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Il Disegno di Milano

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Il 16 marzo alle ore 18.00 si terrà presso il nhow Milano di via Tortona 35 l’evento letterario “Il disegno di Milano” a cura del giornalista e poeta Mario De Santis. Saranno lette pagine di romanzi e poesie per costruire un mosaico di istantanee sulla città attraverso testi di: Helena Janaczek, Alessandro Bertante, Giorgio Falco, Elisabetta Bucciarelli, Elena Mearini, Fernando Coratelli, Giuseppe Munforte, Marco Balzano, Gianni Montieri, Stefano Raimondi, Luca Vaglio, Tommaso Di Dio.

“Il disegno di Milano” si svilupperà come un reading sinestetico e collettivo per costruire in una sera un mosaico narrativo e poetico, il ritratto di una Milano plurale, come le voci degli autori che parteciperanno e che l’hannodescritta – e la descrivono, la immaginano e svelano, nella sua mutevolezza storica, nei suoi contrasti da metropoli che si sottrae ad esserlo fino in fondo. La lettura sarà accompagnata dalla proiezione
di un flusso immagini che rivelano iconograficamente la città “di ieri e di oggi”, tratte una raccolta fotografica nata da un challenge di #igersmilanoispirato al giallo di Dario Crapanzano (edizioni
Mondadori).

INGRESSO LIBERO E GRATUITO

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Questo Natale #6: Fernando Coratelli, Romanzi e caleidoscopi

Biennale 2010, foto gm

Biennale 2010, foto gm

Romanzi e caleidoscopi

A dire il vero pochi caleidoscopi

 

Appena apre la porta del negozio gli si fa incontro una giovane commessa sorridente che lo saluta. Vincenzo le dà un’occhiata veloce, poi si sottrae a quella manifestazione di vitalità, e a braccia incrociate abbozza un: Buongiorno.
La posso aiutare?
Lui prova a fare no con la testa, ma al contempo le sorride. Così la ragazza lo incalza, briosa: Deve fare un regalo? È per sua moglie?
Vincenzo segue lo sguardo della ragazza che si è posato sul suo anulare. E allora d’istinto porta il pollice sulla fede e la ruota. Già, deve fare un regalo a sua moglie. Detesta il Natale, detesta queste ricorrenze in cui si deve cimentare in pensieri, oggetti. Per fortuna che per i bambini, parenti e amici ci pensi proprio sua moglie. Ma per lei… beh, per lei tocca farlo a lui.
Grazie, ma volevo solo dare un’occhiata.
D’accordo, se ha bisogno mi chiami pure.
Vincenzo fa sì con la testa e poi prende a vagare per il negozio. Non sa neppure perché sia entrato in profumeria, visto che per ogni ricorrenza finisce sempre con il comprare un beauty con sali da bagno, creme e altre diavolerie. E sua moglie tutte le volte, prima di scartare il regalo dice: Chissà che creme mi hai preso stavolta? – e poi gli schiocca un bacio sulla guancia.
A quel punto Vincenzo si fa forza e si gira verso la commessa che è lì a due passi, con le mani giunte in grembo. La ragazza, contenta di potergli essere utile, gli si avvicina a larghe falcate. Vincenzo la osserva stretta nel girocollo nero a coste, e un paio di pantaloni neri aderenti.
Devo fare un regalo a mia moglie, ma tutte le volte le compro sempre uno di questi (alza un beauty che ha davanti), ma ora vorrei qualcos’altro e non so cosa.
Capisco. Che ne dice di una trousse? Si trucca sua moglie, sì?
A quella domanda Vincenzo alza gli occhi al soffitto. La ragazza ride.
Non sa se sua moglie si trucca?
Sì, sì, si trucca, è che pensavo a che tipo di trucchi potrebbe avere bisogno.
Ma no, una trousse ne contiene vari, e sono tutti di marca. Guardi.
E gli mostra una sfilza di matite, pennelli, rossetti, ciprie. Vincenzo ha una leggera vertigine.
Non sta bene? (La ragazza si fa seria e stringe gli occhi a fessura.)
No, no, sto bene, è che non sono avvezzo, mi capisce.

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Fernando Coratelli – Ritratti da spiaggia

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Ritratti da spiaggia

 

La vecchia anoressica

La vecchia anoressica ha un marito, una rivista, una sedia da mare, due coppe perfette di silicone all’altezza del petto ossuto e scheletrico. La vecchia anoressica vista di spalle potrebbe lasciare credere di essere una quarantenne, ma quando si gira e mostra il suo mento cadente, gli occhi gonfi e le guance raggrinzite mostra che i quaranta li ha passati da un paio di decenni tutti. La vecchia anoressica è scientifica nell’arte dell’abbronzatura con il suo minibikini: orologio alla mano espone ogni parte del corpo al sole per lo stesso minutaggio. Siede sulla seggiola da mare con una gamba arcuata e una distesa, poi inverte la posizione degli arti inferiori. Dopodiché si mette in piedi a leggere la rivista dando le spalle al sole, poi il profilo destro, infine quello sinistro. Verso ora di pranzo, mentre il resto della spiaggia a ferragosto armeggia con pietanze di tutti i generi, la vecchia anoressica richiama a sé il marito inerme sotto l’ombrellone e gli propone di mangiare. Dopo avere addentato una susina e addirittura due acini d’uva, la vecchia anoressica dà un sorso alla bottiglia d’acqua e esclama: “O dio quanto ho mangiato, sono sazia, mi sa proprio che stasera non ceno”. Il marito fa sì con la testa e prosegue a sbocconcellare il suo panino con la mortadella.

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Fernando Coratelli – La resa

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Fernando Coratelli – La Resa- Gaffi Editore – 2013 – 16,90

Le storie che hanno un’ambientazione urbana, specie quelle collocate in una città medio/grande, hanno spesso la caratteristica di essere poco precise quando i loro autori descrivono i luoghi. Spesso si ha la sensazione che gli scrittori, vuoi per pigrizia o per conoscenza marginale dei posti che andranno a descrivere, si accontentino di un giretto su Google Maps. Perciò se si parla di Napoli, centro storico, leggeremo “si muoveva verso Piazza del Plebiscito” ma non leggeremo che “si muoveva verso Piazza del Plebiscito, arrivando da Via Chiaia” “da Santa Lucia” “da Via Toledo” “lasciandosi il San Carlo alle spalle”. Questo aspetto non è necessariamente un difetto, ma certo non è un pregio. La Resa di Fernando Coratelli è ambientato a Milano, la Milano dei nostri giorni. Una Milano precisa nei contorni, nei colori, negli odori, negli atteggiamenti e nella toponomastica. Il personaggio numero uno si dirigerà verso Piazzale Cadorna passando da Via Caradosso. Il personaggio numero due non andrà al lavoro tra Piazza Cordusio e Via Orefici. Il terzo personaggio si troverà davanti alla Questura in Via Montebello. Il quarto personaggio starà attraversando il sottopassaggio della Linea Gialla della metropolitana sotto la Stazione Centrale. Tutto è molto preciso e per tutti alla stessa ora esploderà una bomba che li mancherà, facendo però molte vittime. La precisione delle descrizioni è necessaria perché Coratelli sa che scrivendo una storia che parte da quattro attentati di matrice islamica, dopo l’undici settembre, dopo Madrid, non può improvvisare, deve costruire un racconto credibile che deve stare in piedi, sa che ci vuole rigore. Rigore e immaginazione devono andare a braccetto. La resa è una storia in cui conta il tempo, il suo scorrere e il suo fermarsi. Conta chi ci lascia la pelle e conta chi rimane. I quatto protagonisti sono Tommaso, Agata, Andrea e Teresa. Un antiquario, una manager, un piccolo e losco affarista e un avvocato. Gli attentati, le loro abitudini sconvolte, le loro vite che si sfiorano, si incrociano, si perdono e si ritrovano, tutto lascerebbe presagire a grandi cambiamenti, a svolte epocali. In realtà, una volta assestati gli animi, nessuno cambierà sul serio, la scossa si esaurirà e più per debolezza che per desiderio di normalità, tutti e quattro torneranno a fare ciò che facevano, addirittura migliorando il proprio status sociale. Ed è questa la resa. L’atto terroristico e l’incapacità di reazione e di orientamento delle forze politiche, sono due tasselli del vuoto sul quale poggia la società e i protagonisti del romanzo sono tutto il resto del mosaico. Andare a mangiare sushi in un locale chic non rappresenta una distrazione ma rappresenta il pensiero. Così come il non essere stabili nelle relazioni paradossalmente pare essere l’unica maniera di relazionarsi. Mentre leggevo il libro mi sono chiesto un paio di volte perché Coratelli avesse scelto per protagonisti quattro benestanti, perché uno dei sopravvissuti non fosse un cassintegrato. Poi ho capito, non avrebbe avuto senso. Per raccontare questa resa, l’effettivo declino occorrevano persone che fossero allo stesso tempo figli e genitori del disagio del nostro tempo. La prosa dell’autore è scorrevole e piacevole, questo è un romanzo che si legge molto rapidamente ma che non si dimentica facilmente. Ci lascia qualcosa sulle spalle, qualcosa che è più di una domanda: Io che tassello sono? Bomba o non bomba: sono uno scampato? Sono un arreso o un costruttore di questa resa?

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© Gianni Montieri

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Un estratto del libro

Alcuni giorni della vita di Mario Kempes

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Alcuni giorni della vita di Mario Kempes

 

Prologo

Sono le tredici e dieci del 26 giugno 1978, ora di Buenos Aires. La notte prima, i festeggiamenti per la vittoria dei Mondiali di calcio, da parte dell’Argentina, hanno inebriato tutto il paese. Nelle stanze del ritiro dei campioni, c’è ancora grandissima euforia, tutti sono contenti, tutti sono pronti a ricevere le medaglie e gli onori del caso. Tutti meno uno. Mario Kempes è chiuso in bagno da più di un’ora, Daniel Bertoni (suo compagno di stanza) è agitato, chiede a Mario di sbrigarsi. Kempes non uscirà, il capocannoniere del Mundial non è contento. Mario Kempes ha finito lo shampoo.

21 giugno 1978: Quiroga

Non c’è nessuno più argentino di me, sì lo so che gioco nel Perù. E allora? Vuoi sapere com’è andata? Io sono un buon portiere, ho giocato nel Rosario Central (sì Rosario, proprio dove giocheremo tra un po’). Mi fecero capire che non ci sarebbe stato posto per me nella nazionale Argentina. Menotti preferiva Fillol e dopo di lui Lavolpe e dopo di lui Baley. Il mio club attuale, lo Sporting Cristal quando mi offrì il nuovo contratto mi propose la naturalizzazione: accettai. Cosa vuoi che ti dica per stasera? Vuoi sapere se mi hanno dato dei soldi? Che importa, se decido di farlo non lo faccio certo per denaro, lo faccio per il mio paese. Ora lasciami stare devo andare a riscaldarmi.

21 giugno 1978: Luque

Meno male che il Brasile l’hanno fatto giocare prima di noi. Ma come cazzo avranno fatto a impedire che le due partite fossero in contemporanea. Che maledetto figlio di puttana che è Videla. Io non so come andrà a finire, alcuni dei ragazzi dicono che la partita è sistemata. Menotti non parla ma è tranquillo. Mario come sempre sta per i cazzi suoi, ha detto che non vuol sentire niente di questa storia. Ha detto che vuol fare minimo due goal e che due devo farli io. Fosse facile. Non mi sento tranquillo.

21 giugno 1978: Ardiles

Peruviani del cazzo.

21 giugno 1978: Kempes

Menotti ogni tanto torna a rompere le balle con questa storia dei capelli: che andasse a cagare. Già ha rotto abbastanza per i baffi, ora basta. Non capisce che i capelli mi danno sicurezza. Quando corro i capelli disorientano il mio avversario, ho visto guardalinee sbagliare la segnalazione di alcuni fuorigioco, a mio vantaggio, grazie ai miei fottutissimi capelli lunghi. Gli europei dicono che noi argentini siamo sporchi, che non ci laviamo, che siamo grezzi. Stronzate, unti o meno, noi andremo a vincere questo mondiale. Luque e Fillol mi hanno detto che il Perù ci lascerà vincere, che in cambio saranno liberati dei prigionieri politici; Bertoni ha detto che daranno soldi a Quiroga. Non ci credo Quiroga è un bravo ragazzo. Io mi devo occupare di segnare. Mi è bastato sapere quello che successe quattro anni fa prima di Polonia – Italia.

21 giugno 1978: Quiroga

Come cazzo faccio a farmi fare tutti quei goal senza farmi scoprire. Boh, in fondo sono loro ad avermi soprannominato “El Loco”. Loro chi, poi?

21 giugno 1978: Cronaca

L’autobus che conduce la nazionale peruviana “sbaglia” sei volte strada e giunge allo stadio con due ore di ritardo. Finisce in mezzo ai tifosi Argentini. Piovono insulti, la tensione sale.

21 giugno 1978: Cronaca

L’Argentina batte il Perù sei a zero, doppiette di Kempes e Luque.

22 giugno 1978: Bertoni

Mario dalla fine della partita non parla con nessuno, mi ha detto soltanto: “Noi, non ce la meritiamo l’Olanda”. Io credo che il calcio sia questo. Noi abbiamo vinto perché siamo più forti del Perù, dove sta la sorpresa? Non hanno mai avuto grandi difensori. Quiroga? Un argentino che ha giocato nella porta sbagliata. Così è la vita.

22 giugno 1978: Kempes

Figli di puttana, figli di puttana, hanno veramente comprato la partita. Non ci volevo credere, non ci volevo credere. Il mio primo gol mi sembrava regolare, mi libero dell’uomo e batto, in diagonale, Quiroga in uscita. Dopo no, però, dopo tutto troppo facile. Eravamo sempre liberi avremmo potuto segnarne dieci. Luque al sesto gol rideva. Ma come puoi, amico mio, come puoi? Giocherò la finale come si deve, sono un professionista ma con questa gente io non ci voglio avere più niente a che fare.

22 giugno 1978: Dichiarazione del Generale Jorge Rafael Videla

Siamo molto contenti della prestazione della nostra nazionale. I nostri ragazzi stanno tenendo alta la nostra bandiera, dimostrando sul campo i valori in cui crediamo: l’unità e l’orgoglio nazionale. Questi giovani sono patrioti. Ora non ci resta che andare a vincere questo Mundial. La storia ce lo chiede.

 

22 giugno 1978: La stampa internazionale

I quotidiani di tutta Europa e, gran parte di, quelli Americani gridano allo scandalo. In Brasile alcuni sostengono che bisognerebbe dichiarare guerra all’Argentina. La parola più usata nei titoli è: “Vergogna”. Il portiere e i difensori del Perù non intendono rilasciare alcuna dichiarazione. C’è odore marcio, odore di pastetta, ”marmelada” come diranno poi.

 

24 giugno 1978: Un sogno di Diego Armando Maradona

Siamo al quindicesimo del secondo tempo della finale Mundial, Menotti (che mi ha convocato all’ultimo momento) decide di farmi entrare. Stiamo perdendo uno a zero, rischiamo il ragazzino. Entro al posto di Daniel Bertoni. Sento il boato della folla ma non mi tremano le gambe. Al ventiduesimo, Ardiles mi passa la palla sulla tre quarti sinistra, salto un uomo in velocità; al limite dell’area mi viene incontro Krol, d’esterno do la palla a Kempes, sulla lunetta, Mario è spalle alla porta ma riesce a restituirmela di tacco dentro l’area, la lascio scorrere sul sinistro ( e dove se no?), prendo la mira e piazzo un tiro imprendibile sotto la traversa. Viene giù lo stadio

24 giugno 1978: un sogno di Mario Kempes

Siamo alla mezzora del secondo tempo della finale  Mundial, l’Olanda ci sta battendo tre a zero, meritatamente. Stanno giocando benissimo, arrivano da tutte le parti. Io gli ho dato  una mano: ho sbagliato un gol a porta vuota nel primo tempo, durante l’intervallo Tarantini ha cercato di prendermi a pugni, Fillol e Luque l’hanno fermato. Nel secondo tempo, sul due a zero, l’arbitro italiano ci ha regalato un rigore. L’ho tirato e buttato fuori. Il pubblico ha fischiato, i compagni mi hanno minacciato. Sto giocando per perdere, per mettere le cose al proprio posto.

 

 

25 giugno 1978: La finale

Archiviato il Perù, si pensa solo a giocare, di fronte l’Olanda e il calcio totale. L’Olanda sconfitta quattro anni prima dalla Germania, l’Olanda che gioca meglio di tutti. L’Olanda che al fischio finale di Gonella se ne va senza salutare i campioni. Ai goal di Kempes e Nanninga, seguono i tempi supplementari, preceduti dall’incredibile palo dell’Olanda, ancora Kempes (capocannoniere) e Bertoni chiudono la partita. Bertoni, graziato da Gonnella per una gomitata. Altre irregolarità? Forse. L’Argentina è campione del mondo di un mondiale scandalo. I giocatori alzano la Coppa, grande festa sugli spalti. Uno per uno stringono la mano al Generale Videla. Tutti tranne uno: Mario Kempes.

 

25 giugno 1978: Lo splendore del gioco del calcio

Siamo sul risultato di uno a uno. Tempi supplementari. Mario Kempes riceve palla poco fuori dall’area, a sinistra della lunetta. Il pallone incollato al piede sinistro salta il primo uomo, entra in area e in velocità salta il secondo, tira sull’uscita del portiere che respinge, ma la palla resta lì e Kempes, più veloce dei due difensori olandesi, insacca a porta vuota.

25 giugno 1978: Kempes

Luque ha detto che sono matto a non aver stretto la mano a Videla, dice che mi farà sparire. Stronzate, puoi far sparire tutti i bambini che vuoi, se sei un maledetto figlio di puttana, ma nessuno ti perdonerà di aver fatto sparire il capocannoniere del Mundial.

25 giugno 1978: Kempes alla stampa

Perché non ho stretto la mano a Videla? Nella confusione non me ne sono accorto.

26 giugno 1978: Luque, Bertoni, Fillol, Ardiles

Ardiles: << Che fa quel coglione è ancora in camera?>>

Bertoni: << Sì, è ancora chiuso dentro, dice che senza il suo shampoo non può lavarsi i capelli e che con i capelli sporchi non esce.>>

Ardiles: << Dannato figlio di puttana>>

Fillol: <<Prima non stringe la mano a Videla, poi questa, ma che cazzo vuole che ci sbattano tutti dentro?>>

Luque: << Calma, calma, vedrete che tra poco uscirà, questo fottuto mondiale ce l’ha fatto vincere lui non dimentichiamocelo>>

Ardiles: << Lui? Ma vaffanculo>>

 

26 giugno 1978: Kempes

Mi dispiace per Daniel, per Luque, sono amici, ma non penseranno davvero che io non esca per lo Shampoo? Non esco perché mi vergogno, non sopporto le domande della stampa, non sopporto questo paese, non sopporto l’aver vinto con questa macchia, non sopporto Videla. Voglio andarmene a casa, in vacanza, poi in Spagna. Dimenticare, sperare che la gente dimentichi e che dopo si ricordi soltanto di Mario Kempes. Bettega, Zico e altri calciatori mi stimano, cosa penseranno di me?

10 giugno 1978: Italia

Ho sette anni, la prima partita che rimango a guardare fino a tardi nella mia vita è stasera, è Italia Argentina, papà ha detto che posso. Sono emozionato. Mio padre dice che l’Italia sta giocando bene. Segna Bettega. Che bel gol. Sono felice. Vinciamo uno a zero. A fine partita chiedo a mio padre: “Papà mi ricordi come si chiama quello dell’Argentina con i capelli lunghi e il numero dieci?” “Mario Kempes”.

15 dicembre 2001: Kempes

Com’è bello il Salento. Restassi ad allenare qui anche solo per un mese, ne sarebbe valsa la pena.

Gianni Montieri

(A Fernando, Andrea, Martino, Alessandro e Franz. A Mario Kempes)

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