ferruccio brugnaro

«Niente mi ha fiaccato!» conversazione con Ferruccio Brugnaro

foto a cura di Paolo Steffan

«NIENTE MI HA FIACCATO»
Conversazione con Ferruccio Brugnaro
di © Paolo Steffan

Quando arrivo al terzo piano della palazzina in cui Ferruccio Brugnaro vive con la moglie Maria, nella periferia di Spinea (Ve), trovo una figura amichevole e distinta, un ottantenne forte che mi saluta sorridente sulla soglia. Entro, c’è un simpatico sottofondo di giochi puerili, sono le voci dei nipotini, impegnati con la nonna. Ci sediamo nel salotto, e lì inizia la nostra conversazione, di cui è frutto la bella intervista qui pubblicata.

È fiero della propria storia personale, di essere un autentico poeta-operaio, di quelli che hanno vissuto la fabbrica dal di dentro, mettendoci anima e corpo, credendo profondamente nell’uomo e nelle sue risorse, nell’uguaglianza e nella bellezza. Alle pareti, quadri e ricordi, manifesti e testimonianze. E tantissimi libri e opuscoli.

Non ha rimpianti, Ferruccio Brugnaro, se non quello ‒ mi confessa ‒ di non aver coltivato le lingue, così importanti per capirsi in questo mondo globale; ma intanto i suoi ciclostilati vengono tradotti in moltissime lingue, in tutto il mondo. Solo dal 2002 a oggi, oltre 160 riviste ‒ in francese, inglese, spagnolo… ‒ hanno ospitato sue poesie. “Lì” ‒ mi indica, entrando nel suo studio, una borsa piena di fascicoli ancora da ordinare ‒ “ci sono anche delle riviste in cinese…”.

Varcare l’ingresso della sua stanza è entrare in un mondo a parte, dove è custodita un’intera vita in versi, assieme alle letture amate e ai manifesti di un’esistenza passata nella fabbrica, nel sindacato, tra gli studenti e i lavoratori.

Prima di salutarci, la signora Maria prepara il caffè e mi fa salutare i bambini; parliamo del rapporto coi figli, uno dei quali è Luigi Brugnaro, attuale sindaco di Venezia, e della diversità, talvolta abissale, delle idee che li contraddistinguono: “Non li ho mai indottrinati”, rivendica, “da ragazzi venivano alle volte con me alle manifestazioni, ma non li ho mai obbligati. Poi ciascuno ha preso la sua strada e oggi discutiamo animatamente, io da comunista non dogmatico, e i miei figli con le loro idee, ma c’è grande libertà di pensiero e soprattutto grande rispetto reciproco”.

Che cos’è per lei il lavoro?

È una cosa fondamentale per l’uomo, purché tenga al centro la dignità, altrimenti si scade nel disprezzo della vita. La dignità è stata al centro delle lotte operaie che abbiamo fatto, che erano per il lavoro, non per qualcosa che portasse malattia e morte.

Prima della fabbrica, si veniva da un mondo contadino, che ho vissuto nell’infanzia, di cui ho ricordi collocati negli anni Quaranta. Era una vita difficile fatta di malattie, artriti, tubercolosi, dentro case malsane. Ricordo che avevo una zia che faceva le iniezioni di canfora per l’asma e fuori casa sua c’erano sempre file di venti persone. Era una vita dura, con lotte quotidiane per un uovo, per tutto, alle volte sembrava che mancasse il respiro. Vita dura che ho poi ritrovato in fabbrica, tale e quale se non peggio.

Poi si è passati alle lotte operaie, qualcosa che alla mia generazione oggi suona distante, ma di cui calandosi nella sua scrittura si sente ancora l’attualità e il vigore.

La questione del lavoro è tutta sul piatto, senza lavoro marcisce tutto, si ha una deriva autoritaria.

Negli anni Cinquanta sembrava una follia mettersi contro gli apparati. Si veniva fuori dal nazifascismo, e i dirigenti erano ancora quelli, mica erano cambiati. La filosofia era che l’operaio non era niente: guai a chi si ribellava!

Mi ricordo una mattina, io ero in reparto alle 9.45 e non si respirava. Era fuoriuscita dell’anidride solforosa, e io ho spento le macchine per tutelare noi lavoratori. Azioni così si pagavano molto. Come oggi dovrà pagare molto chi si rimetterà a lottare.

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Anatomia dei Kleinkief: un’intervista a Thomas Zane

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Forse certe cose belle si comprendono con l’età e con un certo tipo di allenamento che chiamerei ‘training di consapevolezza’; ognuno compie il proprio, e il mio è contrassegnato dal ‘reverse’, che è anche la funzione di un pedale delay molto usato (ad esempio dai chitarristi) per ‘capovolgere’ il senso di ciò che si è suonato. Questa mia non è una captatio benevolentiae ma vuole essere una sincera dichiarazione di ‘ritardo’ (mi auguro proficua per voi lettori) che, da un lato giustifica il motivo di ciò che andiamo a leggere e dall’altro traccia delle linee guida. Oggi infatti ospitiamo su Poetarum un’intervista a Thomas Zane, voce, chitarra e autore dei KLEINKIEF, band che ha fatto la storia della musica underground in Veneto e non solo negli ultimi vent’anni e che ha pubblicato il quarto disco, gli infranti, a giugno 2013 per l’etichetta trevigiana Fosbury Records dopo undici anni da D’amortelocanto (2002). Otto tracce per un disco pop ben costruito sin dall’artwork di Matteo Scorsini che, con il suo ‘neoumanesimo’, ha dato un’impronta delicata ma pregnante alla copertina [la vedete qui sotto, n.d.r.]; la forma si annuncia sostanza, ed è proprio il caso di affermare che il gioco di immagini con cui il disco si mostra ha risvegliato, in me, rimandi e stratificazioni di senso molteplici, curiosità, che mi hanno portano a voler entrare (bussando!) nel laboratorio della band, utilizzando un mio personale taglio di lettura del loro lavoro maggiormente basato sulla scrittura. Il pop dei KLEINKIEF è un pop ‘colto’, di oggi: mi sento di dirlo senza che questa possa sembrare una rigida etichetta e mi auguro che questo aggettivo non appesantisca né snaturi l’anima della loro musica, prima fortemente noise nei primi lavori autoprodotti, Il sesso degli angeli del 1997, e Colori Dolciumi Fotocopie del 1999, poi diventata altro ossia quella che ascoltiamo oggi e che a me ha ricordato (vagamente) certo decadentismo baustelliano delle origini, forse più per i testi che per la musica in sé (ad esempio con qualche riferimento a La moda del lento, album dei Baustelle del 2003). Allora, spinta da una vorace curiosità ringrazio Thomas per la generosa partecipazione e anche Marco Annicchiarico di Poetarum per lo scambio di idee che mi ha condotta a questa intervista.

© Alessandra Trevisan

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1. Ciao Thomas e benvenuto, benvenuti! Parliamo un po’ di ‘letterarietà’ e scrittura se ti va. Il vostro lavoro è sempre stato costellato di personaggi letterari, sin dal vostro nome, che è l’unione di ‘Klein’ (dal romanzo Klein e Wagner di Herman Hesse) e di ‘Kief’ (che vuol dire pace dei sensi ed è tratto da dal racconto Il poema dell’hashish di Baudelaire), poi nei titoli di alcune delle vostre canzoni: Dostoevskij, doriansong, Margherita e il maestro; anche la poesia diventa canzone, e mi viene in mente Marghera Strasse di Ferruccio Brugnaro, nel secondo disco, anche titolo di uno spettacolo teatrale per il quale avete costruito le musiche dieci anni fa e più. Ci spieghi come la letteratura entra nelle vostre canzoni, quali sono le fonti maggiori d’ispirazione da quel magma?

Cara Alessandra, caro Marco, vi ringrazio dell’invito rivoltoci e delle belle parole usate per introdurci. In effetti la letteratura è passata e passa spesso nei nostri testi, ma ci tengo a dire che io che sono l’autore principale, non sono colto, non ho studi classici alle spalle e i libri sono entrati nella mia vita piuttosto tardi. Diciamo che poi ho recuperato e ne sono stato inesorabilmente travolto. Per un decennio ho letto praticamente per tutto il tempo, al lavoro, a pranzo, in bagno, mentre camminavo, durante la notte. Naturalmente ciò ha plasmato la mia realtà, che probabilmente, all’epoca, era poca cosa, o perlomeno inconsapevolmente mediocre. Passavo attraverso mille cose, i russi, i beat, Miller, Asimov, Huxley, Sartre, senza un minimo di prospettiva, senza difese, pugni in faccia, un ignorante incline al vaneggio con in mano cose più grandi di lui.

2. Ascoltandovi spesso mi son sentita oscillare tra due poli, la realtà e il sogno; molte delle vostre canzoni contengono una pregnanza di immagini oniriche, quasi come fossero trascrizioni di sogni, forse perché le metafore sono tante. È probabilmente una mia interpretazione ma ci vuoi dire come nascono i brani? Inoltre, tu ti firmi autore nell’ultimo disco e allora vorrei capire chi sono ‘l’io’ e ‘il tu’ a cui pensi quando scrivi e se questi io-tu son mutati nel corso degli anni, dunque com’è cambiata la vostra idea di autorialità.

Non sono un autore molto prolifico scrivo poche canzoni e di quelle poche solitamente mi innamoro, ci lavoro costantemente per trovargli l’abito adatto. La cosa migliore che mi possa capitare è che la canzone nasca da sé, mentre suonicchio con la testa tra le nuvole, o nel fango, purtroppo succede di rado, ma ho imparato ad accontentarmi e quando accade, la lascio così come è venuta senza cambiar nulla, costi quel che costi, adoro sentirne la genuinità, anche quando mi mette troppo a nudo. Ma nella maggior parte dei casi le mie canzoni sono un gioco, sono la mia fuga dalla realtà, dove posso dire tutto, immaginarmi qualsiasi cosa. Con il tempo mi sono costruito il mio dogma, imposto dei limiti, nei dischi passati ho spesso usato immagini e parole con troppa irruenza e scarsa umiltà. Per l’ultimo, “gli infranti” come stimolo, ho provato il gioco opposto, cercando ovviamente di stare lontano dal banale, ed è stato molto più complicato di quanto pensassi.

3. Il titolo dell’ultimo album richiama, a mio avviso, due immagini: la prima è quella delle onde del mare, la seconda è uditiva; questo è, come dire, il piano di lettura ‘sensibile’ del titolo. Pensandoci bene però, mi è venuto in mente che ogni generazione ha avuto i suoi protagonisti -anti o -enti: per Moravia erano Gli indifferenti nel 1929, per Francesco Maselli Gli Sbandati nel ’55, per Michele Serra sono Gli sdraiati nel 2013. Dove ci trascina e cosa rappresenta gli infranti e chi sono?

La domanda è molto affascinante ma francamente fatico a vedere specchiato ne “gli infranti” il protagonista della mia generazione, forse forse il non-protagonista. Più semplicemente “Gli infranti” è una dedica ai vecchi elementi della band. Infranti erano un gruppo padovano attivo nei primi ’90 di cui eravamo devoti ammiratori e si chiamava gli infranti l’ultima canzone che facemmo insieme prima di mollare tutto ormai 15 anni fa. Ahimè è tutto qui

4. Il secondo album è fortemente legato al territorio in cui è nato (oltre al brano Marghera Strasse, mi ricordo Indastria); i successivi invece forse prendono le distanze, aprendo a una prospettiva più globale. Una cosa che mi piace chiedere sempre a chi incontro è: cosa significa ‘fare musica’ in provincia e come vedi la scena musicale veneta odierna, tu che ci sei cresciuto dentro?

Più che della scena veneta ti posso dire la mia su quanto vedo qui, qui vicino, ahimè negli ultimi anni non ho potuto toccare con mano con sufficiente attenzione quanto accadeva, la mia famiglia è cresciuta e il tempo a disposizione è quello che è. Ad ogni modo posso dirti che qui intorno le cose sono piuttosto frizzanti, ci sono gruppi coraggiosi, progetti particolari e piccole etichette piuttosto laboriose, credo si resista bene all’inquietante caduta verso il basso che anche la musica “non-mainstream” sta subendo! Ci sono pochi gruppi e personalità forti, ma ci sono e spero riescano a continuare ad evolversi, che non vuol necessariamente dire incidere per una major, o suonare prima dei Pink Floyd, vuol dire far qualcosa di particolare, di autentico, di sentito! Io ormai compro solo questi dischi, le cose grandi, vaffanculo, le scarico se proprio le voglio ascoltare!

5. E quindi, come mi ricorda Marco Annicchiarico, la Fosbury è un’etichetta che negli anni zero è stata capace di rilanciare un gruppo della scena rock del Nordest come i Cod di Emanuele Lapiana (ora N.A.N.O.). La vostra prima comparsa con questa label è avvenuta con L’anarcosentimentale per la compilation #Fosbury10 nel 2012, con la quale hanno festeggiato i loro 10 anni di attività. Vi conoscevate già? Com’è nato l’incontro?

Con i ragazzi di Fosbury ci conoscevamo, quando hanno saputo che avevamo ricominciato a suonare ci han chiesto se volevamo partecipare alla loro compilation, e poi, visto che stavamo per entrare in studio, se ci andava di uscire per loro. È stato piacevolissimo lavorar con loro, con la grande tranquillità necessaria ai Kleinkief, con la passione da sempre marchio di fabbrica dell’etichetta trevigiana. Purtroppo come probabilmente avrai saputo la Fosbury chiude i battenti, per fortuna senza patemi, anzi, con la consapevolezza di aver svolto in piu’ di dieci anni di attività un lavoro importante a supporto della musica “piccola”! [questa notizia mi è stata data dagli stessi Kleinkief di persona, la scorsa settimana, n.d.r.]

6. La formazione attuale vi vede in sei sul palco. Avete mantenuto le due chitarre delle origini e una la suoni tu, però oltre al basso e alla batteria c’è il rhodes di Claudio Favretto. Cosa comporta arrangiare per sei e quale direzione sta prendendo il vostro suono?

Suonare con la attuale formazione per me è talmente entusiasmante che ancor oggi, dopo migliaia di prove, non vedo l’ora di andare in sala prove e vedere cosa succede. Ma non è solo il fatto di essere in tanti, è soprattutto l’alchimia che si è formata, ancor più ultimamente, dopo l’arrivo di Erik [Erik Ursich, anche bassista della band Grimoon, n.d.r.], ad essere stuzzicante, è un po’ come se avessimo trovato una specie di parola magica che ci permette, quando prendiamo in mano gli strumenti, di partire all’impazzata, di vaneggiare senza remore, di ritornare bambini, di farci schizzare le orbite, per poi tornare, senza difficoltà a rimetterci in macchina e tornare a casa. È per me un periodo felicissimo, la band è affiatata e suoniamo con una naturalezza che non avevamo da tempo! Essere in 6 è elettrizzante, è stimolante, può succedere di tutto, anche perché più della metà di noi 6 è pazza, non solo musicalmente parlando…

7. Vuoi parlarci dei vostri progetti per il futuro e dei prossimi live?

Dal vivo, dopo la data di venerdì scorso a Venezia con voi UnkNwn [la giovane band in cui suono ha avuto il piacere di condividere il palco con i Kleinkief due volte già, n.d.r.] e quella di venerdì prossimo all’Altroquando [che dal 1991 porta in Veneto tutto il rock indipendente italiano, e lo fa in una piccola osteria di provincia, a Zero Branco (TV)] con i Verbal, non abbiamo altre date fissate; so che il 30 Maggio si saluta la Fosbury a Galliera Veneta e magari sarem lì. Ad ogni modo l’epopea kleinkieffiana continua, non vedo l’ora sia il 25 per suonar dal vivo, ma non vedo anche l’ora sia mercoledì, un qualsiasi mercoledì, per provare in saletta, con i miei compagni! Questo per me è la miglior prerogativa per un futuro roseo e gratificante, ricco e bizzarro, con Samu, Nico, Claudio, Fabio ed Erik mi sento come fossi nella band più fica che c’è e penso che prima o poi faremo scoppiare un botto che si sentirà fino ad Alfacentauri!!!!! Yo!

[Youtube http://www.youtube.com/watch?v=HVTmNpJbtz8%5D

I Kleinkief sono nati nel 1995; nel ’96 registrano il loro primo brano S’klero per la compilation Stop stereotipi, mentre ne ’97 vincono il concorso Q13 a Mestre e iniziano a registrare il loro primo disco, Il sesso degli angeli, autoprodotto e distribuito da Srazz Record. Nel ’98 partecipano a No playback a L’Aquila vincendo il premio come ‘miglior autore’, e a Ritmi Globali classificandosi primi; nello stesso periodo scrivono le musiche per lo spettacolo teatrale Marghera Strasse per la regia di Ulderico Manani. Il secondo disco, registrato in una casera delle Dolomiti bellunesi in mezzo al nulla, esce nel ’99 e si intitola Colori Dolciumi Fotocopie (Dischi Woland); qui la band cerca e trova un suono viscerale e isterico, e il video di Woland di Massimiliano Corò – pezzo tratto dall’album –, si aggiudica il premio miglior regia al MEI di Faenza. Quindi, dopo un lungo tour e allargamento della formazione [ricordiamo che inizialmente nel gruppo ci sono anche Elena Vianello (in foto qui sotto), e Gianluca Casabianca, n.d.r.] cominciano a pensare ad un suono nuovo, fatto da vecchi synth e dall’eliminazione delle distorsioni: si tratta di un esperimento che li porta a incontrare godevoli stimoli e a spostarsi da quel rock tipicamente noise esplorato in precedenza. Nel 2002 esce D’amortelocanto, il terzo album per Srazz Records, che esprime una visione personale del pop: si tratta di un disco surreale e onirico, iperprodotto e deviato, con orchestrazioni impossibili, movimenti senza apparente filo conduttore e voci che incontrollabili vagano qua e là, che ottiene un’ottima risposta dalla critica ma la band, da lì a poco, si smembra. Dopo una decina d’anni di silenzio e in tempi recenti, i Kleinkief sono ritornati sul palco con organico, canzoni e suono rinnovati; il gruppo è formato infatti da Samuele Giuponi, batteria, Thomas Zane, chitarra e voce, Nicolò De Giosa, chitarra, Claudio Favretto, rodhes, e Fabio Barlese, chitarra, Erik Ursich, basso. Nel 2012 hanno partecipato con il pezzo L’anarcosentimentale alla compilation che festeggia il decennale della Fosbury Record e, proprio per l’etichetta trevigiana, è uscito a giugno 2013 il loro quarto lavoro Gli infranti, ancora un disco bizzarro che è stato definito in questi termini: “il sound appare abbondantemente riveduto e corretto, con un parziale ritorno alle origini ma con un’inedita freschezza pop mai banale – accantonati estremismi noise, deliri no wave e divagazioni onirico-surreali – e una inalterata attitudine alla sperimentazione di nuove e insolite soluzioni sonoro-melodiche e come sempre al di fuori di mode e tendenze, dentro un percorso di ricerca del tutto personale.” (Marco Salanitri, Outsidermusic).

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***Le immagini utilizzate, in ordine, sono di proprietà di Francesco Burlando (prima e terza, fatte l’11 aprile @ Laboratorio Morion a Venezia) e Matteo Scorsini (la copertina di gli infranti). Li ringraziamo.***