovi mostri, le genealogie dell’odio e delle nostre fragili strategie securitarie.

A chiudere il Festival sarà infine il tempo sospeso di Letizia Forever, spettacolo teatrale con Salvatore Nocera, testo e regia di Rosario Palazzolo; un monologo che sfonda le parole, la lingua, l’identità e ci trattiene nel corpo di una storia che si fa e si disfa, forse come tutte le storie, sul confine impreciso e mobile che separa e unisce senza tregua normalità e follia.

I temporali sono prossimi al tempo fermo, stabile. Lo strappano d’improvviso dalla sua inconcludenza e lo rendono migliore. Questo è l’auspicio dell’ottava edizione del Festival dei Matti.

Anna Poma

Curatrice Festival dei Matti

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I luoghi del Festival

  • Teatrino di Palazzo Grassi – Campo San Samuele, 3231 – Fermata Vaporetto: S. Samuele – Linea 2
  • Ateneo Veneto – Sala Tommaseo – Campo S. Fantin – Fermata Vaporetto: S. Angelo – Linea 1; Rialto Linea 2
  • Liceo Foscarini- Fondamenta S. Caterina 4942- Fermata Vaporetto: Fondamente Nuove – Linee 4.1- 4.2 – 5.1 – 5.2
  • Teatrino Groggia – Cannaregio, 3161 – Fermata Vaporetto: S. Alvise – Linee 4.1- 4.2 – 5.1 – 5.2

 

 

Tutti gli appuntamenti sono a ingresso libero fatta eccezione per lo spettacolo teatrale Letizia forever di domenica 28 maggio (entrata 10 euro). Informazioni sul sito www.mpgcultura.it  e alla Pagina Facebook mpgcultura. Prenotazioni per spettacolo e laboratorio di domenica mattina al n. 3298407362 a partire da mercoledì 24 maggio 2017.

 

Ufficio Stampa

Chiara Vedovetto

tel. 3491692486

 

Info

info@con-tattocooperativa.it

tel.338 8603921/ 333 5286990

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Barbara Garlaschelli, Vincenzo e Milano

Milano Foto gianni montieri

Barbara Garlaschelli, Vincenzo e Milano

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Vincenzo cammina rasente i muri, sia in casa che fuori. I muri lo proteggono. Un poco, almeno. Se potesse non uscirebbe mai, ma non può. C’è sempre qualcuno – sua madre, suo padre, suo fratello, sua cognata – che gli dicono che non può restare in casa, deve uscire per andare a lavorare.
Lavora come bidello in una scuola media. Una tortura quotidiana. Tutti quei ragazzi, quelle voci, quello sbattere le porte, urlare, salire e scendere le scale. E mai che camminino ‘sti ragazzi. No, sempre di corsa.
Vincenzo, invece, avrebbe bisogno di silenzio per mettere ordine nei pensieri che si aggrovigliano nel cervello. Soprattutto vorrebbe riuscire a costruire un muro dentro la testa in modo che quelli non possano leggergli dentro.
Ha provato a spiegare ai dottori che non è lui quello pazzo ma quelli che vogliono controllargli i pensieri, ma i medici, con quel loro sussiego stucchevole e imbarazzato, gli hanno fatto fare tanti esami, e controlli, e radiografie e poi gli avevano somministrato pillole di varie colori da prendere a certi orari del giorno, preciso mi raccomando, e lo avevano mandato a casa.
Così, un giorno, aveva deciso che forse la forza pubblica poteva proteggerlo. Si era recato in commissariato, senza dire niente in casa, vestito del suo vestito migliore e aveva chiesto di parlare con la persona più importante che ci fosse lì. Aveva finto di non accorgersi dell’occhiata di sospetto compatimento che gli aveva lanciato la guardia con cui aveva parlato e che gli aveva risposto: «Si sieda e aspetti».
Vincenzo, come sempre, aveva ubbidito. Lo faceva sempre, con  tutti, sin da quando era bambino. Ubbidire però non lo aveva protetto da loro. Loro erano riusciti a entrargli nella testa e lo tormentavano.
Dopo una mezz’ora era arrivato un’altra guardia. Un signore più vecchio del primo, con una divisa più bella.
«Mi dica» aveva esordito guardando Vincenzo dritto negli occhi. Non aveva nessuna espressione. La sua faccia era come una lavagna cancellata. Vincenzo si era sentito rassicurato.
«Vorrei fare una denuncia.»
La guardia aveva fatto un cenno al suo collega giovane che nel frattempo era riapparso sbucando da  una porta e si era accomodato dietro una scrivania sulla quale stava un pc, aspettando.
«Mi dica» aveva ripetuto l’uomo senza espressione. E Vincenzo aveva cominciato a parlare e mentre lui parlava, la guardia giovane batteva sulla tastiera del pc senza spostare gli occhi dallo schermo.

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Stefano Domenichini, Apertura alla Napoleone

foto da Napoleone1769blogspot

Apertura alla Napoleone

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Una volta ho giocato a scacchi con Napoleone. Lui aveva i Neri e mi ha battuto in due mosse. Era una mattina di febbraio, quando il sole, da queste parti, funziona a led, freddo e accecante. I vetri tossivano a ogni passaggio di camion. È stata la prima e unica volta che ho giocato a scacchi. Questo non deve andare a discapito di Napoleone, lui ha fatto il suo. Anni dopo un gommista ligure che aveva aperto un’officina in Svizzera mi spiegò che Napoleone aveva eseguito il Matto dell’Imbecille. Eravamo a Neuchâtel, ristorante Au Fois de Bois, fine novembre. Il gommista si chiamava Garibaldi e aveva una figlia che tirava con l’arco. Dopo la terza birra, sottolineò che l’Imbecille ero io. Credo fosse una definizione tecnica, non penso che il gommista avesse saputo che due sere prima avevo baciato sua figlia sul lungolago, dalle parti de La Maladière. Garibaldi mi spiegò che solo un assoluto principiante può incappare nel Matto dell’Imbecille. Il Nero che punta su quella mossa si prende dei rischi enormi. Se lo fa, vuol dire che sa chi ha difronte. La prima delle due mosse del Matto dell’Imbecille si chiama Apertura alla Napoleone. E questo, va detto, dava un senso di rara rotondità alla scena di quella livida mattina del febbraio emiliano. Se a quella mossa di apertura hanno dato il nome di Napoleone, significa che Napoleone la usava con una certa frequenza. Ne sia conseguenza logica che Napoleone giocasse con degli incapaci o con avversari paralizzati dalla sola idea di dare scacco all’Imperatore.

Non è secondario il fatto che Bonaparte, tipo molto impegnato, non è che potesse stare lì a scaccheggiare a lungo. Con il Matto dell’Imbecille se la cavava con il tempo di una fucilazione. Questo mi spiegò Garibaldi, quando ancora la prostata non si accorgeva delle tre birre, impegnata com’era a compulsare l’indomani quando mi sarei presentato al mio primo allenamento di tiro con l’arco con la figlia del gommista che mi aveva promesso di indossare una tuta attillata, a pelle, con la zip. Dunque, anche negli scacchi, può starci il bluff. Uno finge di essere un principiante e, se l’altro azzarda un’apertura alla Napoleone, lo frega. Perché quella mossa lì è un suicidio se il tuo avversario sa giocare: espone troppo prematuramente la Donna.

Napoleone l’avevo conosciuto pochi giorni prima. Presidiava il corridoio del Servizio Psichiatrico Ospedaliero Intensivo del Maria Luigia di Monticelli Terme. Probabilmente ne preparava l’invasione. Teneva la mano tra il primo e il secondo bottone di un pigiama di lycra azzurro che generava un campo di elettricità statica ad alto rischio, da monitorare anche in presenza di atmosfera inerte. I lavaggi lo avevano scolorito e accorciato ai limiti dei polpacci, da cui spuntavano calzettoni di spugna bianca. Ai piedi, un paio di De Fonseca nocciola, probabile bottino di guerra. Teneva le spalle un po’ incurvate, quasi a volersi mimetizzare, il che esaltava l’aggiramento strategico del riporto di capelli che partiva dall’orecchio sinistro fino a coprire interamente quello destro. Aveva l’autorevolezza di un saldo della Upim. Quando gli passai davanti, drizzò la testa e mi salutò, chiamandomi Ammiraglio. Volendo eccedere in franchezza, devo dire che raramente avevo visto un’espressione così idiota.

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Paola Ronco, Nellie Bly

fonte: Archivio Roncacci

 Nellie Bly, La donna che cambiò la storia del giornalismo mondiale

di Paola Ronco

È il gennaio del 1885, e sul Pittsburgh Dispatch compare un infiammato editoriale firmato da Erasmus Wilson: A cosa servono le ragazze (What girls are good for). Nell’articolo, una delle penne di punta del quotidiano lamenta il moderno flagello di queste donne che pretendono di studiare, andare a lavorare e crearsi una carriera, quando invece il loro ruolo naturale sarebbe quello di badare alla casa e ai figli. L’argomento non è nuovo, e continuerà a non esserlo negli anni a venire, ma è certo di quelli in grado di suscitare in uguale misura proteste, risate e adesioni. Tra le molteplici reazioni, il direttore George Madden legge con curiosità e ammirazione una lettera scritta da una certa ‘Orfanella Solitaria’; malgrado la firma, è talmente ammirato dalla prosa indignata e fluente da convincersi che si tratti, ehm, di un uomo, e subito scrive per offrirgli un posto al giornale. Gli si presenta davanti una giovane di ventun anni, molto bella e molto agguerrita, pronta ad accettare il lavoro con entusiasmo; il suo nome è Elizabeth Jane Cochran, e sono abbastanza certa che il loro dialogo sia andato più o meno così.

“Orfanella Solitaria?”
“Già. Mio padre è morto presto, e io devo aiutare mia madre e i miei fratelli.”
“Ma lei è una ragazza.”
“In effetti sì. Altrimenti avrei scritto Orfanello.”
“Allora non posso darle il lavoro.”
“E perché mai? Ho scritto io quella lettera che le è piaciuta.”
“Ma le ragazze perbene non fanno le giornaliste, suvvia.”
“Quindi lei è d’accordo con quel cialtrone di Wilson?”
“Non ho detto questo.”
“Mi metta alla prova e vedrà.”
“Dovrà trovarsi uno pseudonimo. Questo non è un mestiere per signore.”
“D’accordo. Mi farò chiamare Nellie Bly, come nella canzone.”
“E va bene, ci serve giusto qualcuno che vada alla gara di giardinaggio questo sabato.”
“Cosa? No.”
“Preferisce la moda? O le serate mondane?”
“Che noia. Io voglio scrivere della vita vera.”
“Ma non si è mai visto, suvvia.”
“Insomma, lei è d’accordo con quel cialtrone di Wilson.”
“E va bene, accidenti. Comincia domani.”

Nellie Bly scrive bene, fa nomi e cognomi, non ha paura di niente; parla di operaie sfruttate, di lavoro minorile, di salari. Inevitabile che per lei, insieme alla notorietà, arrivino anche i guai. Tra i finanziatori del giornale si contano molti industriali di Pittsburgh, che leggono con crescente fastidio le sue inchieste circostanziate e minacciano il direttore di chiudere i rubinetti se quella donna continuerà a intromettersi. Preoccupato, George Madden corre ai ripari e sposta Nellie Bly al giardinaggio; per tutta risposta, lei consegna il suo articolo, su qualche dama vincitrice del premio per il miglior roseto fiorito, insieme a una lettera di dimissioni.

La ritroviamo nientemeno che in Messico, impegnata in un viaggio che la trasforma in corrispondente estera. I suoi articoli vengono sempre pubblicati sul Pittsburgh Dipatch, e il direttore tira un respiro di sollievo nel notare che la sua reporter ha ripiegato sulla dimensione innocua dei reportage di viaggio. Dura poco, però. Dopo circa sei mesi dalla sua partenza, esce un articolo che racconta come il presidente messicano Porfirio Diaz abbia fatto incarcerare un giornalista dissidente. Da lì all’espulsione dietro minaccia di arresto il passo è brevissimo.

“E così si è messa di nuovo nei guai, eh?”
“Ho scritto la verità, che altro potevo fare?”
“Nellie, io la riprendo a lavorare con me, ma lei sa dove, vero?”
“Di nuovo al giardinaggio? No.”
“Nellie.”
“Me ne vado.”
“Ma dove?”
“A New York. Sentirà presto parlare di me.”
“Non ne dubito.”

Ci va davvero, e bussa alla porta del The New York World, il giornale di un uomo che per i talenti ha un fiuto particolare, e che infatti la prende subito: Joseph Pulitzer.

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Antonio Paolacci, Che fine ha fatto Paul Grappe?

Antonio Paolacci, Che fine ha fatto Paul Grappe?

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Pochi anni fa, a Parigi, il direttore del Centre national de la recherche scientifique – un certo Fabrice Virgili – stava spulciando gli archivi in cerca di vecchi casi di omicidio. Gli servivano dati per scrivere un articolo sulla violenza coniugale.
Tra gli atti processuali del secolo scorso, nella marea di fascicoli, si imbatté nella vicenda di un uomo che era stato freddato dalla moglie a revolverate il 28 luglio del 1928. Subito, Virgili si accorse che non si trattava di un omicidio ordinario. Più leggeva le testimonianze, più si rendeva conto di trovarsi di fronte a una storia singolare, inspiegabilmente dimenticata. Così Virgili decise di saperne di più e iniziò a indagare. Era il 2009. Ma noi cominciamo a raccontarla dal principio.

Parigi, 1911. Sta per finire la Belle Époque, anche se nessuno ancora può saperlo. In un clima di crescita economica e tecnica, due giovani si sposano. Lui si chiama Paul Grappe, lei Louise Landy. Credono di avere un futuro radioso davanti e Paul è un ragazzo vitale e inarrestabile: frequenta corsi di musica, di nuoto, di equitazione e scherma, studia con caparbietà per diventare ottico e intanto lavora come può. Quando viene arruolato, si fa assegnare ai bastioni di Parigi, per non allontanarsi dalla moglie. Ma di lì a poco scoppia la Guerra e Paul deve partire per il fronte. È l’agosto del 1914. La guerra è un inferno: il giovane si ritrova in una delle sue fasi più sanguinose. Poche settimane dopo viene ferito a una gamba. A ottobre, una volta guarito, viene rispedito senza tante scuse in trincea. E piomba di nuovo nell’inferno. Ma Paul Grappe non ci sta. Così prende un coltello e si trancia di netto l’indice destro. Via, si dice. Via da qui. A qualunque costo.

Lo trasferiscono a Chartres dove, stranamente, il suo dito non guarisce. Ogni volta che la ferita sta per cicatrizzarsi, Paul la riapre. Non se ne parla, dice a se stesso. Laggiù io non ci torno. Ma il trucco non può durare. Nell’aprile del 1915, i superiori si accorgono della convalescenza prolungata e gli intimano di tornare al fronte. Paul Grappe non ne ha la minima intenzione.
Esce dall’ospedale. Cammina dritto verso la stazione e prende il primo treno per Parigi. È un disertore, adesso. Rischia l’incarcerazione a vita. Deve scappare e dovrà farlo forse per sempre. Non sarà facile, anche perché l’esercito francese ha un impellente bisogno di uomini, in questa fase cruciale della guerra, e da mesi ha moltiplicato gli sforzi per cercare i disertori.
Li trovano infatti quasi tutti. Lui no. Perché, a partire da questo momento, Paul Grappe sembra letteralmente scomparso nel nulla.

Le ultime informazioni lo danno su un treno per Parigi, per cui le guardie fanno irruzione nel suo appartamento tre volte, senza risultati. Si appostano di notte nella via sotto casa, al numero 34 di Rue de Bagnolet. Pedinano la moglie Louise. Ma di Paul niente, non c’è traccia. In molti iniziano a chiedersi che fine abbia fatto. Chi lo conosceva sa che il giovane non è il tipo da stersene nascosto in un buco. Ama la gente, le passeggiate, la vita. E ama sua moglie, moltissimo. Tanto quanto lei ama lui. Louise, da parte sua, ora è costretta a lavorare. Trova un impiego in un’azienda che produce materiali scolastici e, probabilmente per dimezzare le spese, divide l’appartamento con una certa Suzanne Landgard, che invece lavora in una sartoria. Passano i mesi e niente cambia. Louise sembra rassegnata a una vita senza marito, lega sempre di più con la coinquilina Suzanne, inizia a uscire con lei in cerca di divertimento.

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Slegalo! Usi e abusi della pschiatria

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Slegalo! Usi e abusi della pschiatria, di Alice Banfi, Giovanna Del Giudice, Pier Aldo Rovatti. Becco Giallo, 2016, € 8,50

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Slegalo! Usi e abusi della pschiatria è stato presentato nel maggio scorso a Venezia durante il Festival dei Matti, proponiamo qui in lettura un estratto del libro, la conversazione tra Anna Poma, curatrice del libro e del Festival,  e Alice Banfi, perché riteniamo questo piccolo libro importante e prezioso e degno della massima attenzione. (gm)

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Anna Poma: Non è facile incontrare qualcuno che abbia vissuto l’esperienza drammatica dell’essere legato, contenuto meccanicamente, in un servizio psichiatrico, e che abbia voglia di raccontarla. Secondo te, perché questo accade?

Alice Banfi: Ci sono almeno due motivi validi per non raccontarsi. Uno, di sicuro, è la vergogna. Raccontare ad altri di aver subito una tale violazione del corpo e dell’anima fa male. Ci mette a nudo. E anche a rischio di subire una nuova violenza. La violenza di chi ti dice e crede che te lo sei meritato, che te la sei cercata, e che il tuo male mentale era ed è una colpa. L’altro è la paura. Paura di subire ritorsioni dal reparto in cui si viene ricoverati, dai curanti, dagli infermieri. Paura di venire di nuovo legati, rinchiusi, maltrattati. Io ho scelto di raccontare perché volevo che tutti sapessero cos’è la contenzione, e cosa può accadere in un luogo di cura. Perché ero arrabbiata per aver subito una cosa così incredibile, e non volevo più avere paura, né della contenzione né dell’opinione degli altri su di me e sulla mia storia.

Anna Poma: Tu hai scelto di farlo, e ripetutamente. Prima nel tuo folgorante Tanto scappo lo stesso. Romanzo di una matta. Poi in Sottovuoto, romanzo psichiatrico e in molte altre occasioni pubbliche. Secondo te, il silenzio delle vittime è la ragione per cui si sa così poco di quello che accade in molti, troppi, luoghi deputati alla cura della sofferenza mentale?

Alice Banfi: In parte la non conoscenza di queste pratiche è dovuta al silenzio delle vittime. Poi però c’è il silenzio dei familiari, anche loro ostaggio della malattia del loro caro. Temono l’abbandono e così tacciono e subiscono, oppure si affidano nonostante tutto alle scelte dei medici. E chi non si fiderebbe del proprio dottore? Poi c’è il silenzio degli operatori, che ugualmente temono ritorsioni. E sono ancora troppo pochi quelli che hanno il coraggio, in un servizio, di contrapporsi alla contenzione. In tanti anni di ricoveri in luoghi diversi ne ho conosciuti solo due: Domenico e Gianna. E non li scorderò mai.

Anna Poma: Come racconteresti l’esperienza dell’essere legata in un reparto ospedaliero?

Alice Banfi: Essere legati da qualcuno a un letto è un esperienza orribile. È una sorta di stupro. Inizia con un gruppo di infermieri che ti circonda, e in un attimo ti ritrovi afferrato dalle loro mani, con le voci che si fanno sempre più concitate: “prendile le gambe!”, “stai ferma!”, “bloccala!” Un braccio ti si stringe attorno al collo, e più ti divincoli più la presa stringe: “stai buona, stai buona!”, e quando abbandoni la lotta la presa si allenta. Poi vieni portato sul letto come fossi un pezzo di carne, i polsi e le caviglie ti vengono bloccati dalle fascette al fondo e ai lati della struttura. Io venivo legata anche con lo spallaccio, un lenzuolo arrotolato che mi passava dietro al collo, poi in avanti sulle spalle e ancora indietro, sotto le ascelle. E infine veniva fissato al letto. Non potevo muovere nulla. Vedevo solo il soffitto e a malapena i miei piedi. Rimanevo bloccata così per 6, 12, 24, 48 ore. Sola. Al buio. All’inizio urlavo dei gran “vaffanculo!” A volte piangevo, poi cantavo (“Alla fiera dell’est”) per non darla loro vinta e per essere di massimo disturbo. Poi mi veniva sete, e urlavo chiedendo da bere. Dopo un po’ cominciavo a sentirmi scomoda e a provare dolore alle braccia, alla schiena, al sedere. Mi si gonfiavano le mani per la stretta delle fascette, mi formicolava un piede per l’immobilità, mi prudeva il naso o la guancia e facevo delle smorfie per togliere il fastidio. Se avevo caldo o freddo dovevo ricominciare a urlare aspettando che qualcuno arrivasse a mettermi o togliermi la coperta. Quando desideravo fumare una sigaretta, chiamavo sperando in un amico, ricoverato come me, che venisse a farmi fare due tiri. A volte mi addormentavo per qualche ora, mi risvegliavo, e se mi scappava la pipì o la cacca dovevo gridare di nuovo perché venissero a calarmi i pantaloni. Poi mi mettevano la padella sotto al sedere oppure un pannolone.
Avevo vent’anni e mi ritrovavo legata a un letto mani e piedi, senza sapere quante ore, quanto tempo ancora, sarei stata lì, con indosso un pannolino gigante pieno di piscio e di merda. Ecco, questa è la contenzione.

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Peppe Stamegna, Sulla panchina

Milano, foto di gianni montieri

Milano, foto di gianni montieri

Sbuffo il fumo della sigaretta che mi ha lasciato Tonino a fine turno. Nel farlo, mentre osservo questi pini giganteschi davanti ai miei occhi, penso al viale di platani che mi conduceva a scuola. Da piccolo. E quegli alberi erano i miei baobab. Penso a mia madre che mi accompagnava con quell’aria sognante. Assente, a volte. Io ero contento e mi divertivo a scivolare ai lati dei gradini sul liscio marmo levigato da mille sederi come i miei, o a scambiare le figurine con i compagni, poco prima che la campanella scolastica anticipasse i rintocchi del campanile comunale. La sfida a questo punto era tra il bidello e il messo comunale, quest’ultimo più statale dell’altro nell’esser calmo di burocrazia.

Tonino quando ha finito di sbrigare con le terapie e i vari giri nei reparti per verificare se stiamo tutti tranquilli, poi gli rimane un po’ di libertà che spende ad ascoltarmi. Siccome sono stato professore d’Italiano, e appassionato di Storia contemporanea, lui vuole sapere da me quello che è successo davvero negli anni settanta, soprattutto in Italia. Dice che in quegli anni lì, terribili e creativi, si è trasformato tutto. Poi mi suggerisce che bisogna analizzare a fondo tutte le questioni che sono state affrontate in quegli anni di fermenti e cambiamenti sociali epocali, per capire meglio quello che siamo diventati. Un po’ credo che abbia  ragione, e così ci mettiamo a fare queste chiacchierate storiche con l’intento di capirci di più entrambi. A me piace farlo, mi tiene vivo dentro questo pre-obitorio fatto di zombie coi camici  e sciroccati vestiti malissimo. Anche se ci sono dentro anch’io in questa moltitudine umana barcollante di anime che ancora cercano qualcosa, tra gli infiniti viali e i bui corridoi, ma almeno io la mattina mi scelgo la camicia da mettere.

Tonino mi chiama sempre professore, e questo mi lusinga un po’. L’ho fatto per dieci anni in una scuola privata, e fu un’occasione d’oro dopo altri dieci di gavetta tra i mille istituti della città, e doposcuola vari. Così un giorno a un convegno sulla “Didattica come strumento di emancipazione”, conosco Piero, il direttore della scuola privata “Montale”, e facciamo una bella chiacchierata, durata un intero pomeriggio al tavolino del chioschetto di viale Ippocrate, sull’importanza degli studi nel trasformare la propria vita in meglio. A settembre stavo già nel suo istituto a insegnare Italiano e Storia a ragazzetti un po’ viziati e un po’ ambiziosi. Anzi, a dire il vero, ambiziosi lo erano soprattutto i loro genitori poiché credevano, iscrivendoli da noi, che poi avrebbero disegnato un percorso scolastico su misura per i loro figli d’allevamento. Illusi anche loro.

Tonino non si stanca mai di ascoltarmi e a volte resta anche oltre il proprio turno di lavoro, e questo accade quando c’è ancora da dire sull’argomento iniziato e che non si può rimandare al suo prossimo turno di lavoro, poiché si spezzerebbe il filo. L’incanto. Affrontiamo scientificamente ogni segmento di quegli anni, perché vogliamo costruire un atlante per le nuove generazioni. Questo lo dice Tonino che pensa di ricavarne qualcosa da queste discussioni, lezioni direbbe lui, poiché crede sia importante approfondire la conoscenza dei fatti per riuscire ad orientare meglio nel mondo le nuove generazioni. Lui ci crede. Io invece, quando parlo con lui, passo il tempo nei migliori dei modi possibili qui dentro, e con una limonata fresca davanti in estate, o un orzo bollente d’inverno, è il massimo di quello che posso aspettarmi da questo posto. Allo spaccio-bar gestito dai pazienti le opzioni d’acquisto sono poche. Io mi arrangio anche lì, tanto resistere per me significa soprattutto poter mettere tutti i giorni un vestito diverso, elegante, così da conservare almeno lo stile nel tempo che mi rimane. A me è sempre piaciuto lo stile, pur dentro il peggio delle umane possibilità che mi sono capitate.

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Racconti matti (Verso il Festival) #6: Heman Zed, Autoscopia

Parigi, foto gm

Parigi, foto gm

Nota: Abbiamo chiesto ad alcuni scrittori dei racconti attorno al tema della follia, su quello che succede a volte nella testa della gente; sono tappe di avvicinamento al Festival dei Matti – Nel nome degli altri che si terrà a Venezia dal 13 al 15 maggio. Il sesto racconto è di Heman Zed e si intitola Autoscopia

*

AUTOSCOPIA

 

Picchia. Forte. Picchia in testa dentro e fuori. Botte sul finestrino, incessanti, ritmate, ossessive. Un colpo più forte mi aiuta ad aprire gli occhi. Picchia in testa dentro e fuori. Sbatte il viso sul finestrino: chi? Piazzola di sosta della superstrada. Ok, pioggia, molta pioggia, addormentato. Il Disco Dinner Club, molto tardi, forse ho esagerato. Picchia in testa dentro e fuori. Sì, ma cazzo, mi esplodono i cervelli. Io ho due cervelli: uno davanti e uno dietro, o forse uno a destra e uno a sinistra, o uno sopra e uno sotto. Smetti ti prego, smetti di sbattere quella testa! Non lo sopporto più! Il naso cristodio! È rotto, sanguina e le lacrime che scendono o forse è solo pioggia e sbatte e sbatte ancora e grida. Perché? Che senso ha? La mia faccia insanguinata e lacrimante è al di là del finestrino? Picchia in testa forte, dentro e fuori. Forse chiudo gli occhi e passa, forse chiudo gli occhi e non li apro più. Forse chiudo gli occhi e vedo comunque. Forse chiudo gli occhi e smetto di picchiare, di sanguinare, di urlare. Forse chiudo gli occhi e appoggio la testa così, piano, con delicatezza, le mani che massaggiano le tempie, qui. Nella superstrada, con la pioggia il sangue e le lacrime e tutto che picchia forte in testa dentro e fuori, ma picchia già un po’ meno forte. Un passo indietro.

– Sei solo? – dice.
– Sì, – rispondo.
– Ti diverti? – dice.
– No, – rispondo.
– Ma qui al DDC tutti si divertono! Ci divertiamo tutti! Siamo tutti amici! – dice.
– A me sembriamo tutti a cazzi nostri e incomunicanti, – rispondo.
– Cosa? – dice.
– E c’è pure un volume assurdo! – dico.
– Scusa ma non sento! C’è un volume assurdo! – dice.

Continua a guardarmi e a porgermi la mano per invitarmi a ballare o a offrirle da bere o a sa dio cosa. Manco più padrone di potermi rompere i coglioni in pace. La signorina intrattenitrice pierre ha deciso che anch’io, come tutti, devo divertirmi e di tutti essere amico. Che poi non fa una bella immagine uno seduto che osserva la massa euforica e incomunicante. Se la massa si accorge di lui, smette di essere euforica e le viene la depressione e no, non fa una bella immagine. Questo più o meno è il discorso della signorina intrattenitrice pierre che, detto tra noi, mi sembra pure un po’ strafatta di coca. Due passi indietro.
Sono arrivato in Italia da San Paolo del Brasile che avevo cinque anni. Ho un solo ricordo: è una vecchia canzone di Alberto Camerini che mio fratello maggiore ascoltava in continuazione. Sono nato nel sole di un paese grande che libero forse non è stato mai. Mi sembra ancora di sentirla: mio fratello mi ha fatto andare in disgrazia Camerini e l’intera musica. Ascolto solo la radio e pure distrattamente. Riconosco le voci o le melodie ma non saprei dire con esattezza chi, quale, cosa. Forse per questo non mi stavo divertendo al DDC. Due passi avanti.
Assurdo stare in un posto con masse di gente in cui non c’è spazio per la parola, il verbo, la comunicazione, l’interazione, il feedback, o come lo si vuole chiamare. L’unica persona che mi ha rivolto la parola è stata la signorina intrattenitrice pierre, impaurita che abbassassi l’euforia generale. Un passo indietro.

– Se vuoi ti faccio un pompino…
– A che scopo?
– Magari ti viene il buonumore…
– Potrebbe essere una soluzione… la mia ragazza non sarebbe molto felice però.
– Beh, sì, neanche il mio boy immagino…
– Cazzo di discorso.
– Come? Parla più forte!
– Ho detto cazzo di discorso! Cos’è? Se scoppia una bomba nel locale spompini tutti quanti per contenere il panico e il tuo boy aspetta il turno?
– Era solo un’idea… così ti rilassi e ti diverti.
– Chi ti dice che non mi stia già divertendo? – un altro passo indietro.
– …Ma hanno tutti un compagno di banco. La scuola è più divertente col compagno vicino.
– Sì signora maestra lo so, ma io credo di divertirmi di più in banco da solo.
– Ehhh, questa timidezza…
– Cos’è la timidezza signora maestra?
– È quella cosa che ti fa avere paura di parlare con gli altri. Ma prima o poi passa vedrai.
– Ma io non ho paura di parlare con gli altri signora. Solo che tante volte non ne ho voglia. Preferisco guardare e ascoltare. Io mi diverto così. – due passi avanti.

Manco ce l’ho la ragazza. Probabile che nemmeno la signorina intrattenitrice pierre avesse ‘il boy’. Forse. Un passo indietro.

– Perché sei entrato se sapevi di annoiarti?
– Mica ero sicuro di annoiarmi. Diciamo cinquanta e cinquanta. Sto cercando delle risposte.
– A cosa?
– Al fatto che non ci sto più dentro.
– Dove?
– In generale.
– E l’hai trovata? La risposta dico.
– Più o meno.
– Prendi queste allora. Poi le anneghi con un paio di vodke e troverai le risposte. E allora te lo faccio un pompino o no? Mica posso stare nei bagni tutta la serata!
– Non credo il pompino sia una risposta. Usciamo pure.
– Come vuoi. Buon divertimento allora! Vedrai che la serata ti cambierà subito! Ti aspetto in pista!
– Cosa?
– Dico che ti aspetto in pista! A ballare! E se due sono poche cerca il Tonno!
– Cerca chi?
– Il Tonno! È il tipo che ha lo sballo! – due passi avanti.

In Italia secondo l’istat le discoteche sono frequentate dal 25% delle persone in cerca di momenti di svago. Per il 7% però, sono luoghi che inducono alla depressione più degli ospedali (5%), sale d’attesa (3%) e cimiteri (2%). Possibile? Due passi indietro.
Si respira a pieni polmoni la-mor-te-del-la-dia-let-ti-ca. Un passo avanti. (altro…)

Racconti Matti (Verso il Festival) #5: Anna Toscano, La prima volta

la prima volta - foto di Anna Toscano

la prima volta – foto di Anna Toscano

Nota: Abbiamo chiesto ad alcuni scrittori dei racconti attorno al tema della follia, su quello che succede a volte nella testa della gente; sono tappe di avvicinamento al Festival dei Matti – Nel nome degli altri che si terrà a Venezia dal 13 al 15 maggio. Il quinto racconto è di Anna Toscano e si intitola La prima volta.

*

 

La prima volta

“Scusi, non ho capito bene”.
“Dal suo racconto, durante i nostri incontri, e alla luce dei fatti è emersa una patologia compulsiva. D’ora in poi, nel futuro dei nostri colloqui, dovremmo cercare di andare all’origine del suo malessere. Lavoreremo su questo. E per far ciò lei deve cercare di ricordare quando. Quando è stata la prima volta”.
“La prima volta?”.
“Sì, la prima volta. Solo così possiamo andare a cercare le radici dei suoi disturbi”.
“La prima volta”.
“Sì”.
“Va bene. Ma come faccio?”.
“Si faccia aiutare dagli oggetti. Vada a casa e guardando alle cose cerchi di risalire”.
“Ci provo”.
“È importante per la sua riabilitazione e il suo reinserimento. Ci lavori su”.
“Sì”.
“Venga. L’aspetto domani alle sedici”.
“D’accordo”.
“Arrivederci”.

Mi ritrovo in strada e mi sembra di non respirare da ore, in ascensore non ho respirato, nemmeno fino al cancello del giardino mi pare. Improvvisamente mi sembra di essere un assetato che incontra una fontana. Così scomposta, appoggiata con la schiena a un lampione, respiro avidamente nemmeno fossi in montagna e non in una città ad alto tasso di inquinamento. Mi apro la giacca, allento la sciarpa, l’aria gelida sul collo sudato, le mani che tremano. Respiro. Meglio, ora va molto meglio. Guardo verso la macchina con il lampeggiante e chiedo all’autista se può aspettare perché ora ho anche sete, molta sete.

“Una Coca-Cola per favore, con limone e senza ghiaccio”.

La mia prima Coca-Cola esattamente non me la ricordo, ma ricordo che quando la bevevo da piccola aveva un sapore dolciastro ed era calda. Mia madre non comprava mai dolci e bevande, la Coca-Cola la comprava solo per sé, “per digerire” diceva. Ma se la lasciava nel frigorifero mio fratello e io la trovavamo subito, così la bottiglia di plastica da un litro e mezzo la nascondeva dietro una poltrona di velluto verde. La teneva sempre con il tappo non ben chiuso così era sempre svampita e calda. Non so se lo facesse apposta, anche creme e barattoli non li ha mai chiusi bene, più che pigrizia credo si trattasse di una forma di disinteresse verso le cose. Noi la trovavamo lo stesso, e ne bevevamo pochi sorsi perché non se ne accorgesse, ma ovviamente se ne accorgeva e ci intimava di toglierci dai piedi che stavamo sempre in mezzo. Con gli anni poi iniziammo a comprarcela di nascosto e farne delle ubriacature. Eravamo così fanatici che facevamo a gara per capire, a seconda del gusto, dove fosse stata imbottigliata quella da 35 cc. Allora erano cinque le città in Italia dove veniva prodotta, ora non lo so, non ci ho più fatto caso. Poi continuammo quando la Coca-Cola arrivò in lattina. Ma il sapore era così diverso dalla bottiglietta. Ricordo però una bellissima borsina argentata che usavo per metterci le lattine: era un porta lattine da spalla che avevo scovato in un outlet, non potevo vivere senza. Quando lo persi in spiaggia corsi a ricomprarmelo. Ma la prima coca-cola no, non me la ricordo. Di quante cose non ricorderò mai la prima volta? Tantissime, ho paura. Come potrò ricordare? Forse ha ragione lo strizza, guardando alle cose. Cerco le chiavi della macchina ma ricordo che ora non guido. Salgo nei sedili dietro e penso “la mia prima macchina?”. Sì, certo, ce la posso fare: la prima macchina era una Renault 5 rossa, la ricordo sì. La prima volta che l’ho guidata ero con zia Marinella, l’unica in famiglia ad aiutarmi in questo grande passo perché i miei genitori si rifiutarono, sostenevano che io fossi sempre in mezzo anche nella strada, una sorta di prezzemolo pericoloso. Facevamo scuola guida nel tardo pomeriggio nel parcheggio dell’ippodromo. La prima volta fu lì. Prima, seconda, terza marcia, e via la quarta. Ero emozionata ma anche nervosa, sentivo che si trattava di un percorso obbligato per entrare nel mondo degli adulti. Quegli adulti che se volevano potevano mangiare senza apparecchiare la tavola, uscire senza comunicare l’ora del rientro, bere coca-cola fredda e gasata. Allora mi piaceva stare a guardare le donne che, uscite da un negozio o dal lavoro, rovistavano nelle loro borse cercando le chiavi della macchina e poi, trovatole, camminavano facendole tintinnare in mano. Così, per prepararmi alla nuova vita da patentata, mi comprai una borsa grande di cuoio marrone e arancio, senza chiusura, con larghi manici da spalla leggermente verdi, da poterci infilare la mano con disinvoltura per cercare le chiavi della macchina. Non volevo deludere zia Marinella, non volevo che tornate a casa si trovasse costretta a ridere di me con gli altri, così ce la mettevo tutta. Finalmente iniziammo ad andare nelle strade di periferia, piano piano. Lei non voleva la “P” di principiante attaccata sul cofano e sul retro della macchina come da obbligo, diceva che era la “P” di puttana e non ne voleva sapere. All’esame mi bocciarono, non conoscevo le marce del cambio normale, solo quelle delle Renault. Dovetti riprendere a fare pratica con un’altra macchina. Questa prima volta gli basterà? Sarà sufficiente a sondare del mio male le radici?

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Racconti Matti (verso il Festival) #4 Silvia Tebaldi, Scrivere nei tempi morti

parigi foto gm

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Nota: Abbiamo chiesto ad alcuni scrittori dei racconti attorno al tema della follia, su quello che succede a volte nella testa della gente; sono tappe di avvicinamento al Festival dei Matti – Nel nome degli altri che si terrà a Venezia dal 13 al 15 maggio. Il quarto racconto è di Silvia Tebaldi e si intitola Scrivere nei tempi morti

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Scrivere nei tempi morti

 

Qui in questa casa persa tra i campi e in quello che ci diciamo c’è un segreto, sì, però più del segreto contano le strade per arrivarci; che sono poi linee invisibili tra i campi, pensieri che non si vedono, momenti come di stupore – di affetto per il cuore che batte, come ha detto qualcuno che ora non so.

Qui la mia gente è vissuta per chissà quanto tempo, prima di andarsene per via della piena, verso il mantovano, e ci chiamavano i Rugìr. E io son tornata qui l’anno del terremoto, quello che nessuno se lo aspettava; e dei posti e lavori ne ho girati, e gente conosciuta; ma ora che è maggio, che il grano ha già la spiga, mi sembra di esser sempre stata qui.

E guardo i campi e gli argini, l’aperto che puoi vedere anche tu, ora e sempre – basta che chiudi gli occhi – e sto dietro a custodire le cose che son vecchie, che le ha fatte una persona, non una macchina: ceste, pezze di tela e sedie, roncole col manico tarlato, attrezzi da campagna e fogli scritti. Cioè le cose che a uno di oggi gli fan pensare alla malattia del tempo, a quella che più nessuno si azzarda a nominare, ma io invece sì e la chiamo per nome, che poi è tutto e niente come ogni nome e lei è la morte come io sono l’Anita ad Rugìr, cioè i Ruggeri nel parlare nostro.

E anche la vita chiamo. E le dico Bada, che son cresciuta al tempo del vapore, io: e dunque non ingannarmi con false immagini, che da qui vedo la bassa fino all’orizzonte e le valli dove l’acqua e la terra si confondono, come al principio del mondo, e strade e fossi e capannoni e rovine. Che la sbronza di soldi e poi la crisi li han coperti di una polvere grigia che uno di oggi forse non ci bada, ecco.

E’ che quelli di oggi van di corsa, di fretta; eppure li vedi sempre a scrivere su quei cosi elettronici appena c’è un momento – a scrivere poi chissà che cosa, a scrivere il tempo che passa. E io uguale, fino a ieri, ecco.

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Racconti matti (Verso il Festival) #3: Rosario Palazzolo, Dall’angolo

berlino, foto gm

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Nota: Abbiamo chiesto ad alcuni scrittori dei racconti attorno al tema della follia, su quello che succede a volte nella testa della gente; sono tappe di avvicinamento al Festival dei Matti – Nel nome degli altri che si terrà a Venezia dal 13 al 15 maggio. Il terzo racconto è di Rosario Palazzolo e si intitola Dall’angolo

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Dall’angolo

 

Dai che ti racconto quella dell’orco cattivo, No, Quella dell’orco che si è mangiato a tutti quelli che conosceva, Vattene, Che se li è mangiati senza pietà, No, Che dopo che se li è mangiati siccome c’aveva ancora fame, Tanto non ti apro, Si cominciò a rosicchiare pure le ossa, Non la voglio sentire, E siccome che poi ci aveva ancora fame, Mi chiudo le orecchie, Se li ha vomitati per mangiarseli di nuovo, Che chiamo aiuto a qualcuno se non te ne vai, Apri, Non apro, Apri, Non apro, Devi aprire che ti devo ammazzare, Statti fermo, Devi morire, Calmati, Ti ho detto che devi morire che io ti devo ammazzare, Aiuto, Non gridare, Aiutatemi, Non gridare ti ho detto che ti devo ammazzare ché così non gridi più, Signore signore chiama la polizia, Non gridare chiudi la finestra, Signore ti prego, Chiudi la finestra schifo della terra che se viene qualcuno ammazzo pure a lui, Signore non te ne andare aiuto aiuto, Nessuno ti dà retta che lo sanno tutti che devi morire, Aiutatemi, E non piangere che tanto ora scasso la porta entro e ti scanno come, Aiutatemi, Come ha fatto l’orco con tutti quelli che conosceva, Aiutatemi, Non ti aiutano ché lo sanno che fai schifo che, Ora mi butto, Fermati, Mi butto se non te ne vai mi butto, Non ti muovere, Mi butto, No, Mi butto, Prego commissario da questa parte, Perché non mi hai chiamato subito, Signor commissario qui c’è stato un bordello incredibile tutti i vicini che urlavano che facevano confusione abbiamo dovuto rompere la porta per entrare ché era chiusa da dentro, Erano brave persone si litigavano qualche volta ma erano brave persone, Ma insomma brave proprio brave, Voci che facevano impressione di notte e di giorno, Io con lui non mi salutavo mai mi faceva antipatia, Lei però era una bella femmina, Signori fate passare il commissario, Permesso permesso andate via aria aria c’è troppa confusione qua andatevene nelle vostre case, Signor Commissario ma che ci fu il morto?, No il vivo aria andatevene ho detto chiudi la porta brigadiere ma ci rompono i cazzi veramente ma poi dico, Buongiorno commissario, Buongiorno De Marchi dico io si deve per forza aspettare a me per sgomberare, Ha ragione commissario ma lo sa come sono questi vicini prima ti dicono che c’hanno informazioni importanti e poi te la fissiano che forse c’avevano la pentola che bolliva il figlio che piangeva la suocera che partoriva e non hanno sentito niente, Va bene ocappa ma non aprite più la porta se non ve lo dico io e se qualcuno ha qualche cosa da dire, C’è la scientifica commissario, Fate passare lo mandi da me e ci parlo io con questo qualcuno, Va bene, Fermi ma che vi pare che siete a casa vostra che vi pare che ci potete ballare qua dentro? Ciao commissario, Ciao Gregorio, E statevi zitti non lo vedete che il commissario sta parlando col dottore, Che ci abbiamo oggi, Un bordello ma ancora non lo so bene sono appena arrivato, Una cosa incredibile commissario una cosa spaventosa, Posso fare i rilievi?, Un minuto fammi guardare che c’è, Minchia ma allora sei cretino!, Che cosa è successo?, Commissario Competti ha pestato una cosa che io ce l’avevo detto di non camminare lì vicino ma lui nient, Va bene ocappa ma ora andatevene che c’è la scientifica, Ti vuoi smuovere escitene, Piano piano che l’ho fatto apposta, Andiamo a vedere che c’è, Una cosa spaventosa commissario, Va bene ho capito ora basta che mi devi fare vomitare prima del tempo portamici e statti zitto brigadiere, Io ti aspetto qua, Va bene do un’occhiata e poi vai a fare i tuoi rilievi da dove si prende?, Da qui, E spegnilo il cellulare brigadiere quando sei in servizio lo devi spegnere, Pronto sto lavorando va bene?, Dove dobbiamo andare?, Di qui va bene dal dentista ce lo porto io ora devo chiudere, La situazione complessiva appare buona, l’osservato sembra non aver accusato il colpo. Mi tengo a debita distanza per non destare in lui preoccupazione. Dal mio punto d’osservazione mi pare che stia cercando di comprendere la nuova condizione. A ogni modo, tenterò a breve un approccio per provvedere ai fini per cui ho avuto incarico. Pertanto, le annotazioni che seguono avranno valore di semplice premessa e non tenteranno alcuna analisi precisa. Il successivo colloquio dovrà considerarsi parte integrante di questo documento. Dove stiamo andando?, In cucina, È successo lì?, Sì, E quella porta rotta?, È la porta del bagno, Aspetta fammi entrare qua prima, Che ti sembrava che non ero capace di rompere la porta?, Ti prego non mi fare niente, Ché io mi sono mangiato i spinaci e con un cazzotto l’ho rotta la porta e ora ti devo ammazzare, Ti prego in ginocchio, Ti spacco la faccia, No, T’ammaz, Ahi ahi, Ti ho rotto la faccia ah ah ti esce il sangue ché sono forte io, Mi hai scassato il naso disgraziato, C’è del sangue, Sì ma questo è niente in cucina manco si può entrare c’è un lago, Adesso vediamo, Ma quando finiamo che domani mi cominciano le ferie, Si sta facendo tardi, Tu che turno fai?, Da questa parte commissario qua c’è la cucina, Perché che ore sono?, Otto sedici, Brigadiere che ci fanno questi qua?, Mi dai una sigaretta, Sono già le tre, Fuori!, Ragazzi fate passare il commissario, Voglio tutti fuori intesi fuori ma che parlo africano?, Scusi commissario, Aspettiamo sotto, Andate in centrale, Agli ordini, Di nuovo, Diamo solo un’occhiata e poi facciamo entrare a quello della scientifica, Qua c’è la cucina, Quelli hanno toccato niente?, No li ho fatti stare fuori la stanza, Non li dovevi manco fare entrare nella casa, Abbiamo dovuto rompere la porta non lo sapevamo quello che trovavamo, Commissario, Qualcosa di pericoloso, Che c’è Gregorio?, Posso venire? Vieni? Ma che cosa c’è c’hai una faccia bianca, Guarda, Tu sei pazzo tu sei malato tu sei, Vieni qua non scappare ché tanto ti prendo, Aiuto aiutatemi, Non correre in giro per casa che non c’hai dove andare l’orco così fece che prima li ha inseguiti e quando li ha presi, Aiuto, Li ha tagliati pezzi pezzi e se li è mangiati, Basta ti prego, Mettiti in ginocchio, Che mi vuoi fare?, Ti ho detto mettiti in ginocchio, Non mi ammazzare, Non piangere che non ti voglio fare niente, Così?, Così brava, Non mi rompere la testa, E tu chiudi gli occhi, Ma perché devo chiuderli?, Devi chiuderli e basta ci devi avere fiducia di me, Chiusi, Chiusi?, Chiusi, Uno, Che mi vuoi fare?, Due, Ti prego non mi, Tre, Ma che caspita è successo qui? È assurdo, Calmiamoci senti Gregorio mentre tu fai i rilievi noi restiamo qua, Va bene, Commissario stanno bussando alla porta, E apri, Siccome lei aveva detto, Apri, Cominciamo, Rimaniamo davanti l’entrata della cucina così puoi muoverti meglio, È un giornalista dice che vuole delle dichiarazioni, Ma come rompono la minchia questi!, Quattro per cinque, Digli che al momento non ci sono ancora notizie certe e che appena sappiamo qualcosa di più preciso lo chiamiamo noi, Va bene, Le misure della stanza sono ridotte, E allora?, E allora i corpi durante la lotta devono essere restati sempre molto vicini, E allora?, È strano, Perché?, Mettiamo che tu stai lottando con qualcuno, Sì, E mettiamo che questo qualcuno ti ha dato un pugno un calcio ti ha colpito insomma, Sì, Tu che fai?, Che faccio?, Che fai?, Gli do un cazzotto pure io, Esatto, E allora?, Per dargli un cazzotto però devi assicurarti che il tuo avversario non ti colpisca a sua volta e lo stesso penserà lui cioè se io devo fare a cazzotti penserò all’attacco ma penserò pure alla difesa, Cioè vuoi dire che potevano scappare magari rincorrersi per la casa e non l’hanno fatto?, Proprio così, Si sono colpiti senza badare a difendersi soltanto per farsi del male, Parla e questo può considerarsi un segnale positivo. Il viso appare rilassato. Non dà segni di particolare nervosismo. A tratti, soltanto a tratti, s’infervora di colpo, un’agitazione improvvisa e velocissima. È un attimo, poi s’immerge di nuovo in quell’apparente serenità, Tu che ne pensi?, E che ne devo pensare purtroppo sono saltati tutti gli schemi non ci sono più ammazzatine regolari, Passioni tradimenti vendette, Già, Non ci sono più punti di riferimento, Macchè, Guarda questi per esempio dico io perché, Perché mi stai facendo male?, Perché tu sei una persona cattiva, Ti giuro che farò la brava d’ora in poi farò la brava, Che tu giuri sempre e poi non le mantieni mai queste promesse, Te lo prometto, Lo giuri?, Lo giuro, E giura allora, Lo giuro, Devi giurarlo che ti devi baciare le due dite con la bocca così, Lo giuro, Se non lo fai più ti perdono, Non lo faccio più, Tra breve proverò un contatto. Occorrerà utilizzare la massima cautela. Userò la Maussten. Intanto lui sembra tranquillo. Mi avvicino. Lascio il registratore acceso. Lo devi spegnere ci hai rotto i cazzi, Mi scusi signor commissario mio figlio c’ha un ascesso, Questi cellulari ci hanno scassato la minchia metti il silenziatore, Va bene, Lui ne ha perlomeno trentacinque o quaranta lei minimo cinquanta, Anni?, No buchi, Mettiamoci a tavola che io ci c’ho fame, Devo fare la pasta, Lui dov’è?, Non lo so, Cercalo che deve mangiare e si deve lavare le mani ché uno quando deve mangiare si deve lavare sempre la mani ché non si mangia mai con le mani sporche, Buchi?, Buchi!, C’è di nuovo il giornalista di prima dice che è un suo diritto perché le notizie sono, Non si sa niente, Ma lui dice che, Non si sa niente, Signor commissario ci vuole parlare lei perché con me, Mi avete rotto i coglioni ti ho detto che ancora non si sa niente, Va bene, La cosa strana è che i colpi sono in tutto il corpo come se ognuno dei due durante la lotta avesse voluto colpire i punti vuoti, Vale a dire che non ha colpito a caso?, No guarda qua lo vedi questo buco?, Sì, È un buco esclusivo, Che vuol dire?, Vuol dire che chi ha inferto il colpo ha come cercato una parte della pelle che non fosse ancora stata colpita, Come se ci avesse pensato?, Esatto come se ci avesse pensato, E c’è dell’altro, Che cosa?, Buon appetito, Buon appetito, E allora? Che fa la preghiera non la fai?, Avanti fai la preghiera, Le preghiere si fanno ché non è giusto che si fanno le preghiere ché se no Gesù si arrabbia e ti fa morire, Avanti fai la preghiera, Gesù benedici questo cibo che oggi prendiamo e dallo anche ai poveri, Ciao, Ciao, Come ti chiami?, Io sto giocando ché c’ho le mie bambole e sto giocando, Non mi vuoi dire come ti chiami?, Devo giocare che già te l’ho detto che devo giocare, Io mi chiamo Gabriella, Devi mangiare lo hai capito che devi mangiare?, Lascialo stare che sta mangiando, Che se non mangi resti piccolo piccolo e le porte non le puoi rompere che manco con gli spinaci le puoi rompere, Commissario mi viene di vomitare, Escitene, Va bene se non vuoi parlare con me io mi allontano appena ti va di dirmi qualcosa tu mi chiami io sono lì, Va bene se ti devo dire qualche cosa io ti chiamo che tu vieni, Mangia farabutto!, Non ci buttare voci, Tu non me lo puoi dire quello che devo fare, Se tu ci butti voci lui si spaventa, Ti ho detto che devi stare zitta, Alzati e vattene nella tua camera, Mi allontano. Non insisto. L’osservato appare reticente a un approccio diretto. Probabilmente, non è ancora pronto. Devo conquistarmi la sua fiducia. Mi allontano. L’osservo. Hai vomitato?, Sì, Stai meglio?, Sì sì, Ce la fai a restare ancora?, Ce la faccio commissario, Che cos’è questo altro Gregorio?, Non è stata usata soltanto un arma, Vale a dire?, Che a ogni buco corrisponde una punta diversa, Devo vomitare di nuovo, Vai e se non vomiti statti lo stesso fuori, Guarda qua i buchi si differenziano sia per profondità che per forma, Io non vedo niente, Certo per ora sulle ferite c’è il sangue e non si capisce bene, Non si capisce niente, Commissario è chiaro che queste sono solo valutazioni di massima dopo l’autopsia ti farò sapere qualcosa di più preciso, C’è la possibilità che ci fosse qualcun altro?, No la dinamica dei colpi è chiara erano in due, Brigadiere fai salire qualcuno per la perquisizione fammi chiamare se si trova qualcosa d’interessante, Vado, Dove vai?, Nella mia stanza, Prima devi finire di mangiare non lo hai visto che io ho mangiato tutta la pappa?, Non ne voglio più, Te la devi mangiare ché soltanto quelli cattivi lasciano le cose soltanto loro che poi, Perquisite bene la casa se trovate qualcosa mi chiamate mi raccomando che il commissario è incacchiato cominciate dalla camera da letto, Ché poi quando le lasciamo i bambini che sono poveri piangono, Devo giocare, Lascialo andare, Zitta ti devi stare, Calmati, Dall’angolo della stanza sa che lo sto guardando e ogni tanto si gira verso di me. Gioca tutto il tempo con delle bambole di pezza. Una lite secondo me è stata una semplice lite che è degenerata, E perché tutta questa cattiveria, Commissario tu lo sai meglio di me oggi nessuno più si dice le cose siamo pigri svogliati ce ne fottiamo e tiriamo a campare già sei fortunato se trovi un movente si sono ammazzati e questo ti deve bastare, Hai ragione, Lo so, Mi devi dire qualche cosa sulle armi del delitto, Dopo l’autopsia, Qualche accenno, Ce li hai davanti gli accenni, Cioè?, Te ne vai? Scappi? Non ti preoccupare che poi ti vengo a trovare tanto lo so dov’è che ti metti, Lascialo in pace, Abbiamo trovato qualche cosa, Che cosa?, Carte per il divorzio, Ecco il movente, Sì ma mi manca ancora qualcosa, Cosa, La dinamica, Pensi sia importante?, Sì, Mi osserva con più costanza adesso. Come se mi attendesse. Credo sia arrivato il momento di tentare un nuovo approccio. Mi avvicino. Tengo sempre il registratore acceso, Tanto lo so che ormai c’hai le carte pronte, Lo hai voluto tu, Io non ahi ahi ahi ahi ahi, Che c’hai?, Mi fa male la pancia ahi ahi ahi, Distenditi qua, L’uomo a un certo punto si è disteso, E perché?, Questo non lo so è il tuo lavoro, Mi fa male la pancia che mi sembra che sto morendo, Si è disteso qui fra il lavandino e il tavolo come lo vedi tu, E la donna?, La donna si è distesa pure lei, Pure lei?, Sì, E perché?, È il tuo lavoro t’ho detto, Ocappa, Ahi ahi, Che c’hai?, Dolore qua, Nella pancia?, Sì mi corico pure io, Vedi?, Ha spostato la sedia e si è distesa pure lei, E poi?, Ahi, Ahi, Ahi, Ahi, Cosa ci hai messo nella pasta?, Niente, Disonesta che ci hai messo il veleno?, No no, Ahi mi hai voluto ammazzare tu a me?, Io non ho fatto niente, Ma mentre si distendeva ha perso l’equilibrio e si è tirata la tovaglia con tutto quello che c’ere sopra, E che c’era?, C’erano le armi del delitto, Disonesta mi hai voluto uccidere ma tu devi morire prima di me, Un apribottiglie, Prenditi questo, Ahi, Un coltello seghettato, E tu questo, Ahi te ne approfitti che non c’ho le forze, Un apriscatole, Ti buco la pancia disonesta, Ahi, Un coltello da frutta, T’ammazzo, Ahi, E poi sono rimasti lì, Per quanto?, Questo adesso non te lo so dire ma ci sono rimasti tanto per lo meno cinque ore, E che facevano?, Due armi a testa, E allora mi dici come ti chiami?, Matteo, Che fai?, Gioco con le mie bambole, E come si chiamano, Prendi questo e questo, E tu questo, Con le poche forze rimaste continuavano a bucarsi la pancia il viso le braccia fino a quando, Ahi mi hai fatto male disgraziato, La donna ha perso i sensi, E l’uomo?, L’uomo e la donna. Si chiamano così? Sì. L’uomo ha resistito un poco guarda qua ha tentato di sollevarsi ma non ce l’ha fatta, E questo uomo e questa donna che fanno?, Giocano, Sono papà e mamma?, Sì, Sono rimasti a terra e sono morti dissanguati, Commissario c’è di nuovo il giornalista che gli dico?, Che il caso è chiuso un uomo e una donna si sono uccisi reciprocamente durante una lite, Va bene, E cosa fanno papà e mamma?, Giocano giocano giocano giocano, Calmati!, Giocano giocano giocano giocano, Qualcuno venga qui ha una crisi nervosa, Giocano Giocano, Prendetelo con cautela, Dottore gli date dei calmanti?, Sì certo, E allora secondo te il caso è chiuso? Sì è come dicevi tu ormai è tutto inutile non ci si capisce più niente, E l’autopsia gliela faccio?, Tempo perso comunque fai come ti pare, Il bambino è stato portato in reparto. Ho tenuto per tutto il tempo il registratore acceso. Ho raggiunto la sua camera, mi limiterò ad osservarlo. Non lascia un attimo quelle due bambole di pezza, sembra più calmo. Mi hai ucciso mi hai messo il veleno, Tu mi hai messo il veleno sei cattivo, Mi hai avvelenato con il veleno dei topi, No io non, Quello che c’è nell’armadietto di fuori, Cattivo cattivo, Che tu mi volevi lasciare e allora mi hai ucciso, Non è vero, Hai preso il veleno e lo hai messo nella pappa, Tre cucchiai di veleno, Basteranno tre cucchiai di veleno? È meglio svuotare la busta, Tutta la busta? È meglio tutta la busta, È molto meglio, Svuoto tutta la busta, Hai fatto meglissimo.

 

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© Rosario Palazzolo

 

Una frase lunga un libro #57: Simona Vinci, La prima verità

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Una frase lunga un libro #57: Simona Vinci, La prima verità, Einaudi, 2016, € 20,00

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Non ce ne fu bisogno, di capire, perché quello che videro subito dopo fu ancora peggio e chiarì che lì, in quel posto e in quel momento, qualsiasi cosa poteva accadere: anzi era già accaduta.

C’è un mondo, una serie di fatti accaduti nel tempo, un mondo fatto di vite vissute e perdute; molte vite di cui non si sa nulla, di cui non si serbano ricordi, da nessuna parte. Vite non raccontate. C’è un mondo e un tempo in cui sono accadute cose terribili, e quel mondo è poco fa, e quel mondo è anche adesso. Un mondo fatto di luoghi chiusi, di mura alte, di celle, di polsi legati ai letti, di urla furibonde e più furibondi silenzi, di contenzione e torture, di cure sbagliate, di incompetenza, di poco amore, di poca pazienza, di vesti strappate e sotterranei, di sporcizia e abbandoni. Il mondo di chi è nato matto, di chi è diventato matto, di chi è passato per matto, di chi non è stato capito; il tempo e il mondo dei manicomi lager e della barbarie, di posti come Leros. Leros che è un’isola e il suo mare, Leros che al suo interno ha avuto un’altra isola, una fortezza tanto vicina all’acqua quanto perduta. Questa è la premessa, ma forse sono soltanto i miei pensieri, pensieri accumulati durante la lettura del bellissimo romanzo di Simona Vinci; forse sono sensazioni,  piccole lacerazioni, forse sono cicatrici, perché La prima verità ne lascia qualcuna.

Le storie, come le raccontano gli adulti, non sono mai vere: c’è sempre una bugia, o forse un’ombra, un buco, un vuoto che i grandi riempiono o scacciano via, prima che per salvaguardare i bambini – come dicono, mentendo, di essere costretti a fare – per sé stessi; perché non vogliono vedere, perché hanno paura.

Il romanzo è diviso in quattro parti, ognuna di queste è collocata in un diverso periodo di tempo, ma come in un viaggio si attraversano una dopo l’altra, si intersecano, si rincorrono e si spiegano a vicenda. Nella prima parte incontriamo Angela, italiana che sbarca a Leros insieme a un gruppo di volontari, è il 1992. Angela è curiosa, solitaria e sensibile, è spinta da una grande forza ma anche da un tormento che viene da lontano. È una persona intelligente e sensibile, che si sconvolge davanti all’orrore e che cerca di comprendere. Perché non si affronta nulla se prima non si capisce cosa accade e cosa è accaduto. Angela aprirà una porta e la stanza che c’è dietro quella porta le rivelerà, notte  dopo notte, nomi, storie, fatti, numeri, orrori, parole. Angela con fatica ricostruisce, è presa dallo sgomento ma continua a cercare, a domandare. Angela scopre che a Leros, durante il periodo della dittatura dei colonnelli, ci finirono anche i dissidenti politici e che solo apparentemente stavano divisi – nella struttura – dai matti. Dissidenti torturati e brutalizzati. Come te lo spieghi l’orrore? Come lo racconti?
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