Festino di S. Rosalia

Cartoline persiane#6

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Caro Rhédi,

sono arrivato al porto di Palermo in una calda serata di Luglio. Entrando nella città per vie secondarie, percepivo tutt’intorno un’atmosfera irreale, un desolante silenzio, manco fosse passata la peste. Risalendo il corso principale, cominciai a sentire un fragore di gente, e vidi una moltitudine in lontananza, tanti che io non pensavo che lo scirocco tanti ne avesse disfatti. In un grande giardino con fontane, da un palco allestito d’urgenza, una specie di profeta si rivolgeva agli sguardi attoniti e inespressivi degli spettatori. Si riferiva a qualcosa di terribile accaduto molto tempo addietro, e che ritornava oggi come una vendetta divina. L’enorme porta della città incombeva su di noi, e così il cielo che volgeva al nero, e che il pianto dei bambini non scalfiva.

A quel punto ho capito, Rhédi: a Palermo la peste c’era davvero! Cominciai allora a scapicollare tra la folla, e più cercavo di evitare il contatto, più pennellate di sudore altrui si trasferivano sulla mia faccia. Vidi la cattedrale che pareva in fiamme, dal muro di cinta gli appestati allungavano le mani su di me, il corso era illuminato solo da candele tremolanti, e la voce del profeta riecheggiava per magia in tutta la strada. Un enorme carro religioso scendeva lentamente, accompagnato dai fedeli in deliquio. I volti sembravano deformati dalla sofferenza, scolpiti dalla malattia, incisi nella vita dalla morte. Le urla delle vecchie arrivavano cariche di tutti gli incubi del mondo, e i tentativi di canto parevano lamenti di agnelli all’altare.

Correndo e fuggendo sono arrivato al mare, cercando aria pulita, incontaminata. Qui ho assistito a uno spettacolo frequente durante le epidemie: i condannati si abbuffavano avidamente, come per dimenticare la fine vicina, o per alzare un ultimo brindisi al cielo. Seduti sopra sedie incapaci di contenerli, infilavano la faccia dentro larghe fette di cocomero. I semi sputati a grandissima velocità lambivano le mie gambe come schegge di granata. Dolci dai colori impossibili pendevano appesi dentro vagoni illuminati, e poi schiamazzi, palloncini colorati, famiglie intere sopra strani veicoli a due ruote. Tutto contribuiva alla finzione della festa, mentre la città in realtà lentamente agonizzava. Perfino i topi, spaventati, rientravano nei tombini.

Mi sono allontanato svicolando un po’, fino a sdraiarmi sopra una panchina di marmo. Sotto le palpebre, distinguevo un chiarore del cielo, forse il riflesso delle pire di fuoco accese per bruciare i morti di peste. Il crepitare delle fiamme mi sembrava forte come una successione di tuoni. Sentivo il sonno e la malattia diffondersi nel mio corpo, e così, sopra il marmo tiepido, mi addormentai.

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@Andrea Accardi